Ghetto di Varsavia

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Il ghetto di Varsavia fu istituito dal regime nazista nel 1940 nella città vecchia di Varsavia, fu il più grande ghetto europeo. La zona, conosciuta come l'antico "ghetto ebraico" di Varsavia, prima dello scoppio della seconda guerra mondiale era abitata in prevalenza da ebrei, i quali costituivano la più grande comunità ebraica dopo quella di New York.

Il quartiere chiamato Nalewki era pieno di condomini e privo di spazi verdi, si parlavano l'yiddish, l'ebraico e il russo (dagli ebrei che erano fuggiti dalla Russia) e gli abitanti avevano la libertà di spostarsi e stabilirsi anche negli altri quartieri della città.

L'invasione della Polonia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi campagna di Polonia e governatorato Generale.
Panzer IV tedeschi: la velocità delle divisioni corazzate consentì alla Germania una rapida vittoria contro l'antiquato esercito polacco

L'esercito tedesco invase la Polonia il 1º settembre 1939 dando inizio alla seconda guerra mondiale; l'esercito polacco, comandato dal maresciallo di Polonia Edward Rydz-Śmigły, schierato in massima parte a ridosso del confine con la Germania, venne velocemente sopraffatto dalla nuova tattica militare della guerra lampo ed il giorno 8 settembre la 4ª divisione corazzata tedesca, comandata dal generale Georg-Hans Reinhardt, punta avanzata dell'8ª armata, comandata dal generale Johannes Blaskowitz, raggiunse il limite del distretto di Varsavia. Inutilmente la popolazione polacca attese un intervento da parte degli Alleati, Francia e Gran Bretagna, i quali avevano dichiarato guerra alla Germania il 3 settembre[1], e, dopo che l'Unione Sovietica il 17 settembre invase il paese da est, le sorti della Polonia furono segnate: Varsavia capitolò il 28 settembre e la nazione si arrese, senza firmare un formale armistizio, il 6 ottobre[2].

Durante la campagna di Polonia l'esercito tedesco venne affiancato da reparti delle Waffen-SS e delle einsatzgruppen, le unità di eliminazione delle SS, le quali, in vista dell'esecuzione dell'operazione Tannenberg, uccisero migliaia di cittadini polacchi mediante esecuzioni di massa[3] ed il 21 settembre, mentre le operazioni militari erano ancora in corso, il Brigadeführer Reinhard Heydrich, comandante della Gestapo insieme ad Heinrich Himmler, elaborò un progetto di deportazione e di trasferimento nei ghetti urbani delle città polacche di centinaia di migliaia di ebrei, sostenendo che questo sarebbe stato il primo passo verso la endlösung, la soluzione finale della questione ebraica[4].

Immediatamente dopo la sconfitta e la spartizione della Polonia le regioni del paese occupate militarmente furono annesse al Reich mentre le zone meridionali ed orientali furono occupate, andando a costituire una sorta di "colonia", la quale assunse la denominazione di governatorato Generale, ossia un luogo privo di garanzie costituzionali ed internazionali, governato unicamente in base al "diritto di occupazione", dove risiedevano tra i 12 ed i 15.000.000 di abitanti, e dove, nei piani di Heydrich, avrebbero dovuto essere trasferiti circa 1.000.000 di ebrei, allo scopo di lasciare spazio vitale allo spostamento verso est della popolazione di etnia tedesca ed al posto di governatore, o Reichsprotektor, fu nominato Hans Frank[5].

La creazione del ghetto e lo Judenrat[modifica | modifica sorgente]

Mappa del ghetto di Varsavia, diviso in ghetto grande e ghetto piccolo

Parallelamente alle attività di repressione, nella Polonia occupata iniziarono quelle di segregazione e di isolamento della popolazione ebraica: questa, che prima della guerra viveva in buona parte in ghetti privi di mura, venne costretta dapprima ad indossare bracciali raffiguranti la stella di David e successivamente ad essere completamente "concentrata" all'interno dei ghetti ed anche a Varsavia tutti gli ebrei che vi vennero trasferiti furono obbligati a risiedere nel ghetto.

Nell'agosto del 1940 ebbe inizio la costruzione del muro che separò il ghetto dal resto della città

Il ghetto di Varsavia occupava uno spazio di quattro chilometri di lunghezza e circa due e mezzo di larghezza, esso comprendeva, oltre l'antico ghetto medievale, le vie del rione industriale e l'autostrada per Berlino e per Poznań lo attraversava dividendolo in due parti, il ghetto grande ed il ghetto piccolo. Nell'ottobre del 1939, dopo la fine della campagna di Polonia, le autorità tedesche censirono la popolazione ebraica della capitale, quantificandola in 359.827 persone, a cui se ne aggiunsero circa altre 150.000 trasferiti dalla provincia; il ghetto fu istituito nell'estate del 1940 come campo di quarantena e successivamente, con un'ordinanza emanata il 2 novembre dal governatore del distretto di Varsavia Ludwig Fischer, venne motivata la sua creazione al fine di evitare il pericolo di epidemie e la cifra di 500.000 persone residenti al suo interno costituiva circa la metà dell'intera popolazione della città, mentre la sua superficie equivaleva a circa un ventesimo dell'intero territorio metropolitano[6].

Agli ebrei non era consentito l'utilizzo dei mezzi pubblici e potevano servirsi solo dell'unica linea tramviaria riservata a loro

Al momento della sua creazione il ghetto disponeva di 14 accessi e la circolazione tra la zona ebraica ed il resto della città, seppure non libera, non era soggetta a prescrizioni eccessivamente rigide ma progressivamente alcuni iniziarono ad essere chiusi, mentre quelli rimasti aperti vennero controllati con barriere e filo spinato ed i residenti poterono uscire solo per motivi di lavoro e scortati da guardie polacche ed ucraine[7]; la segregazione peggiorò ulteriormente nell'agosto del 1940 quando iniziarono i lavori di costruzione del muro che circondò completamente il ghetto. I lavori ebbero termine il 16 novembre e le disposizioni del governatore di Varsavia consentirono di aprire il fuoco sugli ebrei che si avvicinavano troppo e, poiché il muro tagliava cortili ed isolati, lo spazio fu ulteriormente ristretto, murando gli ingressi dei palazzi e delle finestre che davano sull'esterno[8].

Un bambino ebreo, ormai privo di forze, si accascia morente su un marciapiede del ghetto

Le restrizioni alla vita della popolazione ebraica del ghetto non si limitavano alla residenza coatta all'interno dello spazio circondato dal muro: le comunicazioni postali furono proibite, le linee telefoniche e tranviarie furono interrotte ed, all'interno del ghetto era consentita solo una linea di tram a cavalli, contrassegnata dalla stella di David, gestita dalla ditta Kohn & Heller, due ebrei confidenti della Gestapo, non vi erano aree verdi ed il gas e la luce elettrica spesso mancavano. Le razioni alimentari furono ridotte al minimo e ad ogni persona spettavano settimanalmente 920 grammi di pane e mensilmente 295 grammi di zucchero, 103 grammi di marmellata e 60 grammi di grassi, e, sempre per disposizione dell'autorità tedesca, ad ogni residente di Varsavia spettavano giornalmente: 2.310 calorie ai tedeschi, 1.790 agli stranieri, 634 ai polacchi e 184 agli ebrei[9], e le terribili condizioni di vita, unite al tifo che iniziò lentamente a diffondersi, contribuirono a decimare progressivamente la popolazione[10].

Il ponte, fatto costruire dai nazisti, che collegò il ghetto piccolo con il ghetto grande

Le condizioni di vita peggiorarono ulteriormente all'inizio del 1941: lo spazio a disposizione dei residenti fu ulteriormente ridotto e la media di mortalità per fame, malattie e maltrattamenti crebbe in maniera esponenziale, tanto che, prima dell'arrivo dell'estate, si registrò una media di 2.000 decessi al mese e questo fece solo da preludio a quanto sarebbe accaduto un anno dopo, a seguito delle decisioni prese durante la conferenza di Wannsee del gennaio del 1942, dove fu definitivamente pianificato lo sterminio di tutta la popolazione ebraica residente in Europa ed Hans Frank, il quale aveva accolto favorevolmente l'ordinanza, disposta nel 1940, che consentiva alla polizia tedesca di sparare a vista agli ebrei per la strada, sostenne apertamente che la guerra avrebbe avuto come scopo, oltre alla conquista dello spazio vitale, l'eliminazione totale dell'ebraismo[11].

La polizia ebraica, operante all'interno del ghetto di Varsavia

Una volta che i nazisti ebbero segregata la popolazione ebraica nel ghetto, al suo interno i tedeschi non ne esercitarono direttamente il controllo, preferendolo affidarlo, a Varsavia come in altri ghetti, a "consigli ebraici", o Judenräte, eletti dagli ebrei o selezionati dai tedeschi, i quali avevano la responsabilità di porsi come tramite tra l'autorità tedesca ed i residenti nei ghetti. Tra i loro compiti principali vi erano quelli di reclutare manodopera ebraica per i lavori forzati, quali quelli da svolgere nelle industrie tedesche, civili e belliche, per la pulizia delle strade, per lo scavo di canali e per costruire installazioni militari; lo Judenrat era responsabile inoltre dell'ordine pubblico, con la creazione di una propria forza di polizia, della distribuzione delle razioni alimentari fornite dai tedeschi e del controllo delle epidemie di tifo e di tubercolosi che si diffusero nel ghetto[12].

Nel ghetto di Varsavia lo Judenrat era presieduto da un ingegnere, Adam Czerniaków, e svolgeva, oltre alle funzioni sopracitate, anche quelle scolastiche e soprattutto amministrative che si svolgevano all'interno del ghetto, e furono riscontrati in molti ghetti, soprattutto nel dopoguerra, numerosi casi di corruzione ed anche di collusione con le autorità naziste, ed il caso più eclatante tra quelli segnalati fu quello di Chaim Rumkowski nel ghetto di Łódź[13].

La rivolta del 1943[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi rivolta del ghetto di Varsavia.
La sede dello Judenrat del ghetto di Varsavia al termine della rivolta con visibili i segni dell'incendio

All'inizio del 1943 i progressivi "trasferimenti" della popolazione del ghetto nei nuovi campi di sterminio di Chełmno, Bełżec, Sobibór e Treblinka, costruiti nell'ambito dell'Operazione Reinhard, uniti a quello di Auschwitz, ne avevano ridotto il numero a circa 70.000 unità, persone in maggioranza ancora abili al lavoro, ma quando il 18 gennaio le SS intesero deportare ad est circa 8.000 operai, un gruppo di questi, diretto al punto di raccolta della Umschlagplatz scortato dai tedeschi e dalle guardie ucraine, era in possesso di armi precedentemente contrabbandate nel ghetto e fece fuoco contro gli aguzzini, i quali, subite alcune perdite, si ritirarono velocemente. L'improvvisa reazione dei prigionieri non consentì nei due mesi successivi altri trasferimenti e lo Judenrat comunicò ai tedeschi che "il suo potere era passato ad altre mani", evitando di intervenire direttamente nella questione ed analogo comportamento venne assunto dalla polizia ebraica[14].

L'SS- und Polizeiführer Jürgen Stroop durante le operazioni per la repressione della rivolta nel ghetto

Il 17 aprile giunse a Varsavia il Brigadeführer ed SS- und Polizeiführer Jürgen Stroop, con l'incarico di reprimere qualsiasi fenomeno di ribellione che si fosse verificato nel ghetto ed il giorno successivo, su ordine diretto di Himmler, il suo compito fu specificato in "annientare gli ebrei ed i banditi del quartiere ebraico" ed il giorno per l'avvio dell'operazione fu stabilito nel 19 aprile, ossia il giorno precedente al compleanno di Hitler, che avrebbe in questo modo festeggiato l'annientamento del ghetto[15]. I tedeschi entrarono nel ghetto dall'ingresso di via Snocza con due autoblindo, un carro armato francese preda bellica, due cannoni antiaerei ed un cannoncino leggero, seguiti da una colonna composta da alcune decine di fanti dei 2090 uomini di cui Stroop disponeva, ma questi, una volta giunti sulla via Zamenhof, vennero accolti dal tiro incrociato dei membri dell'organizzazione ebraica di combattimento, i quali intesero combattere non con l'intento di sconfiggere gli invasori ma esclusivamente "come mezzo per morire con dignità, senza la minima speranza di vittoria"[16].

I primi ebrei catturati dalle SS, donne, anziani e bambini, vengono fatti uscire dal ghetto per essere inoltrati al campo di sterminio di Treblinka

I primi due giorni dell'operazione che, nei piani dei tedeschi, avrebbe dovuto avere una durata solo di tre, non diedero alcun risultato: i colpi di fucile dai tetti e dalle finestre ed il lancio di bottiglie incendiarie bloccarono i rastrellamenti ed il Brigadeführer Stroop si vide costretto ad utilizzare l'artiglieria ed i lanciafiamme per catturare i primi 5.000 ebrei disarmati ed a trasferirli immediatamente a Treblinka. Lo scarso successo dei reparti di Stroop provocò la collera di Himmler, il quale pretese che questi rastrellasse il ghetto "nel modo più duro ed inesorabile", ed immediatamente fecero il loro ingresso alcuni reparti del genio che collocarono esplosivi e cosparsero di benzina i pavimenti degli edifici che progressivamente, dopo essere stati incendiati, iniziarono a crollare; nelle cantine e nei sotterranei furono soffiati gas asfissianti, le fognature furono inondate e, dopo altri tre giorni di battaglia, vennero catturati altri 25.000 ebrei[17].

SS avanzano tra gli edifici del ghetto in fiamme

La battaglia proseguì per tutto il mese di aprile e gli ebrei del ghetto dovettero combattere senza ricevere alcun aiuto dall'esterno[18] ma solo all'inizio di maggio le SS riuscirono a compiere significativi progressi contro i rivoltosi: le macerie del ghetto, i passaggi sotterranei, le trincee improvvisate e soprattutto la volontà di combattere fino alla morte degli abitanti del ghetto avevano infatti costituito per i tedeschi fino a quel momento degli ostacoli di difficile superamento ma la distruzione sistematica dell'abitato, la fame, la scarsità di munizioni, l'impossibilità di assistere adeguatamente i feriti, uniti all'utilizzo di cani addestrati per snidare le persone nascoste, fece progressivamente venire meno la resistenza[9]. Il 16 maggio Stroop comunicò a Berlino che il quartiere ebreo di Varsavia "non esiste più" e fu fatta saltare anche la grande sinagoga di Varsavia, sita al di fuori delle mura del ghetto; l'operazione che avrebbe dovuto svolgersi in soli tre giorni durò quattro settimane ed i tedeschi dichiararono la perdita di 16 soldati e di 90 feriti, l'uccisione di 56.000 ebrei e la deportazione dei superstiti. Dei 750 ebrei che parteciparono materialmente alla rivolta meno di 100 riuscirono a sopravvivere[19].

La Via della Memoria[modifica | modifica sorgente]

Memoriale degli Eroi del Ghetto

La "Via della Memoria" (Trakt Męczeństwa i Walki Żydów), all'interno dell'antico ghetto, ricorda oggi le atrocità commesse in quegli anni. Si parte dal Monumento agli Eroi del Ghetto (Pomnik Bohaterów Getta), eretto nel 1948 dallo scultore Natan Rapaport e dall'architetto Marek Suzin. Il monumento rappresenta uomini, donne e bambini che lottano tra le fiamme che lentamente divorano il ghetto e una processione di ebrei condotti ai campi di concentramento dalle baionette naziste.
Il percorso della Via della Memoria è segnato da 16 blocchi di granito, con iscrizioni in polacco, yiddish ed ebraico, che commemorano i 450.000 ebrei uccisi nel ghetto e gli eroi della rivolta.

Poco lontano si trova anche il "Monumento al Bunker" (Pomnik Bunkra), un grosso masso posto su una collinetta che ricorda la posizione del bunker.

Nel 1970 Willy Brandt in omaggio alle vittime e come segno di riconciliazione, s'inginocchiò spontaneamente davanti ad uno dei monumenti, sorprendendo tutto il mondo e compiendo un passo importantissimo nel disgelo tra la Germania ed i Paesi dell'Est.

Cinematografia[modifica | modifica sorgente]

Letteratura[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ L'atteggiamento prudente e riluttante dei due paesi ad entrare in guerra fu rilevato dal governo polacco, il quale lo considerò inspiegabile. Vedi AA.VV., Il Terzo Reich, vol. Sognando l'Impero, H&W, 1993, pag. 156.
  2. ^ Lo stesso giorno Hitler, nel suo discorso al Reichstag in cui annunciava la fine delle operazioni contro la Polonia, lanciò un appello di pace alle potenze occidentali, proponendo loro di riconoscere il nuovo assetto dell'Europa Orientale. Vedi Salmaggi e Pallavisini, La seconda guerra mondiale, Mondadori, 1989, pag. 25.
  3. ^ Enzo Biagi, La seconda guerra mondiale, Vol I, Fabbri Editori, 1995, pag. 63.
  4. ^ L'espressione fu usata per la prima volta un anno prima da Wilhelm Stuckart, uno dei relatori delle leggi di Norimberga, il quale sostenne che queste avrebbero dovuto essere solo una misura temporanea, in attesa dell'allontanamento degli ebrei dalla Germania. Vedi AA.VV., Il Terzo Reich, vol. Macchina di Morte, H&W, 1993, pag. 33.
  5. ^ Hans Frank, avvocato personale di Hitler e ministro della giustizia della Baviera, ricevette in seguito anche il grado di obergruppenführer delle SS. Vedi Enzo Biagi, La seconda guerra mondiale, vol. I, cit., pag. 59.
  6. ^ Dato l'enorme sovraffollamento del ghetto le persone furono costrette a vivere anche in dieci per ogni stanza e Robert Ley, capo del fronte del lavoro tedesco, commentò che "una razza inferiore ha bisogno di meno spazio" Vedi AA.VV., Il Terzo Reich, vol. Macchina di Morte, cit., pag. 35.
  7. ^ Olokaustos.org
  8. ^ All'interno del ghetto, in via Sienna, vi erano due file di case relativamente confortevoli dove vi risiedevano più di 5.000 ebrei di elevata estrazione sociale che erano riusciti ad evitare il trasferimento coatto pagando ai nazisti quattro chili d'oro ma, un anno dopo, anch'essi dovettero abbandonare tutto e traslocare. Vedi Enzo Biagi, La seconda guerra mondiale, vol. V, Fabbri Editori, 1995, pag. 1644.
  9. ^ a b Enzo Biagi, La seconda guerra mondiale, vol. V, cit., pag. 1644.
  10. ^ Heinrich Jost, un sergente della Wehrmacht, documentò, a dispetto del divieto, con la sua macchina fotografia le terribili condizioni di vita all'interno del ghetto, notando che anche i morti venivano gettati in fosse comuni senza una vera e propria sepoltura. Vedi AA.VV., Il Terzo Reich, vol. Macchina di Morte, cit., pag. 52.
  11. ^ Il Reichsprotektor sostenne più volte pubblicamente il suo intento ed in varie occasioni dichiarò che era necessario trovare il modo per eliminare tutta la popolazione ebraica dell'Europa, affermazioni confermate durante il processo di Norimberga. Vedi Enzo Biagi, La seconda guerra mondiale, vol. I, cit., pag. 67.
  12. ^ AA.VV., Il Terzo Reich, vol. Macchina di Morte, cit., pag. 36.
  13. ^ Chaim Rumkowski si fregiò della carica di capo di Stato: emise francobolli, batté moneta, arrogandosi inoltre il diritto di arrestare e di concedere grazia. Vedi Enzo Biagi, La seconda guerra mondiale, vol. V, cit., pag. 1644.
  14. ^ Il comportamento della polizia ebraica venne spiegato con la paura di subire rappresaglie da parte dei nazisti. Vedi Enzo Biagi, La seconda guerra mondiale, vol. V, cit., pag. 1644.
  15. ^ AA.VV., Il Terzo Reich, vol. Macchina di Morte, cit., pag. 133.
  16. ^ La frase venne attribuita ad Alexander Donat, uno dei pochi sopravvissuti. Vedi AA.VV., Il Terzo Reich, vol. Macchina di Morte, cit., pag. 133.
  17. ^ Al termine delle operazioni il Brigadeführer Stroop inoltrò al Reichsführer Himmler un rapporto di 75 pagine titolato "Il ghetto di Varsavia non esiste più", che gli valse, nel 1951, la condanna a morte per impiccagione. Vedi Enzo Biagi, La seconda guerra mondiale, vol. V, cit., pag. 1644.
  18. ^ Il governo polacco in esilio e l'Unione Sovietica ruppero i rapporti diplomatici il 26 aprile a causa della scoperta, nella foresta di Katyn', dei corpi di oltre 10.000 ufficiali polacchi trucidati dai sovietici. Vedi Enzo Biagi, La seconda guerra mondiale, vol. VII, Fabbri Editori, 1995, pag. 2196.
  19. ^ Nei sotterranei e sotto le macerie furono in seguito ritrovati dei superstiti: una ragazza di 15 anni fu catturata il 13 dicembre. Vedi AA.VV., Il Terzo Reich, vol. Macchina di Morte, cit., pag. 139.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • AA.VV., Il terzo Reich, vol. Sognando l'Impero, H&W, 1993 (ISBN non esistente)
  • AA.VV., Il Terzo Reich, vol. Macchina di Morte, H&W, 1993 (ISBN non esistente)
  • Enzo Biagi, La seconda guerra mondiale, vol. I, Fabbri Editori, 1995 (ISBN non esistente)
  • Enzo Biagi, La seconda guerra mondiale, vol. V, Fabbri Editori, 1995 (ISBN non esistente)
  • Enzo Biagi, La seconda guerra mondiale, vol. VII, Fabbri Editori, 1995 (ISBN non esistente)
  • Salmaggi e Pallavisini, La seconda guerra mondiale, Mondadori, 1989 ISBN 88-04-39248-7

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]