Economia dell'ambiente

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L'economia dell'ambiente è una branca dell'economia politica che si interessa di problematiche ambientali. La nascita della disciplina viene convenzionalmente fissata tra gli anni 1950 e gli anni 1960,[1] nonostante alcuni concetti fondamentali fossero stati elaborati in precedenza.[2] L'importanza della disciplina è cresciuta durante il XXI secolo a causa delle crescenti preoccupazioni ambientali. Alcuni temi fondamentali sono i costi e dei benefici delle politiche ambientali, la stima del valore delle risorse naturali, e le conseguenze dell'inquinamento e dei cambiamenti climatici sull'economia e il benessere delle persone. L'economia ambientale si interseca con diverse altre sottodiscipline, tra cui la microeconomia e la macroeconomia, l'econometria, l'economia sanitaria, l'economia dello sviluppo, l'economia dei trasporti e l'economia comportamentale. L'economia delle risorse naturali e l'economia dell'energia vengono a volte considerate come parte integrante dell'economia ambientale.

L'economia dell'ambiente si differenzia dall'economia ecologica in quanto quest'ultima intende l'economia come un sub-sistema dell'ecosistema, focalizzandosi sul mantenimento del capitale naturale[3]. In generale l'economia ecologica viene considerata parte della economia eterodossa, mentre l'economia ambientale si sviluppa come parte dell'economia mainstream.[4]

Argomenti e concetti[modifica | modifica wikitesto]

Fallimenti di mercato[modifica | modifica wikitesto]

Il concetto di "fallimento di mercato" è centrale nell'economia dell'ambiente. Un fallimento di mercato avviene quando il mercato non riesce ad allocare le risorse efficientemente. Per usare le parole di Hanley, Shogren e White (2007)[5]: «Un fallimento di mercato si verifica quando il mercato non alloca risorse scarse per generare il più grande benessere sociale raggiungibile. Esiste un disaccordo tra cosa un privato farebbe, dati determinati prezzi di mercato, e cosa la collettività preferirebbe che lei/lui facesse. Tale disaccordo implica sprechi o inefficienze economiche; le risorse possono essere ri-allocate al fine di rendere almeno una persona più ricca senza rendere nessun altro più povero.» Forme comuni di fallimenti di merca includono esternalità, non-esclusibilità e non-rivalità.

Esternalità[modifica | modifica wikitesto]

L'inquinamento dell'aria è un esempio di fallimento di mercato, dal momento che la fabbrica pone un'esternalità negativa sulla comunità.

In economia, un'esternalità si manifesta quando l'attività di produzione o di consumo di un soggetto influenza, negativamente o positivamente, il benessere di un altro soggetto, senza che chi ha subito tali conseguenze riceva una compensazione (nel caso di impatto negativo) o paghi un prezzo (nel caso di impatto positivo) pari al costo o al beneficio sopportato/ricevuto. Di frequente, un ottimo paretiano non è raggiungibile in presenza di esternalità negative.

In genere, l'economia dell'ambiente studia principalmente esternalità negative. Ad esempio, la vendita di legname amazzone, che non tiene conto del biossido di carbonio rilasciato (presente e potenziale) durante il disboscamento; o un'impresa inquinante, che non tiene conto dei costi che il proprio inquinamento impone ad altri.

Beni comuni e beni pubblici[modifica | modifica wikitesto]

Quando è troppo costoso (o impossibile) escludere l'accesso di una risorsa ambientale ad alcune persone, la risorsa è chiamata o bene comune (bene che ha caratteristiche di rivalità e non-esclusività) o bene pubblico (bene che manca la caratteristica di rivalità). In entrambi i casi, l'allocazione di mercato sarà probabilmente inefficiente.

Uno dei più famosi studi ed esempi è portato da Garrett Hardin, nella sua tragedia dei beni comuni: una situazione in cui diversi individui utilizzano un bene comune per interessi propri e nella quale i diritti di proprietà non sono chiari e quindi non è garantito il fatto che chi trarrà i benefici dall'uso della risorsa ne sosterrà anche i costi. Viene spesso indicato come il problema del free rider. Hardin teorizza che, ignorando la scarsità ed il valore dei beni comuni, in assenza di restrizioni, utilizzatori di una risorsa di libero accesso la useranno in maniera smisurata (di più rispetto al caso in cui dovessero pagare per essa o avessero diritti di esclusività), comportando un degrado ambientale.

La mitigazione dei cambiamenti climatici antropogenici è un esempio di bene pubblico, in cui i benefici sociali non sono completamente tradotti e riflessi sui prezzi di mercato.

Consenso all'interno della disciplina[modifica | modifica wikitesto]

La disciplina ha raggiunto un consenso piuttosto ampio rispetto a determinati argomenti, mentre altre questioni restano senza una risposta condivisa.[6] Un sondaggio del 2012 tra i membri dell'Association of Environmental and Resource Economists ha evidenziato un largo consenso sull'incapacità del mercato da solo di fornire quantità ottimali di beni pubblici, sulla superiorità di tasse o di mercati delle emissioni rispetto a standard sulle emissioni, sulla superiorità di quote di pesca individuali rispetto a regolamentazioni sull'accesso alle risorse ittiche, e sulla presenza di sfruttamento eccessivo delle risorse naturali quando queste sono accessibili senza restrizioni.[7] Una grande maggioranza di economisti ambientali ritiene inoltre che le politiche per l'ambiente non danneggino necessariamente l'economia, che la gestione delle risorse naturali dovrebbe tenere conto dei bisogni delle generazioni future, e che la multifunzionalità delle foreste e dei boschi dovrebbe essere valorizzata.[8] Maggiori incertezze esistono invece sulla capacità del progresso tecnologico di risolvere i problemi ambientali, su quale sia la destinazione ottimale dei proventi delle imposte ambientali, sull'inclusione di clausole ambientali nei trattati commerciali, sulla relazione tra crescita economica, crescita della popolazione e degrado ambientale, e sulla dinamica dei prezzi delle risorse non rinnovabili.[9]

Una serie di sondaggi dell'Università di Chicago su un gruppo di economisti operanti in Europa e negli Stati Uniti ha evidenziato un largo consenso a favore di una tassa sul carbonio rispetto a regolamentazioni ambientali a livello di settore[10] e dell'introduzione di pedaggi urbani su reti stradali congestionate.[11][12]

Associazioni professionali[modifica | modifica wikitesto]

Le principali associazioni internazionali di economia ambientale sono l'Association of Environmental and Resource Economists (AERE), l'European Association of Environmental and Resource Economists (EAERE), e l'East Asian Association of Environmental and Resource Economics (EAAERE). In Italia l'associazione nazionale è l'Italian Association of Environmental and Resource Economists (IAERE).

Riviste accademiche[modifica | modifica wikitesto]

Alcune delle principali riviste accademiche specializzate in economia ambientale sono:

  • Environment and Development Economics
  • Environmental and Resource Economics (ERE), rivista ufficiale dell'European Association of Environmental and Resource Economists
  • Journal of the Association of Environmental and Resource Economists (JAERE), rivista ufficiale dell'Association of Environmental and Resource Economists
  • Journal of Environmental Economics and Management (JEEM)
  • Land Economics
  • Review of Environmental Economics and Policy (REEP)
  • Resource and Energy Economics

Bibliografia parziale[modifica | modifica wikitesto]

  • Pearce, David, Turner, Kerry, Economia delle risorse naturali e dell'ambiente, Bologna, il Mulino, 1994
  • Panella, Giorgio, Economia e politiche dell'ambiente, Roma, Carocci editore, 2002
  • Musu, Ignazio, Introduzione all'economia dell'ambiente, II edizione, Bologna, Il Mulino, 2003
  • Kerry R. Turner, David W. Pearce, Ian Bateman, "Economia ambientale", Bologna, Il Mulino, 2003
  • Silvestri, Francesco, Lezioni di economia dell'ambiente ed ecologica, II edizione, Bologna, CLUEB, 2005
  • M.Franzini, Mercato e politiche per l'ambiente , Carocci editore, 2007

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (EN) David Pearce, An Intellectual History of Environmental Economics, in Annual Review of Energy and the Environment, vol. 27, n. 1, 2002, pp. 57-81, DOI:10.1146/annurev.energy.27.122001.083429.
  2. ^ (EN) Agnar Sandmo, The Early History of Environmental Economics, in Review of Environmental Economics and Policy, vol. 9, n. 1, 2015, pp. 43-63, DOI:10.1093/reep/reu018.
  3. ^ (EN) Jeroen C. van den Bergh, Ecological economics: themes, approaches, and differences with environmental economics, in Regional Environmental Change, vol. 2, n. 1, 2001, pp. 13-23, DOI:10.1007/s101130000020.
  4. ^ (EN) Clive L. Spash, New foundations for ecological economics, in Ecological Economics, vol. 77, 2012, pp. 36-47, DOI:10.1016/j.ecolecon.2012.02.004.
  5. ^ Nick Hanley, Jason F. Shogren e Ben White, Environmental Economics in Theory and Practice, 1997, DOI:10.1007/978-1-349-24851-3. URL consultato il 23 febbraio 2020.
  6. ^ (EN) Timothy C. Haab e John C. Whitehead, What do Environmental and Resource Economists Think? Results from a Survey of AERE Members, in Review of Environmental Economics and Policy, vol. 11, n. 1, 2017, pp. 43-58, DOI:10.1093/reep/rew019.
  7. ^ Haab e Whitehead, 2017,  p. 49.
  8. ^ Haab e Whitehead, 2017,  p. 49.
  9. ^ Haab e Whitehead, 2017,  p. 50.
  10. ^ (EN) Carbon Tax, su igmchicago.org. URL consultato il 22 Agosto 2020 (archiviato dall'url originale il 29 luglio 2020).
  11. ^ (EN) Congestion Pricing, su igmchicago.org. URL consultato il 22 Agosto 2020 (archiviato dall'url originale il 9 agosto 2020).
  12. ^ (EN) Congestion Pricing, su igmchicago.org. URL consultato il 22 Agosto 2020 (archiviato dall'url originale il 2 luglio 2020).

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