Provincia (Italia)

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Corona per il titolo di provincia

La provincia, in Italia, è un ente locale territoriale di area vasta il cui territorio è per estensione inferiore a quello della regione della quale fa parte e superiore a quello dei comuni che sono compresi nella sua circoscrizione.

La disciplina delle province è contenuta nel titolo V della parte II della Costituzione[1] e in fonti primarie e secondarie che attuano il disposto costituzionale. Tutte le province, tranne quelle autonome di Trento e di Bolzano che godono di autonomia speciale, e la Valle d'Aosta dove le funzioni provinciali sono svolte dalla Regione, fanno parte dell'UPI, l'Unione delle province d'Italia, associazione cui aderiscono anche le città metropolitane.

Molte province collocano sopra il proprio stemma una corona costituita da un cerchio d'oro gemmato con le cordonature lisce ai margini e racchiudente due rami al naturale, uno di alloro e uno di quercia, uscenti decussati dalla corona e ricadenti all'infuori. Tale usanza non è tuttavia obbligatoria, essendo in diversi casi sostituita da coronature principesche,[2] da drappi sovrastati da corone turrite,[3] o essendo del tutto assente.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Lapide commemorativa del congresso delle province italiane del 1898 al Palazzo Reale di Torino

Evoluzione istituzionale[modifica | modifica wikitesto]

Se molti Stati preunitari conoscevano già l'istituto provinciale, le province odierne trovano fondamento legislativo nella normativa in essere nel Regno di Sardegna. Nello Stato sabaudo l'ordinamento provinciale era stato precedentemente definito dal decreto Rattazzi, che sul modello francese aveva stabilito l'organizzazione del territorio in Province, Circondari, Mandamenti e Comuni. La provincia nasceva così come ente locale dotato di propria rappresentanza elettiva e di un'amministrazione autonoma: un collegio deliberante di durata quinquennale, il Consiglio provinciale, e un organo esecutivo-amministrativo di durata annuale, la Deputazione provinciale, eletta dal Consiglio ma presieduta e convocata dal governatore, poi prefetto, di nomina regia. I consiglieri si rinnovavano per un quinto ogni anno per sorteggio. Le prime elezioni provinciali furono celebrate il 15 gennaio 1860.[4]

Dopo l'unità d'Italia, al fine di procedere ad un riassetto del neonato stato, la legge Lanza cancellò la legislazione amministrativa asburgica che era stata fino ad allora mantenuta viva in Toscana per le sue avanzate caratteristiche. Tale normativa fu poi estesa al Veneto nel 1867 e al Lazio nel 1870. Con tale legge la Deputazione passò a rinnovarsi per metà ogni anno, dando più stabilità alla carica di deputato provinciale.[5]

Nel 1889, con il primo testo unico degli enti locali, venne introdotto il principio elettivo nella nomina annuale del presidente della Deputazione provinciale, separandone la figura da quella del prefetto. Veniva inoltre allargato il suffragio amministrativo per censo, includendovi il ceto medio.[6] Nel 1894, nell'intento di dare maggiore stabilità, la durata del Consiglio veniva portata a sei anni, con rinnovo triennale di metà dei consiglieri scelti per sorteggio. La Deputazione si rinnovava invece per intero ogni tre anni, e a tale termine venne coordinata la carica del presidente.[7] Un'ulteriore espansione delle cariche esecutive fu deliberata nel 1904, facendo diventare quadriennale il mandato della Deputazione, mentre per il Consiglio si scelse il rinnovo biennale per terzi.[8]

Giovanni Giolitti portò la democrazia nelle elezioni provinciali

Un nuovo ammodernamento dell'istituto della Provincia fu operato del governo Giolitti che, con la sua legge sul suffragio universale, deliberò che anche il Consiglio venisse da allora eletto integralmente ogni quattro anni e, soprattutto, che il suffragio universale, già previsto alle elezioni politiche, venisse esteso alle elezioni amministrative. L'elettorato attivo venne concesso a tutti i cittadini maschi ultratrentenni, mentre per i ventunenni permanevano condizioni di censo, istruzione e servizio militare. Per recepire questi storici cambiamenti, vennero indette elezioni amministrative generali per il 1914, mentre poi il testo unico del 1915 raccolse in un unico documento un'evoluzione trentennale che aveva visto il sistema amministrativo italiano distaccarsi dallo schema francese napoleonico nell'intento di fornire maggiore democrazia. La configurazione dell'istituzione provinciale veniva così regolata nei suoi organi costitutivi, nei suoi compiti, nei proventi e nelle spese ad essa attribuite.[9]

Il regime fascista, con la sua tendenza accentratrice ed antidemocratica, abolì il criterio elettivo nella formazione degli organi provinciali. In un primo tempo, quando ancora Mussolini governava in coalizione con le forze liberali e popolari, le milizie squadriste minacciarono i componenti delle amministrazioni socialiste provocandone le dimissioni. Nelle province in cui il governo non si aspettava la vittoria di una coalizione di centro-destra e, dopo il trionfo fascista nelle elezioni politiche del 1924, in tutta Italia grazie all'emanazione delle leggi fascistissime, i prefetti addussero vari pretesti per insediare stabilmente alla guida delle province le Commissioni Reali Straordinarie che il precedente ordinamento giuridico considerava come del tutto transitorie. Nel 1929 poi, la svolta autoritaria nella gestione delle province fu esplicitata anche per legge, e il Consiglio venne sostituito da un Rettorato di nomina prefettizia composto da 4, 6 o 8 membri, mentre un Preside di nomina regia accentrò le competenze della Deputazione e del suo presidente.[10] Veniva tuttavia così messa in essere una diarchia, quella fra preside e prefetto, della cui pericolosità si accorse ben presto lo stesso Mussolini. Il dittatore non poté però provvedervi se non nella Repubblica Sociale Italiana, nelle cui province il prefetto divenne il Capo della Provincia, assumendo totale supremazia su tutte le altre cariche locali.[11]

Le province vennero lentamente ricostituite in senso democratico a guerra ancora in corso: nell'aprile del 1944 il governo decretò, ovviamente solo per i territori liberati, il ripristino delle deputazioni e del relativo presidente, affidandone la nomina al prefetto.[12] Le deputazioni erano tutte di 6 membri, sia per effetto dell'ultimo disposto precedente la svolta autoritaria, sia perché tanti erano i partiti membri del CLN che dovevano essere tutti rappresentati.[13] Tale regime provvisorio, in cui le deputazioni godevano anche delle attribuzioni consiliari, venne poi prolungato per ben sette anni in attesa di concludere il dibattito sull'attivazione dell'istituzione regionale.

La ricomparsa dei consigli provinciali, per la prima volta supportati dal suffragio femminile,[14] fu il portato della legge 8 marzo 1951 n. 122, che fissò a 45 il numero massimo dei consiglieri provinciali e ad 8 quello dei membri della Giunta provinciale, consesso che sostituì la Deputazione come organo esecutivo. Con un'innovazione rispetto al passato prefascista, il presidente della Provincia, eletto dal Consiglio tra i suoi componenti, fu messo a capo sia dello stesso Consiglio che della Giunta.[15] In questa prima fase, il sistema elettorale fu un meccanismo misto a prevalenza maggioritaria, ma nel 1960 anche per le province venne introdotto un puro suffragio proporzionale come per tutti gli altri livelli istituzionali. Il mandato delle amministrazioni provinciali fu inizialmente stabilito in quattro anni, ma vari decreti resero tale termine molto irregolare finché non si passò ad un termine quinquennale, anche qui per armonizzarsi al resto del panorama politico.[16]

La creazione delle regioni autonome, tuttavia, introdusse per la prima volta una disarmonia fra gli organi provinciali presenti sul territorio. In Sicilia il parlamento regionale decretò di lasciare le province sotto l'autorità della Giunta dell'isola, che nominava d'imperio i presidenti e i membri delle giunte provinciali, mentre fu solo nel 1964 che si acconsentì alla rinascita dei consigli provinciali. In Trentino-Alto Adige la ricostituzione dei consigli su base proporzionale avvenne già nel tardo 1948, dato che l'accordo con l'Austria prevedeva che essi fungessero anche da consiglio regionale raggruppandosi in seduta comune. In Valle d'Aosta infine, l'amministrazione regionale svolgeva anche i compiti provinciali, in particolare tramite il consiglio eletto nel tardo 1949.[17]

Dopo decenni di immobilismo, il primo importante intervento legislativo di riforma degli enti locali fu operato della legge n. 142/1990, con la quali i comuni e le province furono autorizzati ad adottare un proprio statuto ed istituire regolamenti concernenti le norme fondamentali di organizzazione dell'ente, l'ordinamento degli uffici e delle società partecipate, le forme di partecipazione popolare, di decentramento, di accesso dei cittadini alle informazioni ed ai provvedimenti amministrativi. La legge iniziò a preoccuparsi del tema della governabilità, introducendo la sfiducia costruttiva per proteggere le giunte in carica. Infine, la normativa prefigurò un nuovo istituto per le aree urbane più dense, la città metropolitana, che tuttavia rimase una pura teoria poiché non vennero emanate le necessarie leggi regionali di attuazione.[18]

Il vero cambiamento storico fu però il risultato della legge del 25 marzo 1993 n. 81, che stabilì l'elezione diretta a suffragio universale dei presidenti delle province, cui veniva demandato il potere di nominare la Giunta provinciale ora composta da assessori esterni al Consiglio, per il quale veniva ricreata la separata figura di un suo presidente. Era possibile e anzi normale la nomina ad assessore di un consigliere, ma costui perdeva immediatamente il seggio all'accettazione della carica superiore. La durata delle amministrazioni fu ridotta a quattro anni con, sul modello americano, non più di due mandati presidenziali consecutivi, mentre la legge elettorale venne modificata con un premio di maggioranza per garantire la coalizione vincitrice.[19][20] L'ulteriore evoluzione delle norme amministrative fu riassunta nel nuovo Testo unico sull'ordinamento delle autonomie locali, emanato con decreto n. 267 del 2000, che riportò a cinque anni la durata dei mandati elettivi.[21]

Mappa d'Italia con le province

Il secondo decennio del XXI secolo portò un ampio dibattito sul ruolo e la gestione delle province. Il governo Monti recepì le pressioni comunitarie in tema di risparmi di bilancio emanando il decreto legge 4 dicembre 2011, che prevedeva nelle regioni a statuto ordinario la spoliazione dei poteri delle province, e la nomina dei loro organi da parte degli amministratori comunali, abolendo le giunte. Il provvedimento comportò il rinvio degli appuntamenti elettorali del 2012 e del 2013, offrendo ai presidenti uscenti la permanenza in carica come commissari. Le iniziative nazionali trovarono accoglimento in Sicilia dopo la vittoria di Rosario Crocetta, che con un provvedimento più radicale licenziò tutte le autorità provinciali a far data dal 30 giugno 2013 sostituendole con commissari regionali, ma vennero stoppate proprio a Roma dalla Corte Costituzionale che il 3 luglio cassò la riforma Monti, giudicandola incostituzionale a causa dell'uso di un decreto per riformare un ente costituzionalmente garantito quale la provincia. La reazione dei nuovi governi di centrosinistra si concretizzò quindi il 3 aprile 2014 con l'approvazione della legge proposta dal ministro Graziano Delrio, che confermò la trasformazione delle province in enti amministrativi di secondo livello, e la mutazione di dieci di esse in città metropolitane. La nuova normativa cancellò anche le elezioni previste nel 2014, sostituendole con consultazioni a suffragio ristretto celebrate in autunno, e abolì le giunte redistribuendo le deleghe ai consiglieri provinciali ridotti in numero.[22] L'attuazione della riforma fu posticipata all'inizio del 2015 per le realtà metropolitane, a capo della quali fu posto per principio e di diritto il sindaco del capoluogo, e fu recepita in forma leggermente modificata ma con anzi maggior anticipo temporale dal Friuli-Venezia Giulia, mentre al Parlamento siciliano il dibattito subì una brusca frenata, obbligando a continue proroghe o nomine di nuovi commissari, mantenendo nel frattempo comunque in vita gli enti e garantendo il relativo personale impiegatizio.[23] Per quanto riguarda la Sardegna,[24] in seguito all'esito dei referendum del 2012 si tentò di avviare un processo di riorganizzazione amministrativa, ma la delibera del Consiglio regionale del 24 maggio 2012 rimase disattesa,[25] mentre la successiva del 27 febbraio 2013 portò solo al commissariamento delle quattro nuove province a far data dal 30 giugno 2013.[26] L'amministrazione regionale ha poi annullato le elezioni provinciali previste nel 2015, prevedendo una gestione commissariale fino alla fine dell'anno.[27]

Evoluzione territoriale[modifica | modifica wikitesto]

Anno 1861 1866 1870 1923 1924 1927 1934 1935 1941 1944
Numero
province
59 68 69 75 76 92 93 94 95 94
Anno 1945 1947 1954 1968 1970 1974 1995 2005 2009
Numero
province
93 91 92 93 94 95 103 107 110

Alla proclamazione del Regno d'Italia nel 1861, le province dello Stato erano solamente 59, e il territorio nazionale non comprendeva né l'odierno Veneto con la parte orientale del Mantovano, il Friuli-Venezia Giulia e il Trentino-Alto Adige che erano ancora parte dell'Impero Asburgico, né il Lazio che era rimasto allo Stato Pontificio. Molte province vennero istituite o riformate dalle amministrazioni transitorie filosabaude, altre passarono direttamente dai governi preunitari al nuovo Stato, esistendo dunque praeter legem: tutti i capoluoghi, con l'unica particolare eccezione di Porto Maurizio, erano stati comunque elevati a tale rango decenni se non secoli prima dell'unificazione nazionale.[28] In Lombardia il decreto Rattazzi rettificò una compartimentazione provinciale che affondava le sue radici nel Medioevo,[29] in Emilia il dittatore Carlo Farini emanò i decreti n. 79 e n. 81 che ridussero il frazionamento del territorio e standardizzarono i poteri delle province, nel Sud Italia il generale Garibaldi si limitò a sostituire le autorità borboniche,[30] mentre in Toscana l'ordinamento granducale passò tale e quale sotto il nuovo regime.[31]

Il primo decennio del Regno vide stabilizzarsi la configurazione delle province. Nel 1865 venne spostato il capoluogo della vecchia provincia borbonica di Noto, trasformandola nella moderna Provincia di Siracusa,[32] mentre venne rettificato il confine fra le province di Modena e di Massa-Carrara nella zona della Garfagnana. Nel 1866, a seguito della Terza guerra d'indipendenza, vennero annessi i territori del Veneto dell'epoca, precedentemente appartenenti all'Impero Austriaco, con l'inglobamento delle previgenti ed immutate 9 province asburgiche di Belluno, Padova, Rovigo, Treviso, Venezia, Verona, Vicenza, Udine e Mantova,[33] quest'ultima restaurata nei suoi confini storici nel 1868.[34] Infine nel 1870, a seguito dell'annessione della futura capitale, venne istituita la provincia di Roma, portando il numero complessivo di province nel Regno a 69.[35] La suddivisione territoriale così stabilizzatasi perdurò per mezzo secolo.

La vittoria nella Prima guerra mondiale e l'avvento del fascismo comportarono nuove evoluzioni della geografia amministrativa italiana. Immediatamente dopo la marcia su Roma, il duce impose la riorganizzazione dei territori annessi e che i liberali avevano mantenuto sotto la vecchia legislazione asburgica: nel gennaio del 1923 vennero così istituite le nuove province di Pola[36], di Trieste[37], di Zara[38] e di Trento.[39] Al contempo, si incominciò a ridisegnare anche il vecchio territorio nazionale:[40] dapprima fu espansa la Provincia di Forlì, terra natale di Mussolini, a discapito di quella di Firenze,[41], poi la ricerca di maggior prestigio per la capitale fece spostare l'area di Rieti dalla Provincia di Perugia a quella di Roma,[42], quindi esigenze di modernità legate alla costruzione di nuove strade consigliarono di sopprimere il circondario di Bobbio modificando il confine fra la Provincia di Pavia e quelle di Piacenza e di Genova a favore di queste ultime[43], mentre fu conforme ai progetti di espansione marittima del duce l'istituzione per scorporo delle nuove province di Taranto[44] e della Spezia.[45] Si spostò la Garfagnana nella Provincia di Lucca staccandola da quella di Massa[46], mentre vennero apportati anche mutamenti lessicali: la provincia di Porto Maurizio venne ridenominata provincia di Imperia.[47] L'anno successivo poi, nel 1924, dopo la firma del Trattato di Roma con la Jugoslavia, fu istituita la Provincia di Fiume[48], portando il numero delle province a 76. Il 1925 segnò invece, sempre in ossequio alla vocazione marinara del regime, la trasformazione della Provincia di Livorno, fino ad allora limitata al solo capoluogo e all'Elba, che venne rivoluzionata annettendogli la Capraia genovese e soprattutto un ampio territorio staccato dalla Provincia di Pisa, a sua volta parzialmente indennizzata con alcuni comuni presi da Firenze.[49]

Le province d'Italia quando il territorio nazionale raggiunse la sua massima estensione nel 1942

Una volta divenuto regime, il fascismo procedette ad un più radicale riordino delle circoscrizioni provinciali, partendo dalla decisione di abolire i circondari. Se molti subcapoluoghi furono ridotti a semplici comuni, quelli più popolosi vennero al contrario elevati al rango di capoluoghi a tutto tondo. Nel 1927 fu dunque emanato un decreto per l'istituzione di ben 17 nuove province: Aosta, Bolzano, Brindisi, Castrogiovanni, Frosinone, Gorizia, Matera, Nuoro, Pescara, Pistoia, Ragusa, Rieti, Savona, Terni, Varese, Vercelli e Viterbo. Significativo del mutato quadro politico fu il caso di Gorizia: se quattro anni prima, in regime di democrazia, la città giuliana era stata degradata dal giovane governo Mussolini per impedire la formazione di un'amministrazione locale a guida slava, ora il nuovo quadro autoritario permetteva ed anzi richiedeva di restaurare il capoluogo isontino per facilitare un più particolareggiato controllo del territorio in un'area con una forte componente etnica non latina, come d'altronde fu accadde anche a Bolzano. Lo stesso decreto si caratterizzò per essere l'unico nella storia d'Italia nel quale il legislatore procedette volontariamente alla soppressione di una provincia: si trattò di quella di Caserta la quale, spartita fra quelle confinanti, fu sacrificata in particolare per aumentare il retroterra di Napoli, sempre in ossequio al favore che il duce aveva espresso per i capoluoghi portuali.[50]

Il decreto del 1927 fu esplicitamente dichiarato perfettibile in attesa dei risultati del successivo censimento.[51] In realtà, a parte i quasi immediati mutamenti puramente lessicali di Girgenti ribattezzata Agrigento e di Castrogiovanni ridenominata Enna, e alcuni ritocchi confinari secondari,[52] la prima vera integrazione si ebbe solo nel 1934 con la propagandistica fondazione della Provincia di Littoria sulle terre pontine appena bonificate, mentre le annunciate esigenze statistiche furono applicate unicamente nel 1935 col distacco della Provincia di Asti da quella di Alessandria.[53] Seguirono poi solo altre reintitolazioni, nel 1938 quando Massa e Carrara assunse la denominazione di Apuania[54], e pochi mesi dopo col caso dell'Aquila.[55]

La seconda guerra mondiale portò il territorio amministrativo italiano alla sua massima estensione. L'attacco alla Jugoslavia nel 1941, col conseguente smembramento del paese, comportò l'istituzione nell'odierna parte centrale della Slovenia della Provincia di Lubiana[56], portando le province del regime ad un totale di 95. Il fascismo aveva inoltre già abbozzato nuovi enti nei territori coloniali e in quelli appena conquistati, ma il progetto non arrivò mai al suo definitivo completamento per la mancata estensione del diritto amministrativo metropolitano in quelle zone, ossia la Libia che nel 1939 era stata suddivisa in quattro commissariati provinciali, e la Dalmazia che nel 1941 era stata inclusa in un governatorato comprendente tre province, tra cui quella preesistente di Zara.[57]

Militari jugoslavi a Trieste nel 1945

L'armistizio di Cassibile invertì la tendenza all'aumento del numero delle province, dato che il confine orientale subì sempre più la pressione delle armate partigiane di Tito. Le intenzioni del comandante jugoslavo erano esplicitamente rivoluzionarie e volte alla cancellazione immediata di ogni istituzione italiana, compresi gli enti locali, senza attendere gli atti di diritto internazionale. La prima a cadere fu Zara la vigilia di Ognisanti del 1944, e la città venne convertita in soli due giorni in un'amministrazione croata e sovietica.[58] Molto più ampia fu però l'invasione immediatamente seguente alla fine della guerra nel maggio del 1945, quando la Venezia Giulia presa dai titini venne spogliata di ogni autorità italiana, e sottoposta a neoeletti consigli popolari i cui ambiti geografici ricalcavano piuttosto l'antica suddivisione austriaca.[59] La conclusione del conflitto nel 1945 comportò per opportunità la modifica del nome di due province, quella di Littoria che diventò di Latina, e poco dopo quella di Apuania che ridivenne di Massa-Carrara fissandone il capoluogo in Massa[60], mentre venne ricostituita la Provincia di Caserta che era stata sacrificata dal regime.[61] Con il Trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947 venne ratificata la perdita delle province di Pola, Fiume e Zara, nonché di gran parte del territorio di quelle di Trieste e Gorizia, mentre il nucleo centrale della stessa provincia alabardata venne staccato dall'Italia e trasformato nel Territorio libero di Trieste sottoposto al Governo Militare Alleato. A quel punto la zona del monfalconese, rimasta orfana del vecchio capoluogo, fu traslata su ordine prefettizio sotto Gorizia. Dal lato francese infine, anche la provincia di Cuneo perse un comune. La nuova Italia repubblicana scese così ad un totale di 91 province. L'ultimo strascico degli accordi di pace fu, con la creazione della Regione Trentino-Alto Adige, la ridefinizione del confine fra la Provincia di Bolzano e quella di Trento a favore della prima onde rispettare la minoranza tedescofona.[62]

I primi vent'anni della Repubblica Italiana videro la geografia provinciale rimanere immutata fatta salva, a seguito del Memorandum di Londra del 1954, la reintegrazione nel territorio nazionale di ciò che era rimasto della Provincia di Trieste. La prima novità giunse solo nel 1968 quando venne istituita la Provincia di Pordenone, cui seguirono nel 1970 la Provincia di Isernia e nel 1974 la Provincia di Oristano.

L'incremento divenne più sostanziale nel 1992 quando, nell'ambito dei tentativi di reagire alle accuse di immobilismo politico di quel periodo, il Parlamento votò la creazione di ben 8 nuove province: Biella, Crotone, Lecco, Lodi, Prato, Rimini, Verbania e Vibo Valentia. Contestualmente, Forlì venne rinominata Provincia di Forlì-Cesena. Le nuove amministrazioni si attivarono però concretamente solo nel 1995, in seguito al regolare appuntamento elettorale.

Nel 2001 la Regione a statuto speciale della Sardegna istituì 4 province poi divenute operative nel 2005, Olbia-Tempio, l'Ogliastra, il Medio Campidano e Carbonia-Iglesias, contestualmente ridefinendo i confini delle province esistenti: per la prima volta nella storia d'Italia venivano create province tramite legge regionale, dando luogo ad un non facile coordinamento con la legislazione nazionale che non le riconosceva. Nel frattempo, nel 2004, il Parlamento istituì le 3 province di Monza e Brianza, di Fermo e di Barletta-Andria-Trani, che divennero poi operative nel 2009 portando il numero complessivo delle province geografiche a 110.

Funzioni[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni novanta il legislatore si era impegnato in un rilancio dell'istituto provinciale le cui funzioni erano state compresse dalla nascita delle regioni nel 1970. Il decreto legislativo n°112/1998 aveva trasferito alle Province competenze prima spettanti allo Stato o alle Regioni, in adesione al principio di sussidiarietà, fra le quali spiccavano quelle in materia di:

  • protezione civile (attuazione dei piani regionali, predisposizione dei piani provinciali prima spettanti alla Prefettura);
  • scuola ed istruzione (istituzione e soppressione di scuole, organizzazione della rete scolastica; edifici scolastici);
  • risparmio e rendimento energetico;
  • trasporti (molte competenze furono ereditate dalla Motorizzazione civile);
  • autoscuole (autorizzazioni, vigilanza, consorzi, esami di idoneità per gli insegnanti);
  • imprese di revisione e riparazione di autoveicoli;
  • rilascio di licenze per autotrasporto ed albi provinciale degli autotrasportatori;
  • industria;
  • lavoro e centri per l'impiego (ex uffici di collocamento di competenza del Ministero del Lavoro).

In base all'art. 19 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n°267, il "Testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali" (TUEL), spettavano alla provincia le funzioni amministrative che riguardavano vaste zone intercomunali o l'intero territorio provinciale nei seguenti settori:

  • difesa del suolo, tutela e valorizzazione dell'ambiente e prevenzione delle calamità;
  • tutela e valorizzazione delle risorse idriche ed energetiche;
  • valorizzazione dei beni culturali;
  • viabilità e trasporti;
  • protezione della flora e della fauna parchi e riserve naturali;
  • caccia e pesca nelle acque interne;
  • organizzazione dello smaltimento dei rifiuti a livello provinciale, rilevamento, disciplina e controllo degli scarichi delle acque e delle emissioni atmosferiche e sonore;
  • servizi sanitari, di igiene e profilassi pubblica, attribuiti dalla legislazione statale e regionale;
  • compiti connessi alla istruzione secondaria di secondo grado ed artistica ed alla formazione professionale, compresa l'edilizia scolastica, attribuiti dalla legislazione statale e regionale;
  • raccolta ed elaborazione dati, assistenza tecnico-amministrativa agli enti locali.

Ulteriore specifico compito delle Province era quello della programmazione, previsto dall'art. 20 del TUEL, che si svolgeva secondo le norme dettate dalla legge regionale, mentre era la stessa Provincia a predisporre e ad adottare il piano di coordinamento che determinava gli indirizzi generali di assetto del territorio, la localizzazione delle maggiori infrastrutture e delle principali vie di comunicazione, gli obiettivi e i modi di intervento per la sistemazione idrica, idrogeologica ed idraulico-forestale. Era la provincia, quindi, che aveva la funzione di accertare la compatibilità degli strumenti di pianificazione territoriale predisposti dai Comuni, con le previsioni contenute nel piano territoriale di coordinamento.

Gli anni Dieci del XXI secolo stanno segnando una radicale inversione di tendenza nel senso di uno svuotamento dei poteri delle province e il trasferimento di competenze ed organici alle regioni. In base alla legge 7 aprile 2014, n°56, rimangono funzioni delle province:

  • la pianificazione territoriale provinciale di coordinamento, nonché la tutela e valorizzazione dell’ambiente provinciale;
  • la pianificazione dei servizi di trasporto in ambito provinciale, autorizzazione e controllo in materia di trasporto privato, in coerenza con la programmazione regionale, nonché la costruzione e gestione delle strade provinciali e la regolazione della circolazione stradale inerente;
  • la programmazione provinciale della rete scolastica, nel rispetto della programmazione regionale;
  • la raccolta ed elaborazione di dati, assistenza tecnico-amministrativa agli enti locali;
  • la gestione dell’edilizia scolastica;
  • il controllo dei fenomeni discriminatori in ambito occupazionale e la promozione delle pari opportunità;
  • la Polizia provinciale, con compiti di polizia amministrativa, giudiziaria, stradale, ambientale, edilizia, ittica-venatoria, demaniale, protezione civile. La Polizia provinciale può esercitare funzioni ausiliarie di pubblica sicurezza, sotto le direttive operative dell'autorità provinciale di pubblica sicurezza. I poliziotti provinciali, secondo i dati forniti dal Ministero degli Interni,[63] al 31 dicembre 2011 erano 2.769 unità. Si tratta di un organismo specializzato, inquadrato nel contesto normativo della polizia locale. Negli ultimi anni ha notevolmente aumentato l'attività in diversi settori e ambiti operativi, con numerosissime operazioni e indagini di polizia, contribuendo concretamente al controllo, difesa e sicurezza del territorio sotto vari aspetti, specie nelle zone più periferiche;
  • le relazioni con gli enti locali confinanti per le province poste sul confine di Stato;
  • la cura dello sviluppo strategico del territorio e gestione di servizi in forma associata per le province montane.

Le funzioni rimosse dalla competenza provinciale passano alle regioni, che devono tuttavia accettarle addossandosi il relativo personale e i connessi oneri di bilancio.

Assetto istituzionale[modifica | modifica wikitesto]

La legge n° 81 del 25 marzo 1993 aveva stabilito l'elezione popolare diretta dei presidenti delle province italiane, ricorrendo a un eventuale turno di ballottaggio qualora nessun candidato avesse raggiunto la maggioranza assoluta dei consensi. La durata in carica del presidente, originariamente fissata in quattro anni, fu prolungata a cinque, e l'intero sistema normativo venne consolidato nel Testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, il D.Lgs. n°267 del 2000. In qualunque caso di morte, dimissioni, sospensione, sfiducia o decadenza del presidente, si procedeva all'indizione di nuove elezioni provinciali e, nel caso di crisi politica, alla gestione provvisoria dell'ente da parte di un commissario nominato dal prefetto. Contestualmente alla scelta del presidente, si tenevano le elezioni del Consiglio Provinciale, sul principio del governo di legislatura. I consiglieri, in numero variabile da 24 a 45 secondo l'entità della popolazione, erano eletti con un particolare sistema elettorale proporzionale con premio di maggioranza. L'elettore poteva tracciare sulla scheda elettorale, di colore giallo, un segno su un candidato presidente e su un candidato consigliere che lo sosteneva. Alla coalizione collegata al presidente eletto veniva comunque garantito almeno il 60% dei seggi consiliari; tenuta presente questa clausola, i seggi venivano ripartiti in maniera proporzionale con metodo D'Hondt sulla base dei voti conseguiti dalle varie coalizioni, e in seconda istanza dalle singole liste, nella circoscrizione unica provinciale. I candidati si presentavano però in collegi uninominali e, determinato il numero di seggi assegnati a ciascuna lista, venivano dichiarati eletti coloro che, all'interno della stessa, avessero ottenuto le maggiori percentuali di voto nel proprio collegio.

Con la legge 7 aprile 2014 n°56[64] le province delle regioni ordinarie sono state trasformate in enti amministrativi di secondo livello con elezione dei propri organi a suffragio ristretto, mentre contestualmente è stata prevista la trasformazione di dieci province in città metropolitane. La legge in oggetto ha abolito la Giunta provinciale, redistribuendo le deleghe di governo all'interno del Consiglio provinciale, molto ridimensionato nel numero dei suoi membri, e introducendo così un'inedita forma di governo presidenziale pura, del tutto nuova alla vita politica italiana repubblicana. Un nuovo organo, l'Assemblea dei sindaci, assume il compito di deliberare il bilancio ed eventuali modifiche statutarie. In Friuli-Venezia Giulia è stata votata una riforma simile, che differisce però per il mantenimento della Giunta, una maggiore numerosità dei consigli, e soprattutto il ritorno ad una forma di governo parlamentare con un Presidente cambiabile dal Consiglio tramite una sfiducia costruttiva. In Sicilia le province sono state commissariate da due anni, in attesa di un progetto di riforma, così come accaduto con le nuove province sarde.

Norme del tutto diverse invece regolano la vita istituzionale nelle comunità autonome di Aosta, Bolzano e Trento.

Numerosità dei consigli e delle giunte[modifica | modifica wikitesto]

Fino all'entrata in vigore della legge Delrio, secondo gli articoli 37 e 47 del decreto legislativo 267/2000[65] (Testo unico degli enti locali) modificato dall'art. 2, comma 23, L. 244/2007[66] e sottoposto alla legge 191/2009[67], la consistenza numerica dei consigli provinciali nelle regioni ordinarie era definita in base al numero di abitanti come sotto riportato.

La Sicilia, la Sardegna e il Friuli-Venezia Giulia applicano tali leggi solo nella misura voluta dalle rispettive normative regionali. Leggi costituzionali specifiche regolano invece le tre entità sui generis del Trentino, dell'Alto Adige e della Valle d'Aosta, che eleggono consigli di 35 membri.

Abitanti Membri Consiglio
(eletti prima del 2011)
Membri Consiglio
(eletti nelle regioni ordinarie nel 2011)
Assessori
(numero massimo)
Assessori
(eletti nelle regioni ordinarie nel 2011)
più di 1.400.000 abitanti 45 36 12 9
tra 700.000 e 1.400.000 36[68] 28 12 9
tra 300.000 e 700.000 30[69] 24 10 8
meno di 300.000 abitanti 24[70] 19 8 6

Con l'entrata in vigore della legge Delrio nelle regioni a statuto ordinario, gli assessori provinciali lì sono stati aboliti, e il consiglio provinciale si compone del Presidente della provincia e di un numero variabile di consiglieri, in funzione del numero degli abitanti:

  • 16 consiglieri nelle province con più di 700.000 abitanti,
  • 12 consiglieri nelle province intermedie,
  • 10 consiglieri nelle province con meno di 300.000 abitanti.

Suddivisione amministrativa[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Province d'Italia.

Le province italiane sono geograficamente 110, cui corrispondono 99 amministrazioni provinciali e 8 amministrazioni metropolitane membre dell'UPI, mentre sono 3 le circoscrizioni ad autonomia speciale.

Denominazione delle province[modifica | modifica wikitesto]

La denominazione delle province in Italia è per la maggior parte quella del capoluogo, con alcune eccezioni.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Articoli 114 e seguenti.
  2. ^ Tale uso è tipico di province che anticamente costituivano stati indipendenti, come Lucca o Massa.
  3. ^ Tale ornamento era molto diffuso in passato in età monarchica.
  4. ^ Decreto Rattazzi
  5. ^ Legge Lanza
  6. ^ Gazzetta Ufficiale del 31 dicembre 1888
  7. ^ Gazzetta Ufficiale del 12 luglio 1894
  8. ^ Gazzetta Ufficiale del 22 febbraio 1904
  9. ^ Gazzetta Ufficiale del 18 luglio 1913
  10. ^ [1]
  11. ^ vedi
  12. ^ R.D.L. 4 aprile 1944 n. 111 su Gazzetta Ufficiale n. 21 del 22 aprile
  13. ^ Ossia la DC, il PSI, il PCI, il PLI, gli azionisti e i demolaburisti.
  14. ^ Frutto del decreto legislativo luogotenenziale n. 23 del 1º febbraio 1945 che valeva per tutti i livelli istituzionali.
  15. ^ Legge n. 122/1951
  16. ^ Legge n. 962/1960
  17. ^ A ben guardare tuttavia, in un primo tempo la Valdaosta sembrò essere concepita più una provincia con poteri regionali, piuttosto che il contrario. Ad esempio il primo consiglio regionale fu votato in realtà secondo l'ultima legge elettorale approvata per le province nel 1923.
  18. ^ Legge 8 giugno 1990 n. 142
  19. ^ [2]
  20. ^ La Sicilia si adeguò al nuovo corso sei mesi dopo con legge regionale 1º settembre 1993, n. 26.
  21. ^ Testo unico degli enti locali
  22. ^ Legge Delrio
  23. ^ Abolizione province: varato il Ddl, oggi in commissione - liberautopia.it
  24. ^ Referendum Sardegna: 100% sezioni scrutinate, netta prevalenza si, Regione Autonoma della Sardegna, 7 maggio 2012. URL consultato il 13 maggio 2012.
  25. ^ Legge Regionale 25 maggio 2012, N. 11, Consiglio Regionale della Sardegna. URL consultato l'8 giugno 2012.
  26. ^ Legge Regionale 27 febbraio 2013, N. 5, Consiglio Regionale della Sardegna. URL consultato il 30 maggio 2013.
  27. ^ Legge regionale sarda n°7/2015
  28. ^ Il caso di Porto Maurizio si giustifica con la contestuale cessione del suo vecchio capoluogo, ossia Nizza, alla Francia in cambio dell'appoggio alle guerre che portarono appunto all'unificazione del Paese.
  29. ^ Legge 23 ottobre 1859 n. 3702
  30. ^ Decreto 32 del dittatoe Garibaldi
  31. ^ In Toscana la legge Rattazzi non arrivò mai.
  32. ^ Legge 20 marzo 1865 n. 2248
  33. ^ Il passaggio delle province venete all'Italia senza mutazioni territoriali comportò che esse non furono suddivise in circondari e mandamenti, ma rimasero ripartite in distretti come sotto l'Austria.
  34. ^ Legge 9 febbraio 1868, n. 4232
  35. ^ Regio Decreto 15 ottobre 1870, n. 5929
  36. ^ Regio decreto 18 gennaio 1923, n. 53, art.1
  37. ^ Regio decreto 18 gennaio 1923, n. 53, art. 2
  38. ^ Regio decreto 18 gennaio 1923, n. 54
  39. ^ Regio decreto 21 gennaio 1923, n. 93
  40. ^ Si noti come, nell'età liberale, i confini provinciali rispettassero in maniera quasi assoluta quelli degli stati preunitari.
  41. ^ Regio decreto 4 marzo 1923, n. 544
  42. ^ Regio decreto 4 marzo 1923, n. 545
  43. ^ Regio decreto 8 luglio 1923, n. 1726
  44. ^ Regio decreto 2 settembre 1923, n. 1911
  45. ^ Regio decreto 2 settembre 1923, n. 1913
  46. ^ Regio decreto 9 novembre 1923, n. 2490
  47. ^ Regio decreto 9 novembre 1923, n. 2491
  48. ^ Regio decreto legge 22 febbraio 1924, n. 213
  49. ^ Regio decreto legge 15 novembre 1925, n. 2011
  50. ^ Regio decreto legge 2 gennaio 1927, n. 1
  51. ^ Regio decreto legge 31 marzo 1927, n°468
  52. ^ Regio decreto legge 24 gennaio 1929, n°106
  53. ^ Regio decreto legge 1º aprile 1935, n. 297
  54. ^ Regio decreto legge 16 dicembre 1938, n. 1860, art.2
  55. ^ Regio decreto 23 novembre 1939, n. 1891
  56. ^ Regio decreto legge 3 maggio 1941, n. 291
  57. ^ Regio decreto legge 18 maggio 1941, n. 452
  58. ^ Cronologia istriana
  59. ^ La Provincia di Fiume, quella di Pola tranne il capoluogo, e le metà orientali di quelle Trieste e di Gorizia, furono subito cancellate. Al loro posto vennero eletti su ordine militare slavo tre consigli popolari provinciali: uno per il Litorale sloveno nell'ambito dell'ex Contea di Gorizia e Gradisca, uno per l'Istria nel fu Margraviato, e uno cittadino per Fiume. La decisione, oltre a ricalcare abbastanza bene i confini etnici fra sloveni e croati, sottolineava il carattere di parentesi chiusa che la propaganda titina dava alla presenza statale italiana nella zona. La Provincia di Lubiana tornò invece immediatamente a far parte in tutto e per tutto della Jugoslavia.
  60. ^ Decreto legislativo luogotenenziale 1 marzo 1946, n. 48, articolo 2, in materia di "Ricostituzione dei comuni di Massa, Carrara e Montignoso."
  61. ^ Decreto legislativo luogotenenziale 11 giugno 1945, n. 373, in materia di "Ricostruzione della provincia di Caserta."
  62. ^ Legge costituzionale 26 febbraio 1948, n°5
  63. ^ Dai dati del Ministero degli Interni, Dipartimento per gli affari interni e territoriali - Direzione centrale per gli uffici territoriali del governo e per le autonomie locali. Censimento generale del personale in servizio presso gli enti locali, dati aggiornati al 31 dicembre 2011
  64. ^ "Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni"
  65. ^ Dlgs 267/2000 - Testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali
  66. ^ 1817-B 1..210
  67. ^ http://www.lavoro.gov.it/NR/rdonlyres/665E8957-9653-4C7D-AEC9-DBBFCD43BEC5/0/20091223_L_191.pdf
  68. ^ Fanno eccezione le due province regionali siciliane di Palermo e Catania per le quali la Regione Siciliana, nella sua autonomia, ha reputato di aumentare la consistenza del Consiglio a 45 membri e quella della Giunta a 15 assessori.
  69. ^ Fanno eccezione le province regionali siciliane di Agrigento, Trapani, Siracusa e Ragusa per le quali la Regione Siciliana, nella sua autonomia, ha reputato di aumentare la consistenza del Consiglio a 35 membri e quella della Giunta a 12 assessori; per la provincia di Messina l'aumento è stato a 45 consiglieri e 15 assessori.
  70. ^ La Regione Siciliana, nella sua autonomia, ha arrotondato a 25 il numero dei consiglieri delle sue province regionali afferenti a questa classe.
  71. ^ "Diritto Pubblico", a cura di Franco Modugno, Giappichelli editore, 2012
  72. ^ Il Consiglio Regionale della Sardegna si era dato fino al 30 giugno 2013 per emanare la nuova normativa, decidendo il 28 giugno il commissariamento delle quattro province in liquidazione:Consiglio Regionale della Sardegna. Per le quattro province storiche ha invece prolungato il termine fino alle successive elezioni del 2015.