Adriano Olivetti

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on. Adriano Olivetti
Bandiera italiana
Parlamento italiano
Camera dei deputati
 Premio Compasso d'oro  nel 1955
Compasso d'Oro Premio Compasso d'oro nel 1955
Luogo nascita Ivrea
Data nascita 11 aprile 1901
Titolo di studio Laurea in Ingegneria Chimica
Professione Imprenditore
Partito Movimento Comunità
Legislatura III
Gruppo Misto

Adriano Olivetti (Ivrea, 11 aprile 1901Aigle, 27 febbraio 1960) è stato un imprenditore, ingegnere e politico italiano, figlio di Camillo Olivetti (fondatore della Ing C. Olivetti & C, la prima fabbrica italiana di macchina per scrivere)[1] e Luisa Revel e fratello dell'industriale Massimo Olivetti.

Uomo di grande e singolare rilievo nella storia italiana del secondo dopoguerra, si distinse per i suoi innovativi progetti industriali basati sul principio secondo cui il profitto aziendale deve essere reinvestito a beneficio della comunità.[2]

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Le origini e la formazione[modifica | modifica sorgente]

Nacque sulla collina di Monte Navale, nelle vicinanze di Ivrea l'11 aprile del 1901, da Camillo, ebreo, e Luisa Revel, valdese. Non ricevette alcuna educazione religiosa (anche se era riuscito a procurarsi un certificato di battesimo valdese per sfuggire alle leggi razziali fasciste del 1938); solo nella maturità, in vista del secondo matrimonio, si convertì al cattolicesimo[3].

Nel 1924 conseguì la laurea in ingegneria chimica al Politecnico di Torino e, dopo un soggiorno di studio negli Stati Uniti insieme a Domenico Burzio (Direttore Tecnico della Olivetti), durante il quale poté aggiornarsi sulle pratiche di organizzazione aziendale, entrò nel 1926 nella fabbrica paterna ove, per volere di Camillo, fece le prime esperienze come operaio. Divenne direttore della Società Olivetti nel 1932, anno in cui lanciò la prima macchina da scrivere portatile chiamata MP1, e presidente nel 1938.[1]

Si oppose al regime fascista con momenti di militanza attiva. Partecipò con Carlo Rosselli, Ferruccio Parri, Sandro Pertini ed altri alla liberazione di Filippo Turati (lo stesso Adriano era alla guida dell'auto che lo portò fuori dal paese).Badoglio lo accusò di esporre l'Italia in cattiva luce con gli USA. Durante gli anni della Guerra riparò in Svizzera da dove si mantenne in contatto con la Resistenza. Dal 1931 la questura di Aosta (dalla quale l'imprenditore necessitava avere la certificazione di appartenenza alla razza ariana a causa delle origini del padre ebreo) definì il giovane Olivetti come sovversivo.[4] Rientrato dal suo rifugio alla caduta del regime, riprese le redini dell'azienda. Alle sue capacità manageriali, che portarono la Olivetti ad essere la prima azienda del mondo nel settore dei prodotti per ufficio, unì un'instancabile sete di ricerca e di sperimentazione su come si potesse armonizzare lo sviluppo industriale con l'affermazione dei diritti umani e con la democrazia partecipativa, dentro e fuori la fabbrica.

Sotto l'impulso delle fortune aziendali e dei suoi ideali comunitari, Ivrea negli anni cinquanta raggruppò una quantità straordinaria di intellettuali che operavano (chi in azienda chi all'interno del Movimento Comunità) in differenti campi disciplinari, inseguendo il progetto di una sintesi creativa tra cultura tecnico-scientifica e cultura umanistica.[5] Alla fine del 1945 pubblicò il suo libro "L'ordine politico delle comunità" nel quale sono espresse quelle idee che supporteranno il Movimento Comunità fondato nella città di Torino nel 1948. Nello stesso anno entrò a far parte del Consiglio direttivo dell'Istituto Nazionale di Urbanistica, cui aveva aderito dieci anni prima. Nel 1937 aveva partecipato ad una serie di studi su un piano regolatore della Valle d'Aosta.[4]

Nel 1949 Olivetti si convertì al cattolicesimo «per la convinzione della sua superiore teologia»[6]. Nel 1950 espose la sua visione del primato in campo politico dell'Urbanistica e della Pianificazione. L'urbanistica fu solo una delle tante passioni di Olivetti che si interessò di storia, filosofia, letteratura ed arte. È al suo personale rifinanziamento che si deve la rinascita della rivista "Urbanistica". Nel 1953 decise di aprire una fabbrica di macchine calcolatrici a Pozzuoli offrendo posti di lavoro con salari sopra le medie e assistenza alle famiglie degli operai la cui produttività in questo stabilimento superò quella dei colleghi nella fabbrica di Ivrea. Nel 1956 fu eletto sindaco di Ivrea e due anni dopo ottenne due seggi in Parlamento candidandosi con il Movimento Comunità. Il suo voto fu rilevante per la fiducia al governo Fanfani. Nel 1957 la National Management Association di New York premiò l'attività di direzione d'azienda internazionale di Olivetti.

Al momento del suo decesso, l'Azienda, fondata dal padre e da lui per lungo tempo diretta, vantava una presenza su tutti i maggiori mercati internazionali, con circa 36.000 dipendenti, di cui oltre la metà all'estero.[4] Nel 1962 nasce la Fondazione Adriano Olivetti per volontà di familiari, amici e collaboratori, con l’intento di raccogliere e sviluppare l’impegno civile, sociale e politico che ha distinto l’operato di Adriano Olivetti nel corso della sua vita.[7]

Dal primo dopoguerra agli anni del consenso fascista[modifica | modifica sorgente]

Adriano Olivetti ebbe un rapporto dialettico con il padre Camillo. Apparentemente visse la ribellione tipica dei figli "intelligenti" nel confronto dei padri altrettanto "intelligenti". Si può comunque affermare che tra Adriano e Camillo Olivetti ci fu sempre identità di vedute nelle linee generali della politica e dell'idealità anche se, spesso e volentieri, Adriano ebbe modo di affermare anche in quel campo la propria autonomia e la propria statura intellettuale.

Camillo Olivetti sappiamo, fu un cauto interventista sopravvivendo in lui lo spirito risorgimentale. Adriano, in sintonia, dopo Caporetto si arruolò volontario pur non combattendo in quanto la guerra finì prima che potesse raggiungere il fronte. Adriano si laureò in ingegneria chimica presso il Politecnico di Torino, fu una ribellione a metà nei confronti del padre, che sicuramente l'avrebbe preferito ingegnere meccanico. A metà, perché le sue inclinazioni erano all'epoca più vicine alla cultura umanistica che non a quella scientifica.

Nel 1919 collaborò con il padre alla redazione de L'Azione Riformista: è provato da numerosi riferimenti del padre, anche se non siamo in grado di riconoscere gli articoli scritti da Adriano Olivetti in quanto anonimi o firmati con uno pseudonimo. Quando nel 1920 Camillo decise di sospendere la pubblicazione di quel settimanale canavesano da lui ritenuto troppo provinciale e quindi privo di un'influenza reale nella politica, Adriano convinse il padre a cedere a lui e a dei suoi giovani amici[8] quel foglio, che tuttavia non andrà oltre al 1920.

Sappiamo che collaborò anche con Tempi Nuovi il settimanale politico torinese che il padre promuoverà con Donato Bachi (che ne sarà il direttore) e altri progressisti. Con la svolta, prima critica, poi più marcatamente antifascista di quel giornale, ci fu anche la svolta politica di Adriano Olivetti, anche influenzato dall'ambiente culturale del Politecnico e dall'amicizia con la famiglia Levi. In particolare con Gino Levi suo compagno di corso.

Acutamente, Natalia Levi Ginzburg nel libro Lessico famigliare descrive in questi termini il rapporto tra Adriano Olivetti e la propria famiglia[9]:

« Fra questi amici ce n'era uno che si chiamava Olivetti, e io ricordo la prima volta che entrò in casa nostra, vestito da soldato perché faceva in quel tempo il servizio militare. Adriano aveva allora la barba, una barba incolta e ricciuta, di un colore fulvo; aveva lunghi capelli biondo fulvi, che si arricciolavano sulla nuca ed era grasso e pallido. La divisa militare gli cadeva male sulle spalle, che erano grasse e tonde; e non ho mai visto una persona, in panni grigio verdi e con pistola alla cintola, più goffa e meno marziale di lui. Aveva un'aria molto malinconica, forse perché non gli piaceva niente fare il soldato; era timido e silenzioso, ma quando parlava, parlava allora a lungo e a voce bassissima, e diceva cose confuse ed oscure, fissando il vuoto con i piccoli occhi celesti, che erano insieme freddi e sognanti. »

Con la famiglia Levi, Adriano fu tra i protagonisti della rocambolesca fuga di Filippo Turati. Ospitato prima dai Levi nella loro casa di Torino, Turati raggiunse poi Ivrea. Fece tappa nella notte in casa di Giuseppe Pero, dirigente della Olivetti, per ripartire al mattino seguente in una macchina guidata da Adriano che raggiungerà Savona, dove li aspettava Sandro Pertini con cui l'esule si imbarcò per la Corsica per poi raggiungere la Francia e Parigi. Come abbia potuto, Adriano Olivetti, non essere coinvolto nell'inchiesta fascista che seguì alla fuga di Turati non è chiaro. Possiamo solo formulare due ipotesi: una, che riguarda la fortuna o la superficialità delle indagini; l'altra, (che può solo essere ipotizzata) riguardante protezioni che vennero dagli ambienti "giodiani" torinesi.

Sappiamo dagli articoli su Tempi Nuovi che la redazione, almeno fino al 1923 ebbe un rapporto di reciproca stima con il fascismo torinese di Mario Gioda, il quale sia pur scomparso nel 1924, aveva lasciato numerosi seguaci nella federazione torinese. L'antifascismo di Adriano si era già espresso immediatamente dopo il ritrovamento del cadavere di Giacomo Matteotti nella manifestazione che promosse, insieme al padre, al teatro Giacosa di Ivrea nel 1924. Maggiore prudenza Adriano Olivetti la dimostrò nei confronti del regime, parallelamente all'assunzione di responsabilità nella fabbrica di Ivrea.

Adriano Olivetti venne nominato Direttore generale, quindi sposò Paola Levi, sorella di Gino, con rito civile[3]. Paola, insofferente al provincialismo eporediese, lo convinse a trasferire casa a Milano; questa fu una delle svolte culturali per Adriano, perché nel capoluogo meneghino poté incontrare quell'intellighenzia che lo avvicinò in seguito all'architettura, l'urbanistica, la psicologia e la sociologia. Ebbe ancora problemi con il Regime, quando il fratello di Gino e Paola Levi, Mario (che lavorava alla Olivetti), venne fermato alla frontiera con la Svizzera, essendo l'auto carica di manifestini di Giustizia e Libertà. Riuscì a fuggire, ma la conseguenza fu che Gino Levi e il padre furono arrestati, rimanendo per circa due mesi nelle patrie galere.

Adriano in quel frangente si mobilitò e molto spese del suo per difendere il suocero e l'amico cognato. È quello il periodo in cui a Camillo Olivetti fu momentaneamente ritirato il passaporto. Tuttavia i rapporti con il fascismo migliorarono negli anni trenta. Sarà soprattutto l'incontro con gli architetti Luigi Figini e Gino Pollini, i quali erano la punta più avanzata di quel razionalismo in architettura che in un primo periodo venne sostenuto anche da Mussolini. I due architetti erano i corrispondenti italiani del grande Le Corbusier, il quale, pure lui, per un certo periodo fu estimatore di Mussolini in quegli anni che saranno definiti del consenso[10], tanto che Figini e Pollini aderirono al partito fascista.

Sicuramente Adriano da loro fu influenzato; essi saranno infatti gli architetti della nuova Olivetti e saranno anche, con Adriano, estensori del Piano per la provincia di Aosta (di cui Ivrea faceva parte in quegli anni). Non sappiamo con quanta convinzione, ma ad ogni modo è provato[11] che Adriano Olivetti chiese ed ottenne la tessera al PNF. Non solo, ma fu ricevuto da Mussolini a Palazzo Venezia dove l'industriale eporediese presentò il suo piano al Duce.

Le sue affinità politiche del periodo furono con Giuseppe Bottai che nel fascismo sempre rappresentò una voce fuori dal coro. Prudente tanto da non farsi radiare come avvenne a Massimo Rocca, Bottai fu pur sempre uno spirito libero che rappresentò l'altra faccia del fascismo, quella meno totalitaria e folcloristica e più problematica. Queste qualità comunque non impedirono poi a Bottai di essere un convinto promulgatore del Manifesto della Razza e uno tra i più fanatici sostenitori delle leggi razziali fasciste. Quello con il Regime fu un feeling di breve durata. In architettura i gusti di Mussolini cambiarono: dal razionalismo passò ad un'architettura di regime che intendeva riecheggiare i fasti della Roma Imperiale. In ogni caso, il piano della Valle d'Aosta ebbe ancora una mostra a Roma, i giornali ne parlarono, come dimostra una lettera che Camillo scrisse ad Adriano:

« Sig Adriano Olivetti Roma

Ho visto i tuoi articoli sulla Stampa e sulla Gazzetta del popolo per il piano per la Provincia di Aosta, e spero che questo tuo lavoro ti possa dare molta gloria, ma pochi fastidi.
Sulla Gazzetta del Popolo ho osservato che il tuo nome è stato omesso. Non so se l'articolo è stato scritto da te (nel qual caso ti avverto che non bisogna essere troppo modesti) oppure da altri che non ha voluto menzionare il tuo nome, nel qual caso vorrei sapere la causa (…) »

(lettera presente nell'archivio storico Olivetti)

Poi fu il silenzio, con la guerra d'Africa prima, la guerra di Spagna e poi, il secondo conflitto mondiale, il consenso di Adriano Olivetti si affievolì fino a portarlo ad un aperto antifascismo.

Il dopoguerra e l'impegno nel Movimento Comunità[modifica | modifica sorgente]

Template:Vedia anche Nel 1945 Olivetti pubblicò L'ordine politico delle Comunità che va considerato la base teorica per un'idea federalista dello Stato che, nella sua visione, si fondava appunto sulle comunità, vale a dire unità territoriali culturalmente omogenee e economicamente autonome. Divenne un sostenitore del federalismo europeo dopo aver conosciuto Altiero Spinelli durante l'esilio in Svizzera, iniziato da Olivetti nel 1944 a causa della sua attività antifascista. Nel 1948 fondò a Torino il "Movimento Comunità" e si impegnò affinché si realizzasse il suo ideale di comunità in terra di Canavese.

Il movimento, che tentava di unire sotto un'unica bandiera l'ala socialista con quella liberale, assunse nell'Italia degli anni cinquanta una notevole importanza nel campo della cultura economica, sociale e politica. Scopo dell'iniziativa politica era creare un movimento socio-tecnocratico di una trentina di deputati in grado di costituire l'ago della bilancia fra il centro (egemonizzato dalla Democrazia cristiana) e la sinistra (egemonizzata dal PCI). Nel 1955 durante la seconda edizione del premio Compasso d'Oro ad Adriano Olivetti viene attribuito il primo "Gran Premio Nazionale", prestigioso riconoscimento datogli per la sua influenza nell'industria e nel design italiano[12]. Nel 1958 Olivetti fu eletto deputato come rappresentante di "Comunità". La sua morte prematura sancì la fine del movimento.

La morte[modifica | modifica sorgente]

In occasione della ricerca di nuovi fondi di prestito presso delle banche svizzere per rilanciare l'Azienda, il 27 febbraio 1960 Adriano Olivetti prese alla stazione di Arona il treno Milano-Losanna che passava via Sempione, tuttavia egli fu colto da una improvvisa emorragia cerebrale sul treno, già dopo il confine, nei pressi di Aigle, in Svizzera. Inutili furono i soccorsi, così come non fu nemmeno eseguita l'autopsia, tanto da supporre l'ipotesi di un complotto[13] a favore delle lobby americane.

La concezione e l'organizzazione del lavoro[modifica | modifica sorgente]

Adriano Olivetti riuscì a creare nel secondo dopoguerra italiano un'esperienza di fabbrica nuova ed unica al mondo in un periodo storico in cui si fronteggiavano due grandi potenze: capitalismo e comunismo. Olivetti credeva che fosse possibile creare un equilibrio tra solidarietà sociale e profitto, tanto che l'organizzazione del lavoro comprendeva un'idea di felicità collettiva che generava efficienza. Gli operai vivevano in condizioni migliori rispetto alle altre grandi fabbriche italiane: ricevevano salari più alti, vi erano asili e abitazioni vicino alla fabbrica che rispettavano la bellezza dell'ambiente, i dipendenti godevano di convenzioni.

Anche all'interno della fabbrica l'ambiente era diverso: durante le pause i dipendenti potevano servirsi delle biblioteche, ascoltare concerti, seguire dibattiti, e non c'era una divisione netta tra ingegneri e operai, in modo che conoscenze e competenze fossero alla portata di tutti. L'azienda accoglieva anche artisti, scrittori, disegnatori e poeti, poiché l'imprenditore Adriano Olivetti riteneva che la fabbrica non avesse bisogno solo di tecnici ma anche di persone in grado di arricchire il lavoro con creatività e sensibilità.

Adriano Olivetti credeva nell'idea di comunità, unica via da seguire per superare la divisione tra industria e agricoltura, ma soprattutto tra produzione e cultura. L'idea, infatti, era quella di creare una fondazione composta da diverse forze vive della comunità: azionisti, enti pubblici, università e rappresentanze dei lavoratori, in modo da eliminare le differenze economiche, ideologiche e politiche. Il suo sogno era di riuscire ad ampliare il progetto a livello nazionale, in modo che quello della comunità fosse il fine ultimo.[14]

Pubblicazioni personali[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Storia di un'impresa. URL consultato il 18 giugno 2013.
  2. ^ L'imprenditore rosso. URL consultato l'11 giugno 2013.
  3. ^ a b Ochetto Valerio, Adriano Olivetti. La biografia, Roma-Ivrea, Edizioni di Comunità, 2013, ISBN 978-88-98220-09-0.
  4. ^ a b c Adriano Olivetti-La storia siamo noi. URL consultato il 10 giugno 2013.
  5. ^ Fondazione Adriano Olivetti: A. Olivetti (html).
  6. ^ Davide Cadeddu, «Adriano Olivetti, le utopie al potere», Avvenire, 25 febbraio 2010.
  7. ^ Fondazione Adriano Olivetti (html).
  8. ^ dal commiato di Camillo ai lettori Azione Riformista 1919
  9. ^ il padre di Natalia Ginzburg, Giuseppe Levi, fu un brillante docente di anatomia all'università di Torino. Adriano Olivetti ne sposerà la figlia Paola Levi, sorella di Natalia
  10. ^ Renzo De Felice, Gli anni del consenso, Einaudi
  11. ^ Valerio Ochetto, Adriano Olivetti, Milano, Mondadori, 1985
  12. ^ premio compasso d'oro. URL consultato il 17 febbraio 2013.
  13. ^ Come sono morti Adriano Olivetti ed Enrico Mattei? |
  14. ^ La complessa tesi progettuale elaborata da Adriano Olivetti trova puntuali riscontri nelle sue opere, segnatamente ne L'ordine politico delle Comunità (1947) che è considerata la più rappresentativa (Grande Dizionario Enciclopedico UTET, Vol. IX, Torino 1959, p. 386, voce Olivetti Adriano).

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Valerio Ochetto, Adriano Olivetti. La Biografia, Edizioni di Comunità, 2013.
  • Federico Bilò, Ettore Vadini, Matera e Adriano Olivetti, Fondazione Adriano Olivetti, Collana Intangibili, n.23, 2013
  • Roberto Scarpa, Il coraggio di un sogno italiano, Scienza Express, 2013
  • Giancarlo Liviano D'Arcangelo, La città dell'uomo, in Id., Invisibile è la tua vera patria. Reportage del declino. Luoghi e vite dell'industria italiana che non c'è più, Il Saggiatore, 2013
  • La Biblioteca di Adriano Olivetti, Fondazione Adriano Olivetti, Collana Intangibili, n.21, 2012.
  • Sandro Pisani, "Le città di Olivetti", MultiMediaDocumentary, 2012
  • AA.VV. "In me non c'è che futuro", Sattva Films, 2011
  • AA.VV., "Adriano Olivetti cinquant'anni dopo", Fondazione Adriano Olivetti, Collana Intangibili, n.17, 2011
  • Marco Peroni, Riccarco Cecchetti (a cura di), "Adriano Olivetti un secolo troppo presto", Becco Giallo, 2011
  • Alberto Saibene (a cura di), "Fabbrica e Comunità. Scritti autobiografici", Edizioni dell'Asino, 2011
  • Giuseppe De Rinaldis, "Chi era il socialista Adriano Olivetti?", Editrice UNI Service. 2011.
  • Giuseppe De Rinaldis, "Una vita ben spesa" - Adriano Olivetti: tra Ivrea, Aosta, Matera, Sorrento, Napoli, Pozzuoli, Ivrea. Edizioni Bolognino Ivrea, 2010.
  • AA.VV., Adriano Olivetti, la fabbrica dei Valori, ciclo di 7 puntate in podcast da Passioni di Rai Radio 3 (febbraio 2010)
  • Emanuele Piccardo,Lettera22, ed. plug_in, 2010
  • AA.VV., La lezione politica di Adriano Olivetti. Conversazioni su: Costruire le istituzioni della democrazia di Sergio Ristuccia, Fondazione Adriano Olivetti, Collana Intangibili, n.9, 2009.
  • Sergio Ristuccia, Costruire le istituzioni della democrazia. La lezione di Adriano Olivetti, politico e teorico della politica, Venezia, Marsilio, 2009.
  • Vico Avalle, Ugo Aluffi, Pino Ferlito, La saga degli Olivetti. 1908 - 2008, seconda edizione a cura di Ugo Avalle, Bollengo (To), Edito dal Comune di Bollengo, 2009.
  • Beniamino de' Liguori Carino, Adriano Olivetti e le Edizioni di Comunità (1946-1960), Quaderni della Fondazione Adriano Olivetti, 2008.
  • Davide Cadeddu, Il valore della politica in Adriano Olivetti, Quaderni della Fondazione Adriano Olivetti, 2007.
  • Davide Cadeddu, La riforma politica e sociale di Adriano Olivetti (1942-1945), Quaderni della Fondazione Adriano Olivetti, 2006.
  • Franco Filippazzi, ELEA: storia di una sfida industriale, in Luigi Dadda, La nascita dell'informatica in Italia, Milano, Polipress, 2006.
  • AA.VV., Uomini e lavoro alla Olivetti, Milano, Bruno Mondadori, 2005.
  • Mario Caglieris, Olivetti, addio. Un sogno premonitore, Ivrea, Bolognino Editore, 2005.
  • Paolo Bricco, Olivetti, prima e dopo Adriano: industria, cultura, estetica, Napoli, L'Ancora del Mediterraneo, 2005.
  • Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, Einaudi, 2005
  • Chiara Ricciardelli, Olivetti. Una storia, un sogno ancora da scrivere, Milano, Franco Angeli, 2001.
  • Luciano Gallino, L'impresa responsabile. Un'intervista su Adriano Olivetti, Torino, Edizioni di Comunità, 2001.
  • Franco Ferrarotti, La società e l'utopia. Torino, Ivrea, Roma e altrove, Roma, Donzelli Editore, 2001.
  • Nicola Crepax, Adriano Olivetti: l'America in Italia durante il fascismo, in Fondazione Assi, Annali di storia dell'impresa, Bologna, il Mulino, n. 12, a. 2001.
  • Giorgio Soavi, Adriano Olivetti: una sorpresa italiana, Milano, Rizzoli, 2001.
  • Angela Zucconi, Cinquant'anni nell'utopia, il resto nell'aldilà, Napoli, L'Ancora del Mediterraneo, 2000.
  • AA.VV., Identità, riconoscimento, scambio. Saggi in onore di Alessandro Pizzorno, Bari, Laterza, 2000.
  • Quintino Protopapa, Il problema delle fonti di Adriano Olivetti, in «Annali dell'Istituto Ugo La Malfa», vol. XII, 1997.
  • Umberto Serafini, La Comunità di Adriano Olivetti e il federalismo, in «queste istituzioni», n. 97, 1994, pp. 3-20.
  • Giulio Sapelli, Roberto Chiarini, Fini e fine della politica. La sfida di Adriano Olivetti, introduzione di Luciano Gallino, Milano, Edizioni di Comunità, 1990.
  • Valerio Castronovo, Grandi e piccoli borghesi: la via italiana al capitalismo, Roma-Bari, Laterza, 1988.
  • Giancarlo Lunati, Con Adriano Olivetti alle elezioni del 1958, All'insegna del pesce d'oro, Vanni Scheiwiller, 1985.
  • Luciano Cafagna, Adriano Olivetti, patrono del Sessantotto. L'eredità ideologica dell'industriale di Ivrea, in «Corriere della Sera», 7 ottobre 1985, p. 3.
  • Valerio Ochetto, Adriano Olivetti, Milano, Mondadori, 1985.
  • Umberto Serafini, Adriano Olivetti e il Movimento Comunità: una anticipazione scomoda, un discorso aperto, Roma, Officina, 1982.
  • Alberto Mortara, Protagonisti dell'intervento pubblico: Adriano Olivetti, in «Economia Pubblica», n. 3, 1982, pp. 105-118.
  • Franco Ferrarotti, Attualità del pensiero politico di Adriano Olivetti, in AA.VV, Studi in onore di Paolo Fortunati, vol. II, Bologna, Clueb, 1980.
  • Geno Pampaloni, Adriano Olivetti: un'idea di democrazia, Milano, Edizioni di Comunità, 1980.
  • Giuseppe Berta, Le idee al potere: Adriano Olivetti tra la fabbrica e la comunità, Milano, Edizioni di Comunità, 1980.
  • Bruno Caizzi, Gli Olivetti, Torino, UTET, 1962.
  • Arturo Colombo, Adriano Olivetti, in «Il Politico», anno XXV, n. 1, 1960, pp. 201-205.
  • Luciano Gallino, Progresso tecnologico ed evoluzione organizzativa negli stabilimenti Olivetti 1946-1959, Milano, Giuffrè, 1960.
  • Movimento Comunità, Dichiarazione politica, Milano, Edizioni di Comunità, 1953.
  • Movimento Comunità, Manifesto programmatico, a cura della Direzione Politica Esecutiva, Roma, gennaio 1953.
  • «Olivetti, Adriano», Enciclopedia Italiana - III Appendice (1961), Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani.
  • Lidia Galimberti, «Olivetti, Adriano», Enciclopedia dei ragazzi (2006), Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani.
  • Giuliana Gemelli, «OLIVETTI, Adriano», Dizionario Biografico degli Italiani (2013), Vol. LXXIX, Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani.

Filmografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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