No Cav

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Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando la manifestazione politica del 2008 contro Silvio Berlusconi chiamata No Cav Day, vedi No Berlusconi Day.
Cava di Gioia (Carrara) e la relativa modifica irreversibile della forma di vetta
L'immensa estensione del bacino marmifero di Carrara vista dal satellite di Google, estate 2022

No Cav è un termine giornalistico impiegato[1] per indicare un ampio movimento di protesta italiano sorto nei primi anni del XXI secolo[2] e composto da associazioni e gruppi di cittadini accomunati dalla critica alle cave di marmo di Carrara sulle Alpi Apuane.

Nome e simbolo[modifica | modifica wikitesto]

Adesivo No Cav al Bivacco Aronte (Passo della Focolaccia, Alpi Apuane)

Il termine No Cav, abbreviazione di "No Cave", fu utilizzato per la prima volta in un articolo de Il Tirreno del 2014 per definire gli attivisti che avevano preso parte ad una manifestazione del comitato Salviamo le Apuane[1].

Il simbolo No Cav è costituito da una rappresentazione stilizzata in bianco e nero del viadotto di Vara della ferrovia Marmifera Privata di Carrara barrata da una grande X rossa, al di sopra della quale campeggia la scritta "NO CAV" anch'essa rossa, il tutto su fondo bianco[3][4].

Viadotto di Vara della ferrovia Marmifera Privata di Carrara

Tale vessillo, la cui veste grafica ricorda quella del movimento No TAV, fece la sua comparsa solo nel 2020, durante una manifestazione organizzata dall'ambientalista Gianluca Briccolani, che l'anno seguente, insieme a Claudio Grandi e altri, avrebbe fondato l'associazione Apuane Libere[5][6][7].

Questo simbolo e la definizione di "No Cav" non sono utilizzati né accettati da tutti gruppi del movimento e molti preferiscono piuttosto definirsi con termini più precisi, quali ad esempio: Comitato per la salvaguardia delle Alpi Apuane, Movimento ambientalista delle Apuane, Mmovimento in difesa delle Apuane, Gruppo a tutela delle Apuane, Organizzazione di volontariato per la tutela delle Alpi Apuane, Comitato per la difesa del territorio, Associazione in difesa dell'integrità delle Alpi Apuane e altri ancora.

Caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

Slogan No Cav su un muro di Carrara, 2021

Il fenomeno No Cav è classificato nell'Atlante Italiano dei Conflitti Ambientali, parte dell'Environmental Justice Atlas, come "conflitto propositivo in favore di alternative sostenibili"[2].

Nel corso degli anni, gli ambientalisti sono riusciti a sviluppare nella società civile un diffuso movimento d'opinione sensibile al tema della salvaguardia delle Alpi Apuane[8].

I metodi di lotta utilizzati dagli attivisti No Cav comprendono manifestazioni[9], marce[10], flash mob[11], appelli[12], petizioni[13], azioni dimostrative (quali ad esempio quella al Giro d'Italia 2021[14][15] o sulla vetta del Monte Bianco[16][17]), blocchi stradali[18], cause legali[19][20], iniziative politiche in sede locale[21], regionale[22], italiana[23], europea[24] ed internazionale[25], sensibilizzazione dell'opinione pubblica[26], pressioni sulle aziende[27][28], preparazione di documenti indipendenti (report ecc.)[21] e mediattivismo[2].

Slogan No Cav su un cartello stradale vicino al villaggio Canevara (Massa)

Tra gli slogan apparsi nelle manifestazioni, oltre a No Cav si annoverano anche: Basta cave[29], Giù le mani dalla montagna[30], Fermiamo la devastazione[31], Help Apuan Alps[32], Le cave uccidono il passato e il futuro[3], Excavation devastation[33] e altri ancora.

Inoltre, il movimento No Cav ha talvolta appoggiato anche altre iniziative ambientaliste e di difesa del territorio, non direttamente collegati alla causa apuana[34].

Adesioni[modifica | modifica wikitesto]

Logo del gruppo No Cav Athamanta su un muro di Carrara, 2021

Contro l'attività estrattiva intensiva sulle Alpi Apuane si battono da anni numerosi[35] e variegati gruppi:

Adesivo col logo del gruppo No Cav Athamanta presso lo storico circolo ARCI "C.R.O. Darsene 1945" di Viareggio

Numerosi intellettuali e personalità italiani si sono schierati in difesa delle Alpi Apuane. Tra questi si annoverano: Andrea Camilleri, Moni Ovadia, Salvatore Settis, Adriano Prosperi, Paolo Maddalena[58], Tomaso Montanari, Roberta De Monticelli, Maurizio Maggiani, Mario Perrotta, Alberto Asor Rosa, Paolo Cognetti (il quale ha dichiarato di essere "davvero sconsolato, oltre che arrabbiato, per la situazione delle Apuane"[59]), Enzo Fileno Carabba, Angelo Baracca, Vittorio Emiliani, Edoardo Salzano, Pancho Pardi, Alessandro Gogna, Claudio Lombardi, Alberto Magnaghi, Andrea Lanfri (che fu testimonial di una grande manifestazione No Cav nel 2021[60]) e Rossano Ercolini[61][62][63][64][65]. Il fumettista Sergio Staino ha realizzato una vignetta sul tema[66]. Tra fine anni 2000 e inizio anni 2010 anche Beppe Grillo sposò sul suo blog posizioni vicine a quelle No Cav[67].

La campagna No Cav inoltre trova sostenitori anche al di là dei confini nazionali, in particolar modo in Germania[68]. Personalità internazionali schierate su posizioni vicine a quelle No Cav sono: Vandana Shiva e Raul Zibechi[69]. A livello politico, il tema scomodo della chiusura delle cave è stato spesso snobbato dai partiti, salvo qualche eccezione come ad esempio Rifondazione comunista[70], Potere al Popolo[71] e singoli politici, come ad esempio Pietro Ichino[72] e Tommaso Fattori[73], che si sono spesi per la causa No Cav. Bisogna attendere il 2021 perché un partito, Europa Verde, guidato da Eros Tetti, inserisse nel suo programma la chiusura delle cave ricadenti nel Parco naturale regionale delle Alpi Apuane[74].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L'attività mineraria nelle Alpi Apuane[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Marmo di Carrara.

Le cave di pietra delle Alpi Apuane erano probabilmente già utilizzate durante l'età del Ferro dai Liguri di Ameglia, ma l'attività estrattiva vera e propria si sviluppò a partire dall'epoca romana, e conobbe il maggiore sviluppo sotto Giulio Cesare (48-44 a.C.). Delle cave più antiche, distribuite nei bacini di Torano, Miseglia e Colonnata, non resta molto, poiché l’attività estrattiva protrattasi nei secoli ha causato la loro progressiva distruzione. In tal modo, cave come quella di Polvaccio e Mandria (Torano) e Canalgrande (Miseglia) sono andate perdute. Sono invece ancora integre, sebbene scarsamente valorizzate da un punto di vista storico-archeologico e turistico[75], le cave di La Tagliata (Miseglia) e Fossacava (Colonnata)[76]. Un'altra cava di origine certamente antica, è la cosiddetta Cava Romana di Forno (Massa), oggetto di diatribe legali per violazioni ambientali[77] e alla quale nel 2017 non è stata rinnovata la compatibilità ambientale[78].

Il picco di celebrità del Marmo di Carrara si ebbe nel Rinascimento in quanto fu utilizzato da Michelangelo, che veniva a scegliere personalmente i blocchi su cui lavorare.

Tra la fine del XVIII e il XIX secolo ci fu un rapido incremento delle cave, che cominciarono a concentrarsi nelle mani di pochi grandi concessionari[79], e l'"industrializzazione" dell'attività estrattiva, che richiamò un gran numero di lavoratori delle comunità montane, spostandoli dalle tradizionali occupazioni agro-pastorali a quelle minerarie[80]. A questo periodo risale la costruzione della Ferrovia Marmifera Privata di Carrara, sulla quale attualmente ci sono progetti di rigenerazione urbana[81] e del Porto di Carrara. Questo processo proseguì anche nel XX secolo, con la realizzazione di infrastrutture quali la diramazione della Teleferica del Balzone, nel 1907[82] e del ramo per Arni della Tranvia della Versilia, inaugurato nel 1923.

Oltre a quelle di marmo, erano presenti un tempo anche miniere di manganese[83], mercurio[84], ferro[85], pirite, magnesite, dolomia e altro ancora[86][87]. Nel 2015 esplose il caso della grave contaminazione da tallio della falda acquifera, e di conseguenza dell'acquedotto, di Pietrasanta a causa delle miniere di perite di Valdicastello, abbandonate negli anni '80 e mai bonificate[88].

Nel Dopoguerra, in particolare nel secondo, l'attività estrattiva è cresciuta a dismisura in termini di materiale rimosso, secondo Focus "negli ultimi 20 anni, qui si è scavato più che in duemila anni di storia"[89]. Tuttavia il numero degli occupati diretti nelle cave è passato, secondo il Corriere della Sera, dai 16.000 degli anni '50 ai circa 1.000 di oggi[73].

I movimenti a tutela delle Alpi Apuane[modifica | modifica wikitesto]

Marmettola nel fiume Carrione, Carrara, 2021
Sbanco in una cava carrarese

Nel 1985, a seguito di una raccolta di firme partita molti anni prima e la presentazione nel 1978 di una legge di iniziativa popolare, la Regione Toscana istituì il Parco naturale Regionale delle Alpi Apuane. Nel 1997, con la Legge Regionale 65/1997 ne venne ridotto il perimetro da circa 54.000 ettari agli attuali 20.598 ettari, in modo da tutelare la presenza delle cave di marmo, riclassificate come “aree contigue[90]. Grazie a tale riclassificazione, nel 2021 il Consiglio di Stato ha rigettato il ricorso delle associazioni ambientaliste contro la riapertura di cave nelle suddette aree[91], a meno che non siano sovrapposte a zone di tutela come SIC, SIR o ZPS[92].

Già negli anni '80 ci furono però lotte ambientaliste che condussero negli anni '90 alla chiusura delle cave di dolomia a Forno[73] e perlomeno dal 2000 esistono appelli di associazioni ambientaliste contro l'industria apuana del marmo[93].

Slogan No Cav inciso in un blocco di marmo nei pressi dell'ingresso alle cave Henraux ad Azzano (Seravezza)

Nel 2000, tramite una legge nazionale tuttora valida, fu decretata l'istituzione del Parco Archeominerario delle Alpi Apuane per tutelare dall'attuale attività estrattiva le testimonianze di quella di epoca antica[94], ma la cui effettiva istituzione è tuttavia sospesa dal 2006, nonostante i pareri favorevoli degli enti locali[95]. Per ovviare ai ritardi, nel 2003 il Parco naturale Regionale delle Alpi Apuane ha istituito il Sistema museale di archeologia mineraria delle Alpi Apuane[96].

Dalle esperienze di lotta per la salvaguardia delle Apuane delle ultime decadi del XX secolo, si sarebbe sviluppato il conflitto ambientale in corso e l'attuale movimento No Cav. Secondo l'Atlante Italiano dei Conflitti Ambientali, parte dell'Environmental Justice Atlas, questo "conflitto propositivo in favore di alternative sostenibili" avrebbe avuto origine nel 2009[2], anno in cui Salviamo le Apuane, fondato da Eros Tetti, lanciò la prima mobilitazione online, con una buona risposta e una conseguente crescita e diffusione sul territorio[97].

Scritta No Cav a La Foce, Massa

Già nel 2010, tale movimento presentò un articolato piano denominato "PIPSEAA" (Piano Programma di Sviluppo Economico Alternativo per le Apuane)[98] per una graduale transizione economica del territorio che gli consentisse di smarcarsi dal marmo senza shock occupazionali.

Nel 2014 la giunta regionale toscana approvò un piano per la "chiusura graduale delle cave"[99], promosso dall'assessore regionale Anna Marson, e poi ritirato a seguito delle pressioni di Confindustria[100].

Il Tirreno usò per la prima volta il termine No Cav per definire gli attivisti che si battevano contro le cave apuane[1].

Nello stesso anno, a seguito dell'ennesima alluvione che colpì la città di Carrara, nacque anche l'Assemblea Permanente Carrara, che occupò il municipio per due mesi[101]. Questo gruppo si batte per la tutela ambientale del territorio carrarese e talvolta ha espresso posizioni molto critiche verso le cave[102].

Nel 2015 Tommaso Fattori entrò nel Consiglio regionale toscano con la lista Sì Toscana a sinistra, contribuendo a mantenere alta la pressione sulle cave[103], anche tramite la presentazione di numerosi emendamenti alle leggi regionali[73].

Nel 2016, un raggruppamento di associazioni chiamato Coordinamento Apuano e composto da Legambiente, Salviamo le Apuane, WWF, C.A.I., FAI, Italia Nostra, Rete dei comitati per la difesa del territorio, Società dei Territorialisti, UISP Lega Montagna, Federparchi, Società Speleologica Toscana, Amici delle Alpi Apuane[45], sottoscrisse un documento intitolato Manifesto per le Alpi Apuane[104], nel quale argomentava e dettagliava un piano di transizione economica verde che portasse il territorio apuano ad affrancarsi dalla filiera del marmo, puntando sulla difesa dell'ambiente e del paesaggio, sul turismo e sulle produzioni agroforestali. Infatti, esistono già pregiate produzioni agricole e gastronomiche apuane[105] tra le quali è in ascesa negli ultimi anni quella vinicola[106], in particolare il Candia dei Colli Apuani, che potrebbero essere promosse e potenziate.

Il partito Europa Verde guidato da Eros Tetti, che si prefigge la chiusura delle cave ricadenti nel Parco naturale regionale delle Alpi Apuane[74], nel 2020 propose un referendum abrogativo riguardante le norme regionali più favorevoli alle cave[74].

Nel 2020 fu anche avviata una petizione per l'istituzione di un parco nazionale[90] delle Alpi Apuane o di accorparle al già esistente e contiguo Parco Nazionale dell'Appennino Tosco-Emiliano[107] al fine di garantire una più stretta tutela della catena montuosa. Nello stesso anno, nacque il collettivo Athamanta, che unisce l'esperienza dei centri sociali a quella dell'ambientalismo. Comparvero le prime bandiere No Cav[5].

Nel 2021 il C.A.I. propose l'istituzione di un Parco Culturale delle Apuane[108].

Sempre nel 2021, nacque anche l'associazione Apuane Libere. A luglio dello stesso anno, la neonata associazione organizzò una grande manifestazione il cui testimonial fu Andrea Lanfri[60] e alla quale parteciparono altre 31 sigle. In tale occasione si verificarono tafferugli presso Passo Sella, dove i manifestanti entrarono in contatto con una contromanifestazione a sostegno delle cave organizzata da Confindustria[109].

Nel settembre 2021 l'associazione Salviamo le Apuane presentò al Gruppo di Lavoro dell'ONU su Imprese e Diritti Umani (UN Working Group on Business and Human Right) un corposo dossier sulla situazione apuana, redatto con l'aiuto della ricercatrice Chiara Macchi, dell'Università di Wageningen[25].

A inizio 2022 il Consiglio di stato rigettò il ricorso di numerose aziende marmifere contro il nuovo Piano Estrattivo della Regione Toscana, stabilendo che è diritto e dovere della regione la tutela l'ambiente, specialmente di un "unicum" come le Apuane, anche limitando la libertà di iniziativa economica[110].

Argomentazioni[modifica | modifica wikitesto]

Inquinamento ambientale[modifica | modifica wikitesto]

Il fiume Carrione a Carrara con il letto invaso da marmettola
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Alpi Apuane e Parco regionale delle Alpi Apuane.

L'attività estrattiva ha un impatto negativo sugli acquiferi a causa dell'inquinamento del suolo e delle acque superficiali[111] e profonde[112], con implicazioni sia ambientali[113] che di salute pubblica[114] per le popolazioni che vi si approvvigionano[115].

La marmettola, polvere di marmo miscelata a oli e fanghi derivante dall'escavazione, dovrebbe essere smaltita come rifiuto speciale, ma spesso non è correttamente gestita e finisce per disperdersi in grande quantità[116], costituendo un serio problema di inquinamento ambientale[117]. Secondo ARPAT, la quantità di marmettola attualmente smaltita come rifiuto mostra chiaramente questo problema, in quanto il valore è troppo basso rispetto alla produzione di marmo del comprensorio[118]

A causa dell'elevata meccanizzazione e industrializzazione dei processi estrattivi, altri inquinanti come metalli pesanti e, soprattutto, idrocarburi sono dispersi in ambiente montano e nelle falde acquifere in quantità notevoli[119].

Altri impatti rilevanti sono la dispersione delle polveri nell’atmosfera[120], il rumore e l'abbandono di rifiuti in quota[121].

Le aziende del settore lapideo sono state inoltre accusate dagli ambientalisti di portare avanti operazioni di greenwashing[122].

Distruzione di habitat ed ecosistemi[modifica | modifica wikitesto]

Un grande sbanco presso una cava carrarese

Le cave apuane costituiscono una seria minaccia agli habitat[123] e al patrimonio naturalistico della catena montuosa[100] in quanto causano la distruzione della flora, lo spogliamento del suolo e la profonda modifica dell'ambiente e del paesaggio originario[124].

Va rimarcato che tali attività insistono su un'area di grande pregio naturalistico, ad elevata biodiversità e geodiversità, riconosciuta parco naturale regionale e geoparco mondiale UNESCO. Le Alpi Apuane racchiudono circa il 50% della biodiversità toscana, tra cui alcuni endemismi[125]. Sono presenti, tra la flora e la fauna, anche specie rare e relitte[126][127], tra i quali il raro tritone alpestre, minacciato dalla Cava Valsora[128] (area di rilevanza erpetologica IT130TOS003 riconosciuta dalla Societas Herpetologica Italica[129]) e dalla possibile riapertura di Cava Crespina II, ai piedi del Monte Sagro[130], e specie minacciate come il lupo e il gatto selvatico europeo[131].

L'attività industriale delle cave va a interferire direttamente o indirettamente con un territorio tutelato, parte della rete europea Natura 2000 e racchiude aree classificate come Important Bird and Biodiversity Areas, Zone di Protezione Speciale, Zone speciali di conservazione, Siti di Interesse Comunitario, Oasi WWF, Oasi LIPU e dove è attivo un progetto per la protezione del lupo in collaborazione col Parco Nazionale dell'Appennino Tosco-Emiliano[132].

Le attività estrattive sottraggono acqua alle sorgenti[133], mentre la marmettola (finissima polvere di marmo), da loro prodotta in grande quantità, depositandosi sul letto dei corsi d'acqua, distrugge microsistemi costituendo un serio rischio per l’esistenza di alcune specie animali[134]. Inoltre penetra nella rete carsica, modificando la qualità delle acque sotterranee e favorendo la presenza di specie epigee, le quali minacciano quelle ipogee, più fragili[113].

Dissesto idrogeologico e distruzione di geositi[modifica | modifica wikitesto]

Le cave in galleria, pur avendo minor impatto paesaggistico, giocano invece un ruolo determinante nel dissesto idrogeologico e nella distruzione di geositi e sorgenti
Un grande ravaneto presso la Cava di Fantiscritti

Le Alpi Apuane sono state riconosciute come geoparco mondiale UNESCO[135]. Pertanto le cave costituiscono anche seria una minaccia per la geodiversità apuana e le attività carsiche presenti, particolarmente rappresentate e significative in questa catena montuosa[136]. Numerose cavità ricadono in area di cava, nonostante esse siano tutelate, e molte volte sono state intercettate e danneggiate dall'attività estrattiva[137], oppure colmate da detriti[138]. Anche lo stesso Antro del Corchia, la grotta carsica più grande d'Italia e una delle più importanti grotte europee, avrebbe subito danni causati dalle cave vicine[139].

Nelle Alpi Apuane si trova inoltre la più grande riserva idrica della Toscana[140], messa a rischio dall'attività estrattiva a causa del suo utilizzo diretto[133] dello scarico di detriti, rifiuti e marmettola, che occludono corsi d'acqua e sorgenti[141], e per la modifica della rete carsica.

Inoltre, la marmettola, oltre ad essere chimicamente contaminata da idrocarburi e metalli, è fortemente inquinante anche per azione meccanica: riempie gli interstizi ed impermeabilizza le superfici eliminando gli habitat di molte specie, modifica i processi di alimentazione della falda, velocizza lo scorrimento superficiale delle acque, si infiltra nel reticolo carsico modificando i percorsi delle acque sotterranee fino a causare il disseccamento o il deterioramento delle sorgenti[142]. L'effetto delle cave sulle riserve acquifere locali comporta un notevole danno economico e ambientale al territorio apuano, secondo uno studio pubblicato nel 2019 sulla rivista Water[113].

Infine, sotto il profilo del dissesto idrogeologico i ravaneti, in particolare quelli recenti, rappresentano aree a forte rischio[143][144].

Secondo alcuni commentatori, la cospicua rimozione di materiali dalle montagne e la modifica della loro orografia, avrebbe un ruolo anche nel peggioramento del clima locale[145] e nell'aumento degli eventi meteorologici estremi[146].

Impatto paesaggistico[modifica | modifica wikitesto]

Scritta No Cav a La Foce, Massa: "Giù le mani dalla montagna tra un po' da Carrara si vede Parma"

Le cave causano la modifica irreversibile con elevatissimo impatto paesaggistico[147] della morfologia dei luoghi, comprese alcune vette[12] e crinali[148], grazie alle deroghe disposte dalla Regione Toscana[149]. Tali danni hanno riguardato anche i profili di alcune delle montagne più elevate e significative della catena[140]. L'impatto paesaggistico è di tale entità da essere visibile nelle fotografie realizzate dal satellite della missione spaziale europea Copernicus Sentinel-2[150].

Esempi di queste modifiche irreversibili sono la scomparsa del Picco Falcovaia, la cui vetta è stata interamente rimossa dalla Cava delle Cervaiole[151], l'abbassamento di diverse decine di metri del Passo della Focolaccia, ad opera della Cava di Piastramarina[23], e la perdita della cuspide sommitale del Monte Carchio[152].

Da notare che la Regione Toscana, in deroga al Codice dei beni culturali e del paesaggio che tutela "le montagne per la parte eccedente 1.600 metri sul livello del mare per la catena alpina e 1.200 metri sul livello del mare per la catena appenninica e per le isole, i ghiacciai e i circhi glaciali, i parchi e le riserve nazionali o regionali, nonché i territori di protezione esterna dei parchi" consente l'escavazione anche oltre i 1.200 m s.l.m. e nelle aree del Parco naturale regionale delle Alpi Apuane[153]. Per questo nel 2020 il partito Europa Verde, che si prefigge la chiusura delle cave ricadenti nel parco e l'abrogazione delle deroghe regionali, ha sollevato la questione nelle sedi istituzionali e ha proposto un referendum abrogativo riguardante tali norme regionali[154].

A causa della tutela ambientale ritenuta insufficiente, Il Fatto Quotidiano ha definito Parco naturale regionale delle Alpi Apuane un "parco regionale burla"[155].

Anche da un punto di vista escursionistico, alpinistico e speleologico, le Apuane sono un territorio di grande valore, ricco di sentieri, vie ferrate (quella del Monte Procinto, aperta nel 1893, è la più antica d'Italia), vie d'arrampicata, cavità carsiche, rifugi e bivacchi, la cui stessa esistenza è spesso minacciata dall'attività cave[156]. Inoltre nella catena montuosa si trovano diverse tappe del Sentiero Italia. Numerose sono anche le antiche vie e cammini presenti, tra i quali la Via Vandelli e la Via del Volto Santo.

Infine, oltre al danno paesaggistico dovuto alla modifica irreversibile dei luoghi, anche la presenza di macchinari e infrastrutture industriali delle cave, costituiscono una fonte di inquinamento visivo di un'area di elevato valore paesaggistico[157].

Distruzione di beni storico-culturali[modifica | modifica wikitesto]

Le Alpi Apuane sono ricche di testimonianze storiche, artistiche, archeologiche e culturali anche molto antiche, essendo tra le poche regioni d'Italia in cui siano rimaste sicure tracce della civiltà paleolitica[158]. Sono presenti inoltre testimonianze storiche che coprono un arco temporale che va dalla prima età del ferro, alla civilizzazione dei liguri apuani, a quella romana, al medioevo e all'età moderna e contemporanea, alcune delle quali legate alla stessa attività estrattiva del marmo.

Sono inoltre presenti testimonianze della Linea Gotica[159], delle lotte partigiane[160] e della Seconda Guerra Mondiale[161], come il Parco Nazionale della Pace di Sant'Anna di Stazzema, il Parco della Resistenza al Monte Brugiana e il Sentiero della Libertà a Molazzana[162]. Nel 2021 il C.A.I. propose anche l'istituzione di un Parco Culturale delle Apuane[108], comprendente anche l'abitazione dove Fosco Maraini trascorse i suoi ultimi anni[162].

Questo patrimonio culturale è talvolta direttamente minacciato dall'attività mineraria[163] o scarsamente tutelato e valorizzato a causa di essa, come nel caso della Cava di Fossacava, la cava di origine romana più grande d'Europa, la cui gestione ha suscitato le critiche di Italia Nostra e altre associazioni[164]. Un altro esempio è quello dello storico Bivacco Aronte la cui stessa esistenza era minacciata dalla Cava di Piastramarina[165], e che fu salvato solo dall'intervento del Ministero della Cultura che nel 2021 l'ha dichiarato "bene di interesse storico ed artistico"[166].

Per tutelare i beni storici apuani legati all'antica attività estrattiva, nel 2000 è stata decretata l'istituzione del Parco Archeominerario delle Alpi Apuane, la cui effettiva istituzione è tuttavia sospesa dal 2006, nonostante i pareri favorevoli degli enti locali[95].

Un tratto della settecentesca Via Vandelli, pur essendo tutelata fin dal 1976 (D.M. 128/76), è stato distrutto dall'attività estrattiva della cava Colubraia Formignacola[138].

Nel 2017 fu richiesta la riapertura delle cave situate in prossimità al Palazzo Mediceo di Serravezza, patrimonio dell'umanità UNESCO. Anche grazie alla mobilitazione dei cittadini[167], la richiesta fu respinta[168].

Impatti negativi indiretti[modifica | modifica wikitesto]

Il trasporto su gomma dei blocchi di marmo e degli sfridi di lavorazione costituisce un notevole impatto negativo indiretto dell'attività estrattiva
Il rischio di incidenti stradali, anche gravi o gravissimi, e il consumo del fondo stradale sono tra le ricadute negative delle cave sul territorio apuano

Elevati impatti negativi indiretti delle cave che ricadono sul territorio apuano sono quelli legati all'intenso trasporto su gomma del materiale estratto: incidenti stradali (compresa la perdita di carico dei camion), inquinamento dell'aria, rumore, disagi legati al traffico e l'usura delle strade stesse[169].

Tali agenti inquinanti indiretti hanno un ulteriore impatto ambientale e sono causa del peggioramento della qualità di vita nell'area apuana[170].

Un evento particolarmente disagevole furono i diversi crolli in una strada di Colonnata nel 2018, a causa di una cava vicina[171].

Per favorire l'attività estrattiva è stata costruita nel 2012 la Strada dei Marmi, riservata alla circolazione dei camion e chiusa al traffico comune. I costi manutentivi della strada, soggetta ad elevata usura, sono a carico della comunità in quanto non sono mai stati riscossi i pedaggi previsti[172].

I movimenti No Cav pongono anche l'accento sui "costi esterni" delle filiera del marmo, ovvero tutti quei costi che ricadrebbero indirettamente sulla collettività. Secondo uno studio del 2006, diffuso dalle associazioni ambientaliste, per ogni tonnellata di marmo estratto, i costi ammonterebbero a 56 euro per l'azienda e ben 168 euro per la comunità[173]. Un esempio di tali costi, sono le consistenti spese sostenute dai comuni di Massa e Carrara per la manutenzione dei filtri dell'acquedotto, danneggiati dalla marmettola[43].

Sempre nel 2012 fu progettato un tunnel di 5 km sotto il Monte Tambura, la cui reale utilità è stata spesso messa in dubbio, ma che avrebbe consentito di cavare un'ingente quantità di marmo[174]. L'opera, fortemente osteggiata da più fronti[175], non fu realizzata.

Scarsa ricaduta economica sul territorio[modifica | modifica wikitesto]

Volantino No Cav di un gruppo anarchico, affisso su un muro a Carrara, 2021
Blocchi di marmo al Porto di Marina di Carrara
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Marmo di Carrara.

Secondo alcuni osservatori, tra i quali Il Sole 24 Ore, l'impatto economico positivo della filiera del marmo sul territorio è sempre più esiguo[176][177]. Anche sul fronte dell'occupazione, il settore sarebbe in calo: secondo il Corriere della Sera, il numero degli occupati diretti nelle cave sarebbe passato da 16.000 negli anni '50 a circa 1.000 oggi[73].

Eppure, mentre nel 1920 si estraevano meno di 100.000 tonnellate annue di marmo, oggi si arriva a 5 milioni[178].

Inoltre la maggior parte del marmo estratto in blocchi non è più lavorata a Carrara né in Italia[179] e il comparto delle lavorazioni lapidee offre sempre meno lavoro[180], peraltro mal retribuito[43] e in condizioni di sicurezza che sono state sovente ritenute insufficienti[181][182]. Inoltre, secondo alcuni media nazionali, le casse pubbliche avrebbero un incasso minimo dall'attività estrattiva[183] e talvolta non verrebbe corrisposta neanche la totalità di quanto dovuto[172].

A queste considerazioni, vanno poi aggiunti i "costi esterni" della lavorazione del marmo, cioè quei costi indiretti a carico della collettività, che sarebbero circa il triplo di quelli sostenuti direttamente dalle aziende minerarie[184].

Alcuni osservatori si sono riferiti agli effetti del comparto lapideo sul territorio apuano come ad un esempio di capitalismo predatorio[146][185], arrivando perfino a paragonare la realtà economica locale a quella tipica delle colonie[146]. Raul Zibechi, ad esempio, ha parlato di "sintonia del modello estrattivista con l’esperienza coloniale" affermando che "nella sfera economica, l’estrattivismo ha prodotto economie di enclave simili a quelle indotte nelle colonie"[186]. Infatti, la proprietà di numerose cave è in mano a multinazionali straniere[73], tra i quali la famiglia Bin Laden[187].

La scarsa attenzione per il territorio e per gli stessi lavoratori delle cave è un tema di vecchia data, se si pensa che anche Charles Dickens, quando visitò le cave di Carrara nel 1845 rimase colpito dall'arretratezza del sistema produttivo, tanto da accusare il Duca di Modena, allora signore della città, di averla abbandonata, come riporta nel suo libro Pictures of Italy[188].

La presenza dell'attività mineraria, per sua natura non rinnovabile e considerata non sostenibile[189], è inoltre considerata un freno ad ogni modello di sviluppo economico alternativo e rinnovabile, che valorizzi le potenzialità turistiche ed agroforestali delle Alpi Apuane[190].

Va notato infine che lo status giuridico della proprietà di molte cave apuane è piuttosto complesso e trae origine dai concetto di "beni estimati" e da un editto della contessa Maria Teresa Cybo Malaspina del 1751. Sebbene nel 1995 la Corte Costituzionale avesse disposto che le concessioni delle cave fossero sempre temporanee[172], nell'ottobre 2016 ha accolto parzialmente il ricorso di alcune società private[191], tra le quali Omya, contro la Legge Regionale 35/2015 che avrebbe assimilato le cave tra i beni indisponibili comunali, stabilendo che alcune (le più "antiche") fossero da ritenersi "private", altre "pubbliche" ed altre ancora con quote variabili dei due regimi[192], nonostante l'appello di numerosi intellettuali contro la presunta "privatizzazione"[193]. La corte ha inoltre chiarito che legiferare su tale argomento è di competenza statale e non regionale, perciò il 12 ottobre 2021 il Movimento 5 Stelle ha chiesto la calendarizzazione della discussione parlamentare sulla Legge Regionale Toscana 35/2015, al fine di incorporare i "beni estimati" nei demani comunali[194].

La Cassazione ha inoltre escluso nel 2018 che possa essere applicato l'usucapione sugli agri marmiferi[195].

Alcune cave site nei comuni di Vagli Sotto e Stazzema (Arni) insistono su terreni ad uso civico, nonostante che su essi sia proibita l'attività di escavazione, ai sensi della sentenza n. 6132 del 21 Settembre 2021 della Corte d'appello di Roma[196].

Uso effimero del minerale: non più arte ma additivi industriali[modifica | modifica wikitesto]

Stabilimento Omya di Carrara
Cassone con scarti di lavorazione di marmo di Carrara

Il fatto che in media circa il 75% dell’estratto nelle cave sia costituito da scaglie successivamente polverizzate per produrre il carbonato di calcio, lavorato da multinazionali quali Omya[197] e destinato a usi industriali, mentre solo il 25% sia pietra impiegata principalmente nel settore edilizio[198] e che solo lo 0,5% sia ancora usato nel campo dell'arte che ha reso celebre il marmo di Carrara[73], è un'altra argomentazione spesso usata a favore della chiusura delle cave. In alcune, specialmente quelle del bacino di Torano, si raggiungono percentuali di detriti anche del 94%, secondo i dati della pesa pubblica di Carrara[147]. Il problema dell'elevatissima quantità di scarto prodotta dalle cave apuane è ben noto da lungo tempo, tanto che già un articolo di Scientific American del 1907 lo esaminava[199]. Per tentare di mitigare questa situazione, Legambiente ha proposto, come osservazioni ai PABE di Carrara presentati negli ultimi anni, di limitare l'attività estrattiva alle aree con minor fratturazione del marmo e impiegando l'estrazione in galleria a bassa quota, che consentirebbe di raggiungere rapidamente il minerale poco fratturato, anziché l'escavazione superficiale. Tuttavia tale appello è rimasto inascoltato[147]. Infatti, secondo gli stessi industriali, settori promettenti per il futuro delle cave di marmo sarebbero quelli dei riempimenti in mare, scogliere, filtri e tessuti[200]. In certe applicazioni, come l'affinamento di vini, il marmo sarebbe scelto più per l'idea di lusso ed eleganza che esso evoca, piuttosto che per una reale funzione tecnologica[201].

Nel 2022 il nuovo Piano Cave della Regione Toscana ha imposto una resa minima di blocchi o lastre del 30% (riducibile al 25% in sede comunale) sul materiale commercializzabile per l'ottenimento di una nuova autorizzazione. Gli industriali hanno presentato ricordo al TAR contro tale previsione, perdendolo[202].

Presunte infiltrazioni mafiose e diffusa illegalità[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Mafia in Italia.
Nelle cave delle Alpi Apuane sono frequenti le violazioni ambientali e altre condotte illegali

Piero Franco Angeloni nel suo libro Gli anni bui della Repubblica sostiene che ci fu infiltrazione mafiosa nel mondo delle cave carraresi dagli anni '80 al 1992[203].

Secondo tale ricostruzione, nel 1982 Raul Gardini fece entrare Cosa nostra nella società “Calcestruzzi”, capofila del Gruppo Ferruzzi del suocero Serafino Ferruzzi, attraverso Antonino e Salvatore Buscemi, uomini di Totò Riina. Alla gestione delle cave Buscemi avrebbe messo suo cognato Girolamo Cimino[204]. Nel 1987 Lorenzo Panzavolta detto “il Panzer”, socio di Ferruzzi, consiglia di acquisire la Sam e la Imeg (all’epoca parte di Eni), che controllavano gran parte dei bacini marmiferi di Carrara. Sarebbero inoltre state date tangenti ad alcuni politici al fine di assicurarsi una serie di appalti pubblici in Sicilia legati alla desolfazione e smaltimento dei rifiuti delle vecchie centrali Enel, nel quale si impiegava granulato di marmo, e che Gardini si aggiudicò. La mafia avrebbe gestito anche il traffico illegale di rifiuti, in particolare attraverso le cosiddette "navi dei veleni" in partenza dal Porto di Carrara e di La Spezia. A seguito dell'omicidio dell'imprenditore Alessio Gozzani, il procuratore Augusto Lama avviò delle indagini sulle infiltrazioni mafiose a Carrara, ma l'inchiesta venne fermata dall'allora ministro Claudio Martelli. Il radicamento della criminalità organizzata in città è testimoniato anche dall'omicidio dell'ingegnere Alberto Dazzi tramite un'autobomba nel 1991[205]. Secondo alcune ipotesi, una parte dell'esplosivo utilizzato nelle stragi di mafia del 1992 sarebbe arrivato dalle cave apuane[206].

Non solo in tale arco temporale, le cave apuane sono state effettivamente più volte attenzionate dalla magistratura per presunte infiltrazioni mafiose[207][208].

Nel 1994 il bivacco Lusa-Lanzoni sul Monte Corchia fu completamente distrutto da un incendio pochi giorni dopo il sequestro da parte della magistratura della vicina Cava dei Tavolini per violazioni ambientali.

Dopo vari passaggi di mano, poco trasparenti secondo l'Assemblea Permanente Carrara[206], nel 2014 il 50% delle quote della Marmi Carrara (nata dalle ceneri della Sam-Imeg) passarono al principe Bakr Bin Laden, della famiglia Bin Laden che nel 2017 venne arrestato per corruzione in Arabia Saudita[206]. In quel periodo un imprenditore carrarese suo socio subì una rapina con aggressione nella propria villa, che, sempre secondo l'Assemblea Permanente Carrara, in realtà potrebbe essere stata legata ad un giro di riciclaggio di denaro[206].

L'Assemblea Permanente Carrara inoltre, in collaborazione con i giornalisti Pier Paolo Santi e Francesco Sinatti ha sollevato sospetti sulla presunta gestione criminale di rifiuti collegato alle cave apuane, negli anni 2000 e 2010[209][210].

Inoltre, si sono susseguite numerose indagini per reati ambientali[211], in materia di salute e sicurezza[182], diritto del lavoro[43], corruzione[212] ed evasione[208], tanto che si sono talvolta evocati presunti "sistemi mafiosi"[213], ad esempio nel libro Terra Bianca di Giulio Milani[214].

Gli attivisti No Cav hanno subito negli anni della loro militanza varie minacce[73], aggressioni[215] e intimidazioni[216].

Inquietante l'episodio di sabotaggio al veicolo di Sandro Manfredi esponente dell'Assemblea Permanente Carrara e del Presidio Apuane del Gruppo d’Intervento Giuridico nel 2018[217], fortunatamente senza gravi conseguenze, a seguito del quale fu organizzata una manifestazione di solidarietà[218].

Il 17 febbraio 2021 l'auto del presidente del Parco naturale regionale delle Alpi Apuane, Alberto Putamorsi, andò a fuoco nella notte[219]. Nel maggio del 2020 la casa del presidente era stata perquisita[220] nell'ambito di un'indagine per corruzione e appalti truccati nota giornalisticamente come "Sistema Vagli"[221] (dal nome del paese di Vagli Sotto, al centro dell'indagine) e che aveva comportato anche il sequestro di Cava Prispoli[222][223]. Sospetti per l'incendio furono rivolti sia verso il mondo del marmo, sia verso gli ambientalisti[224].

L'Osservatorio mediterraneo sulla criminalità organizzata e le mafie, della Fondazione Caponnetto, nel suo report 2020 riporta la presenza in provincia di Massa-Carrara di numerosi gruppi di criminalità organizzata[225].

Scarsa sicurezza e numerose morti sul lavoro[modifica | modifica wikitesto]

Sfruttamento intensivo del marmo di Carrara
Le condizioni di sicurezza nelle cave delle Alpi Apuani sono spesso risultate insufficienti
Scritta No Cav contro le morti sul lavoro, presso La Foce, Massa

L'estrazione lapidea nel bacino delle Alpi Apuane è da sempre un'attività ad elevato rischio, che nel corso dei secoli ha stroncato centinaia di vite[181]. Beniamino Gemignani nel suo libro Il lavoro e i suoi martiri. Nelle cave apuane e di Garfagnana (ISBN 9788871490588) stila una lista dei numerosi infortuni mortali dall'epoca del Ducato di Modena ai giorni nostri, alcuni dei quali hanno coinvolto contemporaneamente numerosi lavoratori[226]. Ad esempio, in uno del 1864 ci furono ben undici morti[227]. L'industrializzazione sempre più spinta del settore comportò un calo degli incidenti mortali, che tuttavia restarono assai numerosi (22 morti nel 1965[182]).

Negli anni 2000 e 2010 ci siamo attestati su una media di un ferito ogni due giorni (1.258 tra il 2005 e il 2015)[228] e un morto l'anno. Per quanto riguarda le cave: uno nel 2006, uno nel 2007, uno nel 2010, uno nel 2012, due nel 2015, quattro nel 2016, nessuno nel 2017, due nel 2018[229]. Nella filiera invece si sono contati 1340 infortuni e tre incidenti mortali, tra il 2006 e il 2018, per un totale di ben quindici decessi in dodici anni[230], con un picco tra il 2015 e il 2016[231].

Secondo i dati raccolti dalla ASL locale, tra il 2006 e il 2015 ci sono stati una media di 102 infortuni all’anno nelle cave di Carrara; considerando che gli occupati nei siti estrattivi erano 700-800 persone, significa un'incidenza di un infortunato ogni sette lavoratori[181]. Come riporta il Corriere della Sera, secondo la Lega dei Cavatori questi dati potrebbero essere falsati al ribasso a causa del ricatto occupazionale che spingerebbe i lavoratori a non denunciare gli infortuni[232].

A partire dal 2006 gli infortuni non mortali erano in calo, ma erano purtroppo in aumento quelli mortali[229]. Tuttavia dal 2021, anno nel quale la Regione Toscana ha interrotto il programma speciale di ispezioni sulla sicurezza nelle cave[233], anche il numero di infortuni non letali ha ricominciato a crescere[234].

Obiettivi e proposte[modifica | modifica wikitesto]

Depliant turistico sulla visita alle cave di Levigliani. La riconversione turistica e la musealizzazione delle cave è una delle proposte del movimento No Cav

Le posizioni dei vari gruppi No Cav convergono sulla necessità di una tutela ambientale delle Alpi Apuane, ad esempio tramite l'istituzione di un nuovo parco nazionale[235] o il loro accorpamento al già esistente e contiguo Parco Nazionale dell'Appennino Tosco-Emiliano[107] e, soprattutto, sull'obiettivo dalla chiusura delle cave di marmo.

La maggior parte dei gruppi, come ad esempio Legambiente[236], C.AI.[237], Salviamo le Apuane e altri, si prefiggono l'obiettivo della graduale chiusura delle cave, a partire da quelle che ricadono all'interno del Parco regionale delle Alpi Apuane[238], senza shock occupazionali, l'inclusione delle Alpi Apuane in un parco nazionale, e l'abolizione delle deroghe regionali in materia di cave[74][239]. Inoltre cercano una mediazione con gli industriali e un dialogo con le forza politiche e le istituzioni[240][241].

Ad esempio, già nel 2010 Salviamo le Apuane aveva promosso un articolato piano denominato "PIPSEAA" (Piano Programma di Sviluppo Economico Alternativo per le Apuane)[98] per una graduale transizione economica del territorio che gli consentisse di smarcarsi dal marmo senza shock occupazionali[242].Poi, nel 2016, insieme a un raggruppamento di associazioni, hanno sottoscritto un documento intitolato Manifesto per le Alpi Apuane[243], nel quale è stato dettagliato un piano di transizione economica verde, per portare il territorio apuano ad affrancarsi dalla filiera del marmo puntando sul turismo e sulle produzioni agroforestali.

Sono tuttavia presenti anche posizioni minoritarie più intransigenti, che vorrebbero la rapida chiusura di tutte le cave, comprese quelle esterne al Parco regionale delle Alpi Apuane[244].

Risonanza mediatica[modifica | modifica wikitesto]

In Italia[modifica | modifica wikitesto]

Sono comparsi numerosi articoli di denuncia della situazione ambientale apuana su media nazionali, quali Il Corriere della Sera[73], La Repubblica[245], Il Fatto Quotidiano[41], Huffington Post[246], Internazionale[247], Il Messaggero[248], Il Manifesto[249], Il Foglio[250], Libero[251], Adnkronos[252], Affari Italiani[67], L'indipendente[253], VD News[254], Focus[89], Il Giornale dell'arte[255], Arte[256], Artribune[257], Arte Magazine[258], Finestre sull'arte[259], Altreconomia[260], GreenMe[178], Lifegate[261] e Nova Lectio[262]. Anche la RAI nel 2014[263] e 2015[264] si è occupata della "selvaggia escavazione delle Alpi Apuane" in un servizio del TG1.

All'estero[modifica | modifica wikitesto]

Per quanto riguarda la diffusione internazionale della causa No cav, anche importanti media stranieri come Newsweek[265], Reader's Digest[266], The Guardian[267], Le Monde[268], Le Figaro[269], Deutsche Welle[270], Arte[271], TV Svizzera[197] e SwissInfo[272] hanno realizzato inchieste sui danni ambientali delle cave. Nel 2012 un articolo sul tedesco Der Spiegel[273] ha suscitato grande interesse in Germania[274].

Il "disastro apuano" nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Murale No Cav a Carrara, 2021

Film e TV[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2021 il canale televisivo Dmax ha realizzato il programma Uomini di Pietra[281], distribuito da Discovery+, relativo all'estrazione del marmo sulle Alpi Apuane, e in particolare nelle cave della società Henraux Spa[282], suscitando le critiche del mondo ambientalista[283] e del C.A.I.[284], in quanto ritenuto uno spot a favore della "distruzione a spese della natura"[285]. A fine anno, l'uscita della seconda stagione ha scatenato nuove critiche[286].

Libri[modifica | modifica wikitesto]

Arte[modifica | modifica wikitesto]

Critiche al movimento No Cav[modifica | modifica wikitesto]

Murale anticapitalista No Cav lungo la Strada Statale SS1 Aurelia presso Montignoso
Dettaglio del murale No Cav di Montignoso

Confindustria, alcuni[298] sindacati dei cavatori[299], alcuni partiti politici[300] e amministratori locali[301] e persone favorevoli alla cave[302] hanno spesso mosso critiche al movimento No Cav.

Tra queste, le più comuni riguardano il fatto che le cave generano ricchezza e occupazione che sparirebbero se gli obiettivi dei No Cav venissero raggiunti[303]. Questi ultimi hanno risposto presentando dettagliati piani di riconversione economica, mirati a mantenere se non incrementare l'occupazione e la ricchezza del territorio[98]. Inoltre hanno spesso contestato i dati presentati dagli industriali[3] accusandoli di mettere in atto un "ricatto occupazionale"[304] e di costruire un "falso conflitto ambiente-occupazione"[305].

Un'altra critica che viene mossa al movimento, è quella di diffondere informazioni false o parziali[306]. A tale osservazione, i No Cav hanno risposto presentando dettagliati e corposi dossier, spesso redatti in collaborazione con esperti, come ad esempio il Rapporto Cave di Legambiente[307].

I sostenitori delle cave ritengono inoltre che i No Cav non rispetterebbero la tradizione e l'identità del territorio apuano, da sempre dedito all'estrazione del marmo[308]. I No Cav ribattono a tale critica evidenziando come l'estrazione tradizionale del marmo sia ormai scomparsa da decenni, a favore della ben più devastante estrazione industriale odierna e che più niente ha a che fare con l'identità storica delle Alpi Apuane[309].

Nel 2018, a seguito della diffusione di uno scambio di email tra la storica attivista Franca Leverotti (membro del GrIG e all'epoca presidente di Italia Nostra) ed alcuni enti pubblici, un industriale del marmo la citò in giudizio per calunnia e diffamazione, ma il tribunale archiviò il procedimento[310], sostenendo che quanto da lei riportato corrispondesse al vero[73]. Sempre a seguito dello stesso rapporto, una seconda denuncia contro di lei fu fatta dall'allora sindaco Mario Puglia e dal comune di Vagli Sotto, questa volta per danno d'immagine, con una richiesta di risarcimento di 5,5 milioni di euro, spingendo i No Cav a manifestare davanti al tribunale[311]. Nel 2022, al termine di un lungo processo, il Tribunale Civile di Massa stabilì l'insussistenza della richiesta di risarcimento, condannando invece l'ex sindaco Mario Puglia e il Comune di Vagli Sotto a pagare 6.700.000 € ciascuno per le spese processuali[312]

Il movimento è stato poi accusato di creare un clima d'odio verso i cavatori e le attività estrattive e di non volere il dialogo con la parte avversa, avendo talvolta atteggiamenti aggressivi[313]. I No Cav hanno respinto tali accuse affermando che sarebbe vero l'esatto contrario[314]. Da segnalare a tal proposito che nel 2021 il movimento Salviamo le Apuane, ha proposto un'ipotesi di mediazione e soluzione del conflitto ambientale delle Apuane, subito raccolto dal partito Europa Verde[241].

Talvolta il movimento è stato anche accusato di presunti sabotaggi ed attentati ecoterroristici[315], insulti[316], minacce[317], violazione di proprietà [318] e di atri reati[319].

Il 17 febbraio 2021 l'auto del presidente del Parco naturale regionale delle Alpi Apuane, Alberto Putamorsi, andò a fuoco nella notte. Dal momento che nel maggio del 2020 la casa del presidente fu perquisita[220] nell'ambito di un'indagine per corruzione e appalti truccati nota giornalisticamente come "Sistema Vagli"[221] (dal nome del paese di Vagli Sotto, al centro dell'indagine) e che aveva comportato anche il sequestro di Cava Prispoli[222], sospetti per l'incendio furono rivolti sia verso il mondo del marmo, sia verso gli ambientalisti[219].

Ad agosto 2021 avvenne un presunto attentato ai danni di una cava di Gorfigliano con alcuni mezzi meccanici dati alle fiamme nella notte[315]; atto dal quale gli ambientalisti presero le distanze[320]. A novembre 2022 un altro incendio doloso distrusse alcune attrezzature nella cava Castelbaito-Fratteta Incendio divampa nella cava chiusa, gravi danni ai macchinari estrattivi, su lanazione.it.</ref>.

Le accuse di azioni violente o illegali sono sempre state respinte dai No Cav[321], che hanno espresso solidarietà alle vittime[322].

Note[modifica | modifica wikitesto]

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  3. ^ a b c «Le cave portano ricchezza? Ma se siamo poveri e disoccupati...», su La Voce Apuana, 8 agosto 2020. URL consultato il 17 agosto 2021.
  4. ^ "La coop Levigliani non tutela il Corchia", su La Nazione, 1594705367796. URL consultato il 17 agosto 2021.
  5. ^ a b N O – C A V – MISANTHROPICTURE, su misanthropicture.com. URL consultato il 18 agosto 2021.
  6. ^ NASCE “APUANE LIBERE”: LA PRIMA ORGANIZZAZIONE DI VOLONTARIATO PER TUTELARE LE ALPI APUANE, su Apuane Libere, 8 maggio 2021. URL consultato il 28 gennaio 2022.
  7. ^ CONFERENZA STAMPA DELL’ 8 MAGGIO, su Apuane Libere, 10 maggio 2021. URL consultato il 28 gennaio 2022.
  8. ^ Apuane, le ruspe cancellano i monti, su Italia Nostra, 25 giugno 2014. URL consultato il 17 agosto 2021.
  9. ^ Grande successo per la manifestazione a difesa delle Alpi Apuane, su up-climbing.com. URL consultato il 17 agosto 2021.
  10. ^ «Fermiamo la devastazione delle Apuane». Sabato oltre trenta associazioni in «marcia», su La Voce Apuana, 11 luglio 2022. URL consultato il 12 luglio 2022.
  11. ^ “Cave, le Apuane a rischio distruzione”, flash mob ambientalista sul Ponte Vecchio, su Toscana Chianti Ambiente, informazione indipendente: news, notizie, eventi di ecologia della regione, 8 agosto 2020. URL consultato l'8 agosto 2021.
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  15. ^ Dino affanni, “AL GIRO D’ITALIA LA TRAGEDIA DELLE MONTAGNE CHE SCOMPAIONO”, su Apuane Libere, 20 maggio 2021. URL consultato il 28 gennaio 2022.
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  18. ^ ALESSANDRA POGGI, Carrara, ambientalisti bloccano i camion del marmo alla rotonda / VIDEO - Cronaca - lanazione.it, su La Nazione, 10 giugno 2022. URL consultato il 12 giugno 2022.
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