Sunnismo

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Islam sunnita
Ahlul Sunnah.png
Calligrafia sunnita in arabo che dice: "Ahl al-sunna wa l-jamāʿa", cioè "La gente della sunna e della comunità".
PertinenzaIslam
Moschea principaleAl-Masjid al-Haram (La Mecca)
Numero di credenti1.6 miliardi (2018)
Data di creazione657 d.C.
RamiHanafismo, Malikismo, Sciafeismo, Hanbalismo

Il sunnismo (in arabo: أهل السنة والجماعة‎, ahl al-sunna wa l-jamāʿa[1], "il popolo della Sunna e della Comunità") è la corrente maggioritaria dell'Islam, comprendendo circa l'85% dell'intero mondo islamico[2]. Essa riconosce la validità della Sunna (consuetudine[3], identificata coi Sei libri) e si ritiene erede della giusta interpretazione del Corano[1], articolata giuridicamente in 4 scuole o madhhab. Queste si dividono in Hanafismo, Malikismo, Sciafeismo, Hanbalismo. Mentre il cristianesimo è la maggiore religione del mondo (con 2,1 miliardi di aderenti) e l'Islam la seconda (con 1,8 miliardi), come confessioni il sunnismo (1,6 miliardi) supera il cattolicesimo (1,2 miliardi). Nell'islam, oltre al sunnismo, le principali confessioni sono rappresentate dallo Sciismo e dal Kharigismo. Sono presenti inoltre numerose forme minori (vedi denominazioni islamiche).

Nel sunnismo, così come nelle altre confessioni islamiche, ci sono divisioni interne tra i credenti sufi e coloro che rifiutano l'approccio sufico.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il quarto califfo ʿAlī b. Abī Ṭālib, sospettato da alcuni di essere il mandante dell'uccisione di ʿUthmān, il terzo califfo, si scontrò nel 656 con Aisha, moglie del Profeta Maometto, e sconfisse il movimento di opposizione da lei organizzato nella battaglia del Cammello (da notare che i musulmani della fazione di Aisha non avevano alcun problema ad avere un capo donna, vedi Movimenti liberali nell'Islam). Poi ʿAlī affrontò Muʿāwiya, governatore della Siria e capoclan degli Omayyadi, di cui faceva parte anche il califfo assassinato: gli eserciti dei due avversari si scontrarono nel 657 nella piana di Siffin. Le sorti di Muʿāwiya sembravano ormai compromesse, quando uno dei suoi uomini architettò un'astuzia che capovolse le sorti della battaglia. Muʿāwiya chiese un "arbitraggio" e ʿAlī fu costretto ad accettare dalle pressioni di una parte del suo esercito. La mattina seguente essi pretesero però che i combattimenti riprendessero e, al rifiuto del califfo, abbandonarono le sue file. Il loro nome di kharigiti (dalla radice araba <kh-r-j> "uscire"), ha fatto credere a molti che ciò indicasse il loro abbandono dei ranghi califfali, ma la più accreditata etimologia, motivata da Laura Veccia Vaglieri nel suo articolo "Sulla denominazione 'Khawārij'"[4] ricorda la loro uscita dalla cittadina di Harura, dove essi si sarebbero riuniti per decidere la loro linea d'azione.

Quanti rimasero fedeli ad ʿAlī presero il nome di "alidi" e, un paio di secoli più tardi, quello di sciiti. I seguaci di Muʿāwiya, sempre due secoli più tardi, assunsero invece il nome di sunniti ("quelli della Sunna").

Caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

Nato buon ultimo nella discussione teologica islamica (kalām), il sunnismo si differenzia essenzialmente dallo sciismo (organizzatosi come dottrina prima del sunnismo) per il suo netto rifiuto di riconoscere la pretesa degli sciiti che la guida della Comunità islamica (Umma) dovesse essere riservata alla discendenza del profeta Maometto attraverso sua figlia Fāṭima e suo cugino ʿAlī ibn Abī Ṭālib. Al contrario il sunnismo è per un'elezione da parte di una ristretta cerchia della persona alla guida della Umma (che una volta era il califfo).

Le differenze coinvolgono alcuni aspetti teologici e giuridici, in cui sono sorte nel tempo varie scuole giuridiche (o madhhab), di cui sopravvivono oggi solo l'Hanafismo, il Malikismo, lo Sciafeismo e l'Hanbalismo. Il termine "salafismo" (ambiguo ma ormai atto a indicare una visione molto conservatrice dell'islam) e quello "wahhabismo" sarebbero correnti recenti dell'hanbalismo, però la Conferenza islamica mondiale a Groznyj del 2016 ha dichiarato il salafismo e il wahhabismo non sunnite (e quindi non hanbalite), nel qual caso queste sarebbero classificate frange prossime al pensiero e alla pratica del kharigismo (oggi pressoché scomparso tranne l'ibadismo dell'Oman e forse, appunto, queste due nuove entrate recenti). Movimenti teologici molto seguiti in ambito sunnita sono l'Asharismo (fatto proprio dal Malikismo e dallo Sciafeismo), il Maturidismo (assunto dall'Hanafismo) e quello dell'Ahl al-Hadith (assunto dall'Hanbalismo).

La questione della guida[modifica | modifica wikitesto]

Area di diffusione dell'Islam: in verde il territorio a prevalenza sunnita.
Distribuzione delle scuole giuridico-religiose islamiche nel mondo.

Secondo il sunnismo, alla guida politica e spirituale (non strettamente religiosa però) della Comunità poteva accedere qualunque musulmano (maschio o femmina[5]) pubere, di buona moralità, di sufficiente dottrina e sano di corpo e di mente. Il fatto di essere maschio, Meccano o, almeno, arabo, era un elemento preferenziale ma non essenziale. Sotto questo profilo il sunnismo respingeva quindi decisamente la pretesa dei kharigiti che la guida della società islamica fosse riservata al migliore dei credenti: qualità difficile da individuare e ancor più difficile da mantenere, perché un semplice peccato, anche non grave, avrebbe fatto perdere tale qualità all'imam ("guida", ma intesa qui come sinonimo di califfo) facendolo decadere dal suo supremo ufficio.

Le differenze politiche furono mascherate dalla discussione teologica riguardante chi potesse essere qualificato musulmano e la natura del peccato, se esso fosse o meno in grado di far perdere la qualifica di credente. Il riferimento tradizionale dei sunniti in materia di califfato è l'esempio dei "califfi ben guidati", cioè i primi quattro dopo Maometto (Abu Bakr, ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb, ʿOthmān e ʿAlī). Da notare che tutti e quattro furono eletti (da una ristretta cerchia di notabili) e quindi il sunnismo avrebbe in teoria, se non sempre in pratica, una predilezione per la democrazia (vedi democrazia islamica, esistente nel sunnismo in Tunisia, Pakistan, Bangladesh, Malaysia, Senegal, Mauritania, Indonesia, Bahrein, Giordania, Kuwait, Marocco, Afghanistan, Kosovo e con altre confessioni islamiche o altre religioni in Albania, Libano, Bosnia ed Erzegovina, Costa d'Avorio, Iraq ed India).

Dal 1969 i paesi sunniti fanno riferimento per la difesa dei valori dell'Islam all'associazione Organizzazione della cooperazione islamica (che alcuni considerano erede del califfato, con califfo il segretario generale), quelli sunniti democratici dal 1999 all'associazione Unione parlamentare degli Stati membri della OIC.

Luoghi sacri[modifica | modifica wikitesto]

I luoghi sacri del sunnismo sono per i primi tre posti gli stessi di sciiti e kharigiti (cioè Al-Masjid al-Haram della Mecca, secondo la Moschea del Profeta a Medina, il terzo è la Spianata delle Moschee a Gerusalemme). Il quarto posto è l'università islamica al-Azhar al Cairo (in particolare la sua moschea). Seguono ulteriori siti (senza unanime consenso e senza un ordine di preferenza specifico, ma considerati al pari di al-Azhar), tra cui la Moschea degli Omayyadi a Damasco[6][7][8], la Grande moschea di Qayrawan (nominalmente dedicata a Sīdī ʿUqba b. Nāfiʿ),[9][10][11] la Tomba dei Patriarchi (o Santuario di Abramo) a Hebron,[12] Bukhara,[13][14] Eyüp (distretto di Istanbul),[15][16] e Harar.[17][18]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b sunnismo, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2011. URL consultato il 27 maggio 2019.
  2. ^ sunnita, in Treccani.it – Vocabolario Treccani on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 27 maggio 2019.
  3. ^ sunna, in Treccani.it – Vocabolario Treccani on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 27 maggio 2019.
    «la consuetudine di Maometto nelle varie circostanze della vita».
  4. ^ Rivista degli Studi Orientali, 26 (1951), pp. 41-46.
  5. ^ Si pensi - solo per fare alcuni esempi - alla figura di Benazir Bhutto, eletta in Pakistan sunnita Primo ministro nel 1988, Sheikh Hasina, eletta primo ministro del sunnita Bangladesh nel 2009, o prima ancora al ruolo svolto da ʿĀʾisha nella Battaglia del cammello nel 656 o a Sitt al-Mulk, sorella di al-Ḥākim I, nell'Egitto sciita fatimide del 996.
  6. ^ Janet L. Abu-Lughod (contributor), Cities of the Middle East and North Africa: A Historical Encyclopedia, in {{{ency}}}, ABC-CLIO, 2007, pp. 119–126, ISBN 978-1-5760-7919-5.
  7. ^ Damascus: What’s Left, Sarah Birke, New York Review of Books
  8. ^ Faedah M. Totah, "Return to the origin: negotiating the modern and unmodern in the old city of Damascus", su: City & Society 21.1 (2009): 58-81.
  9. ^ Roni Berger, "Impressions and thoughts of an incidental tourist in Tunisia in January 2011", su: Journal of International Women's Studies 12.1 (2011), pp. 177-178.
  10. ^ Nagel, Ronald L. "Jews of the Sahara", su Einstein Journal of Biology and Medicine 21.1 (2016), pp. 25-32.
  11. ^ Ray Harris and Khalid Koser, "Islam in the Sahel" su: Continuity and Change in the Tunisian Sahel, Routledge, 2018, pp. 107-120.
  12. ^ Anita Vitullo, People Tied to Place: Strengthening Cultural Identity in Hebron's Old City, in Journal of Palestine Studies, vol. 33, 2003, pp. 68–83, DOI:10.1525/jps.2003.33.1.68. quote: From earliest Islam, the sanctuaries of Hebron and Jerusalem [al-Haram al-Ibrahimi and al-Haram al-Sharif] were holy places outranked only by Mecca and Medina; the Ibrahimi Mosque was regarded by many as Islam’s fourth holiest site. Muslims believe that the Hebron sanctuary was visited by the Prophet Muhammad on his mystical nocturnal journey from Mecca to Jerusalem.
  13. ^ Kevin Jones, "Slavs and Tatars: Language arts", su: ArtAsiaPacific 91 (2014), p. 141.
  14. ^ Razia Sultanova, From Shamanism to Sufism: Women, Islam and Culture in Central Asia. Vol. 3. IB Tauris, 2011.
  15. ^ Emeka E.Okonkwo and C. A. Nzeh, "Faith–Based Activities and their Tourism Potentials in Nigeria", su: International Journal of Research in Arts and Social Sciences 1 (2009), pp. 286-298.
  16. ^ Mir, Altaf Hussain, Impact of tourism on the development in Kashmir valley. Diss. Aligarh Muslim University, 2008.
  17. ^ Patrick Desplat, "The Making of a ‘Harari’City in Ethiopia: Constructing and Contesting Saintly Places in Harar", su: Dimensions of Locality: Muslim Saints, Their Place and Space 8 (2008), p. 149.
  18. ^ Harar - the Ethiopian city known as 'Africa's Mecca', BBC, 21 July 2017

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