Campo di concentramento di Mauthausen-Gusen
Coordinate: 48°15′32″N 14°30′04″E / 48.25889°N 14.50111°E
Mauthausen (dall'estate 1940, Mauthausen-Gusen) è il nome del tristemente famoso lager di sterminio nazista, situato in cima alle colline dell'Oberdonau, sopra la piccola cittadina di Mauthausen, in Alta Austria, a circa 20 chilometri ad est di Linz. Mauthausen era lo «Stamm Lager», «Campo Madre» di un gruppo di quarantanove campi e sottocampi di concentramento nazisti satelliti, sparsi in tutta l'Austria. In questo complesso vi era reclusa, in condizioni di vita indescrivibili, la manodopera-schiava che era stata in primis deportata a Mauthausen e da lì selezionata per il lavoro forzato nel campo principale e in quello dei 49 «Kommandos».
Indice |
[modifica] Storia
| « Fortezza... Contemporaneamente fortino e acropoli, muraglie gigantesche. Granito e cemento armato dominanti il Danubio: strani speroni coperti da cappelli cinesi; fili spinati e porcellana intreccianti un'insuperabile rete elettrica di protezione. Sì! La più formidabile cittadella costruita sulla Terra dal Medio Evo. Mauthausen. Mauthausen in Austria. Mauthausen dai 155.000 morti. » | |
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(Christian Bernadac, I 186 gradini - Mauthausen, pag.18, op.cit.)
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Durante la Prima Guerra Mondiale (1914-1918) gli Austriaci aprirono un primo campo di concentramento per prigionieri di guerra a est di Mauthausen per lo sfruttamento della cava Wiener-Graben o granito viennese usato per pavimentare le strade di Vienna. In esso, Russi, Serbi e moltissimi Italiani, raggiunsero la ragguardevole cifra di 40.000 internati e circa 9000 di loro vi persero la vita, tra cui 1759 prigionieri militari italiani che vi morirono di fame e stenti. Un Cimitero di Guerra Internazionale esiste alla loro memoria.
Il campo principale nazista venne invece aperto l'8 agosto 1938 e fu posto sotto il comando di Franz Ziereis fino alla liberazione, avvenuta il 5 maggio 1945 da parte del 41° Squadrone di ricognizione dell'11ª Divisione corazzata statunitense.
Mauthausen fu costruito con il granito della sottostante cava, una estesa fortezza di pietra in uno stile vagamente orientale, tanto che l'ingresso principale al lager era chiamato dai prigionieri " La Porta mongola". Persino Himmler ai lavori di edificazione del campo, si raccomandò alle maestranze che le pietre fossero unite con "malta calda" per un risultato ottimale: si preoccupò solamente della malta e non dei prigionieri. Il lato del lager che non si riuscì a finire, fu chiuso da un reticolato di filo spinato collegato a corrente elettrica ad alta tensione.
Come altri campi di concentramento, Mauthausen venne utilizzato come campo di sterminio da attuarsi attraverso il lavoro forzato e il denutrimento per intellettuali, persone e membri delle diverse classi sociali dei paesi che la Germania nazista occupò durante la seconda guerra mondiale. La «Deutsche Erd- und Steinwerke GmbH.», (DEST), una ditta di proprietà delle SS varata da Himmler, gestiva il lavoro forzato delle due cave di pietra di Mauthausen e Gusen, la Wiener-Graben e la Bettlelberg, ottenute a disposizione già nel 1938 dal proprietario il Comune di Vienna. La manodopera schiava della DEST, produceva la pietra e i materiali da impiegare per la costruzione degli edifici monumentali e di prestigio nei colossali progetti architettonici della Germania nazista.
Le prime vittime di Mauthausen cominciarono ad essere cremate a Steyr a partire dal 5 settembre del 1938 e la prassi continuò fino al 5 maggio 1940 quando il primo dei tre forni crematori montati nel campo fu operante. Questo forno ad una muffola fu installato dalla ditta Kori di Berlino, sempre nel 1940; l'altro forno a doppia muffola fu installato successivamente nel 1941, dalla J.A. Topf und Söhne, una ditta tedesca con sede ad Erfurt, specializzata nella costruzione di sistemi di combustione e fornitrice di forni crematori ai maggiori lager nazisti. Questa società si specializzò così bene in questo settore che nel 1942 richiese un brevetto "per un forno di cremazione di massa e continua di corpi" (Dati provenienti dal "Luogo della Memoria" istituito nel 2003 ad Erfurt nell'ex Amministrazione della Società Topf & Figli).
Mauthausen cominciò a funzionare come "Fabbrica della Morte" con un crescendo che porterà in pochi anni alla vertiginosa cifra di 127.768 vittime. Un autentico mattatoio umano, dove la morte era comminata in tutte le assai numerose sadiche varianti possibili della metodologia di sterminio usata, veri e propri espedienti di bassa macelleria. Doveva esser fatto continuamente posto per i continui numerosi arrivi di altri condannati a morte, cosicché al deportato non era concesso vivere oltre il limite massimo stabilito di qualche mese. Doveva morire dopo essersi letteralmente consumato, ridotto ad uno scheletro vivente di qualche decina di kg di peso, dopo aver dato cioè, ogni vigore e tutte le energie fisiche allo sfibrante lavoro schiavo per il Terzo Reich.
Nel sistema di sfruttamento - annientamento nulla era lasciato al caso. I forni crematori del campo avevano una bocca molto piccola, dimensionata per ingoiare le sagome lunghe e affilate dei cadaveri delle vittime: detratto lo spessore della barella sulle carrucole, usata per introdurre i corpi, lo spazio restante della bocca era davvero assai esiguo. Oggi stupisce vedere forni così piccoli ma l'ingegneria nazista li progettò con la massima economia possibile, per entrare in funzione nell'ultimo atto della distruzione del prigioniero, quando ormai era ridotto ad un larvato corpo da incenerire, dalle ristrette dimensioni, quando cioè, era diventato "maturo" per il crematorio. Ciò consentiva una riduzione della dimensione dei forni, mirata a un grande risparmio sulle spese di costruzione, di gestione e sul combustibile di alimentazione. A scovare i "maturi" per il forno tra le file di infelici, provvedevano le continue e costanti selezioni ed ispezioni e una volta individuatili, venivano immediatamente uccisi con iniezioni letali al cuore o avviati al gas o eliminati con uno dei tanti modi in uso al lager. Al comandante del Lager Franz Ziereis piaceva accogliere i nuovi deportati sulla porta dell'inferno con questo laconico discorso: "Qui esiste solo l'entrata; l'unica uscita è dal camino del forno crematorio..."
Nel 1942 da Mauthausen furono inviati a Berlino cinquantadue chili di oro odontoiatrico strappato dalle bocche delle sue vittime.
Nel 1940 viene aperto il Kommando di Gusen I a 5 km di distanza, a cui seguirono Gusen II e Gusen III. Un lungo elenco di altre bolge tristemente note, Melk, Ebensee, Linz (I-II-III), Mödling, Loiblpass ecc. verranno aperte di lì a poco.
Fino alla prima metà del 1943, Mauthausen rimase quasi esclusivamente un centro dove gli internati venivano sfruttati nelle sole imprese possedute e amministrate dalle SS; dopo di tale periodo e sotto la pressione esterna di Albert Speer, il Ministro per gli Armamenti che aveva visitato Mauthausen e si era rivolto ad Himmler invitandolo "ad un uso più ragionevole dei prigionieri", che parte dei deportati venne impiegata anche per lo sforzo bellico nei maggiori centri industriali austriaci.
Mauthausen fu l'unico campo di concentramento[1] classificato Lagerstufe III («Lager di III livello») destinato, secondo una circolare inviata il 2 gennaio 1941 da Reinhard Heydrich ai lager dipendenti, a «detenuti contro i quali sono state mosse gravi accuse, in particolare coloro che abbiano subito condanne penali e nel contempo debbano considerarsi asociali cioè virtualmente impossibili da rieducare [...]». Di conseguenza tutti i deportati che giungevano a Mauthausen erano trattati come soggetti irrecuperabili, da distruggere psico-fisicamente. Dopo una prima selezione, gli inabili al lavoro normalmente erano sottoposti al «trattamento speciale», erano cioè, destinati al gas con l'immissione diretta al crematorio. I rimanenti subivano, oltre l'espropriazione dei beni, la rasatura totale a zero, una doccia, il tatuaggio del numero e ricoperti di stracci finivano immediatamente rinchiusi nei famigerati «blocchi di quarantena». Questi blocchi erano ideati al fine di disumanizzare e quindi iniziare subito la distruzione fisica e psichica dell'individuo con percosse e torture mentali. Con il processo di spersonalizzazione il prigioniero cessava di essere un uomo e di avere un nome, per diventare semplicemente uno «stücke», un «pezzo», confuso tra decine e decine di migliaia di «pezzi» dalla durata di vita labilissima, identificato unicamente dal suo numero tatuato. Il deportato, ridotto nella peggiore schiavitù, era pronto a prendere il posto lasciato dall'infelice annientato prima di lui, nel sistema del ricambio continuo di manodopera. A sua volta era avviato allo sterminio per sfinimento fisico tramite denutrizione associata al massacrante lavoro forzato, così giovevole invece all'economia del Reich; quando poi non cadeva prima, ucciso dalla violenza spietata e sadica del lager, scatenata dalla concezione nazista di padronanza assoluta sulla vita dell'uomo, meritevole di morte perché considerato di razza inferiore, oppositore politico, diverso, un asociale o di «vita indegna» di essere vissuta. La pena per la disubbidienza o il sabotaggio era la morte lenta e dolorosa.[2]
Fino all'inizio del 1940 la maggior parte degli internati erano rappresentati da socialisti, omosessuali e rom tedeschi; però a partire da quella data iniziarono ad essere trasferiti a Mauthausen-Gusen anche un gran numero di polacchi, essenzialmente artisti, scienziati, esponenti dello scautismo, insegnanti e professori universitari.
Tra l'estate 1940 e la fine 1941 più di 7.000 Repubblicani spagnoli vennero trasferiti dai campi destinati ai prigionieri di guerra.
Alla fine del 1941 fu invece la volta dei prigionieri di guerra sovietici: il primo gruppo venne immediatamente soppresso nelle camere a gas appena installate. Precedentemente i prigionieri venivano trasferiti al Castello di Hartheim, un centro della Aktion T4 dove le camere a gas operavano dal 1940.
Nel 1944 giunsero un gran numero di ebrei ungheresi e olandesi, molti dei quali morirono ben presto a causa del duro lavoro e delle pessime condizioni di vita, oppure ancora perché costretti a gettarsi dai dirupi delle cave di Mauthausen (soprannominati il muro dei paracadutisti - vedi I 186 gradini - Mauthausen - dalle guardie delle SS).
Durante gli ultimi mesi della seconda guerra mondiale più di 20.000 prigionieri provenienti dagli altri campi di concentramento evacuati vennero trasferiti nel complesso di Mauthausen.
Dopo la liberazione alleata il controllo del campo passò quasi subito dalle mani statunitensi a quelle sovietiche (l'Austria sarà infatti divisa in sfere d'influenza, analogamente alla Germania, fino al 1955) che ne fecero per un breve periodo anche una caserma prima di riconsegnarlo alle autorità austriache, il 20 giugno 1947, dietro la garanzia di farne un luogo di commemorazione. Dal 1949 il campo divenne quindi "Monumento pubblico di Mauthausen", sorsero i primi monumenti commemorativi e fu reso accessibile al pubblico.[3]
[modifica] La scala della morte
| Per approfondire, vedi la voce I 186 gradini - Mauthausen. |
| « Tra l'ingresso del campo e i primi gradini della cava c'era una discesa assai ripida. Questa, in inverno, era spaventosa perché il terreno gelato assomigliava a una pista di pattinaggio e le suole di legno degli zoccoli, sul ghiaccio, sembravano lamine di pattini. Le numerose scivolate erano drammatiche poiché, nella confusione generale, alcuni perdevano l'equilibrio e cadevano verso sinistra, cioè verso il precipizio, e la voragine della cava li inghottiva dopo una caduta verticale di cinquanta o sessanta metri; invece, quelli che partivano in scivolata verso destra, oltrepassavano la zona proibita e i tiratori scelti aprivano il fuoco su quei fuggiaschi. » | |
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(Christian Bernadac, I 186 gradini - Mauthausen, pag.10, op.cit.)
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In totale si stima che il numero di prigionieri che transitarono in tutti i sotto-campi sia stato di 335.000, molti dei quali vennero impegnati nel lavoro alle cave di pietra. Tali cave divennero tristemente famose come gli scalini della morte: i prigionieri infatti dovevano trasportare grossi blocchi di pietra - molto spesso pesanti fino a 50 chilogrammi - lungo i 186 scalini della cava, uno dietro l'altro. Inoltre le guardie si divertivano a spingere i prigionieri giù dalla scalinata, togliendogli talvolta la vita.
Brutta sorte anche per alcune guardie che, con l'avvicinarsi della liberazione alleata, al momento della fuga e distruzione delle prove furono catturate dai prigionieri per essere successivamente gettate vive nei forni crematori in funzione.
Il dottore del campo usava eliminare i prigionieri con iniezioni a base di benzina o derivati. Altre volte, d'inverno, con temperature di -10 °C ed oltre, i prigionieri venivano lasciati nudi, all'aperto e di notte, dopo essere stati bagnati con le pompe dell'acqua. La mattina ne restavano pochi in vita.
Il comandante del campo, quando suo figlio compì 18 anni, gli regalò una pistola, poi mise in fila una ventina di prigionieri e insegnò al figlio a fare tiro a segno sui poveri malcapitati (come da confessione del figlio alla cattura e ferimento del comandante Ziereis da parte degli Alleati). Inoltre, quando le guardie erano ubriache, spesso come passatempo si "divertivano" a finire i prigionieri con spranghe di ferro.
[modifica] Il campo femminile
| La fuga del "Blocco 20" |
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All'interno del campo erano presenti trenta blocchi ma ce ne fu anche uno speciale, il "Blocco 20". Secondo la testimonianza di Giuliano Pajetta, un antifascista italiano, questo blocco era separato dagli altri ed era predisposto per ospitare 500 persone che divennero in un dato momento anche 2000. La maggioranza dei reclusi era di cittadinanza sovietica e viveva in condizioni persino peggiori degli altri internati nel campo. La sopravvivenza era praticamente impossibile: la razione era la metà, i prigionieri non disponevano nemmeno di una scodella e di un cucchiaio ed ogni mattina "ammucchiati" al di fuori del muro esterno si vedevano trenta, quaranta cadaveri. Nella notte tra il 31 gennaio ed il 1 febbraio 1945 un gruppo di paracadutisti russi e slovacchi appena internati si rese conto di ciò e decise quantomeno di tentare una fuga approfittando di un'abbondante nevicata che aveva colpito il campo. I reclusi spalarono la neve accumulandola ai bordi delle mura del blocco, prepararono armi improvvisate usando pezzi di legno e maniglie e sacchetti pieni di pietre e ghiaccio. Intorno alla mezzanotte, al grido Urrà, assalirono le guardie sottraendo anche alcune armi e scavalcarono le mura scappando per le campagne circostanti. Tuttavia le precarie condizioni fisiche impedirono a molti di andare lontano, venendo così ricatturati dai nazisti ed ammazzati come cani.[4] |
Nel settembre 1944 venne aperto anche un campo femminile, con il primo trasporto di donne provenienti da Auschwitz; altri trasporti, con donne e bambini, giunsero a Mauthausen dagli altri campi di Ravensbrück, Bergen Belsen, Gross Rosen, e Buchenwald.
Oltre al trasporto delle prigioniere, giunsero a Mauthausen anche diverse guardie donne, delle quali almeno venti servirono nel campo centrale, e altre sessanta nell'intero complesso, e in particolar modo nei sottocampi di Hirtenberg, Lenzing (il più grande sottocampo in Austria), e St. Lambrecht. Il comandante del reparto femminile di Mauthausen fu inizialmente Margarete Freinberger, sostituita poi da Jane Bernigau.
Di tutte le guardie donne che servirono a Mauthausen, la maggior parte di loro venne reclutata tra il settembre e il novembre 1944 dalle città e dai villaggi austriaci; una di esse proveniva da Schwertberg, un piccolo villaggio distante pochi chilometri dal campo di concentramento di Mauthausen: Edda Scheer, che lavorava in una fabbrica a Hirtenberg, venne reclutata forzatamente nel settembre 1944 e inviata a Ravensbrück per seguire l'addestramento come Aufseherin: la loro ferocia stupì persino le SS.
Poco tempo dopo venne inviata al sottocampo di Hirtenberg presso Vienna; ma dopo l'evacuazione delle SS nell'aprile del 1945, Edda venne destinata a Mauthausen. Dopo la guerra dichiarò, circa il campo di Mauthausen: «Di tanto in tanto [noi] trasportavamo un prigioniero al forno crematorio perché un morto è sempre un morto». Non venne mai punita per i suoi crimini.
Secondo alcune fonti anche Hildegard Lachert servì a Mauthausen. Diversi sottocampi di Mauthausen includevano, oltre a cave e miniere, anche fabbriche belliche e di assemblaggio dei caccia Messerschmitt Me 262. I prigionieri venivano costretti a lavorare anche per 12 ore consecutive, fino al totale sfinimento. I sopravvissuti, per mantenere la segretezza sul loro lavoro, venivano trasferiti in altri campi di concentramento oppure uccisi mediante iniezioni letali, per poi essere cremati nei forni.
Se Dachau era inteso come campo di internamento, Mauthausen era visto dai nazisti come un vero e proprio campo di sterminio e pertanto gli internati potevano avere ai loro occhi solo il privilegio di vivere qualche mese in più, fino a che servivano nelle cave di pietra. Poi, in base a precisi programmi, venivano eliminati e sostituiti da altri in condizioni fisiche migliori. Vi era un continuo ricambio per mantenere la produzione ai più alti livelli possibili, ma per i lavoratori l'unica costante era lo sterminio.
La vita non aveva valore e spesso gli internati trovavano il coraggio per attaccarsi ai reticolati elettrificati attorno al campo, tanto era impossibile resistere psicologicamente ad una situazione di annientamento fisico e morale, spesso aggravata dai metodi sadici delle guardie.
[modifica] Metodologie di sterminio
I metodi di sterminio della "Fabbrica della Morte" includevano:
- le impossibili condizioni di vita e del lavoro coattivo nelle cave di pietra e in quello dei sottocampi
- condanne a morire di inedia per fame e sete nei blocchi della morte
- le camere a gas, di Mauthausen, del Castello di Hartheim e quelle nelle baracche di Gusen
- provocare lo sfracellamento dei portatori di pietre sulla Scala della Morte e nel precipizio della Cava
- colpi d'ascia, o di armi bianche, operati da squadre criminali su folle di deportati
- percosse, frustate, torture, strangolamenti e sbranamenti dai cani delle SS
- soppressione della quasi totalità degli ammalati
- introduzione nei forni crematori di soggetti ancora vivi
- annegamenti forzati in secchi d'acqua o nella fogna già per lievi mancanze
- istigazione al suicidio, specialmente verso la "morte svelta e dolce" sul reticolato ad Alta Tensione
- colpo di rivoltella alla nuca durante false misurazioni dell'altezza dei deportati, chiamati per questo "Prigionieri K" da Kugel "pallottola"
- le camere a gas mobili, mediante un camion con il tubo di scappamento rivolto all'interno del vano posteriore del veicolo che gasava una trentina di vittime lungo i 5 Km di tragitto tra i crematori di Mauthausen e Gusen in andata e ritorno: i trasporti ebbero una frequenza dai 15 ai 47 al giorno, dal 1942 al 1943. Scaricati i cadaveri dei gasati all'arrivo ad uno dei crematori, dove venivano bruciati, si caricavano altri sventurati prigionieri destinati a giungere morti all'altro crematorio. Il comandante del campo Franz Ziereis ammise di aver guidato questo veicolo diverse volte
- idranti gelati in inverno; circa 3.000 internati morirono di ipotermia dopo che furono costretti nudi a rimanere di notte all'aperto, con temperatura sottozero, irrorati con acqua gelata per diverse ore; erano massacri tipici di Mauthausen chiamati “Totbadeaktionen” (Bagno di morte)
- fucilazioni di massa
- selezioni per le uccisioni dei prigionieri divenuti inabili al lavoro per sfinimento fisico e di testimoni scomodi delle atrocità naziste
- vestiario troppo leggero per le temperature polari invernali; molti detenuti cadevano morti assiderati durante gli interminabili appelli. Era punito chi si imbottiva con giornali o stracci
- esperimenti medici su cavie umane
- la “raccolta dei lamponi”, la farsa macabra di dotare i detenuti di cestini e obbligarli alla raccolta dei lamponi che si trovavano fuori dei reticolati elettrici del campo, ne seguiva la fucilazione da parte delle sentinelle per “tentata fuga” (Test. di R. Camerani dep. Nr 57555 a Mauthausen)
- dissanguamento, diverse centinaia di prigionieri morirono dissanguati dopo che vennero inviati per trasfusioni a soldati tedeschi feriti sul Fronte Orientale
- iniezioni letali nel cuore con fenolo, benzina o altre sostanze venefiche
- impiccagioni ed autoimpiccagioni comandate
- sterminio con regime alimentare volutamente ipocalorico e scarso per il pesante lavoro, appositamente studiato per far durare pochi mesi il deportato, per cui, in media, ogni settimana più di 2.000 prigionieri morivano di fame
Inoltre le razioni di cibo vennero limitate nel periodo tra il 1940 e il 1942, con gli internati che raggiunsero il peso medio di 42 chilogrammi. I trattamenti medici erano praticamente inesistenti a causa della politica ufficiale tedesca. Era già precalcolato il guadagno sul lavoro coatto del deportato nei suoi pochi mesi di vita media nel Lager, calcolo del guadagno al netto, decurtato delle spese di mantenimento giornaliero di marchi 1,35 per i deportati di sesso maschile e di marchi 1,22 per il sesso femminile e persino delle spese di cremazione, valutate in marchi 4,50. Il sistema di sterminio serviva a fare posto ad altri condannati, nel ciclo incessante delle morti provocate e dei rimpiazzi con i nuovi arrivi di manodopera fresca.
[modifica] Vittime
In totale più di 122.000 persone trovarono la morte durante la guerra a Mauthausen-Gusen e nei vari sotto-campi del complesso. Prima della fuga, il 4 maggio 1945, le SS tentarono di distruggere le prove dei crimini da loro commessi, e approssimativamente solo 40.000 vittime vennero identificate.
| « Il campo di concentramento di Mauthausen dal giugno 1938 al 5 maggio 1945 era situato in questo luogo. Qui e nei suoi sottocampi 122.766 prigionieri vennero orribilmente assassinati dai carnefici nazisti. Le vittime erano così composte:
Soldati, funzionari e civili sovietici: 32.180 |
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(Traduzione dell'iscrizione su una lapide all'ingresso del campo)
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[modifica] Famosi prigionieri internati a Mauthausen-Gusen
- Carlo Boscardin, antifascista italiano, nato a Padova il 21 aprile 1903, morto a Mauthausen l'8 marzo 1945. Il Comune di Padova ha dedicato a lui e al fratello Luigi una scuola e una via: "Fratelli Boscardin".
- Luigi Boscardin, antifascista italiano, nato a Padova il 16 ottobre 1895, morto a Mauthausen il 18 aprile 1945. Il Comune di Padova ha dedicato a lui e al fratello Carlo una scuola e una via: "Fratelli Boscardin".
- Filippo Acciarini, Direttore del quotidiano Avanti nel 1943 (Perugia, 1888 - Mauthausen, 1945)
- Lamberti Sorrentino, (1899-1993), giornalista storico di fama e amico di Galeazzo Ciano con cui teneva corrispondenze antitedesche, per queste deportato nel 1944 dalla Gestapo a Mauthausen. Scrisse "Sognare a Mauthausen" (1978)
- Angelo Antonicelli, di Massafra (TA), operaio[7]
- Gian Luigi Banfi, architetto italiano
- Lodovico Barbiano di Belgiojoso, architetto italiano
- Francesco Maltagliati, antifascista italiano, nato a Cesate (MI) nel 1913, morto il 23/4/1945 a Gusen I. Venne inviato al crematorio ancora vivo come racconta Vincenzo Pappalettera
- Roberto Camerani, antifascista italiano
- Aldo Carpi, pittore italiano, sopravvisse al campo di sterminio e fu l'autore dell'unico diario uscito dal lager nazista, intitolato Diario di Gusen
- Piero Caleffi, senatore, giornalista italiano (1901-1978), Sottosegretario alla Pubblica Istruzione. Della sua esperienza a Mauthausen scrisse "Si fa presto a dire fame" (1954)
- Roberto Carrara, antifascista italiano (1915-1945)
- Carlo Castellani, calciatore italiano, al quale è stato poi intitolato lo stadio di Empoli
- Giuseppe Conzato Thiene, veneto
- Józef Cyrankiewicz, primo ministro polacco (1947-1952 e 1956-1970)
- Luigi Ercoli, partigiano delle Fiamme Verdi Tito Speri
- Leopold Figl, cancelliere austriaco (1945-1953) e Ministro degli Esteri (1953-1959)
- Armando Gasiani, di Bologna, contadino e partigiano della 63ª Brigata Bolero, autore del libro 'Nessuno mai ci chiese'[8]
- Ando Gilardi, partigiano ebreo e comunista, nome di battaglia "Ando", sopravvisse al campo di sterminio; giornalista e fotografo italiano lavorò per la documentazione fotografica del processo di Norimberga, si applicò e tuttora lavora per la divulgazione delle immagini della Shoah.
- Stanislaw Grzesiuk, poeta polacco
- Carlo Lajolo, astigiano, partigiano, scrittore. Con il suo libro Morte alla gola, diario di deportazione, ha lasciato una traccia indelebile nella memoria dell'olocausto
- Gianfranco Maris, presidente dell'ANED
- Walter Masetti, antifascista italiano
- Luigi Massignan, psichiatra italiano, direttore dell'Ospedale psichiatrico di Udine e di Padova, libero docente di psichiatria. Ha scritto 115609 IT, Ricordi di Mauthausen. Ai miei nipoti..., Cleup, Padova 2001
- Luigi Modonesi, partigiano della brigata Capettini, nome di battaglia "Sparviero", sopravvisse al campo di sterminio e fu vice-presidente ANED sezione di Brescia fino alla morte nel 1996
- Gilbert Norman, agente del SOE
- Antonin Novotny, presidente della Cecoslovacchia
- Giuseppe Ennio Odino, partigiano italiano, presidente dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia (ANPI) in Belgio, autore dell'autobiografico La mia corsa a tappe (Nº 63783 a Mauthausen), Le Mani, Genova 2008
- Giuliano Pajetta, antifascista e partigiano italiano. Nel dopoguerra divenne un importante dirigente del PCI, insieme al fratello Giancarlo.
- Vincenzo Pappalettera, giovane antifascista italiano, nel 1966 ha pubblicato Tu passerai per il camino circa le torture di Mauthausen
- Ferdinand Pascal Lenzi d'Alessandro, giovane infermiere ebreo sopravvisse anche al trasferimento ad Auschwitz.
- Domenico Pertica antifascista italiano
- Kazimierz Proszynski, inventore polacco
- Raimondo Ricci, antifascista italiano
- Carmelo Salanitro, antifascista italiano
- Ota Sik, economista e politico cecoslovacco
- Stanislaw Staszewski, poeta e scrittore polacco
- Carlo Todros, giovane ebreo italiano, sopravvisse al campo di sterminio e si impegnò per il ricordo dell'Olocausto
- Gino Tommasi, medaglia d'oro al Valor militare, comandante militare partigiano nelle Marche. Morto per gli stenti il 05 maggio 1945.
- Ferdinando Valletti, dirigente dell'Alfa Romeo e calciatore italiano, sopravvisse al campo di sterminio condivise la prigionia con Aldo Carpi che aiutò in diverse occasioni e venne da lui citato nel Diario di Gusen
- Bruno Vasari, scrittore italiano, pubblicò il primo libro di memorie di un ex deportato italiano, Mauthausen, bivacco della morte, La Fiaccola, Milano 1945
- Alfredo Violante è stato un giornalista e antifascista italiano.
- Simon Wiesenthal, cacciatore di criminali di guerra nazisti e autore, nel 1946 del libro KZ Mauthausen, Bild und Wort (Campo di concentramento di Mauthausen - immagini e parole)
- Piero Iotti, politico
[modifica] Lista dei sottocampi
- Aflenz
- Amstetten
- Attnang-Puchheim
- Bachmaning
- Bretstein
- Dippoldsau
- Ebelsberg
- Ebensee
- Eisenerz
- Enns
- Floridsdorf
- Graz
- Grein
- Groß Raming
- Gunskirchen
- Gusen
- Haidfeld
- Hinterbruch
- Hirtenberg
- Hollenstein
- Jedlsee
- Klagenfurt
- Lambach
- Leibnitz
- Lenzing
- Lind
- Linz
- Loiblpass
- Lungitz
- Marialanzendorf
- Melk
- Mistelbach an der Zaya
- Moosbierbaum
- Passavia (Passau)
- Peggau
- Rheydt
- Ried
- Schloß Mittersill
- Schönbrunn
- Schwechat
- Steyr
- St. Aegid
- St. Georgen
- St. Lambrecht
- St. Valentin
- Ternberg
- Vöcklabrück
- Wagram
- Wels
- Weyer
- Wien
- Wiener Neudorf
- Wiener Neustadt
- Wien-Haidfeld
[modifica] Note
- ^ La suddivisione in Lagerstufe riguarda esclusivamente i campi di concentramento e non i campi di sterminio nei quali, ovviamente, le condizioni erano ancor peggiori non essendovi alcuna possibilità, pur labile, di sopravvivenza.
- ^ United States Chief Counsel for the Prosecution of Axis Criminality, Nazi Conspiracy and Aggression, Volume III. Washington, DC: United States Government Printing Office, 1946, Documento 1063-A-PS, pp. 775-76. Una copia del documento, in inglese, è disponibile a quest'indirizzo [1]
- ^ Il Memoriale, Mauthausen memorial
- ^ Giuliano Pajetta, Mauthausen, op.cit., p.20-21
- ^ (EN)Mühlviertel rabbit chase, mauthausen-memorial.at
- ^ (EN)Block 20, mauthausen-memorial.at
- ^ http://www.venegoni.it/venegoni_sec.pdf
- ^ Nessuno mai ci chiese
[modifica] Bibliografia
- Bernard Aldebert, Il campo di sterminio di Gusen II dall orrore della morte al dolore del ricordo, Selene Edizioni, Milano, 2002
- Ludovico Barbiano di Belgioioso, Frammenti di una vita, Rosellina Archinto Editore, Milano, 1999
- Ludovico Barbiano di Belgioioso, Notte, Nebbia - Racconto di Gusen, Ugo Guanda, Parma, 1996
- Christian Bernadac, I 186 gradini - Mauthausen, Edizioni Ferni, Ginevra, 1974
- Christian Bernadac, I giorni senza fine, Edizioni Ferni, Ginevra, 1977
- Anna Bravo - Daniele Jalla, Una misura onesta. Gli scritti di memoria della deportazione italiana 1944-1993, FrancoAngeli, Milano, 1994
- Ada Buffulini - Bruno Vasari, II Revier di Mauthausen. Conversazioni con Giuseppe Calore, Edizioni dell'Orso, Alessandria, 1992
- Piero Caleffi, Si fa presto a dire fame, Ugo Mursia Editore, Milano, 1979
- Aldo Carpi, Diario di Gusen, Garzanti, Milano 1973; poi Einaudi, Torino, 1993, 2008 ISBN 9788806177218
- Enea Fergnani, Un uomo e tre numeri, Speroni, Milano, 1945
- Rudolf A. Haunschmied, Johann Prinz, Patrizia Pozzi (cur.), Giuseppe Valota (cur.), Getta la pietra! Il Lager di Gusen - Mauthausen, Mimesis, Milano, 2008 ISBN 9788884837240
- Gordon J. Horwitz, All'ombra della morte. La vita quotidiana attorno al campo di Mauthausen, Marsilio Editori, Venezia, 1994
- Hans Marsálek, La storia del campo di concentramento di Mauthausen, trad. di P. Ferrari, Edizioni del Museo di Mauthausen, Vienna-Linz, 1999
- Ferruccio Maruffi, Codice Sirio. I racconti del Lager, Edizioni Piemme, Casale Monferrato, 1986
- Giuseppe Ennio Odino, La mia corsa a tappe (Nº 63783 a Mauthausen), Associazione Memoria della Benedicta - Le Mani, Genova, 2008
- Giuliano Pajetta, Mauthausen, La Tecnografica, Varese, 1946
- Vincenzo Pappalettera, Tu passerai per il camino, Mursia, Milano, 1965
- Natale Pia, La storia di Natale - Da soldato in Russia a prigioniero nel Lager, Edizioni Joker, 2003-2005-2006
- Marisa Ratti, Non mi avrete - Disegni da Mauthausen e Gusen. La testimonianza di Germano Facetti e Lodovico Belgiojoso, Silvana Editoriale, Milano-La Spezia, 2006
- Angelo Signorelli, A Gusen il mio nome e diventato un numero, ANED Sezione di Sesto San Giovanni e Monza, 1996
- Gino Valenzano, L'inferno di Mauthausen, Stamperia Artistica Nazionale, Torino, 1945
- Manuela Valletti Ghezzi, Deportato I 57633: Voglia di non morire, Boopen, Pozzuoli, 2008 ISBN 8862232012
- Bruno Vasari, Mauthausen, bivacco della morte, La Fiaccola, Milano, 1945
[modifica] Comandanti del campo
- SS-Hauptsturmführer Albert Sauer
- SS-Standartenführer Franz Ziereis
[modifica] Voci correlate
[modifica] Altri progetti
Commons contiene file multimediali su Campo di concentramento di Mauthausen-Gusen
[modifica] Collegamenti esterni
- Approfondimento
- Fondazione Memoria della Deportazione
- Testimonianza di Ludovico Barbiano di Belgiojoso
- L'odissea dei deportati spagnoli
- Portale dedicato ai Lager Nazisti www.lager.it
- (EN) KZ Mauthausen-Gusen Info-Pages
- (FR) Immagini da Mathausen-Gusen - La scala della morte
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