Libero (quotidiano)

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Libero
Stato Italia Italia
Lingua italiano
Periodicità quotidiano
Genere stampa nazionale
Formato Berlinese a 6 colonne
Fondatore Vittorio Feltri
Fondazione 18 luglio 2000
Sede via L. Majno 42 - Milano
Editore Editoriale Libero s.r.l.[1]
Tiratura 79.217 (giugno 2017)
Diffusione cartacea 26.388 (giugno 2017)
Diffusione digitale 812 (giugno 2017)
Direttore Pietro Senaldi (direttore responsabile)
Vittorio Feltri (direttore editoriale)
Vicedirettore Franco Bechis e Fausto Carioti
ISSN 1973-5928 (WC · ACNP)
Distribuzione
cartacea
Edizione cartacea singola copia/
abbonamento
multimediale
Edizione digitale su abbonamento
Sito web liberoquotidiano.it
Canale TV tv.liberoquotidiano.it
 

Libero è un quotidiano italiano fondato nel 2000 da Vittorio Feltri, e da lui nuovamente diretto dal 18 maggio 2016.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il primo numero del quotidiano esce in edicola il 18 luglio 2000. La testata è stata disegnata dal grafico Franco Bevilacqua e il nuovo quotidiano si colloca nell'area del centro-destra. Come ha scritto Oscar Giannino (2007):

« Molti dei nostri lettori comprano Libero e Libero mercato perché ci trovano una voce fuori dal coro e dai partiti, ma a favore di una visione nettamente liberale e liberista, antitassaiola e antisprechi pubblici, diffidente di ogni eccesso partitico [...], oltre che diffidente degli eccessi della magistratura, quando poi la giustizia e la sicurezza per i cittadini qualunque non sono garantiti. »

Il 29 settembre Libero ha pubblicato impressionanti e raccapriccianti fotografie pornografiche di minori che costano a Vittorio Feltri un provvedimento di censura da parte dell'Ordine dei giornalisti[2][3][4][5]. Nel marzo 2005 Libero ha lanciato una raccolta di firme affinché il Presidente della Repubblica nominasse Oriana Fallaci senatrice a vita, raggiungendo la quota di 75.000 firme[6]. Nel 2006 Libero ha sostenuto il movimento dei Riformatori Liberali di Benedetto Della Vedova, minoranza radicale passata al centro-destra. Vittorio Feltri è uno dei firmatari del loro manifesto[7].

Nello stesso anno il quotidiano pubblica un "falso" dossier di Renato Farina, preparato dal Sismi, secondo cui Romano Prodi avrebbe autorizzato, come Presidente della Commissione Europea, le '"consegne extralegali" della CIA in Europa, come nel caso di Abu Omar. Per tale dossier Farina viene condannato a sei mesi di reclusione per favoreggiamento, e radiato dall'Ordine dei giornalisti[8].

Durante la campagna elettorale del 2006 Libero raggiunge le 100.000 copie di vendita media mensile, grazie anche all'annuncio del Corriere della Sera, primo quotidiano italiano, di schierarsi a favore di una delle due coalizioni in campo, L'Ulivo[9].

Dal gennaio 2007 al 15 luglio 2008 Alessandro Sallusti assume la veste di direttore responsabile di Libero, con Vittorio Feltri direttore editoriale. Le pagine di economia diventano un dorso allegato al giornale, con una propria testata, Libero mercato, ed un proprio direttore, Oscar Giannino. Il progetto termina nel febbraio 2009, quando si interrompe la collaborazione di Giannino al quotidiano.

Nel febbraio 2007 sono stati arrestati alcuni membri di una cellula delle Brigate Rosse con l'accusa di aver progettato un attentato terroristico alla sede di Libero. Secondo tale accusa, dopo ripetuti appostamenti i neo-brigatisti Ghirardi e Latino intendevano compiere un attentato incendiario per il giorno di Pasqua con «benzina e acido da versare dentro»[10].

Feltri nel luglio 2008 torna direttore responsabile, per lasciare Libero nell'agosto 2009, per tornare a Il Giornale. Arriva da Panorama al suo posto Maurizio Belpietro. Il 21 dicembre 2010 Vittorio Feltri ha lasciato per la seconda volta il Giornale per assumere il ruolo di direttore editoriale di Libero, di cui diventa anche azionista assieme a Maurizio Belpietro, confermato direttore responsabile.[11] I due giornalisti hanno acquistato il 10% ciascuno della società editrice. Nonostante posseggano una quota di minoranza, la gestione del giornale è stata affidata a loro. Grazie a una serie di patti parasociali, Feltri e Belpietro detengono anche la maggioranza nel consiglio di amministrazione. Nell'estate 2011 Feltri torna a Il Giornale come editorialista.

Dal novembre del 2009 il quotidiano è disponibile con sistema di consultazione digitale. Dal 26 ottobre 2015 il quotidiano esce anche il lunedì, passando da sei a sette uscite settimanali. Il 19 maggio 2016 torna Feltri alla direzione del quotidiano [12].

Direttori[modifica | modifica wikitesto]

Dorsi, allegati e inserti[modifica | modifica wikitesto]

Tra maggio 2007 e febbraio 2009 Libero è uscito con un doppio dorso. L'edizione principale era accompagnata, in abbinamento obbligatorio, da LiberoMercato, inserto economico-finanziario. In seguito l'inserto è stato inserito all'interno del quotidiano.

Nel marzo 2011 Libero ha distribuito gratuitamente, in 30 fascicoli allegati, i falsi «Diari di Mussolini». L'iniziativa fu presa 4 anni dopo la presunta scoperta dei diari da parte di Marcello dell'Utri, che raccontò di averli ricevuti dai figli di un partigiano deceduto del quale si rifiutò di rivelare il nome[16].

Dall'8 gennaio 2012 al 15 maggio 2016, per un totale di 216 numeri, Libero ha ospitato ogni domenica un inserto satirico denominato LiberoVeleno, fondato e diretto da Francesco Borgonovo e Alessio Di Mauro. A LiberoVeleno hanno collaborato fra gli altri Giuseppe Pollicelli, Walter Leoni, Maurizio Milani, Ottavio Cappellani, Gemma Gaetani e Stefano Pisani.

Assetto societario[modifica | modifica wikitesto]

Dal 2001 «Libero» è di proprietà del gruppo Angelucci, attivo nel settore della sanità e dell'immobiliare. Con l'aiuto della banca romana Capitalia, gli Angelucci hanno investito 30 milioni nel quotidiano, trasformandolo da giornale regionale a giornale nazionale.[17]

Nel 2007 l'Editoriale Libero s.r.l., società editrice del quotidiano, viene ceduta alla Fondazione San Raffaele, struttura ospedaliera di Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi. La testata è tuttora di proprietà del gruppo Angelucci.

Finanziamenti pubblici[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2003 «Libero» ha chiesto ai proprietari del bollettino «Opinioni nuove» di prendere in affitto la testata. Il quotidiano è diventato ufficialmente il supplemento dell'organo ufficiale del Movimento Monarchico Italiano. In questo modo ha potuto beneficiare di 5.371.000 euro come finanziamento pubblico agli organi di partito[18], secondo quanto previsto dalla Legge 7 marzo 2001, n. 62[19].

Il d.P.R. 7 novembre 2001, n. 460 ha favorito la trasformazione in cooperative per tutte le imprese che intendono chiedere finanziamenti pubblici. Nel 2004 «Libero» ha acquistato la testata «Opinioni nuove» e si è poi trasformato in cooperativa di giornalisti. Nei sette anni che intercorrono dal 2003 al 2009, «Libero» ha beneficiato di contributi pubblici per 40 milioni di euro[20]. Nel 2006 il quotidiano ha chiuso il bilancio con profitti per 187 000 euro[17].

Nel febbraio 2011, l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) con la delibera 63/11/CONS[21], ha sanzionato il senatore Antonio Angelucci per omessa comunicazione di controllo per i giornali «Opinioni Nuove Libero Quotidiano» («Libero») e «Il Nuovo Riformista». La Commissione Consultiva sull'editoria presso la Presidenza del Consiglio, preso atto della sanzione comminata dall'Agcom, ha stabilito che i due quotidiani dovranno restituire i circa 43 milioni di euro di contributi percepiti negli anni 2006-2010[22].

Critiche e controversie[modifica | modifica wikitesto]

Accuse di disinformazione[modifica | modifica wikitesto]

Sui musulmani[modifica | modifica wikitesto]

Il 30 gennaio 2016 il quotidiano pubblica l'articolo L’Islam si evolve: dal burqa alla museruola, a cura di Souad Sbai[23], dove viene riportata la notizia della diffusione nel mondo islamico di una sorta di "museruola per donne" , definita nell'articolo come "un attrezzo per azzittire e umiliare" introdotta da sedicenti fondamentalisti salafiti. Nonostante le immagini presenti nell'articolo siano autentiche la notizia si rileva manipolata se non una vera e propria bufala[24]; infatti non si tratta di "museruole" ma di maschere boregheh, oggetto tradizionale utilizzato dal popolo dei Bandari, originariamente con lo scopo di simulare dei baffi probabilmente per disincentivare gli abusi degli schiavisti che si aggiravano per i villaggi. L'articolo inoltre contiene altri errori come l'attribuzione delle maschere ai salafiti, ramo ortodosso del sunnismo quando invece la maggioranza dei Bandari è sciita e vive nell'Iran meridionale.[25]

Il 31 marzo 2016 pubblica in prima pagina l'articolo Il Comune che vieta la minigonna: vergognosa sottomissione all'islam, poi ripreso anche da Il Giornale[26], dove viene riportata la notizia che nel municipio di Amsterdam di Nieuw West nei Paesi Bassi è stato vietato alle donne di girare in minigonna in pubblico per evitare di offendere o irritare gli immigrati mussulmani.[27] La notizia viene in seguito smentita da altri giornali[28][29], dove viene dichiarato che il divieto della minigonna non ha nulla a che fare con l'Islam ma è solo parte di un codice di abbigliamento a cui sono sottoposti i dipendenti pubblici.[30]

Diffusione[modifica | modifica wikitesto]

La diffusione di un quotidiano si ottiene, secondo i criteri dell'ADS, dalla somma di: Totale Pagata + Totale Gratuita + Diffusione estero + Vendite in blocco.

Anno Totale diffusione
(cartacea + digitale)
Diffusione cartacea Tiratura
2016 27.904 27.045 79.306
2015 49.126 47.823 95.450
2014 54.330 53.061 104.109
2013 74.225 73.356 133.230
Anno Media mobile
2012 91.247
2011 105.796
2010 105.127
2009 113.575
2008 119.153
2007 125.802
2006 126.356
2005 72.492
2004 59.227
2003 48.310
2002 43.007
2001 41.429

Dati Ads - Accertamenti diffusione stampa.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Proprietari: Fondazione San Raffaele, 60% - Tosinvest (famiglia Angelucci), 40% (dal 2014).
  2. ^ La prima decisione venne presa a Milano e fu la radiazione (21 novembre 2000). Il fatto contestato fu la «pubblicazione alla pagina 3 dell'edizione del 29 settembre 2000 del quotidiano di sette fotografie impressionanti e raccapriccianti di bambini ricavate da un sito pornografico reso disponibile dai pedofili russi e di un'ottava fotografia a pagina 4 (raffigurante una scena di violenza tratta dai video di pedofilia sequestrati dalla magistratura), fotografie che appaiono tutte contrarie al buon costume e tali (…), da poter turbare il comune sentimento della morale e l'ordine familiare». Nel febbraio del 2003 l'Ordine Nazionale dei giornalisti di Roma annullò il provvedimento di radiazione che era stato preso a Milano e lo convertì in censura.
  3. ^ Ordine dei giornalisti - Decisioni, documenti e giurisprudenza dal 1996 (PDF), odg.it. URL consultato il 20 novembre 2015.
  4. ^ Il 'caso Feltri', difesadellinformazione.com. URL consultato il 20 novembre 2015.
  5. ^ Immagini raccapriccianti e impressionanti, reato letto attraverso le sentenze dei giudici, francoabruzzo.it. URL consultato il 20 novembre 2015.
  6. ^ I documenti di Panorama n. 19
  7. ^ Riformatori Liberali: Siamo l'anima libertaria della Cdl, benedettodellavedova.com, 14 ottobre 2006. URL consultato il 20 novembre 2015.
  8. ^ Così colpisce la fabbrica dei dossier al servizio del Cavaliere, La Repubblica, 11 ottobre 2010. URL consultato il 20 novembre 2015.
  9. ^ Stefano Lorenzetto, Il Vittorioso, Marsilio, 2010. Pag. 182.
  10. ^ Capi br arrestati all'alba dopo summit segreto, corriere.it, 14 febbraio 2007. URL consultato il 20 novembre 2015.
  11. ^ Feltri e Belpietro diventano azionisti di «Libero», corriere.it, 17 dicembre 2010. URL consultato il 18 dicembre 2010.
  12. ^ http://www.iltempo.it/cronache/2016/05/17/belpietro-lascia-la-direzione-di-libero-torna-vittorio-feltri-1.1540335
  13. ^ Come direttore editoriale. Il direttore responsabile, dalla fondazione risulta Franco Garnero, giornalista pubblicista, mentre dal gennaio 2007 al 15 luglio 2008 Alessandro Sallusti.
  14. ^ Vittorio Feltri direttore di Libero. E Maurizio Belpietro…, su algheronewsitaly.com. URL consultato il 24 maggio 2016.
  15. ^ Libero, Senaldi nominato direttore responsabile, su www.lettera43.it. URL consultato il 24 maggio 2016.
  16. ^ I diari sono già stati ritenuti falsi nel 1980 da una perizia commissionata dal quotidiani londinese Times, nei primi anni 90 dalla casa d'aste Sotheby's, nel 1992 da una perizia commissionata dalla Feltrinelli e nel 2004 dagli storici Emilio Gentile e Roberto Travaglini.
  17. ^ a b Marco Cobianchi, Niente fidi per "L'Unità" alla famiglia Angelucci, «Panorama», 27/11/2007
  18. ^ Il finanziamento quotidiano, report.rai.it, 23 aprile 2006. URL consultato il 20 novembre 2015.
  19. ^ Nuove norme sull'editoria e sui prodotti editoriali e modifiche alla legge 5 agosto 1981, n. 416.
  20. ^ Aldo Forbice, Giancarlo Mazzuca, I Faraoni. Come le mille caste del potere pubblico stanno dissanguando l'Italia. Piemme, 2009, pag. 262.
  21. ^ Delibera 63-11-CONS - Documento - AGCOM, su www.agcom.it. URL consultato l'08 settembre 2017.
  22. ^ Feltri e Riformista senza contributi pubblici, ilmanifesto.info, 30 marzo 2011. URL consultato il 20 novembre 2015.
  23. ^ Museruola islamica, donne sottomesse: il "gingillo" spopola e si compra online, liberoquotidiano.it. URL consultato il 1 Marzo 2017.
  24. ^ La bufala di Libero sulle “museruole islamiche”, ilpost.it. URL consultato il 1 marzo 2017.
  25. ^ Le donne islamiche non portano la “museruola”, wired.it. URL consultato il 1 Marzo 2017.
  26. ^ Per non urtare i musulmani l'Olanda vieta la minigonna, ilgiornale.it. URL consultato il 1 marzo 2017.
  27. ^ Il Comune che vieta la minigonna: vergognosa sottomissione all'islam, liberoquotidiano.it. URL consultato il 1 Marzo 2017.
  28. ^ L’Olanda vieta la minigonna per non urtare i musulmani, butac.it. URL consultato il 1 marzo 2017.
  29. ^ «Sconsigliata la minigonna» Il Comune fa infuriare l’Olanda, corriere.it. URL consultato il 1 Marzo 2017.
  30. ^ L’Olanda ha davvero vietato la minigonna?, ilpost.it. URL consultato il 1 Marzo 2017.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]