Il Canto degli italiani

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Il Canto degli italiani
Artista vari
Autore/i Goffredo Mameli (testo), Michele Novaro (musica)
Genere Inno nazionale
Data 1847

Il canto degli italiani, impropriamente conosciuto anche come Fratelli d'Italia, Inno di Mameli, Canto nazionale o Inno d'Italia, è un canto risorgimentale scritto dai genovesi Goffredo Mameli (testo) e Michele Novaro (musica), inno nazionale de facto della Repubblica Italiana, sancito implicitamente dalla legge 23 novembre 2012 n.222, che ne prescrive la conoscenza nelle scuole, così come per gli altri simboli patri italiani[1].

L'inno fu molto popolare durante il Risorgimento e nei decenni seguenti[2]. Tuttavia, dopo l'unità d'Italia (1861), come inno del Regno d'Italia, fu scelta la Marcia Reale, che era il canto ufficiale di Casa Savoia. Dopo la seconda guerra mondiale l'Italia diventò una repubblica e quindi fu scelto, il 12 ottobre 1946, come inno provvisorio, il Canto degli italiani[2].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Goffredo Mameli (1827-1849), l'autore del testo
Goffredo Mameli (1827-1849), l'autore del testo
Michele Novaro (1818-1885), l'autore della musica
Michele Novaro (1818-1885), l'autore della musica

Nel Risorgimento[modifica | modifica wikitesto]

Nell'autunno del 1847[2] Goffredo Mameli, allora giovane studente e patriota iscritto alla Massoneria, scrisse presso il Liceo San Giuseppe Calasanzio di Carcare (SV) il testo de Il Canto degli Italiani. Dopo aver scartato l'idea di adattarlo a musiche già esistenti, nel settembre 1847 lo inviò a Torino nella casa del patriota Lorenzo Valerio, dove si trovava anche il maestro genovese Michele Novaro, che ne fu subito conquistato. Così il compositore ricordò quei momenti nell'aprile 1875 per una commemorazione di Mameli[2]:

« Mi posi al cembalo, coi versi di Goffredo sul leggio, e strimpellavo, assassinavo colle dita convulse quel povero strumento (...), mettendo giù frasi melodiche, l'un sull'altra, ma lungi le mille miglia dall'idea che potessero adattarsi a quelle parole. Mi alzai scontento di me; mi trattenni ancora un po' in casa di Valerio, ma sempre con quei versi davanti agli occhi della mente. Vidi che non c'era rimedio, presi congedo e corsi a casa. Là, senza neppure levarmi il cappello, mi buttai al pianoforte. Mi tornò alla mente il motivo strimpellato in casa di Valerio: lo scrissi su un foglio di carta, il primo che mi venne alle mani; nella mia agitazione rovesciai la lucerna sul cembalo e, per conseguenza, anche sul povero foglio; questo fu l'origine dell'inno Fratelli d'Italia»

L'inno debuttò il 10 dicembre[3], quando sul piazzale del Santuario della Nostra Signora di Loreto a Oregina fu presentato ai cittadini genovesi in occasione del centenario della cacciata degli austriaci suonato dalla Filarmonica Sestrese C. Corradi G. Secondo, allora banda municipale di Sestri Ponente "Casimiro Corradi". Vi fu forse una precedente esecuzione pubblica, di cui si è persa la documentazione originale, da parte della Filarmonica Voltrese fondata da Nicola Mameli fratello di Goffredo.

Era un momento di grande eccitazione: mancavano pochi mesi al celebre 1848, che era già nell'aria: era stata abolita una legge che vietava assembramenti di più di dieci persone, così oltre 30.000 persone ascoltarono l'inno e l'impararono; nel frattempo Nino Bixio sulle montagne organizzava i falò della notte dell'Appennino. Dopo pochi giorni, tutti conoscevano l'inno, che veniva cantato senza sosta in ogni manifestazione (più o meno pacifica).

Durante le Cinque giornate di Milano, gli insorti lo intonavano a squarciagola; anche la breve esperienza della Repubblica Romana ebbe come inno il Canto degli italiani, già diventato un simbolo del Risorgimento.

Gli inni patriottici come l'inno di Mameli (sicuramente il più importante) furono un importante strumento di propaganda degli ideali del Risorgimento e di incitamento all'insurrezione[4], che contribuì significativamente alla svolta storica che portò all'emanazione dello Statuto albertino e all'impegno del re nel rischioso progetto di riunificazione nazionale.

Quando l'inno si diffuse, le autorità cercarono di vietarlo, considerandolo eversivo (per via dell'ispirazione repubblicana e anti-monarchica del suo autore); visto il totale fallimento, tentarono di censurare almeno l'ultima parte, estremamente dura con gli Austriaci, al tempo ancora formalmente alleati, ma neppure in questo si ebbe successo.

Dopo la dichiarazione di guerra all'Austria, persino le bande militari lo suonarono senza posa, tanto che re Carlo Alberto fu costretto a ritirare ogni censura del testo, così come abrogò l'articolo 77 dello Statuto albertino secondo cui l'unica bandiera del regno doveva essere quella sabauda (e la coccarda quella azzurra), rinunciando agli inutili tentativi di reprimere l'uso del tricolore verde, bianco e rosso, anch'esso impostosi come simbolo patriottico dopo essere stato adottato clandestinamente nel 1831 come simbolo della Giovine Italia.

In seguito fu proprio intonando l'inno di Mameli che Giuseppe Garibaldi, con "i Mille", intraprese la conquista dell'Italia meridionale e la riunificazione nazionale.

Nel 1862 Giuseppe Verdi, nel suo Inno delle Nazioni, composto per l'Esposizione Universale di Londra, affidò proprio al Canto degli Italiani (e non alla Marcia Reale) la funzione di rappresentare l'Italia[2]. In questo modo, il Canto degli italiani fu suonato insieme a God Save the Queen e alla Marsigliese[2].

Mameli era già morto, ma le parole del suo inno, che invocava un'Italia unita, erano più vive che mai. Anche l'ultima tappa di questo processo, la presa di Roma del 20 settembre 1870, fu accompagnata da cori che lo cantavano accompagnati dagli ottoni dei bersaglieri.

Anche più tardi, per tutta la fine dell'Ottocento e oltre, Fratelli d'Italia rimase molto popolare come in occasione della guerra libica del 1911-12, che lo vide ancora una volta il più importante rappresentante di una nutrita serie di canti patriottici vecchi e nuovi. Lo stesso accadde durante la prima guerra mondiale: l'irredentismo che la caratterizzava, trovò ancora una volta un simbolo nel Canto degli italiani.

Prime incisioni[modifica | modifica wikitesto]

Aiuto
Il Canto degli italiani (info file)
Versione strumentale eseguita dalla Banda Centrale della Marina Militare Italiana

Il Canto degli italiani (info file)
Altra versione

Il documento sonoro più antico conosciuto del Canto degli Italiani (disco a 78 giri per grammofono, 17 cm di diametro) è datato 1901 e venne inciso dalla Banda Municipale del Comune di Milano sotto la direzione del Maestro Pio Nevi. Una delle prime registrazioni del Canto degli italiani è quella che fece il 9 giugno 1915 il cantante lirico e di musica napoletana Giuseppe Godono. L'etichetta per cui il brano venne inciso è la Phonotype di Napoli. Un'altra antica incisione pervenuta ad oggi è quella della Banda del Grammofono, registrata a Londra per la casa discografica His Master's Voice il 23 gennaio 1918[5].

Sotto il fascismo[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la marcia su Roma, assunsero grande importanza, oltre alla Marcia Reale, cioè all'inno ufficiale del regno, i canti più prettamente fascisti che, pur non essendo degli inni ufficiali, erano diffusi e pubblicizzati molto capillarmente. I canti risorgimentali furono comunque incoraggiati, tranne quelli "sovversivi" di stampo anarchico o socialista come l'Inno dei lavoratori o L'Internazionale, oltre a quelli di popoli stranieri non simpatizzanti col fascismo, come La Marsigliese. Anche gli altri canti furono rinvigoriti e, ad esempio, La canzone del Piave veniva cantato nell'anniversario della vittoria, il 4 novembre.

Furono istituiti il Sindacato nazionale fascista dei musicisti, con ampie competenze a livello nazionale, da cui dipendeva il Fondo nazionale di assistenza. Infine nacque la Corporazione dello spettacolo, posta sotto la giurisdizione del Ministro delle Corporazioni. Queste erano le principali strutture che governavano la vita musicale italiana. Il fascismo giunse a governare le attività di tutte le istituzioni musicali, dalle scuole ai conservatori, ai teatri, ai festival ed ai concorsi. La politica fascista non modificò i programmi di istruzione scolastica e professionale dei musicisti.

Spesso l'inno di Mameli viene erroneamente indicato come l'inno nazionale della Repubblica Sociale Italiana. Tuttavia è documentata la mancanza di un inno nazionale ufficiale; nelle cerimonie veniva cantato l'inno di Mameli oppure Giovinezza[6].

Nell'Italia repubblicana[modifica | modifica wikitesto]

Durante la seconda guerra mondiale, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, il governo adottò provvisoriamente come inno nazionale La canzone del Piave, che sostituì la Marcia Reale[7][8]. La monarchia italiana era infatti stata messa in discussione. L'inno di Mameli, insieme agli altri canti risorgimentali ed alle canzoni partigiane, tornarono a riecheggiare tra gli italiani. Nel 1945, a guerra terminata, a Londra Toscanini diresse l'esecuzione dell'Inno delle Nazioni, composto da Verdi nel 1862, e comprendente anche l'inno di Mameli[2], che vide così riconosciuta l'importanza che gli spettava.

Nel Consiglio dei ministri del 12 ottobre 1946, il ministro della Guerra Cipriano Facchinetti comunicò che il giuramento delle Forze Armate sarebbe stato effettuato il 4 novembre e che, quale inno, si sarebbe adottato l'inno di Mameli. Il comunicato stampa recita che: "Su proposta del Ministro della Guerra si è stabilito che il giuramento delle Forze Armate alla Repubblica e al suo Capo si effettui il 4 novembre p.v. e che, provvisoriamente, si adotti come inno nazionale l’inno di Mameli"[9]. Facchinetti dichiarò, altresì, che si sarebbe proposto uno schema di decreto per stabilire che provvisoriamente l'inno di Mameli sarebbe stato considerato l'inno nazionale. Tale schema di decreto, però, non vide mai la luce[10][11][12]. La Costituzione sancì l'uso del tricolore come bandiera nazionale, ma non stabilì quale sarebbe stato l'inno, e nemmeno il simbolo della Repubblica, che essendo fallito il primo concorso dell'ottobre 1946, fu scelto solo con il decreto legislativo del 5 maggio 1948 in seguito a un secondo concorso cui parteciparono 197 loghi di 96 artisti. Risultò vincitore Paolo Paschetto, col suo noto emblema.

Per molti decenni si è dibattuto a livello politico e parlamentare circa la necessità di rendere Fratelli d'Italia l'inno ufficiale della Repubblica italiana, ma senza che si arrivasse mai all'approvazione di una legge o di una modifica costituzionale che sancisse lo stato di fatto riconosciuto peraltro anche in tutte le sedi istituzionali[13].

Nel 2006 è stato discusso nella Commissione affari costituzionali del Senato un disegno di legge che prevedeva l'adozione di un disciplinare circa il testo, la musica e le modalità di esecuzione dell'inno Fratelli d'Italia.[14] Lo stesso anno, con la nuova legislatura, venne presentato al Senato un disegno di legge costituzionale che prevedeva la modifica dell'art.12 della Costituzione italiana con l'aggiunta del comma «L'inno della Repubblica è Fratelli d'Italia».[15] Nel 2008, altre iniziative analoghe sono state adottate in sede parlamentare[16] peraltro senza mai portare a termine l'ufficializzazione, nella Costituzione, dell'inno che perciò resta ancora provvisorio e adottato ad interim[17].

Nel giugno 2012 è stato approvato il disegno di legge che prevede l'obbligo di insegnare nelle scuole italiane l'inno di Mameli[18].

Il significato del testo[modifica | modifica wikitesto]

Testo autografo dell'inno
Busto di Scipione l'Africano. Nel Canto degli italiani è chiamato "Scipio"

Nel Canto degli italiani è presente un forte richiamo alla storia dell'antica Roma. Nel ritornello è infatti citata la coorte, un'unità militare dell'esercito romano corrispondente alla decima parte della legione[9]. Con "Stringiamci a coorte, siam pronti alla morte, l'Italia chiamò" si allude quindi alla chiamata alle armi del popolo italiano con l'obiettivo di cacciare il dominatore straniero dal suolo nazionale e di unificare il Paese, all'epoca ancora diviso negli stati italiani preunitari[2]. Nel ritornello è presente il termine sincopato "Stringiamci" (senza la lettera "o"), in luogo di "Stringiamoci", per questioni di metrica[19].

Nella prima strofa viene citato il politico e militare romano Scipione l'Africano (chiamato, nell'inno, "Scipio") che sconfisse, durante la seconda guerra punica, il generale cartaginese Annibale nella battaglia di Zama[2]. L'elmo di Scipione è ora indossato dall'Italia pronta a combattere per liberarsi dal giogo straniero ed essere di nuovo unita ("Dell'elmo di Scipio s'è cinta la testa")[2]. Sempre nella prima strofa, si fa accenno alla dea Vittoria, che per lungo tempo è stata "schiava di Roma" per disegno di Dio ("Iddio la creò"), ma che ora si consacra alla nuova Italia porgendole i capelli per farseli tagliare ("Le porga la chioma")[2]. Il senso di questi versi fanno riferimento all'abitudine delle schiave dell'antica Roma di portare i capelli corti[12]. Le donne romane libere, invece, li portavano lunghi[12]. Per quanto riguarda invece "schiava di Roma", il senso è che l'antica Roma fece, con le sue conquiste, la dea Vittoria "sua schiava"[12].

All'interno della seconda strofa si fa riferimento ad un desiderio: la speranza (nel testo dell'inno, la "speme") che l'Italia, ancora divisa negli stati preunitari e quindi da secoli spesso trattata come terra di conquista ("Noi siamo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi"), si raccolga sotto un'unica bandiera fondendosi in una sola nazione ("Raccolgaci un'unica Bandiera, una speme: di fonderci insieme, già l'ora suonò")[2].

La terza strofa è dedicata al pensiero politico di Giuseppe Mazzini, fondatore della Giovine Italia e della Giovine Europa ("Uniamoci, amiamoci, l'Unione, e l'amore, rivelano ai Popoli le vie del Signore; Giuriamo far libero, il suolo natìo: Uniti per Dio, chi vincer ci può?"). I motti della Giovine Italia erano infatti "Unione, forza e libertà" e "Dio e popolo"[20]. L'espressione "per Dio" è un francesismo: Mameli intende "attraverso Dio", "da Dio"[2]. Questo richiamo al patriota genovese non fu casuale; Mameli era infatti di credo politico mazziniano[2].

Nella quarta strofa sono inseriti riferimenti ad avvenimenti legati alla secolare lotta degli italiani contro il dominatore straniero. La quarta strofa inizia con un riferimento alla battaglia di Legnano (29 maggio 1176), che vide la Lega Lombarda vittoriosa sull'esercito imperiale di Federico Barbarossa. Legnano, grazie alla storica battaglia, è l'unica città, oltre a Roma, ad essere citata nell'inno nazionale italiano ("Dall'Alpi a Sicilia dovunque è Legnano")[2]. Nella stessa strofa è citato "Ferruccio", ovvero Francesco Ferrucci[2], l'eroico condottiero al servizio della Repubblica di Firenze che fu sconfitto[21][22] nella battaglia di Gavinana (3 agosto 1530) dall'imperatore Carlo V d'Asburgo durante l'assedio di Firenze ("Ogn'uom di Ferruccio ha il core, ha la mano"). Nella quarta strofa si fa anche cenno a Balilla[2], il giovane da cui originò, il 5 dicembre 1746, la rivolta popolare del quartiere genovese di Portoria contro gli occupanti asburgici durante la guerra di successione austriaca ("I bimbi d'Italia si chiaman Balilla"). Nella stessa strofa si accenna anche ai Vespri siciliani[2], l'insurrezione avvenuta a Palermo nel 1282 che diede avvio a una serie di scontri chiamati "guerre del Vespro" ("Il suon d'ogni squilla i Vespri suonò"). Queste guerre portarono poi alla cacciata degli angioini dalla Sicilia. Per "ogni squilla" Mameli intende "ogni campana", facendo riferimento agli squilli di campane avvenuti il 30 marzo 1282 a Palermo, con i quali il popolo fu chiamato alla rivolta contro gli angioini[2].

La quinta ed ultima strofa è invece dedicata all'Impero austriaco in decadenza. Nel testo Mameli fa infatti riferimento alle truppe mercenarie ("Le spade vendute") deboli come giunchi ("Son giunchi che piegano")[2]. Nella strofa si fa anche accenno all'Impero russo (il "cosacco") che partecipò, insieme all'Impero austriaco ed al Regno di Prussia, alla spartizione della Polonia[2]. È quindi presente un richiamo ad un altro popolo oppresso dagli austriaci, quello polacco[2]. Questi due popoli minano poi, dall'interno, l'Impero austriaco in decadenza ("Già l'Aquila d'Austria le penne ha perdute. Il sangue d'Italia, il sangue Polacco, bevé, col cosacco, ma il cor le bruciò")[2]. Il testo fa riferimento all'aquila bicipite, stemma rappresentativo della monarchia asburgica.

In origine era presente, nella prima versione del Canto degli italiani, una sesta e ultima strofa, dedicata alle donne italiane, che chiudeva il componimento[3]. La strofa, eliminata dallo stesso Mameli prima del debutto ufficiale dell'inno, recitava "Tessete o fanciulle, bandiere e coccarde, fan l'alme gagliarde, l'invito d'amor"[3][23].

Diritti d'autore[modifica | modifica wikitesto]

Lo spartito dell'inno è di proprietà della casa editrice Sonzogno. Il manoscritto autografo che Michele Novaro inviò all'editore Francesco Lucca è conservato presso l'Archivio Storico Ricordi. Nel 2010, in seguito al clamore suscitato da una lettera inviata dal presidente del Consiglio comunale di Messina Giuseppe Previti al presidente della Repubblica Italiana[24][25], la SIAE ha stabilito di non riscuoterne più in modo diretto i diritti di noleggio sugli spartiti musicali mentre, come ovvio, i diritti d'autore sono già decaduti poiché l'opera è di pubblico dominio, essendo i due autori morti da più di 70 anni[26].

Negli eventi[modifica | modifica wikitesto]

La partitura del Canto degli italiani

In occasione di eventi ufficiali, sono eseguite solamente le prime due strofe[9]. Per quanto riguarda invece gli eventi sportivi, nei mondiali di calcio dal 1974 al 1986, l'inno veniva suonato a partire dall'introduzione strumentale e interrotto immediatamente prima del coro. In alcuni manifestazioni sportive attuali, come le corse motociclistiche ed automobilistiche, l'inno viene spesso tagliato, mentre negli altri sport, compreso il calcio, viene suonato integralmente.

Critiche[modifica | modifica wikitesto]

Fratelli d'Italia è stato spesso criticato, e spesso alcuni ne hanno ventilato la sostituzione, specie all'inizio degli anni novanta. Le critiche si appuntano in genere sulla bassa qualità musicale dell'inno, rilevandone un carattere di "marcetta" di poche pretese; si obietta tuttavia che la funzione e gli scopi degli inni patriottici, popolari e di lotta mal si conciliano, in genere, con un'elevata qualità artistica della melodia[4].

Non tutti concordano sulla mediocrità di quella scritta da Novaro. Molti infatti ne considerano tutt'altro che brutta la musica; nel 1994 il compositore Roman Vlad, già sovrintendente della Scala, ad un giornalista che gli aveva sottoposto l'idea di rendere l'inno più orecchiabile per accrescerne la popolarità presso il pubblico giovanile rispose che "è meglio la tradizione. L'attuale inno ha più valore, anche rispetto a qualche aria più bella o moderna. Se si cambia "Fratelli d'Italia" si indebolirebbe il suo effetto coagulante e unificante e, onestamente, in questo momento l'Italia non ha bisogno di indebolimenti. E poi, non dimentichiamo che "bandiera vecchia è onor di capitano""[27].

Molti altri sottolineano che la melodia non sia sublime e sicuramente inferiore a quella dell'inno tedesco di Haydn e al Va', pensiero, il candidato più frequente alla sostituzione. È vero che ai tempi di Verdi il dramma degli ebrei esiliati fu interpretato come una chiara allusione alla condizione di Milano, in mano degli Austriaci, ma ciò non toglie che esso non contiene nessun riferimento specifico all'Italia o alla sua storia (è il canto di un popolo diverso, gli ebrei, e per di più sconfitto). Il testo di Mameli, che è costituito da 5 strofe e da un ritornello, presenta invece i concetti principali a cui si ispirò il Risorgimento, che sono legati alla cultura romantica del tempo, concetti espressi, ad esempio, anche da Alessandro Manzoni nell'ode Marzo 1821 o da Giacomo Leopardi nella canzone All'Italia.

Per ovviare ad alcune critiche, l'ex presidente Carlo Azeglio Ciampi affidò spesso le esecuzioni dell'inno (tranne che in occasioni sportive dove continuarono a suonarlo le bande e le fanfare) ad alcuni importanti direttori d'orchestra, come Zubin Mehta, Claudio Abbado, Salvatore Accardo. La cantante Elisa ne realizzò anche una versione pop rock, che avrebbe dovuto aprire la trasmissione sportiva dedicata ai mondiali del 2002, ma fu poi ritirato per le proteste del governo di centro-destra[28].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Testo legge
  2. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w Fratelli d'Italia, quirinale.it. URL consultato il 7 agosto 2014.
  3. ^ a b c Mameli, l'inno e il tricolore, radiomarconi.com. URL consultato il 24 novembre 2014.
  4. ^ a b Proprio perché il loro principale scopo era questo, assumevano un'importanza prevalente i testi rispetto alla musica, che fondamentalmente doveva solo essere orecchiabile per favorire la memorizzazione, e quindi la diffusione delle parole. Per tali ragioni molti di questi inni sono solo "marcette", per cui il valore artistico e la qualità musicale sono elementi secondari.
  5. ^ Vedi: Muspe.unibo.it
  6. ^ "I canti di Salò" di Giacomo De Marzi
  7. ^ E il ministro lodò il campano Giovanni Gaeta, Corriere della Sera, 22 luglio 2008. URL consultato il 1º ottobre 2009.
  8. ^ La Leggenda del Piave inno d'Italia dal 1943 al 1946
  9. ^ a b c Inno nazionale, governo.it. URL consultato il 9 novembre 2014.
  10. ^ Lettere al Corriere, 4 marzo 2006. URL consultato il 14 agosto 2011.
  11. ^ Il mistero dell'inno di Mameli, 22 febbraio 2011. URL consultato il 14 agosto 2011.
  12. ^ a b c d L'inno di Mameli: Un po' di storia, radiomarconi.com. URL consultato il 9 novembre 2014.
  13. ^ Pagina dedicata all'Inno nazionale sul sito della Presidenza della Repubblica. URL consultato il 14 agosto 2008.
  14. ^ Relazione alla 1ª commissione permanente del Senato con il testo del disegno di legge modificato in commissione.. URL consultato il 14 agosto 2008.
  15. ^ Testo del disegno di legge costituzionale n° 821.. URL consultato il 14 agosto 2008.
  16. ^ Quattro ddl al Senato per ufficializzare l'Inno di Mameli, Il Messaggero, 21 luglio 2008.. URL consultato il 14 agosto 2008.
  17. ^ Governo Italiano - La costituzione
  18. ^ Clandestino web - Inno Mameli, insegnamento obbligatorio
  19. ^ La versione corretta, archiviostorico.corriere.it. URL consultato il 23 novembre 2014.
  20. ^ Giuseppe Mazzini, partecipiamo.it. URL consultato il 24 novembre 2014.
  21. ^ Dizionario Enciclopedico Italiano, Istituto dell'Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani - 1970 - Volume V - pag. 247.
  22. ^ MARAMALDO, Fabrizio in Treccani.it - Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 15 marzo 2011. URL consultato il 18 novembre 2014.
  23. ^ Stramacci, pag. 57.
  24. ^ Interrogazioni con richiesta di risposta scritta dei senatori Donatella Poretti e Marco Perduca nella seduta n. 367 del 28/04/2010 del Senato della Repubblica.
  25. ^ L'Italia chiamò: liberate l'inno dalla Siae da Sky TG24
  26. ^ Inno di Mameli, SIAE rinuncerà a incassare".. URL consultato il giovedì 29 aprile 2010.
  27. ^ Vlad: Inno nazionale, bandiera vecchia, onor di capitano
  28. ^ La strana storia dell'Inno di Mameli

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]