Campo di concentramento di Mauthausen-Gusen

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Coordinate: 48°15′32″N 14°30′04″E / 48.258889°N 14.501111°E48.258889; 14.501111

« Quando siamo arrivati al campo e siamo entrati, pareva un po' come entrare nella porta dell'inferno. »
(Aldo Carpi[1])

Il Campo di concentramento di Mauthausen, ridenominato Campo di concentramento di Mauthausen-Gusen nell'estate del 1940[2], era un lager nazista, una fortezza in pietra eretta a partire dal 1938[3] in cima ad una collina sovrastante la piccola cittadina di Mauthausen, nell'allora Gau Oberdonau (ora Alta Austria), a circa venticinque chilometri ad est di Linz[4].

Considerato impropriamente come semplice campo di lavoro, fu di fatto, fra tutti i campi nazisti, «il solo campo di concentramento classificato di "classe 3" (come campo di punizione e di annientamento attraverso il lavoro)»[5]. Vi si attuò lo sterminio soprattutto attraverso il lavoro forzato nella vicina cava di granito[6][7], e la consunzione per denutrizione e stenti, pur essendo presenti anche alcune piccole camere a gas[8].

Planimetria del campo di Mauthausen. In rosso e nero, rispettivamente, gli edifici e le murature ancora esistenti al 28 maggio 2010. A sinistra in alto, la cava di pietra con la Scala della morte.
Mappa dell'Austria con l'ubicazione del campo di Mauthausen e di alcuni dei suoi sottocampi.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Campo di concentramento di Gusen.
« Fortezza... Contemporaneamente fortino e acropoli, muraglie gigantesche. Granito e cemento armato dominanti il Danubio: strani in Iran oggi noi da non avere lavoro e...e solo sentiamo bugiardi parole sol esistono certi ...e altri diventano matti o morti e altri anche saranno così, Dio aiuta tutti anche noi e...speroni coperti da cappelli cinesi; fili spinati e porcellana intreccianti un'insuperabile rete elettrica di protezione. Sì! La più formidabile cittadella costruita sulla Terra dal Medio Evo. Mauthausen. Mauthausen in Austria. Mauthausen dai 155.000 morti. »
(Christian Bernadac 1977, p.18.)
Franz Ziereis, comandante di Mauthausen dal 1939 al 1945. Alcuni internati ricordano che ripetutamente diceva che «si interessava solo di vedere certificati di morte».[9]

Durante la prima guerra mondiale (1914 - 1918) gli austriaci aprirono un primo campo di concentramento per prigionieri di guerra a est di Mauthausen per lo sfruttamento della cava di Wiener-Graben, un granito usato per pavimentare le strade di Vienna. In esso, russi, serbi, italiani raggiunsero la ragguardevole cifra di 40.000 internati e circa 9.000 di loro vi persero la vita, tra i quali 1.759 prigionieri militari italiani che vi morirono di fame e stenti[10]. Un Cimitero di Guerra Internazionale è dedicato alla loro memoria[11].

Il lager nazista di Mauthausen[12] fu aperto l'8 agosto 1938. Albert Sauer, che ne fu il primo comandante, fu sostituito meno di un anno dopo, il 9 febbraio 1939, dal trentacinquenne SS-Sturmbannführer (maggiore) Franz Ziereis[6] che mantenne tale funzione fino al 5 maggio 1945 quando il campo fu liberato dal 41º Squadrone di ricognizione dell'11ª Divisione corazzata statunitense[13].

I primi ad arrivare furono 300 prigionieri da Dachau, che iniziano a costruire il campo e lo abitarono. All'apertura, ospitava 1.000 detenuti; in quasi sette anni di vita, furono rinchiusi oltre 200.000 prigionieri[14].

La guarnigione SS di Mauthausen è composta di poche centinaia di elementi nel 1938, 1.000 nel 1940, 5.900 nel 1945. Ziereis comincia ad addestrare le sue guardie a un comportamento disumano, emanando direttive più dure di quelle ufficiali[15]. Ziereis incita a torturare, e sevizia lui stesso, premia con medaglie, promozioni, licenze le SS che si sono distinte per la loro crudeltà. I riluttanti, quelli che non sono in sintonia con lo "spirito del lager" sono trasferiti altrove, spesso al fronte[16].

La Gestapo vi deporta subito circa 1.050 pregiudicati della malavita austriaca, prelevati da penitenziari e carceri. Costoro saranno soprannominati ironicamente "Club dei soci fondatori"[17]. Sono tra coloro che iniziano a trasportare le prime pietre, a costruire i primi baraccamenti e a recingerli di filo spinato, addestrati come futuri kapò. Coloro che sopravvissero fino al 3 maggio 1945 furono uccisi dalle SS assieme al Sonderkommando, ovvero il commando speciale addetto al Crematorio, e ai "portatori di segreti"[15], perché non parlassero.

Prigionieri di guerra russi appena giunti a Mauthausen (ottobre 1941).

Mauthausen, costruito con il granito della sottostante cava, era una estesa fortezza di pietra in uno stile vagamente orientale, tanto che l'ingresso principale al lager era chiamato dai prigionieri "La Porta mongola". La fortezza, di pianta rettangolare, era chiusa su tre lati da mura di pietra spesse due metri e alte fino a otto. Il lato del lager che non si riuscì a finire fu chiuso da un reticolato di filo spinato percorso da corrente elettrica ad alta tensione, luogo di numerosi suicidi[18]. Dal marzo 1940 Zereis viene affiancato dal nuovo vicecomandante, lo Schutzhaftlagerführer Georg Bachmayer, un bavarese che instaurò un regime brutale e di terrore tra i detenuti. Godeva nell'infliggere personalmente torture e morte; aveva due mastini napoletani addestrati a sbranare i prigionieri al suo comando; questa morte era chiamata dagli aguzzini "il bacio del cane".

Come gli altri campi di concentramento gestiti dalle SS, camuffati da campi di lavoro, internamento o rieducazione, Mauthausen venne utilizzato anch'esso come campo di sterminio, da attuarsi soprattutto attraverso il binomio lavoro forzato - denutrizione.

I deportati venivano alimentati con prodotti di esperimenti sulla nutrizione, ottenuti anche in laboratori chimici. Con un'albumina che esplodeva in laboratorio si preparava una salsiccia sintetica di sapore e odore simili a quella naturale; il pane era rinforzato con segatura fine, le zuppe con bucce di patate[19]; si parla anche di una misteriosa cenere aggiunta per dare corposità alla minestra.

A Mauthausen arrivavano antinazisti, intellettuali, "asociali", avversari politici, testimoni di Geova[20], ma anche Ebrei, omosessuali, "vite indegne", ovvero disabili, che furono assassinati nel Castello di Hartheim, criminali comuni, "irriducibili", persone di tutte le classi sociali provenienti da tutti quei paesi che la Germania nazista via via occupò durante la seconda guerra mondiale, giudicati pericolosi per la sicurezza del Reich. Gli Ebrei, fino a che non giunsero le marce della morte dal Campo di concentramento di Auschwitz e da altri campi, alloggiavano in una baracca chiamata "La baracca degli Ebrei", la peggiore assieme a quella dell'"Ordine K" o "Aktion K" e cioè i condannati al colpo alla nuca. Ebrei e italiani non potevano scrivere lettere[15][21].

Il campo era sorvegliato dalle brutali SS-Totenkopfverbände ("Unità teste di morto").[22]

Per sfruttare la manodopera coatta, Himmler volle fondare la Deutsche Erd - und Steinwerke GmbH (DEST), un'azienda di proprietà delle SS che gestiva le due cave di pietra di Mauthausen e Gusen, la Wiener-Graben e la Bettlelberg, messe a disposizione fin dal 1938 dal Comune di Vienna. Il lavoro forzato dei prigionieri doveva produrre i manufatti di pietra da impiegare per la costruzione del campo stesso e per la realizzazione dei vari progetti architettonici voluti da Hitler[23].

Le prime vittime di Mauthausen venivano cremate a Steyr finché il 5 maggio 1940 divenne operativo il primo dei tre forni crematori installati nel campo e fornito dalla ditta Kori di Berlino. Un secondo forno fu installato nel 1941 dalla J.A. Topf und Söhne, una ditta tedesca specializzata nella costruzione di sistemi di combustione e fornitrice di forni crematori ai maggiori lager nazisti.[24]. Il terzo forno, funzionante a olio combustibile, fu distrutto probabilmente nel 1945 quando le SS, prima di fuggire, tentarono di cancellare le tracce dei loro crimini.

Mauthausen cominciò a funzionare come "Fabbrica della Morte", con una cifra accertata di circa 128.000 vittime[25]. Doveva esser fatto continuamente posto per i continui numerosi arrivi di altri condannati a morte, cosicché al deportato non era concesso vivere oltre il limite massimo stabilito di qualche mese. Doveva morire dopo essersi letteralmente consumato, ridotto a uno scheletro vivente di qualche decina di chili di peso[26]. Nel sistema di sfruttamento - annientamento nulla era lasciato al caso. I forni crematori del campo avevano una bocca molto piccola, dimensionata per contenere gli scheletrici cadaveri delle vittime: detratto lo spessore della barella sulle carrucole, usata per introdurre i corpi, lo spazio restante della bocca era davvero assai esiguo. L'ingegneria nazista li progettò con la massima economia possibile per essere usati alla fine del ciclo di distruzione del prigioniero. Ciò consentiva una riduzione della dimensione dei forni, mirata a un grande risparmio sul tempo di cremazione e sulle spese di costruzione, di gestione e di combustibile.

Dal Bunker, la prigione del campo di Mauthausen, fuoriuscivano tre ciminiere: una in mattoni rossi presso l'angolo esterno sinistro, per chi guarda dal piazzale dell'appello; e due di colore bianco, di diversa dimensione, dal tetto. Erano i camini di tre impianti di cremazione (per un totale di cinque bocche di forno), dei quali oggi ne restano solo due; un terzo fu distrutto. Il crematorio era situato proprio sotto il Bunker, ma completamente separato da esso. Ex reclusi del Bunker testimoniarono nei processi ai nazisti del dopoguerra di aver udito, dalle loro celle, acute grida provenienti dal sotterraneo, in concomitanza del rumore delle porte dei forni che si aprivano e chiudevano, a testimonianza che le persone venivano introdotte ancora vive. A scovare i "maturi" per il crematorio, i cosiddetti Muselmann (musulmani) nel gergo dei lager (i deportati ridotti ad uno stadio di consunzione estrema che cadevano sfiniti in ginocchio con le mani in avanti come la tipica posa dei musulmani che pregano), provvedevano le continue e costanti selezioni e ispezioni del medico del campo, delle SS e dei kapò. Il deportato doveva essere soppresso normalmente quando era chiaro che era arrivato all'ultimo giorno di lavoro e aveva esaurito tutte le energie sfruttabili per il lavoro schiavo. Era vanto dei selezionatori il fatto di essere capaci di individuare il momento giusto per l'eliminazione. I "musulmani", una volta individuati, venivano immediatamente tratti fuori dalle file dei prigionieri e poi uccisi con iniezioni letali al cuore, o avviati al gas, o eliminati con uno dei tanti modi in uso nel lager. Al comandante del Lager, Franz Ziereis, piaceva accogliere i nuovi deportati sulla porta dell'inferno con questo laconico discorso: "Qui esiste solo l'entrata; l'unica uscita è dal camino del forno crematorio..."

Lo stesso comandante del campo regalò un fucile al figlio molto giovane, al compimento di un suo compleanno, ordinandogli di procedere alla esecuzione di alcuni prigionieri[27]

Il medico del campo, Kiesewetter, come già detto, usava eliminare i prigionieri inabili con iniezioni al cuore, a base di benzina, fenolo o altri derivati. Tale compito fu esteso ad altri medici, infermieri e persino ai Kapò, che lo effettuavano nella latrina del blocco. Il prigioniero veniva fatto sedere e gli venivano coperti gli occhi, perché non vedesse, con l'avambraccio sinistro, tenuto da un inserviente alle sue spalle, mentre il medico effettuava l'iniezione con una siringa con un ago grosso e molto lungo (la siringa è esposta nel Museo di Mauthausen). Dopodiché, nei pochi secondi prima che il veleno facesse effetto, la vittima doveva correre il più possibile, trascinata dall'inserviente ed essere gettata ad agonizzare sul mucchio di cadaveri fuori della baracca, mentre un altro prendeva il suo posto. Questa tecnica si svolgeva in pochissimo tempo, con una micidialità di centinaia di vittime al giorno. L'SS Dr. Richter operava i prigionieri, in qualsiasi condizione, sani o malati che fossero, e asportava parti di cervello, causandone la morte. Questo fu fatto a circa 1000 prigionieri. L'Obergruppenführer SS Pohl inviò centinaia di malati e prigionieri sfiniti nei boschi, lasciandoli morire di fame[28].

A volte, d'inverno, con temperature di -10 °C ed oltre, i prigionieri venivano lasciati nudi, all'aperto tutta la notte, continuamente irrorati con idranti d'acqua gelata. Erano massacri chiamati “Totbadeaktionen”, bagni di morte. Si dovevano eliminare le eccedenze che non trovavano posto nel campo. Si vedevano detenuti trasformati in statue di ghiaccio. Inoltre, guardie ubriache finivano i prigionieri con spranghe di ferro o asce o facevano sbranare dai cani i colpevoli di qualche infrazione al regolamento[29]. 2500 prigionieri provenienti da Auschwitz furono immersi nell'acqua calda e poi in quella fredda e furono obbligati a restare nudi all'aperto fino alla morte[28].

Veduta aerea dei campi di Gusen I e II. «Il Kommando di Gusen era diviso in tre campi separati». Gusen I era il più grande e l'unico con il Revier, l'ospedale; quindi Gusen II separato solo da un muro dal I, e Gusen III, il più piccolo[30]

Un detenuto che aveva disubbidito a un kapò fu costretto a mettere la testa in una latrina e i presenti a sedersi sopra di lui fino alla morte[15].

Nel 1940 venne aperto il Sottocampo di Gusen I a cinque chilometri di distanza, a cui seguirono Gusen II e Gusen III. Una lunga serie di sottocampi, tra i quali, Melk, Ebensee, Linz (I-II-III), Mödling, Loiblpass, saranno aperti di lì a poco. Bachmayer curò l'edificazione di Ebensee, il peggior sottocampo del lager, di cui fu il comandante.

Nel 1942 da Mauthausen furono inviati a Berlino cinquantadue chili di oro odontoiatrico ricavato dalle bocche delle sue vittime. Certamente l'oro espropriato a tutti i deportati all'arrivo doveva essere in quantità assai maggiore; vi sono testimonianze di militi delle SS che giravano nel campo con delle pinze pronti a strappare senza alcuna anestesia denti che potevano sembrare oro rivestito; diversi deportati rimasero senza denti.[senza fonte] Inoltre un'altra pratica comune a molti campi era quella che «gli uomini delle SS travestiti da medici pretendessero di "analizzare" le vittime prima di essere gasati. Il vero scopo della procedura serviva a segnare le vittime che avevano denti d'oro così che i loro cadaveri potessero poi essere messi da parte» per l'estrazione dei denti d'oro[31][32].[33]

Fino alla prima metà del 1943, Mauthausen rimase quasi esclusivamente un centro dove gli internati venivano sfruttati nelle sole imprese possedute e amministrate dalle SS; dopo tale periodo e sotto la pressione esterna di Albert Speer, il Ministro per gli Armamenti che aveva visitato Mauthausen e si era rivolto ad Himmler invitandolo "a un uso più ragionevole dei prigionieri", parte dei deportati fu impiegata anche per lo sforzo bellico nei maggiori centri industriali austriaci[34].

Mauthausen fu l'unico campo di concentramento classificato Lagerstufe III (Lager di III livello)[35] destinato, secondo una circolare inviata il 2 gennaio 1941 da Reinhard Heydrich ai lager dipendenti, a «detenuti contro i quali sono state mosse gravi accuse, in particolare coloro che abbiano subito condanne penali e nel contempo debbano considerarsi asociali cioè virtualmente impossibili da rieducare [...]». Di conseguenza tutti i deportati che giungevano a Mauthausen erano trattati come soggetti irrecuperabili, da distruggere psicofisicamente. Dopo una prima selezione, gli inabili al lavoro normalmente erano sottoposti al «trattamento speciale», erano cioè, destinati al gas con l'immissione diretta al crematorio. I rimanenti subivano, oltre l'espropriazione dei beni, la rasatura totale a zero, una doccia, e finivano immediatamente rinchiusi nei «blocchi di quarantena». Questi erano ideati al fine di disumanizzare e portare alla distruzione fisica e psichica dell'individuo con percosse e torture mentali. Con il processo di spersonalizzazione il prigioniero cessava di essere un uomo e di avere un nome, per diventare semplicemente uno «stücke», un «pezzo», identificato unicamente dal suo numero tatuato. Il deportato, così ridotto in schiavitù, era pronto a prendere il posto lasciato da un prigioniero appena morto, nel sistema del ricambio continuo di manodopera. A sua volta era avviato alla morte per sfinimento fisico tramite denutrizione associata al massacrante lavoro forzato; quando poi non cadeva prima, ucciso dalla violenza del lager, scatenata dalla concezione nazista di padronanza assoluta sulla vita dell'uomo, meritevole di morte perché considerato di razza inferiore, oppositore politico, diverso, un asociale o di «vita indegna» di essere vissuta. La pena per la disubbidienza o il sabotaggio era la morte lenta e dolorosa[36]. Durante i primi giorni di quarantena, gli Häftlinge dovevano imparare a togliersi e rimettersi il berretto a scatto, per prepararsi quando in seguito sarebbero passate le SS[15]. Fino all'inizio del 1940 la maggior parte degli internati era rappresentata da socialisti, omosessuali[37] e rom tedeschi; però a partire da quella data iniziò a essere trasferito a Mauthausen-Gusen anche un gran numero di polacchi, essenzialmente artisti, scienziati, esponenti dello scautismo, insegnanti e professori universitari. Tra l'estate 1940 e la fine 1941 più di 7.000 repubblicani spagnoli esuli vennero trasferiti dai campi destinati ai prigionieri di guerra[38]. Coloro che sopravvissero il 5 maggio erano quasi solamente kapò o prigionieri privilegiati.

Alla fine del 1941 fu invece la volta dei prigionieri di guerra sovietici: il primo gruppo venne immediatamente soppresso nelle camere a gas appena installate. Precedentemente, e fino al 1944, i prigionieri venivano trasferiti al Castello di Hartheim, un centro della Aktion T4 per lo sterminio degli inabili e disabili aperto il 1º settembre 1939 con annessa camera a gas e crematorio; ma soprattutto ai deportati veniva applicata la "Aktion 14 F 13" che prevedeva l'eliminazione nei centri di eutanasia specificatamente dei detenuti dei campi di concentramento così debilitati da essere oramai inutili al lavoro o dei cosiddetti "asociali". — Qui circa 5000 prigionieri di Mauthausen-Gusen trovarono la morte; molti furono usati come cavie umane per esperimenti chirurgici nella sala operatoria del Castello. Nessuno sopravvisse. Ai prigionieri, che vi venivano inviati, si diceva che andavano in "Sanatorio". A Hartheim vennero inviati anche oltre 3000 prigionieri da Dachau e vari dal sottocampo di Ebensee.

Nel 1944 giunse un gran numero di ebrei ungheresi e olandesi, molti dei quali morirono ben presto a causa del duro lavoro e delle pessime condizioni di vita, oppure ancora perché costretti a gettarsi dai dirupi delle cave di Mauthausen[39].

Durante gli ultimi mesi della seconda guerra mondiale più di 20.000 prigionieri provenienti dagli altri campi di concentramento evacuati vennero trasferiti nel complesso di Mauthausen. Nel mese di aprile del 1945 le SS iniziano la distruzione dei documenti e lo sterminio totale dei prigionieri. Secondo ordini precisi del Reichsminister Himmler e dell'Obergruppenführer SS Kaltenbrunner al comandante del campo Ziereis, Mauthausen e Gusen devono scomparire, prigionieri inclusi.[40]

Non ci sono più altri lager o centri dove evacuare i detenuti raggiungendoli con trasferimenti detti "Marce della morte" poiché la Germania è completamente occupata. Nel mese di aprile, le SS continuano la eliminazione a ritmo continuo; i forni crematori non riescono a incenerire tutti i cadaveri e si deve ricorrere anche allo scavo di grandi fosse comuni esterne. Dopo la fine della guerra in queste fosse furono rinvenuti 10.000 cadaveri. Si devono uccidere tutti i deportati, senza eccezione alcuna. Dal Revier, l'ospedale del campo prelevano 3000 deportati esausti, li portano nel campo 3 e da lì, insieme ad altri selezionati, a gruppi di centoventi-centocinquanta nella camera a gas. I prigionieri dal campo 3 vengono condotti alla camera a gas allettati con promesse di cibo e, se pur affamati, rovesciano le marmitte. Costretti in gruppi di 60-80 uomini per volta, stipati nella piccola camera a gas vengono soffocati con lo Zyklon B, mentre gli altri condannati aspettano fuori il loro turno anche per ore[41].

La capienza della camera a gas però è troppo esigua per far fronte a un tale sterminio di massa e i centri di sterminio esterni come il Castello di Hartheim sono stati distrutti. Mauthausen, come altri lager, non era stato progettato con grandi camere a gas, non ne aveva bisogno, basando l'eliminazione sul lavoro, oltre alle malattie e la fame e modi di eliminazione vari (vedi metodologie di sterminio). Le camere a gas del campo erano usate per le esecuzioni di "indesiderabili", per i deportati inabili appena arrivati o eccedenze fisicamente ridotte alla fine, selezionate per far posto a manodopera nuova.

Era in progetto di ammassare tutti i deportati nelle gallerie di Gusen ed Ebensee e farle poi saltare con dinamite a forte potenziale esplosivo. Due gallerie di Gusen erano state già minate allo scopo di uccidere le numerose migliaia di deportati che le camere a gas non riuscivano a eliminare[40]. Alla fine di aprile ormai il III Reich è crollato, Hitler stesso è morto. Ordini contrastanti, diserzioni delle SS e crolli improvvisi del fronte rendono l'ordine di Himmler di sterminio totale difficile da attuarsi; inoltre, l'intervento della Croce Rossa e la rivolta organizzata dal Comitato clandestino internazionale dei deportati scongiureranno il massacro totale.

Contemporaneamente le SS riducono tutte le razioni di cibo, il pane scompare e migliaia di prigionieri muoiono di fame. A liberazione avvenuta si scopriranno magazzini ricolmi di viveri e scorte immense di patate.

Il 1º maggio la radio diffonde la notizia ufficiale della morte di Hitler, ma le SS continuano a gassare. Il 3 maggio i prigionieri notano che i crematori sono spenti e al posto delle SS, che intanto si sono date alla fuga, sulle garitte vi sono poliziotti della gendarmeria locale. Prima di fuggire hanno bruciato i registri del campo e ucciso gli uomini del Sonderkommando, il commando speciale addetto ai forni crematori[42], nel tentativo di cancellare le tracce dei loro crimini[41].

Il lager di Mauthausen, il sabato del 5 maggio 1945, fu raggiunto dalle avanguardie della 3ª Armata americana, che entrano dalla Porta mongola. Fu l'ultimo dei principali campi nazisti a essere liberato[43].

Il 5 maggio 1945 i carri dell'11ª Divisione corazzata USA entrano nel campo di concentramento di Mauthausen dalla "Porta mongola".

La popolazione di Mauthausen era in stragrande maggioranza formata da ragazzi, seppur ormai ridotti in condizioni terminali. Le precarie condizioni fisiche dei sopravvissuti portarono a un'alta mortalità anche dopo la liberazione, a causa dello stato di denutrizione e debolezza, non sempre affrontate con adeguate terapie e profilassi di riabilitazione fisica e alimentare dalle truppe alleate, impreparate a questa emergenza[44]. Larghi squarci sono aperti sul reticolato di filo spinato ormai senza più corrente elettrica e i deportati escono, finalmente liberi, a cercare cibo, parenti o amici sopravvissuti nel vicino lager di Gusen. Si formano squadre di prigionieri armate a cercare le SS fuggitive[41].

Brutta sorte ebbero diverse guardie SS che, dopo essere fuggite, furono ricatturate dai prigionieri; riportate al lager, furono linciate dalla popolazione del campo. Il Pappalettera, testimone oculare, racconta che di alcuni di loro non rimase che una traccia fisionomica sul terreno. Furono riaccesi i forni crematori per rappresaglia a massacratori come "il Negro", che uccideva i prigionieri fischiettando. Si dice che alcune guardie furono gettate vive nei forni.

Le truppe del generale Patton entrando a Mauthausen trovano cataste di morti, 16.000 deportati vivi, dei quali circa 3000 muoiono di stenti subito dopo la liberazione; altre migliaia, invece, dopo alcuni mesi, nonostante le cure. Gli americani, oltre a prestare vettovagliamento e cure per gli ex prigionieri, incendiano il Revier, focolaio di epidemie, e usano il nuovo DDT per disinfettarli dai numerosi parassiti.

Il comandante del campo Ziereis muore a Gusen il 25 maggio 1945, in conseguenza delle ferite riportate durante la cattura dagli americani. Rilascerà una deposizione in cui tenta di scagionarsi dalle sue responsabilità dicendo di aver ubbidito a ordini superiori, incolpando Himmler, Kaltenbrunner, Heydrich, Polh, Glucks e altri graduati SS "... quelli di Berlino", nonostante avesse organizzato metodi per i massacri e le uccisioni e spesso ironizzato sugli atti di crudeltà, come confermano i nomi dati ai sistemi di eliminazione. Il "Muro del pianto", l'operazione Kugel Erlass ("decreto pallottola"), il "Muro dei paracadutisti", il messaggio di "benvenuto" che personalmente dava ai nuovi arrivati indicando il camino del crematorio come unica uscita dal lager, la "raccolta dei lamponi" (vedi metodi di sterminio) furono alcune delle sue meschine invenzioni. Non fu mai rimosso dal suo incarico, ma apprezzato da Himmler; anzi, il 20 aprile 1944 fu promosso SS-Standartenführer per "meriti speciali".

Si arricchì con il bottino rubato ai prigionieri tanto da potersi permettere anche di comprare un piccolo aeroplano personale.[senza fonte] Le sue ultime parole furono "Non sono un uomo malvagio!".

Il suo corpo fu appeso dagli ex prigionieri sul filo spinato di una recinzione del campo di Gusen, «oramai priva di corrente elettrica»[45]. Dopo la liberazione alleata, il controllo del campo passò quasi subito dalle mani statunitensi a quelle sovietiche (l'Austria sarà infatti divisa in sfere d'influenza, analogamente alla Germania, fino al 1955) che ne fecero per un breve periodo anche una caserma prima di riconsegnarlo alle autorità austriache, il 20 giugno 1947, dietro la garanzia di farne un luogo di commemorazione. Dal 1949 il campo divenne quindi "Monumento pubblico di Mauthausen", sorsero i primi monumenti commemorativi e fu reso accessibile al pubblico.[46]

Il 16 maggio 1945, in occasione del rimpatrio del primo contingente di deportati, quello sovietico, si tenne sul piazzale dell'appello una grande manifestazione antinazista, al termine della quale fu approvato il testo di questo appello, noto come il "Giuramento di Mauthausen"

« Si aprono le porte di uno dei campi peggiori e più insanguinati: quello di Mauthausen. Stiamo per ritornare nei nostri paesi liberati dal fascismo, sparsi in tutte le direzioni. I detenuti liberi, ancora ieri minacciati di morte dalle mani dei boia della bestia nazista, ringraziano dal più profondo del loro cuore per l'avvenuta liberazione le vittoriose nazioni alleate, e salutano tutti i popoli con il grido della libertà riconquistata. La pluriennale permanenza nel campo ha rafforzato in noi la consapevolezza del valore della fratellanza tra i popoli.

Fedeli a questi ideali giuriamo di continuare a combattere, solidali e uniti, contro l'imperialismo e contro l'istigazione tra i popoli. Così come con gli sforzi comuni di tutti i popoli il mondo ha saputo liberarsi dalla minaccia della prepotenza hitleriana, dobbiamo considerare la libertà conseguita con la lotta come un bene comune di tutti i popoli. La pace e la libertà sono garanti della felicità dei popoli, e la ricostruzione del mondo su nuove basi di giustizia sociale e nazionale è la sola via per la collaborazione pacifica tra stati e popoli. Dopo aver conseguito l'agognata nostra libertà e dopo che i nostri paesi sono riusciti a liberarsi con la lotta, vogliamo:

conservare nella nostra memoria la solidarietà internazionale del campo e trarne i dovuti insegnamenti;

percorrere una strada comune: quella della libertà indispensabile di tutti i popoli, del rispetto reciproco, della collaborazione nella grande opera di costruzione di un mondo nuovo, libero, giusto per tutti;

ricorderemo sempre quanti cruenti sacrifici la conquista di questo nuovo mondo è costata a tutte le nazioni.

Nel ricordo del sangue versato da tutti i popoli, nel ricordo dei milioni di fratelli assassinati dal nazifascismo, giuriamo di non abbandonare mai questa strada. Vogliamo erigere il più bel monumento che si possa dedicare ai soldati caduti per la libertà sulle basi sicure della comunità internazionale: il mondo degli uomini liberi!

Ci rivolgiamo al mondo intero, gridando: aiutateci in questa opera!

Evviva la solidarietà internazionale!

Evviva la libertà! »

Sistema di codifica dei contrassegni dei prigionieri[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Simboli dei campi di concentramento nazisti.
Tabella dei contrassegni diramata nel 1940 e nel 1941 a tutti i comandanti dei KL[47]

I simboli dei campi di concentramento nazisti, principalmente colori, lettere, numeri, facevano parte di un sistema semiologico di classificazione dei prigionieri[48].I simboli erano in stoffa, affibbiati sulla divisa, definita dai prigionieri Zebra a causa delle strisce chiare e scure alternate[49]. Nel lager di Mauthausen vigeva il seguente utilizzo dei contrassegni identificativi degli internati:

  • un triangolo di colore rosso identificava i prigionieri politici. Erano denominati Roter secondo la lingua del lager di Mauthausen[49];
  • un triangolo blu identificava i prigionieri politici spagnoli[47][50];
  • un triangolo di colore nero identificava i cosiddetti "asociali", Asoziale. Erano denominati Aso secondo la lingua del lager di Mauthausen[49];
  • un triangolo di colore marrone, fra il 1938 e il 1940, identificava i prigionieri zingari. Erano denominati Brauner secondo la lingua del lager di Mauthausen[49];
  • un triangolo di colore viola identificava i testimoni di Geova, i "ricercatori della Bibbia", Bibelforscher[48][51][52][53];
  • un triangolo di colore rosa identificava i prigionieri omosessuali[54][55], internati sulla base del Paragrafo 175. Erano denominati Rosaroter, secondo la lingua del lager di Mauthausen[49];
  • una Stella di David formata da due triangoli, uno giallo e uno rosso, appositamente sovrapposti, identificava gli ebrei[47];
  • un triangolo verde identificava i criminali;
  • un rettangolo posto sotto il triangolo indicava i prigionieri recidivi, Ruckfällige[56];
  • determinate lettere utilizzate all'interno dei triangoli indicavano il paese di origine:
    B (Belgier, belga), F (Franzosen, francese), I (Italiener, italiano), J (Jugoslawen, jugoslavo), N (Niederländer, olandese), P (Polen, polacco), S (Spaniern, spagnolo) T (Tschechen, ceco), U (Ungarn, ungherese)[56]. Tedeschi, austriaci, lussemburghesi non avevano alcuna lettera riferita alla nazionalità[47];
  • la sigla SU contrassegnava i prigionieri di guerra sovietici[47];
  • un disco nero, posto tra il vertice inferiore del triangolo e il numero di matricola, contrassegnava i prigionieri assegnati alle compagnie di disciplina, Strafkompanie, condannati a una colonia penale per aver commesso infrazioni disciplinari[57];
  • un disco bianco-rosso, weiss-rote Zielscheibe[58], posto sotto il numero di matricola e sulla divisa all'altezza della schiena[47], contrassegnava i prigionieri sospetti di fuga, Fluchtverdacht[59];
  • i numeri di matricola attribuiti ai prigionieri, Häftlingsnummer, che sostituivano il nominativo degli internati, erano affibbiati sulla divisa, scritti in nero su stoffa bianca, posti all'altezza del cuore e al centro della coscia destra, talvolta riportati su una placchetta di latta da portare al collo o al polso[47].

Caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

Mauthausen era detto il "campo madre", Mutterlager, o più propriamente Stammlager, [60] di un gruppo di quarantanove[61] cosiddetti "sottocampi" satelliti, sparsi in tutta l'Austria. In questo complesso era reclusa la manodopera-schiava, che era stata in primis deportata nei blocchi di quarantena di Mauthausen, dove avveniva la violenta spersonalizzazione dell'individuo, e da lì selezionata per il lavoro forzato nel campo principale e in quello dei 49 Kommandos o sottocampi.

Mauthausen fu gestito dal comandante Ziereis e del suo vice, Bachmayer, che ne fecero uno dei più spietati lager. Considerato Lager di punizione 3 per oppositori "irrecuperabili", la disciplina fu particolarmente dura anche in confronto ad altri campi, con il sistematico uso della tortura e dell'annichilimento psicofisico. I dati su Mauthausen sono fortemente incompleti, poiché i testimoni non sopravvissero ed a causa della distruzione dei documenti.

Mauthausen non possiede enormi camere a gas, né strumenti particolari per l'eccidio di massa e apparentemente può sembrare un campo di lavoro forzato; ma invece lo sterminio era attuato appositamente e scientificamente mediante il lavoro stesso. La fame, l'esaurimento fisico e le epidemie arrivarono ad uccidere migliaia di persone al giorno, rimpiazzate continuamente dai nuovi arrivi, onde permettere il mantenimento della produttività e redditività del lager. Si contarono dai 122.000 ai 155.000 morti, decessi avvenuti specialmente nei campi satelliti di Mauthausen[62].

L'estesa fortezza rettangolare di Mauthausen era dotata di due grandi ingressi. Il primo, quello principale, era sormontato da una enorme aquila nazista demolita nel 1945 alla Liberazione dagli ex prigionieri; prima di entrare, sulla sinistra in basso, si vede ancora la grande piscina per le SS.

Questa porta dava ingresso al complesso del lager, formato dal lager di prigionia vero e proprio, le baracche delle SS, l'ospedale del campo o Revier (bruciato dagli americani nel '45), il Campo dei russi e la sottostante cava di granito.

Il secondo ingresso, chiamato dai prigionieri la "Porta mongola" probabilmente per il suo stile asiatico e anche per differirla dall'altra, dava accesso all'area riservata ai prigionieri. Entrando ci si trovava di fronte ad uno sconfinato piazzale, denominato Piazzale dell'appello (Appellplatz), delineato a destra da edifici in muratura e sulla sinistra le baracche dei vari campi che suddividevano il lager. Nelle baracche vi erano letti a castello a tre piani, dove dormivano due detenuti per piano; i letti a castello sono stati ridotti a due piani, per una legge del 1950, sull'ammodermamento dei campi[63]. Il primo degli edifici a destra era costituito dallo stabilimento bagni, il Washraum, dotato di enorme sala dove si radevano totalmente e si sottoponevano a doccia i deportati appena arrivati.

Prima di questo vi era il "Muro del pianto", sarcastico richiamo a quello sacro di Gerusalemme, dove i deportati subivano le prime violenze dalle SS. Era situato immediatamente a destra di chi entrava, oggi ricoperto di lapidi commemorative. Qui i deportati appena arrivati subivano le prime bastonature se si opponevano all'espropriazione di tutti i loro beni. Orologi, anelli, valute e preziosi di ogni tipo dovevano essere gettati in una buca indicata loro dalle SS.

Si ricevevano bastonate pure se si tentava di nascondere le foto dei propri cari; le foto erano tassativamente proibite dal regolamento: era il primo atto della spersonalizzazione del deportato.

Qui si portavano anche i prigionieri da punire, incatenandoli a dei ferri fissi nel muro e massacrati di botte senza pietà. Lasciati legati e sanguinanti la notte, a volte venivano fatti sbranare dai cani delle SS che tornavano ubriachi al campo[63].

Annessa allo stabilimento bagni vi era la grande lavanderia poi seguita dall'edificio più sorvegliato del campo, le cucine.

Tra le cucine e il Bunker successivo, vi erano il passaggio e il cancello che portava alla camera a gas e al crematorio. Qui, nudi con un asciugamano sulle spalle (convinti di effettuare solo una doccia), i detenuti selezionati per l'eliminazione facevano la fila, a volte per ore, aspettando il loro turno per entrare nella camera a gas.

Il Bunker era la prigione del campo costituito da numerose celle; era il luogo ove più di tutti si torturava in tutte le forme possibili. Vi si svolgevano interrogatori, esecuzioni e processi sommari.

Nel sotterraneo del Bunker vi era il Krematorium e una piccola camera a gas camuffata da sala docce. Questa camera era vicinissima ai forni, appena qualche metro come ancora si nota, ben visibili dai condannati che andavano alle camere a gas.

Ultimo edificio a destra era la nuova infermeria (oggi sede del Museo di Mauthausen) collegata direttamente al crematorio da un passaggio sotterraneo, collegamento che ben testimonia il reale uso di questo passaggio.

A sinistra tra i vari blocchi vi era il "Blocco della morte", dove prigionieri erano condannati alla fine per inedia, senza mangiare e bere: la morte più temuta nel campo. Un altro dei tanti metodi di sterminio quali la "Scala della morte" e il "Muro dei paracadutisti" della cava[64].


La "Scala della morte" e il "Muro dei paracadutisti"[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi I 186 gradini - Mauthausen.
La Scala della morte. Gli internati, nella tipica fila per cinque imposta nei lager, salgono sulla scala, con dei massi caricati sulle spalle, facendo contemporaneamente un passo alla volta tutti insieme, per il necessario equilibrio della schiera sulla ripida scalinata di 186 gradini
« Nell'ultimo tratto della strada tra l'ingresso del campo e i primi gradini della scala che scendeva nel baratro della cava, c'era una discesa assai ripida. Questa, in inverno, era spaventosa perché il terreno gelato assomigliava a una pista di pattinaggio e le suole di legno degli zoccoli, sul ghiaccio, sembravano lamine di pattini. Le numerose scivolate erano drammatiche poiché, nella confusione generale, alcuni perdevano l'equilibrio e cadevano verso sinistra, cioè verso il precipizio, e la voragine della cava li inghottiva dopo una caduta verticale di cinquanta o sessanta metri; invece, quelli che partivano in scivolata verso destra, oltrepassavano la zona proibita e i tiratori scelti aprivano il fuoco su quei fuggiaschi. »
(Christian Bernadac, I 186 gradini - Mauthausen, pag.10, op.cit.)
« [....] e c’era una scalinata con centottantasei gradini. Scavati nella pietra! Si andava su e giù per 'sta scalinata. In fila per cinque. Si arrivava giù, si prendeva una pietra ciascuno. Si aspettava che tutti fossero in fila, poi si tornava su, tutti in fila insieme, con le pietre. Bisognava stare attenti di prendersi una pietra che non fosse troppo piccola, perché se vedevano te ne davano poi una grossa. E quella non riuscivi neanche a sollevarla! Così ci lasciavi la pelle a suon di bastonate. Su e giù da ‘sta scalinata. Quando uno cadeva non si alzava più. Quella era la cava di pietre, centottantasei gradini. »
(René Mattalia - matricola 82423[65])

In totale si stima che il numero di prigionieri che transitò a Mauthausen e in tutti i suoi sotto-campi sia stato di oltre 200.000, molti dei quali furono impegnati nel lavoro alle cave di pietra, usate perlopiù come kommandos di punizione verso deportati indisciplinati o "irriducibili".

Un giorno, durante una sua visita alla cava, Himmler ordinò di caricare una pietra di 45 chili sulle spalle di un deportato e di farlo correre fino a che morisse. Osservò l'agonia del detenuto, quanto tempo ci mise a spirare e trovò che questo metodo si era mostrato "efficace", e così Himmler ordinò di costituire una compagnia di disciplina che utilizzasse questo metodo di eliminazione; dei detenuti che cadevano morti sfiniti si scriveva successivamente sui registri del campo: "uccisi durante un tentativo di fuga".[40]

Nella cava di Mauthausen, la Wiener-Graben, si estraeva il "granito viennese" che poi veniva tagliato, sempre nella cava, in blocchi squadrati da costruzione. Il lager di Mauthausen fu edificato trasportando a mano centinaia di migliaia di queste pietre sulla lunga via che collegava la cava al campo, situato in cima ad una collina adiacente; quella strada era chiamata Blutstrasse, la "Via di sangue".

Migliaia di detenuti caddero sfiniti e morirono durante la costruzione della fortezza, recinta su 3 lati da un muraglione largo 2 metri e alto, in alcuni punti, fino a 8 metri.

Il primo tratto di collegamento tra la cava e il lager era un'altissima scala in pietra di 186 gradini che, superando un dislivello di 50-55 metri si raccordava in cima alla cava con la lunga strada che portava al campo, nota come la "Scala della morte".

1941: Heinrich Himmler, visita le cave di pietra di Mauthausen, accompagnato da Franz Ziereis il comandante del campo: anche Himmler volle salire i gradini della "Scala della morte"

Raggiunta la strada vi era, sulla destra di chi saliva, un vertiginoso abisso formato da una parete verticale di roccia, senza alcun parapetto di protezione; era chiamato il "Muro dei paracadutisti" con sarcasmo macabro dagli aguzzini, dove i paracadutisti altri non erano che gli sventurati di turno che vi venivano precipitati e le pietre che avevano portato fin lassù, il loro ironico "paracadute".

Le SS vi gettavano sovente i detenuti che avevano portato su una pietra, secondo loro, giudicata troppo piccola; questo per le SS era considerato sabotaggio e il "lavativo" soprannominato paracadutista, punibile con la morte. Vi gettavano anche i deportati che vedevano nello stadio finale di logoramento fisico; alle SS bisognava sempre dimostrare di poter lavorare almeno per un giorno in più, se non si voleva finire subito al crematorio.

Una volta, racconta il Pappalettera nel suo libro Tu passerai per il camino, un prigioniero morì bene; si abbracciò ad una SS precipitandosi con lei nel baratro. Da allora le guardie controllarono la salita dei reclusi dall'altro lato.

I prigionieri, già esili e denutriti, dovevano trasportare grossi blocchi di pietra, pesanti fino a 50 chilogrammi con zaini di legno legati alle spalle, sopra i 186 scalini di questa Scala, ben sapendo che semmai fossero arrivati sopra, li attendeva l'incognita delle SS del Muro dei paracadutisti; si organizzavano grosse schiere di deportati caricati di tali massi che salivano in processione la scala in un equilibrio precario e assai critico, dove un passo falso voleva dire scatenare un tragico domino di sassi, sangue e morte.

Spesso la scala era usata come strumento di sterminio. Si avvertivano le guardie che serviva un certo numero di morti per il crematorio (la mortalità dei campi era tenuta sotto controllo costantemente dal potere centrale a seconda delle esigenze di spazio per nuovi arrivi) e allora le guardie spingevano giù i primi prigionieri che avevano raggiunto la sommità dalla scala; quelli cadevano all'indietro con le pietre trasportate colpendo le file di deportati che seguivano e quelli a loro volta le file successive e così via, in un massacro di birilli umani; la scala, raccontano testimoni, si tingeva di rosso del sangue delle vittime.

Eppure anche veri paracadutisti vi trovarono la morte. Vincenzo e Luigi Pappalettera nel loro quaderno Mauthausen, Golgota dei deportati scrivono:

"Il «Kugel Erlass» (decreto pallottola) prescrive che i paracadutisti alleati, i cosiddetti lavoratori liberi che disertano il lavoro e i militari che fuggono dai campi di concentramento devono essere mandati a Mauthausen per essere uccisi con un colpo alla nuca.

Il 5 settembre 1944 portano a Mauthausen 47 paracadutisti olandesi, inglesi e americani che avevano tentato la fuga. Ebbene, Ziereis non obbedisce a questo già feroce regolamento, che contravviene gli accordi di Ginevra: raduna i 47 prigionieri sull'Appelplatz, li fa radere e ne rade uno egli stesso provocandogli vaste ferite. Poi fa scrivere sul loro petto il numero di matricola, cerca ogni pretesto per picchiarli, li schernisce, dicendo che tra poco faranno di nuovo i paracadutisti. Le vittime non sanno ciò che Ziereis ha in mente. Il suo fido vice, il capitano Bachmayer, aizza il cane «Lord» contro un giovane dal portamento vigoroso che perde i sensi per un profondo morso all'avambraccio destro. Poi, Ziereis ordina alle SS ed ai kapò di portare i paracadutisti alla cava. Invita ufficiali e sottufficiali SS e le loro mogli ad assistere al macabro spettacolo. I paracadutisti a piedi nudi sono costretti a trasportare pesanti macigni su per la scala della morte, incitati a far presto con calci negli stinchi e bastonate. In cima al 186 scalini devono scaricare le pietre e correre giù a prenderne altre. Sono uccisi tutti durante quel pomeriggio e il mattino successivo. Chi a fucilate dalle SS che si divertono a vedere rotolare giù l'uomo colpito e la sua pietra per constatare quante altre cadute provoca: un tragico gioco ai birilli umani; chi è gettato nel baratro dal «muro dei paracadutisti», chi cade stremato. Alcuni prigionieri affrettano la propria fine correndo verso le sentinelle per essere fucilati. Uno di loro, per porre fine a quella disumana sofferenza grida: «Sentinella, spara. Sono un ufficiale, mira diritto al cuore»".

Il campo femminile[modifica | modifica wikitesto]

La fuga del "Blocco 20"

All'interno del campo erano presenti trenta blocchi ma ce ne fu anche uno speciale, il "Blocco 20". Secondo la testimonianza di Giuliano Pajetta, un antifascista italiano, questo blocco era separato dagli altri ed era predisposto per ospitare 500 persone che divennero in un dato momento anche 2000. La maggioranza dei reclusi era di cittadinanza sovietica e viveva in condizioni persino peggiori degli altri internati nel campo. La sopravvivenza era praticamente impossibile: la razione era la metà, i prigionieri non disponevano nemmeno di una scodella e di un cucchiaio ed ogni mattina "ammucchiati" al di fuori del muro esterno si vedevano trenta, quaranta cadaveri. Nella notte tra il 31 gennaio ed il 1º febbraio 1945 un gruppo di paracadutisti russi e slovacchi appena internati si rese conto di ciò e decise quantomeno di tentare una fuga approfittando di un'abbondante nevicata che aveva colpito il campo. I reclusi spalarono la neve accumulandola ai bordi delle mura del blocco, prepararono armi improvvisate usando pezzi di legno e maniglie e sacchetti pieni di pietre e ghiaccio. Intorno alla mezzanotte, al grido Urrà, assalirono le guardie sottraendo anche alcune armi e scavalcarono le mura scappando per le campagne circostanti. Tuttavia le precarie condizioni fisiche impedirono a molti di andare lontano, venendo così ricatturati dai nazisti ed ammazzati come cani.[66]
In seguito si è saputo che questa baracca serviva inizialmente come infermeria e che nei primi mesi del 1944 divenne luogo di detenzione prevalentemente degli ufficiali sovietici deportati per essere eliminati o per prigionieri ricatturati dopo tentate evasioni. I deportati qui non erano registrati (né con nome né con numero) e venivano chiamati genericamente prigionieri K (da Kugel, pallottola, per via della loro prevista condanna a morte per mezzo di colpo di pistola alla nuca, anche se in realtà la maggior parte morì per fame). Il suddetto tentativo di fuga fu seguito da quella che le SS chiameranno la "Caccia al coniglio del Mühlviertel" (con la partecipazione della popolazione locale), che durò tre settimane. Evasero circa 500 internati, quasi tutti furono ricatturati e giustiziati sul posto o morirono di stenti nel tentativo di fuga. Tuttavia oltre una decina di essi riuscì a scappare con successo riacquistando la libertà, grazie anche all'aiuto di alcuni coraggiosi contadini delle campagne austriache che offrirono un riparo.[67][68]

Nel settembre 1944 venne aperto anche un campo femminile, con il primo trasporto di donne provenienti da Auschwitz; altri trasporti, con donne e bambini, giunsero a Mauthausen dagli altri campi di Ravensbrück, Bergen Belsen, Gross Rosen, e Buchenwald.

Appellplatz (Piazzale dell'appello) di Mauthausen. Sullo sfondo la "Porta mongola" e a sinistra il "Bunker" con le prigioni del campo e il crematorio nel sotterraneo.

Oltre al trasporto delle prigioniere, giunsero a Mauthausen anche diverse guardie donne, delle quali almeno venti servirono nel campo centrale, e altre sessanta nell'intero complesso, e in particolar modo nei sottocampi di Hirtenberg, Lenzing (il più grande sottocampo in Austria), e St. Lambrecht. Il comandante del reparto femminile di Mauthausen fu inizialmente Margarete Freinberger, sostituita poi da Jane Bernigau.

Di tutte le guardie donne che servirono a Mauthausen, la maggior parte di loro fu reclutata tra il settembre e il novembre 1944 dalle città e dai villaggi austriaci; una di esse proveniva da Schwertberg, un piccolo villaggio distante pochi chilometri dal campo di concentramento di Mauthausen: Edda Scheer, che lavorava in una fabbrica a Hirtenberg, fu reclutata forzatamente nel settembre 1944 e inviata a Ravensbrück per seguire l'addestramento come Aufseherin: la sua ferocia stupì persino le SS.

Poco tempo dopo fu inviata al sottocampo di Hirtenberg presso Vienna; ma dopo l'evacuazione delle SS nell'aprile del 1945, Edda venne destinata a Mauthausen. Dopo la guerra dichiarò, circa il campo di Mauthausen: «Di tanto in tanto [noi] trasportavamo un prigioniero al forno crematorio perché un morto è sempre un morto». Non fu mai punita per i suoi crimini. Secondo alcune fonti anche Hildegard Lachert servì a Mauthausen.

Vita e morte nel lager[modifica | modifica wikitesto]

« Dato che lo scopo di questo decreto è quello di lasciare parenti, amici e conoscenti all'oscuro della sorte dei detenuti, questi ultimi non devono avere nessun contatto col mondo esterno. Non è quindi loro permesso né di scrivere né di ricevere lettere, pacchi o riviste. Non devono essere date informazioni di sorte sui detenuti a uffici esterni. in caso di morte, i parenti non devono essere informati, fino a nuovo ordine »
(Berlino 4 agosto 1942 - Estratto del Decreto Nacht und Nebel (Notte e Nebbia) a uso dei campi di concentramento - f.to dottor Hoffmann[69][70])

La giornata lavorativa[modifica | modifica wikitesto]

Appena giunti al campo ai nuovi arrivati subivano le minacce delle SS: "Siete venuti qui per morire... tra quanto dipenderà da voi! Comportatevi bene o andrete subito in crematorio!" Dicevano indicando con il bastone il fumo nero che usciva dai camini dei forni. Poi subivano l'esproprio dei beni e chiunque cercava di conservare un bene prezioso o solo una foto veniva bastonato a volte anche a morte. Rasati in ogni parte del corpo, indossate le divise da prigioniero, diventavano solo un numero cessando di essere considerati normali esseri umani ma solo "pezzi".

Chiusi nei blocchi di quarantena, i deportati erano sottoposti ad un regime di violenza dura, dove si piegava loro ogni volontà di ribellione possibile e poi avviati, al lavoro schiavo per il Terzo Reich.

La sveglia era alle 5, un surrogato di caffè senza zucchero come prima colazione; alle 12 una zuppa di verdure essiccate e di rape cotte nell'acqua, la sera circa 30 grammi di pane con un cucchiaino di margarina o di ricotta o una sottile fettina di salame. In tutto circa 1000 calorie al giorno al posto delle 3000 necessarie[71].

« Le fiamme che escono dai camini, riverberano intorno per chilometri durante la notte e il vento porta lontano il lezzo acre di carne bruciata. Quanto si può resistere? Due mesi, tre mesi? Calcoli inutili. A Mauthausen non esiste il giorno dopo, il solo futuro è l'oggi. Arrivare a sera è uno sforzo tremendo e insieme una fortuna. »
(V. e L. Pappalettera, Mauthausen, Golgota dei deportati, op.cit.)

Il Comando obbliga due appelli al giorno, in andata e ritorno dal lavoro. Perfettamente incolonnati in fila per cinque, debbono rimanere in piedi all'aperto, 3 o 4 ore al giorno, con qualsiasi condizione meteorologica; a volte si sbaglia e la conta ricomincia, allungando i tempi dell'appello. Molti cadono in terra stremati, è proibito rialzarli se non si vuole prendere le stesse bastonate dagli aguzzini; molti muoiono durante questi appelli. Sono contati i vivi e i morti. E poi marciare, trasportare pietre e fare ogni tipo di lavoro. Al ritorno riportare al campo altri compagni che sono morti e un'ultima volta contati, abbandonarli sui mucchi di cadaveri in attesa per il crematorio.[72]

Al rientro in baracca; il Kapò segnala le mancanze avvenute nella giornata lavorativa. Sono annotati i numeri di coloro che si sono resi colpevoli di negligenze o atti considerati lesivi per il Reich; già andare alla latrina in orario di lavoro e senza permesso è una mancanza grave. Nei casi più benigni la cosa si risolve con un'abbondante bastonatura, uso di frusta o violenti pugni sul viso a cui il deportato, il regolamento lo impone, deve presentarsi in piedi e in silenzio a ricevere tutti i colpi e addirittura contarli, se cade o scappa si ricomincia daccapo. Ma vi sono casi in cui il kapò legge i numeri davanti a un secchio d'acqua o fa aprire il tombino della fogna: è una sentenza di morte inappellabile dove l'aguzzino affoga o fa affogare il detenuto nel secchio d'acqua o nella miserabile fogna; ad eseguire sono magari gli stessi compagni della vittima obbligati dalla prospettiva di una morte ancora peggiore.[73]

La gestione dei prigionieri[modifica | modifica wikitesto]

La gestione dei prigionieri nei diversi sottocampi di Mauthausen includeva molteplici tipi di lavoro; oltre a cave, miniere e scavi di tunnel, coltivazioni, sgombro nelle città delle macerie dei bombardamenti, anche fabbriche industriali belliche come quelle di assemblaggio dei caccia Messerschmitt Me 262 e industrie della Steyr, Siemens e della Heinkel.

Inoltre la manodopera coatta era affittata alle Società che ne facevano richiesta e anche qui i detenuti sfiniti venivano rinviati al lager per essere uccisi e sostituiti con manodopera nuova quando le maestranze delle ditte appaltatrici ne facevano richiesta.

I prigionieri erano costretti a lavorare anche per 24 ore consecutive, fino al totale sfinimento. I sopravvissuti che avevano lavorato su progetti segreti militari erano regolarmente uccisi.

La differenza con i lager dell'est, lager come Birkenau, Treblinka, Sobibor ecc., attrezzati per il grande genocidio verso "etnie inferiori" da eliminare (in primis quella ebraica), era l'ampiezza degli impianti di sterminio e le omogenee deportazioni specifiche da qualunque parte d'Europa venissero, che comprendevano unicamente uomini, donne e bambini, famiglie intere, della stessa razza da eliminare, cosa che non avveniva con le deportazioni degli oppositori, sempre pluri-etniche e formate in stragrande maggioranza da uomini adulti.

Anche sugli Ebrei si operava sempre la selezione per chi doveva lavorare, dove gli internati scelti potevano avere solo il privilegio di vivere qualche mese in più rispetto ai deportati uccisi immediatamente al loro arrivo. In sintesi lo sterminio nazista era di due tipi: diretto o ritardato dal lavoro; in quest'ultimo la morte era prorogata fino a quando il detenuto aveva le forze per continuare a lavorare.

In tutti i lager veniva costantemente ed uniformemente applicato il binomio "selezione-sostituzione" là dove era necessario, un continuo ricambio portava la produzione ai più alti livelli possibili e paradossalmente anche lo sterminio; più ricambio con manodopera fresca era uguale a più rinvigorimento della produzione e più mortalità.

L'eliminazione della manodopera inabile veniva svolta il più rapidamente possibile; prima si eliminavano le "zavorre umane" (ballastexistenzen) e prima si risparmiava sul loro mantenimento. Per chi non lavorava scattava subito la condanna a morte.

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La vita nel campo non aveva più nulla di umano e alto era il tasso di suicidi, spesso buttandosi sui reticolati ad alta tensione del campo considerata per la rapidità la morte migliore e più "dolce" nel lager[74].

Metodi di sterminio[modifica | modifica wikitesto]

Cadaveri di prigionieri al campo di Gusen, trasportati alle fosse comuni da civili tedeschi obbligati dagli Americani (1945)
« Chi è sopravvissuto a questa esperienza non muore più! »
(Commento di un sopravvissuto innominato a Mauthausen[75])

I metodi di sterminio della "Fabbrica della Morte" includevano:

  • Le impossibili condizioni di vita[76][77] e del lavoro coattivo nelle cave di pietra e in quello dei sottocampi[78][79]
  • Condanne a morire di inedia per fame e sete nei blocchi della morte[80][81]
  • Le camere a gas, di Mauthausen, del Castello di Hartheim e quelle nelle baracche di Gusen[82]
  • Provocare lo sfracellamento dei portatori di pietre sulla Scala della Morte e nel precipizio della Cava[83][84]
  • Prigionieri sospinti dalla ripida rupe chiamata "parete dei paracadutisti" e suicidi indotti dalla disperazione [85]
  • Colpi d'ascia[86], o di armi bianche, operati da squadre criminali su folle di deportati[87]
  • Percosse, frustate, torture, strangolamenti e sbranamenti dai cani delle SS[63]
  • Soppressione della quasi totalità degli ammalati[88] con iniezioni al cuore[89]
  • Introduzione nei forni crematori di soggetti ancora vivi
  • Annegamenti forzati in secchi d'acqua o nella fogna ancor già per lievi mancanze[90]
  • Il suicidio tramite la "morte svelta e dolce" tramite il filo spinato elettrificato; ogni giorno decine di deportati regolarmente si toglievano la vita in questo modo[91][92]
  • Colpo di rivoltella alla nuca durante false misurazioni dell'altezza dei deportati, chiamati per questo "Prigionieri K" da Kugel "pallottola"[93]
  • Le camere a gas mobili, mediante un camion con il tubo di scappamento rivolto all'interno del vano posteriore del veicolo che gasava una trentina di vittime lungo i cinque chilometri di tragitto tra i crematori di Mauthausen e Gusen in andata e ritorno: i trasporti ebbero una frequenza dai 15 ai 47 al giorno, dal 1942 al 1943. Scaricati i cadaveri dei gasati all'arrivo ad uno dei crematori, dove venivano bruciati, si caricavano altri sventurati prigionieri destinati a giungere morti all'altro crematorio. Il comandante del campo Franz Ziereis ammise di aver guidato questo veicolo diverse volte[94]
  • Idranti gelati in inverno; circa 3.000 prigionieri morirono di ipotermia in una sola notte dopo che furono costretti nudi a rimanere di notte all'aperto, con temperatura sottozero, irrorati con acqua gelata fino al mattino; erano massacri tipici di Mauthausen chiamati “Totbadeaktionen” (Bagni di morte)[95]
  • Fucilazioni di massa
  • Promiscuità in ambienti senza igiene con portatori di malattie infettive gravi che davano origine ad estese epidemie nel campo[96]
  • Vestiario troppo leggero per le temperature polari invernali; molti detenuti cadevano morti assiderati durante gli interminabili appelli. Era punito chi si imbottiva con giornali o stracci
  • Esperimenti medici su cavie umane[97]
  • La "raccolta dei lamponi", la farsa macabra di dotare i detenuti di cestini e obbligarli alla raccolta dei lamponi che si trovavano fuori dei reticolati elettrici del campo, ne seguiva la fucilazione da parte delle sentinelle per “tentata fuga”[98]
  • Dissanguamento, diverse centinaia di prigionieri morirono dissanguate dopo che vennero inviate per trasfusioni a soldati tedeschi feriti sul Fronte Orientale
  • Iniezioni letali nel cuore con fenolo, benzina o altre sostanze venefiche che uccisero migliaia di persone[99][100]
  • Impiccagioni ed autoimpiccagioni comandate
  • Sterminio con regime alimentare volutamente ipocalorico e scarso per il pesante lavoro, appositamente studiato per far durare pochi mesi il deportato, per cui, in media, ogni settimana più di 2.000 prigionieri morivano di fame; quest'ultima fu tra le maggiori cause dell'alto tasso di mortalità nel lager[101][102][103]

Inoltre le razioni di cibo vennero limitate nel periodo tra il 1940 e il 1942, con gli internati che raggiunsero il peso medio di 42 chilogrammi. I trattamenti medici erano praticamente inesistenti a causa della politica ufficiale tedesca. Era già precalcolato il guadagno sul lavoro coatto del deportato nei suoi pochi mesi di vita media nel Lager, calcolo del guadagno al netto, decurtato delle spese di mantenimento giornaliero di marchi 1,35 per i deportati di sesso maschile e di marchi 1,22 per il sesso femminile e persino delle spese di cremazione, valutate in marchi 4,50. Il sistema di sterminio serviva a fare posto ad altri condannati, nel ciclo incessante delle morti provocate e dei rimpiazzi con i nuovi arrivi di manodopera nuova.

Dopo la guerra, uno dei sopravvissuti, il dottor Antoni Gościński ha descritto 62 modi diversi di uccisioni nei campi di Gusen I e Mauthausen [104]. Hans Maršálek d'altronde ha stimato che l'aspettativa di vita media dei prigionieri appena arrivati a Gusen variava da 6 mesi tra il 1940 e il 1942, a meno di 3 mesi all'inizio del 1945[105][106]

La denuncia dei Gusenbauer[modifica | modifica wikitesto]

Di fronte alla cava si erge una collina, sulla quale risiede il cascinale di proprietà della famiglia Gusenbauer. La famiglia risiede in questa zona da molti anni prima del campo, e ha assistito alla costruzione della cava e poi del lager.

Nel 1941, quando il campo era in piena attività, la signora Eleonore Gusebauer assisteva quotidianamente ai massacri dalla propria finestra, dato che la cascina si affacciava proprio sulla cava. Decise coraggiosamente di sporgere denuncia alla polizia:

« Mauthausen, 27 settembre 1941

Alla polizia di Mauthausen, al Consiglio Provinciale di Perg.

Nella cava del campo di concentramento di Mauthausen, gli internati sono ripetutamente vittime di sparatorie; quelli colpiti gravemente vivono ancora per un po' e rimangono a giacere vicino ai morti per ore quando non per mezza giornata. La mia proprietà si trova su una collina vicino alla cava e mi può accadere spesso di essere testimone involontaria di tali oltraggi. Io, ad ogni modo, sono debole e una tale visione produce una tale tensione per i miei nervi che, a lungo andare, non la potrò più sopportare. Chiedo che si faccia in modo di porre fine a tali azioni inumane oppure vengano compiute dove non possano essere viste.

Eleonore Gusebauer »

La denuncia non fu mai ascoltata e non ci furono nemmeno ripercussioni ed intimidazioni sulla famiglia.

Il Diario di Gusen di Aldo Carpi[modifica | modifica wikitesto]

« E' forse l'unico diario uscito da un lager nazista (Gusen è stato il più tragico «Kommando» di Mauthausen; da esso solo il 2% dei deportati uscì vivo) e uno dei più importanti documenti «diretti» che siano stati pubblicati sui campi di eliminazione. Scrivere e tenere scritti nei lager, non solo era proibito, ma, per chi veniva scoperto, comportava la morte. Da ciò la rarità del documento che Aldo Carpi è riuscito a scrivere e a conservare lungo i mesi fra continui pericoli mortali [...] »
(L'editore nella prima di sovraccoperta[107])

Arrestato il 23 gennaio 1944 [108]dai fascisti, a Mondonico in Brianza e tradotto nel Carcere di San Vittore a Milano, un mese dopo, forse il 20 febbraio[109] il pittore e scultore, nonché accademico dell' Accademia di belle arti di Brera (e dopo la liberazione direttore della stessa Accademia[110]), Aldo Carpi, transitando nei sotterranei della stazione di Milano Centrale viene "trasportato" su un carro bestiame[111] a Mauthausen. Il "diario" che Carpi decide di scrivere[112] nonostante il pericolo di vita[113] per la sua stesura e possesso, rappresenta una testimonianza completa del famigerato campo di sterminio. La testimonianza di Carpi è duplice, non ha solo scritto sul campo, ma ha disegnato[114] il campo, i suoi personaggi e particolari in una sorta di reportage che rende appunto unica la sua testimonianza.[115]

Mauthausen nella memoria[modifica | modifica wikitesto]

Memoriale di Mauthausen Gusen
Una delle targhe a pavimento del Memoriale della Shoah di Milano, al binario 21, destinazione: Mauthausen

In Europa e nel mondo molti sono i musei, i memoriali che hanno targhe, artefatti, foto e documenti per ricordare le vittime di Mauthausen, dal Cimitero di Guerra Internazionale al Mauthausen Memorial di Linz e al Memoriale Crematorium KZ di Gusen[116]. Il 13 aprile 2014 il Memoriale di Gusen ha scoperto una targa commemorativa in onore dei 450 testimoni di Geova che furono internati sia a Mauthausen che a Gusen[117]

La memoria in Italia[modifica | modifica wikitesto]

L'Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea "Giorgio Agosti" (Istoreto) conserva testimonianze e documenti di ex partigiani deportati a Mauthausen fra cui quattro dipinti[118], unici nel loro genere, del campo di sterminio di Mauthausen «realizzati con mezzi di fortuna» dall'internato Alessandro Tartara nel campo di Mauthausen[119].

Il Memoriale della Shoah di Milano, ha vicino al "binario 21" una serie di targhe a pavimento, tante, quanti furono i viaggi dei deportati dalla Stazione Centrale di Milano per Mauthausen, Ogni targa riporta la data di partenza per il campo di sterminio.

I viaggi della memoria [a] Mauthausen, sono una iniziativa, per ora in via sperimentale, dell' Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia (INSMLI) in collaborazione con il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC)[120][121], che fanno parte di viaggi rivolti a studenti di scolaresche e a docenti, per far conoscere le atrocità commesse nel sistema concentrazionario nazista. L'iniziativa prevede anche seminari formativi rivolti ai docenti che partecipano a quei "Viaggi"[122][123] curati dalla Provincia di Milano. Il campo di Mauthausen con i relativi sottocampi, sono oggetto di questa iniziativa.

Vittime[modifica | modifica wikitesto]

« Ho dato un solo ordine a Mauthausen, e cioè che tutti i prigionieri dovevano essere consegnati al nemico senza subire maltrattamenti di sorta »
(Ernst Kaltenbrunner al Processo di Norimberga[124][125])

In totale più di 122.000 persone trovarono la morte durante la guerra a Mauthausen-Gusen e nei vari sotto-campi del complesso. Prima della fuga, il 4 maggio 1945, le SS tentarono di distruggere le prove dei crimini da loro commessi, e approssimativamente solo 40.000 vittime vennero identificate.

Lapide all'ingresso del campo di Mauthausen che ricorda le vittime dello sterminio
« Il campo di concentramento di Mauthausen dal giugno 1938 al 5 maggio 1945 era situato in questo luogo. Qui e nei suoi sottocampi 130.666 prigionieri vennero orribilmente assassinati dai carnefici nazisti. Le vittime erano così composte:

Soldati, funzionari e civili sovietici: 32.180
Cittadini polacchi: 30.203
Cittadini ungheresi: 12.923
Cittadini jugoslavi: 12.870
Cittadini francesi: 8.203
Cittadini spagnoli: 6.502
Cittadini italiani: 5.750
Cittadini cecoslovacchi: 4.473
Cittadini greci: 3.700
Antifascisti tedeschi: 1.500
Cittadini belgi: 742
Antifascisti austriaci: 235
Cittadini olandesi: 1.078
Cittadini norvegesi:77
Cittadini americani: 34
Cittadini lussemburghesi: 19
Cittadini inglesi: 17
Cittadini di altre nazioni ed apolidi: 3.160

Il campo fu consegnato dall'esercito sovietico al governo federale dell'Austria il 20 giugno 1947 »

(Traduzione dell'iscrizione su una lapide all'ingresso del campo)

Famosi prigionieri internati a Mauthausen-Gusen[modifica | modifica wikitesto]

Häftlings-Personal-Karte, modello della carta personale dei prigionieri usato nei lager nazisti. Scheda del prigioniero politico polacco numero 382, Jerzy Kaźmierkiewicz - indicato come Georg Kaźmierkiewicz sul documento - deportato a Gusen.
Prigionieri uccisi nel campo di Mauthausen (1941 o 1942).

Lista dei sottocampi[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Sottocampi di Mauthausen - Gusen.
Alcuni sopravvissuti del sottocampo di Ebensee, 7 maggio 1945

F = campo femminile - M = campo maschile

Comandanti del campo[modifica | modifica wikitesto]

  • SS-Hauptsturmführer Albert Sauer (dall'8 agosto 1938 al 17 febbraio 1939);
  • SS-Standartenführer Franz Ziereis (dal 17 febbraio 1939 al 5 maggio 1945).[3]

Film documentari e testimonianze videoregistrate[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Carpi 2008, paragrafo Il «transport» a Mauthausen, p. 13.
  2. ^ La costruzione del lager di Gusen in Archivio Storico ANED - Sezione di Sesto San Giovanni.
  3. ^ a b (EN) Breve cronologia del campo di Mauthausen-Gusen in KZ Gusen Memorial Committee.
  4. ^ (EN) Holocaust Encyclopedia - Mauthausen in United States Holocaust Memorial Museum.
  5. ^ Mauthausen in Fondazione memoria della deportazione - ANED.
  6. ^ a b Aldo Pavia e Antonella Tiburzi (a cura di), I lager tedeschi - Mauthausen in storiaXXIsecolo.it.
  7. ^ Il lager di Mauthausen in Le pietre raccontano, Comune di Cinisello Balsamo.
  8. ^ Il campo di sterminio di Mauthausen - L'uso del gas nel campo in Associazione Roberto Camerani.
  9. ^ Testimoni di Geova 1975, p. 171.
  10. ^ Gian Paolo Bertelli, Mauthausen 1918 - Una tragedia dimenticata (PDF).
  11. ^ Cimitero Militare Italiano di Mauthausen, Ministero della Difesa.
  12. ^ «Allo scoppio della guerra esistevano i seguenti campi di concentramento a) Dachau (1939) 4.000, oggi (marzo 1942) 8.0000 detenuti; b) Sachsenhausen (19390 6.500, oggi (marzo 1942) 10.000 detenuti; c) Buchenwald (1939) 5.300, oggi (marzo 1942) 9.000 detenuti; d) Mauthausen (1939) 1.500, oggi (marzo 1942) 5,500 detenuti; e) Flossenburg (1939) 1.600, oggi (marzo 1942) 4.700 detenuti; f) Ravensbruck (1939) 2500, oggi (marzo 1942) 7.500 detenuti.» D31 Rapporto sugli effettivi dei campi di concentramento in occasione dell'inquadramento dell'ispettorato dei campi di concentramento nell'Ufficio centrale SS Economia e Amministrazione (1942). Schnabel 1961, p. 101.
  13. ^ Enciclopedia dell'Olocausto - La liberazione di Mauthausen (testo e filmato) in United States Holocaust Memorial Museum.
  14. ^ La storia del Campo di concentramento in Memoriale di Mauthausen.
  15. ^ a b c d e Maris 2012.
  16. ^ Vincenzo e Luigi Pappalettera, Mauthausen calvario dei deportati (PDF).
  17. ^ Mayda 2008, p. 24, 31.
  18. ^ Pappalettera 1966.
  19. ^ Venezia 2007.
  20. ^ Pavol Kovár, Dove per la prima volta udii il nome Geova in Biblioteca online Watchtower.
  21. ^ Maršálek 1999Cap. 9. "Sono sano – sto bene"(pdf).
  22. ^ Carpi 2008, p. 136: «L'orrore di questi lager è la mentalità SS».
  23. ^ Haunschmied, Prinz 2008.
  24. ^ (ENDE) Topf & Sons - Builders of the Auschwitz Ovens - The Site of Remembrance.
  25. ^ Un numero di vittime di Mauthausen più esatto non fu possibile stabilirlo, poiché i registri del campo furono distrutti e migliaia di prigionieri non vennero immatricolati. Si stimano più realmente intorno ai 150.000 morti le vittime del complesso di Mauthausen-Gusen
  26. ^ All'ombra della morte. Vita quotidiana attorno al campo di Mauthausen. Autore: Horwitz Gordon J. - Editore: Marsilio
  27. ^ Confessato dal figlio al momento della cattura del padre. Le versioni sul racconto sono differenti nei dettagli, pur confermando sostanzialmente le uccisioni con l'arma regalata : The death of Franz Ziereis, Commandant of the Mauthausen concentration camp
  28. ^ a b Confessione di Franz Zieres
  29. ^ Campi della morte nella Germania nazista. Carnia libera 1944. Giuliano Pajetta.
  30. ^ «Il Kommando di Gusen era diviso in tre campi separati. Gusen I, dove hanno portato me, era il più grande, l'unico dove c'era il Revvier, l'ospedale. Subito accanto, separato soltanto da un muro, c'era Gusen 2, dove i prigionieri, se possibile, erano trattati in modo ancora più inumano, Gusen 3 era un piccolo campo di rifiuti umani e solo negli ultimi giorni abbiamo saputo che esisteva» - Aldo Carpi nel Diario di Gusen, pag. 17
  31. ^ The Holocaust, di Susan Willoughby, Heinemann Library, Chicago 2001
  32. ^ Les chambres à gaz, secret d'Etat di Eugen Kogon, Hermann Langbein e Adalbert Ruckerl, Points editore, Paris 2000, ISBN 2020409607
  33. ^ The gas chamber
  34. ^ A. Speer- "Diari segreti di Spandau"
  35. ^ Mauthausen, campo di classe III, nel sito dell'ANED
  36. ^ United States Chief Counsel for the Prosecution of Axis Criminality, Nazi Conspiracy and Aggression, Volume III. Washington, DC: United States Government Printing Office, 1946, Documento 1063-A-PS, pp. 775-76. Una copia del documento, in inglese, è disponibile a quest'indirizzo [1]
  37. ^ «E c'erano gli omosessuali (i "triangoli rosa"): mandati nei campi di eliminazione per "purificare la Germania"».Mauthausen: rapporti tra italiani e stranieri, di Eridano Bazzarelli - ANED
  38. ^ Le categorie degli internati dal 1940
  39. ^ soprannominati il muro dei paracadutisti - vedi I 186 gradini - Mauthausen - dalle guardie delle SS
  40. ^ a b c Testim. del com. Ziereis-1945
  41. ^ a b c Test. di V. Pappalettera-"Tu passerai per il camino"
  42. ^ Un componente del Sonderkommando di Mauthausen si salvò nascondendosi in una cassa sotto il carbone per i forni crematori. Era un italiano e nelle notti successive alla Liberazione del Lager vegliava in crematorio ricordando ad alta voce la sua tragica esperienza di come fosse stato costretto ad ubbidire, ci racconta il Pappalettera. Parlava da solo, disperato, di quelli che aveva dovuto infornare ancora vivi:"Che potevo fare? Peggio era quando mi capitavano gli italiani... Gli dicevo che era un attimo, che il calore era forte...". Non si riprese mai più. Tornato al suo paese raccontò dei forni crematori e dei lager, venne preso per pazzo e deriso. La sua mente non ce la fece a superare il ricordo di quelle atrocità e in seguito si uccise
  43. ^ Hermann Langbein, Per la storia dei campi di concentramento nazionalsocialisti, Provincia di Torino.
  44. ^ V. Pappalettera-Tu passerai per il camino.
  45. ^ «Ziereis è morto in seguito alla ferita; era stato colpito sul lato destro vicino all'ombelico [...] Tanti morti in quei giorni! Guardando fuori della mia finestra vedevo il cadavere di Zereis impiccato al reticolato. Un gruppo di deportati l'aveva prelevato e l'aveva appeso nudo alla rete, ormai priva di corrente elettrica, con una croce uncinata e un "Heil Hitler" dipinto sulla schiena, Ci è rimasto per due o tre giorni. Avevo anche pensato fi fare un disegno, ma non l'ho fatto. Ero stufo di vedere e disegnare morti - Aldo Carpi, pag.ne 164, 165, Diario di Gusen, 1a edizione, Garzanti 1971»
  46. ^ Il Memoriale, Mauthausen memorial
  47. ^ a b c d e f g Hans Maršálek, Storia del campo di concentramento di Mauthausen. Documentazione, edition Mauthausen, Vienna, 2008, cap. 5. I contrassegni dei detenuti
  48. ^ a b Aldo Enzi, Il lessico della violenza nella Germania nazista, Patron, 1971, alla voce Farbe
  49. ^ a b c d e Hans Maršálek, Storia del campo di concentramento di Mauthausen. Documentazione, edition Mauthausen, Vienna, 2008, Allegato Espressioni del lager (glossario)
  50. ^ Les Républicains espagnols déportés de France
  51. ^ Triangolo Viola
  52. ^ Aldo Enzi, Il lessico della violenza nella Germania nazista, Patron, 1971, alla voce Bibelforscher
  53. ^ Dizionario dell'Olocausto, Einaudi, Torino, 2004, alla voce Testimoni di Geova
  54. ^ Dizionario dell'Olocausto, Einaudi, Torino, 2004, alla voce Omosessuali
  55. ^ Aldo Enzi, Il lessico della violenza nella Germania nazista, Patron, 1971, alla voce Homosexualität
  56. ^ a b Aldo Enzi, Il lessico della violenza nella Germania nazista, Patron, 1971, alla voce Dreieckswinkel
  57. ^ Aldo Enzi, Il lessico della violenza nella Germania nazista, Patron, 1971, alla voce Strafkompanie
  58. ^ Aldo Enzi, Il lessico della violenza nella Germania nazista, Patron, 1971, alla voce weiss-rote Zielscheibe
  59. ^ Aldo Enzi, Il lessico della violenza nella Germania nazista, Patron, 1971, alla voce Fluchtverdacht
  60. ^ Mauthausen: History & Overviewdi
  61. ^ Mauthausen: History & Overviewdi
  62. ^ Getta la pietra! Il lager di Mauthausen-Gusen. Aut.: Haunschmied Rudolf A. - Prinz Johann. Editore: Mimesisz
  63. ^ a b c Visita a Mauthausen. ITIS Majo. Coalova. Ebook. Mostra. Video.
  64. ^ Descrizione tratta da op.cit. del "Mauthausen Memorial"
  65. ^ ANED sezione di Roma
  66. ^ Giuliano Pajetta, Mauthausen, op.cit., p.20-21
  67. ^ (EN) Mühlviertel rabbit chase, mauthausen-memorial.at
  68. ^ (EN) Block 20, mauthausen-memorial.at
  69. ^ Diario di Gusen di Aldo Carpi, a cura di Pinin Carpi, introduzione di Mario De Micheli, pag. 13, Garzanti, Milano 1971.
  70. ^ Il disonore dell'uomo di Reimund Schnabel, pag.83, Lerici Editore, Milano 1961
  71. ^ All'ombra della morte. La vita quotidiana attorno al campo di Mauthausen.- Autore: Horwitz Gordon J. - Editore: Marsilio
  72. ^ Testimonianze di V. e L. Pappalettera-"Mauthausen, Golgota dei deportati"
  73. ^ Test. di Lamberti Sorrentino-"Sognare a Mauthausen"
  74. ^ Morte alla gola - Memoria di un partigiano deportato a Mauthausen 2 dicembre 1944 - 29 giugno 1945 , di Carlo Lajolo, Edizioni Impressioni Grafiche, Acqui Terme 2003, ISBN 88-87409-28-5
  75. ^ I viaggi della Memoria, a cura della ANED di Udine
  76. ^ «Ogni nostro moto era colpa ed era passibile di pena, 25 bastonate, o solo schiaffi, pugni, calci» - Aldo Carpi nel Diario di Gusen, 1a edizione, Garzanti 1971 pagina 148
  77. ^ Una tra le tante torture usate con i prigionieri era "la ginnastica". I malcapitati venivano obbligati a «muovere velocemente le gambe come se corressero, ma senza avanzare [...] di notte d' inverno, sempre all'aperto. Li obbligavano a continuare, picchiandoli, fino a che cadevano estenuati, e poi talora li battevano ancora» - Aldo Carpi nel Diario di Gusen, 1a edizione, Garzanti 1971, pagina 143
  78. ^ Il Lager di Mauthausen e lo sterminio mediante il lavoro 1938-1945 di Lucio Monaco
  79. ^ Avvicinare la memoria: la deportazione in Europa nei Lager nazisti
  80. ^ Noi soffrivamo la fame, ma soprattutto la sete - Ludovico Barbiano di Belgiojoso (matricola 82266)
  81. ^ "Morire di fame e sete a Mauthausen", testimonianza di Giuseppe Ennio Odino deportato a Mauthausen - Regione Liguria : Nel lager, che era già una terribile prigione, c’erano anche delle celle di rigore e di tortura (detto il bunker) dove i prigionieri erano lasciati morire di sete e di fame
  82. ^ Il gas fra i metodi di sterminio a Mauthausen - Yad Vashem
  83. ^ I 186 gradini - Mauthausen, di Christian Bernadac, Edizioni Ferni, Ginevra 1977
  84. ^ «[...] i cosiddetti "gradini della morte". Un cumulo di 186 sciolti massi di varia altezza ammucchiati l'uno sull'altro era chiamato la scalinata. Dopo che i prigionieri s'erano caricati pesanti pietre sulle spalle e le avevano portate fino alla cima, gli uomini delle SS si divertivano a farli scivolare in massa colpendoli col piede o col calcio dei loro fucili, facendoli così cadere all'indietro giù per i "gradini". Questo fece morire molti e il numero dei morti aumentava per le pietre che cadevano dal di sopra. Valentin Steinbach di Francoforte ricorda che i gruppi di 120 uomini formati la mattina spesso tornava la sera solo con circa 20 ancora in vita.» - Annuario del 1975 dei Testimoni di Geova (Germania) pagina 172 - Watch Tower - New York 1975
  85. ^ «C'era una ripide rupe che le disumane SS chiamavano la "parete dei paracadutisti". Centinaia di prigionieri erano sospinti giù dall'alto di questa rupe e poi lasciati immobili di sotto. Essi morivano per la caduta o annegavano in un fossato pieno d'acqua piovana. Per la disperazione molti prigionieri perfino saltavano nell'abisso di loro propria volontà.» - Annuario del 1975 dei Testimoni di Geova (Germania) pagina 172 - Watch Tower - New York 1975
  86. ^ «Poi ho aperto la finestra...stavano facendo qualche grande malvagità, stavano uccidendo a colpi di scure, a bastonate. Ossia tutti morti.» - Diario di Gusen, 1a edizione, Garzanti 1971, pag.129
  87. ^ «Altri prigionieri vennero affogati nelle vasche della lavanderia e, in Gusen II più di 600 persone vennero massacrate a colpi di ascia di pietra e martelli (fonte: condanne emesse dal Tribunale di Arnsbach – numero Ks 1 ab/61)»[2]
  88. ^ «Se non avessi trovato un appoggio in noi medici, certamente, senza nessun dubbio, dato che sei vecchio ed eri inabile e molto malato saresti stato soppresso o abbandonato alla morte», questo fu detto ad Aldo Carpi quando era internato e ammalato a Mauthausen. Carpi prosegue nel suo diario scrivendo: «E di ciò ho avuto la conferma più lampante nella sorta di tanti altri miei compagni ridotti come me.» - Diario di Gusen, 1a edizione, Garzanti 1971, pagina 150
  89. ^ i metodi di soppressione dei medici a Mauthausen
  90. ^ Stanisław Dobosiewicz (2000). Mauthausen-Gusen; w obronie życia i ludzkiej godności [Mauthausen-Gusen; in defence of life and human dignity]. Warsaw: Bellona. pp. 191–202. ISBN 83-11-09048-3.
  91. ^ Morte alla gola - Memoria di un partigiano deportato a Mauthausen 2 dicembre 1944 - 29 giugno 1945 , di Carlo Lajolo, Edizioni Impressioni Grafiche, Acqui Terme 2003, ISBN 88-87409-28-5
  92. ^ «[...] alle volte qualcuno si gettava contro il reticolato. È successo specialmente ai giovani russi, perché erano i più maltrattati, torturati. Li ho sentito qualche volta, ma non li ho mai veduti. L'urto del corpo contro il reticolato provocava una scarica così violenta - uno schianto - che si sentiva dappertutto. Si gettavano contro per la disperazione. Generalmente dopo le torture.» - Aldo Carpi nel Diario di Gusen, 1a edizione, Garzanti 1971, pag. 35
  93. ^ Didascalia della foto "Mauthausen Execution Room": This is the spot where condemned prisoners were executed by a shot in the neck. The sign on the wall says that prisoners had to stand in front of a fake measuring device…
  94. ^ Confessione di Franz Ziereis alla presenza di Hans Marsalek
  95. ^ Autori vari; Włodzimierz Wnuk (1961). "Śmiertelne kąpiele" [Deadly Baths]. Oskarżamy! Materiały do historii obozu koncentracyjnego Mauthausen-Gusen [We Accuse! Materials on the History of Mauthausen-Gusen Concentration Camp]. Katowice: Klub Mauthausen-Gusen ZBoWiD. pp. 20–22.
  96. ^ Ada Buffulini, Bruno Vasari, II Revier di Mauthausen. Conversazioni con Giuseppe Calore, Edizioni dell'Orso, Alessandria, 1992
  97. ^ Esperimenti medici su cavie umane:Medical Experiments at KZ Gusen, nel The Library
  98. ^ «Molti erano i modi di uccidere a Mauthausen: l’alta tensione nei reticolati contro i quali si gettavano i deportati, un colpo alla nuca nella baracca 20 predisposta per queste esecuzioni; la “raccolta dei lamponi” ossia la fucilazione da parte delle sentinelle per “tentata fuga” dopo aver obbligato i detenuti a varcare i confini del campo, appunto per raccogliere i lamponi; le docce ghiacciate che causavano infarti o polmoniti; le torture.» Testimonianza di Roberto Camerani dep. Nr 57555 a Mauthausen - [3]
  99. ^ Hans Maršálek, Storia del campo di concentramento di Mauthausen. Documentazione, edition Mauthausen, Vienna, 2008
  100. ^ Autori vari; Włodzimierz Wnuk (1961). "Śmiertelne kąpiele" [Deadly Baths]. Oskarżamy! Materiały do historii obozu koncentracyjnego Mauthausen-Gusen [We Accuse! Materials on the History of Mauthausen-Gusen Concentration Camp]. Katowice: Klub Mauthausen-Gusen ZBoWiD. pp. 20–22.
  101. ^ La fame a Mauthausen
  102. ^ La fame nell'opera dell'internato Piero Caleffi, Si fa presto a dire fame, Ugo Mursia Editore, Milano, 1979
  103. ^ La fame nel rapporto dell'ANED su Mauthausen
  104. ^ Autori vari; Włodzimierz Wnuk (1961). "Śmiertelne kąpiele" [Deadly Baths]. Oskarżamy! Materiały do historii obozu koncentracyjnego Mauthausen-Gusen [We Accuse! Materials on the History of Mauthausen-Gusen Concentration Camp]. Katowice: Klub Mauthausen-Gusen ZBoWiD. pp. 20–22
  105. ^ Hans Maršálek (1968). Konzentrazionslager Gusen [Gusen concentration camp]. Vienna. p. 32.
  106. ^ Stanisław Dobosiewicz (2000). Mauthausen-Gusen; w obronie życia i ludzkiej godności [Mauthausen-Gusen; in defence of life and human dignity]. Warsaw: Bellona. pp. 192,193. ISBN 83-11-09048-3.
  107. ^ Sovraccoperta del Diario di Gusen di Aldo Carpi, a cura di Pinin Carpi, introduzione di Mario De Micheli, Aldo Garzanti Editore, Milano 1971
  108. ^ Diario di Gusen, pag. 7
  109. ^ Diario di Gusen, pag. 11
  110. ^ Manifesto disegno con iscrizione a pag. 129 del Diario di Gusen di Aldo Carpi, a cura di Pinin Carpi, introduzione di Mario De Micheli, Aldo Garzanti Editore, Milano 1971)
  111. ^ Diario di Gusen, pag. 12
  112. ^ Carpi usò fogli di carta reperiti nel reparto patologia dell'ospedale, fogli su cui il dott. Goscinski scriveva le ricette. «[...] certi foglietti di carta - della carta peggiore che si poteva immaginare, una carta friabile, terribile [...] - Diario di Gusen pag. 33»
  113. ^ Alla notizia della imminente liberazione del campo, Aldo Carpi nel suo Diario di Gusen, pag. 135, scrisse: «È un'altra serenità. Si può accendere la stufa senza temere i colpi di bastone, cuocere le patate senza stare attenti a chi s'acvvicina alla porta, scrivere liberi dal timore di essere sorpresi e gravemente castigati, amazzati»
  114. ^ I dipinti eseguiti da Carpi durante la sua detenzione a Gusen furono 74 (vedi elenco dettagliato, compilato dallo stesso pittore, alle pagine 151-153 della 1a edizione del Diario - Garzanti 1971). Eseguì inoltre diversi ritratti e dipinti dopo la liberazione nel 1945, prima del suo rientro a Milano. Diverse altre opere, inoltre, furono "eseguite a memoria" dopo il suo rientro a Milano, alcune delle quali descrivevano scene drammatiche del campo di sterminio
  115. ^ «[...] nel periodo che Carpi è rimasto a Gusen dopo la liberazione del campo, non ha fatto soltanto i ritratti degli americani. Ha fatto anche ciò che avebbe voluto fare prima come testimonianza oculare di quanto accadeva in quell'aria di sterminio: una specifica testimianza d'artista. È così che sono nati i suoi disegni di prigionia, disegni a volte patetici, a volte strazianti, a volte di una dura, spoglia tragicità, dove il segno quasi sempre sciolto e impulsivo di Carpi si fa improvvisamente fermo, risentito, incisivo. Volti di cui s'indovina il teschio sotto la pelle, volti assenti, allucinati, smarriti; figure disincarnate, fantomatiche, larvali; cumuli orrendi di cadaveri; e le bocche di forni crematori; e le squallide baracche; e i tralicci che circondavano il campo, a sostegno del filo spinato percorso dall'alta tensione, contro cui si gettavano i prigionieri cercando con la morte di sfuggere alle torture del campo: ecco la terribile materia che la matita di Carpi ha fissato sui fogli. In questo modo, finalmente, il suo "mestiere" di pittore, umiliato per mesi e mesi in un lavoro forzato, ritrovava la propria libera fisionomia; la ritrovava in queste immagine dolenti e sconvolgenti, che s'accompagnavano al diario con l'irrefutabile evidenza figurativa nata sul "vero" - Introduzione al Diario di Gusen di Mario De Micheli, pagina XIII»
  116. ^ I due Memoriali, quello di Mathausen e quello di Gusen
  117. ^ Targa commemorativa ai testimoni di Geova, 13 aprile 2014. Sito ufficiale della confessione religiosa
  118. ^ Torino 1938-45 - Una guida per la memoria, a cura della città di Torino e dell'Istoreto, pag.ne 134, 135, Blu edizioni, Torino 2010, ISBN 9-771828-714257 : «La deportazione - L'archivio dell'Istituto conserva quattro dipinti realizzati su supporti di fortuna nel Lager di Mauthausen appena liberato dal deportao Alessandro Tartara. Nato nel 1905, di professione contabile, fu arrestato a Milano nel novembre 1943 e poi deportato. Morì il 15 ottobre 1945, dopo il rientro in italia. Le tavole sono esposte nei locarli dell'archivio»
  119. ^ Istoreto: Dipinto del campo di sterminio di Mauthausen, di Alessandro Tartara. L'Istituto ha catalogato un dipinto con la seguente descrizione: «Dipinto su legno. C'è della vegetazione nell' angolo in basso a sinistra; in primo piano c'è un muro in pietra con due torri e due entrate ad arco; al centro una spianata grigia con due file di baracche marroni leggermente spostate sulla destra, una fila di baracche marroni a sinistra e tre case bianche con tetti rossi di cui una con un camino nero. In alto c'è un muro in pietra con una torre di vedetta, due case bianche con tetti rossi tra la vegetazione e il cielo grigio sullo sfondo. Dimensioni: cm 26,5 x 31.»
  120. ^ Collaborazione INSMLI-CDEC
  121. ^ Viaggio della memoria a Mauthausen - 2012
  122. ^ Formazione ai docenti
  123. ^ Progetto formativo sui "Viaggi della Memoria 2012"
  124. ^ Processo di Norimberga, Kaltenbrunner depone sui maltrattamenti a Mauthausen [4]
  125. ^ Video tradotto in italiano dell'Istituto Luce sulla testimonianza di Kaltenbrunner al Processo di Norimberga[5]
  126. ^ Filippo Acciarini
  127. ^ http://www.venegoni.it/venegoni_sec.pdf
  128. ^ Baroncini Adelchi
  129. ^ Nessuno mai ci chiese
  130. ^ Ferdinando Valletti: From San Siro to a concentration camp - BBC sport - 19 April 2013
  131. ^ Lippi 2012.
  132. ^ Il film Contamination III Le grand Kl in Arts Life e in Film Tv.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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