Codice dei beni culturali e del paesaggio

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Il codice dei beni culturali e del paesaggio, conosciuto anche come codice Urbani dal nome dell'allora Ministro dei beni e delle attività culturali Giuliano Urbani, è un corpo organico di disposizioni, in materia di beni culturali e beni paesaggistici della Repubblica Italiana; emanato con il decreto legislativo del 22 gennaio 2004 n. 42.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il codice dei beni culturali e del paesaggio del 2004 rappresenta l'approdo di un percorso atto alla tutela e alla valorizzazione dei beni culturali lungo circa settant'anni.

Fondamentale in questo percorso normativo è stato il passaggio da una concezione di bene culturale materiale, a una concezione di bene culturale più ampia, in grado di abbracciare anche i c.d. beni immateriali. Il Codice quindi accoglie la distinzione fondamentale tra attività culturale e bene culturale e rettifica l'elenco contenuto nell'art. 148 d.lgs. n. 112/1998 (peraltro abrogandolo).

La ratio che governa il Codice riguarda la tutela e la valorizzazione dei beni culturali, anche in considerazione della costante difficoltà a individuarli.[1]

Caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

È il principale riferimento normativo italiano che attribuisce al Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo il compito di tutelare, conservare e valorizzare il patrimonio culturale dell'Italia. Il codice dei beni culturali e del paesaggio invita alla stesura di piani paesaggistici meglio definiti come "piani urbanistici territoriali con specifica attenzione ai valori paesaggistici".

Contenuto[modifica | modifica wikitesto]

Il codice individua la necessità di preservare il patrimonio culturale italiano e inserisce anche i film, inclusi i negativi, in questo ambito. Il decreto distingue poi le sale cinematografiche dalle sale d'essai, dove per legge il 70% della programmazione (o il 50% se in città inferiori ai 40.000 abitanti) è riservata appunto ai film d'essai, riconosciuti in quanto tali da una commissione del MIBACT. All'interno di questa quota almeno metà della programmazione deve però essere italiana o dell'UE.[2]

Anche film non italiani possono essere dichiarati d'essai, se rispettano alcuni criteri, come quello di essere almeno quinti in una lista di paesi che esportano film in Italia (calcolo eseguito sui biglietti venduti presso la SIAE), quindi in qualche modo rappresentanti minoranze culturali da preservare. Al di là della scelta della commissione, l'aver partecipato ufficialmente ad alcuni festival è un criterio automatico per poter accedere alla qualifica e ai relativi fondi e benefici fiscali. Anche i film della Scuola nazionale di cinema sono automaticamente considerati d'essai.

Modifiche successive[modifica | modifica wikitesto]

Il Codice è stato modificato in in numerose occasioni negli anni 2006, 2008, 2009, 2011, 2012, 2013, 2014, 2015, 2016, 2017.[3]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Fiorillo e Michele Ainis, L' ordinamento della cultura. Manuale di legislazione dei beni culturali, Milano, Giuffrè, 2015.
  2. ^ art. 2 comma 9 d.lgs 28/2004
  3. ^ Vedi http://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2004-01-22;42 , "aggiornamenti all'atto".

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Sabino Cassese, Il futuro della disciplina dei beni culturali, in “Giornale di diritto amministrativo”, n. 7, 2012, pp. 781-782.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

  • Decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, in materia di "Codice dei beni culturali e del paesaggio, ai sensi dell'articolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137" (versione originale). Sullo stesso sito è possibile consultare anche la versione comprensiva dei vari aggiornamenti.