Sicilia (provincia romana)

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Sicilia
Mappa di localizzazione
Sicilia SPQR.png
La provincia (in rosso cremisi)
Informazioni generali
Nome ufficiale (LA) Provincia Sicilia
Capoluogo Syracusae (Siracusa)
Dipendente da Repubblica romana, Impero romano
Amministrazione
Forma amministrativa Provincia romana
Evoluzione storica
Inizio 241 a.C.
Causa fine della prima guerra punica
Fine 440 d.C.
Causa invasioni barbariche del V secolo
(LA)
« [Sicilia] prima docuit maiores nostros quam praeclarum esset exteris gentibus imperare [...] »
(IT)
« [La Sicilia] fu la prima a dimostrare ai nostri antenati quale nobile compito fosse dominare su popoli stranieri [...] »
(Marco Tullio Cicerone, In Verrem, II, 2,2. Traduzione di Laura Fiocchi e Nino Marinone)

La Sicilia (Provincia Sicilia in latino) fu un'antica provincia romana con capitale Syracusae che comprendeva la Sicilia e le rimanenti isole dell'arcipelago siciliano (i territori dell'attuale regione Siciliana e della Repubblica di Malta). La dominazione romana in Sicilia iniziò il 10 marzo 241 a.C. (con la vittoria di Torquato Attico e Catulo sulle truppe cartaginesi di Annone nella battaglia delle isole Egadi) e si concluse nel 440, con la spedizione del vandalo Genserico, che conquistò l'isola.

Statuto[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Province romane e Governatori romani della Sicilia.

La regione divenne provincia romana nel 241 a.C., con vari mutamenti di ordinamento fino alla lex Rupilia del 131 a.C.. Era governata da un Propretore di rango pretorio e dell'ordine senatorio. La sua capitale era Syracusae (Siracusa). A partire da Augusto fu affidata ad un proconsole, sempre dell'ordine senatorio.

Al tempo della riforma tetrarchica entrò a far parte della diocesi Italiciana. Con Costantino I o più probabilmente sotto i suoi eredi, era inclusa nella prefettura del pretorio d'Italia[1] e nella diocesi dell'Italia Suburbicaria.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Questa voce è parte della serie
Bandiera della Sicilia
Storia della Sicilia
Categoria: Storia della Sicilia
Portale: Sicilia

Periodo repubblicano (241 - 27 a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Prima guerra punica e seconda guerra punica.
Siracusa e gli specchi ustori

Roma iniziò a intervenire in Sicilia in occasione di un conflitto scoppiato tra i Mamertini di Messina e i Siracusani, durante la prima guerra punica. I Mamertini, chiesero, ed ottennero, l'aiuto di Roma che intervenne militarmente nell'isola. La vera ragione sembra però che fosse il timore da parte dei Romani della crescente potenza cartaginese nell'isola. Probabilmente questo fu il fattore determinante. Forze cartaginesi troppo vicine al territorio romano e orientate al controllo totale della Sicilia che, a sua volta, controllava il passaggio fra le due parti, orientale e occidentale, del Mediterraneo. Roma formò un'alleanza con i Mamertini e nel successivo 264 a.C. inviò truppe in Sicilia. Era la prima volta che forze romane uscivano dalla penisola italiana. Gerone II, innaturalmente alleato a Cartagine, dovette fronteggiare le legioni di Valerio Messala. Perse, ottenne la pace versando 100 talenti, e divenne un fedele alleato di Roma fornendole aiuti, soprattutto grano e macchine da guerra. In breve tempo, così, rimasero in campo solo i due eserciti romano e cartaginese. La posta era il possesso della Sicilia, grande produttrice di grano e testa di ponte di entrambe le potenze per il controllo commerciale e militare del Mediterraneo centrale. Al termine della guerra Roma aveva occupato la massima parte dell'isola, eccetto Siracusa che conservò un'ampia autonomia (pur dovendo accettare la supremazia romana nella regione)

I superstiti dell'esercito romano di Canne furono relegati in Sicilia, con il divieto di allontanarsi da lì prima che la guerra fosse finita.[2] Il tiranno Geronimo di Siracusa, durante la seconda guerra punica, cambiando le alleanze, attirò nuove truppe romane alle porte di Siracusa. Anche i Cartaginesi mandarono truppe nell'isola e fra Palermo, Siracusa, Agrigento e Enna, Roma e Cartagine si affrontarono direttamente in battaglie e assedi alternandosi a tratti nel controllo dell'isola. La conclusione di questa parte della guerra avvenne con la presa di Siracusa da parte delle forze di Marco Claudio Marcello, con la morte di Archimede che aveva aiutato la sua città con i suoi macchinari: gli specchi ustori (212 a.C.).[3] Siracusa, in seguito a questi eventi, fu inglobata nella provincia di Sicilia, diventandone la sua capitale.

La Sicilia divenne così la prima provincia territoriale di Roma e una delle più prospere e tranquille, sebbene la sua storia sia stata turbata da due gravi episodi di rivolta servile, la prima nella Sicilia orientale dal 136 al 132 a.C.,[4] capeggiata da un certo Euno e soffocata dal console Publio Rupilio;[5] la seconda nella Sicilia occidentale dal 101 al 98 a.C.,[6] capeggiata da Salvio Trifone e soffocata da Manlio Aquillio: entrambe sono state trattate da Diodoro Siculo, con dovizia di particolari che consentono, fra l'altro, di avere un'idea della massiccia presenza di schiavi in Sicilia (200.000 circa), del loro sfruttamento e, conseguentemente, delle attività economiche ivi praticate.

Più tardi (nell'82 a.C.), Pompeo, uomo molto ricco e generale di talento, ambizioso di gloria e potere, fu inviato in Sicilia dal dittatore Silla, per recuperare dai Mariani l'isola, di fondamentale importanza per i rifornimento di grano per Roma, senza cui la popolazione dell'Urbe avrebbe sofferto la fame e ci sarebbero certamente state delle sommosse. Pompeo si occupò della resistenza con mano dura e quando i cittadini protestarono per i suoi metodi, rispose con una delle sue citazioni più famose: "Smettete di citare leggi, noi portiamo armi". Cacciò le forze avversarie dalla Sicilia, mettendo a morte Gneo Carbone.[7]

Poi il governo isolano fu riorganizzato sotto la guida di un pretore, coadiuvato da due questori, uno a Siracusa e l'altro a Lilibeo e da un consiglio provinciale che però non aveva poteri effettivi.

Nel 70 a.C. il pretore Cecilio Metello combatté con successo i pirati che infestavano i mari della Sicilia[8][9] e della Campania,[10] i quali si erano spinti a saccheggiare Gaeta, Ostia[11] (nel 69-68 a.C.) e rapito a Miseno la figlia di Marco Antonio Oratore. Nel corso della successiva guerra piratica di Pompeo, il settore di mare attorno alla Sicilia fu affidato a Plozio Varo.[12][13]

Nel 61 a.C. fu questore Publio Clodio Pulcro, dove si recò attorno alla metà di maggio per fare ritorno a Roma dopo un solo anno.[14]

Nel 42 a.C. Sesto Pompeo, figlio del Magno, dopo aver raccolto proscritti e schiavi dall'Epiro ed aver compiuto diversi atti di pirateria, senza avere un suo proprio territorio, occupò dapprima Messana e poi l'intera Sicilia.[15] Qui prima uccise il pretore Quinto Pompeo Bitinico e poi vinse il legatus di Ottaviano, Quinto Salvidieno Rufo Salvio (nel 40 a.C.).[15] Il successivo accordo fra i triumviri, Antonio, Ottaviano e Lepido riconobbe nel 39 a.C. a Sesto Pompeo, la giurisdizione sulla Sicilia (controllando i rifornimenti di grano), oltre che su Sardegna e Corsica. Più tardi, però, Sesto Pompeo fu sconfitto da Agrippa poiché impediva gli approvvigionamenti di grano.[16]

Alto Impero romano (27 a.C. - 284 d.C.)[modifica | modifica sorgente]

Passate le guerre civili e consolidatosi il regime augusteo, la Sicilia tornò a prosperare come prima, mentre cultura greca e latina continuavano a coabitare. Augusto sostituì la vecchia decima con una nuova imposta fissa e cambiò l'organizzazione amministrativa delle comunità locali, ancora legata ai vecchi schemi organizzativi greci, concedendo la cittadinanza romana a Messina, Centuripe e alcune altre città, fondando colonie di veterani in varie località della Sicilia (Siracusa, Tauromenio, Palermo, Catania, Tindari e Termini), e creando municipi latini, dei quali alcuni soggetti a tassazione e alcuni altri esenti.

Tardo Impero ed invasione vandala (284 - 440 d.C.)[modifica | modifica sorgente]

Genserico, capo dei Vandali, una volta occupata la ex-provincia romana d'Africa, cominciò ad esercitare la pirateria, tanto che unitisi ai pirati Berberi, razziarono le coste siciliane a partire dal 337. Poi dopo essersi impadroniti di una parte della flotta navale romana d'Occidente, ormeggiata nel porto di Cartagine, nel 440, organizzarono incursioni in tutto il Mar Mediterraneo, soprattutto in Sicilia e Sardegna, i due granai dell'Impero d'Occidente, Corsica e le isole Baleari. Nel 441, essendo la flotta romana d'Occidente incapace di difendersi dagli attacchi dei Vandali, arrivò nelle acque siciliane una flotta orientale, inviata da Teodosio II; i suoi navarchi però indugiarono senza agire, e quando i Persiani e gli Unni, sembra entrambi pagati da Genserico, attaccarono l'Impero d'Oriente, la flotta rientrò a Costantinopoli. L'impero romano d'occidente continuò la resistenza in Sicilia con i generali Ricimero nel 456 e poi nel 461 con Marcellino ed i suoi legionari dalmati.

Difesa ed esercito[modifica | modifica sorgente]

Essendo la provincia un'isola i confini erano delimitati dal Mare nostrum.

Geografia politica ed economica[modifica | modifica sorgente]

Geografia della Sicilia romana

In seguito alle guerre puniche si erano avuti grandi accaparramenti di terre e ciò portò alla formazione di grandi latifondi lavorati da manodopera servile, le cui cattive condizioni di lavoro portarono alle rivolte. In questi latifondi fu incoraggiata soprattutto la coltura del frumento e ciò fece dell'isola uno dei granai di Roma e una delle province romane più ricche. Ciò dette impulso anche ad altre attività nell'isola, principalmente l'industria navale che sfruttava le dense foreste isolane, e il commercio, soprattutto con Gallia, Spagna e Africa.

Amministrazione politica delle città[modifica | modifica sorgente]

Durante il governo repubblicano romano, tutte le città godevano di una certa autonomia ed emettevano monete di piccolo taglio, ma si diversificavano tra loro per il tipo di organizzazione amministrativa. Vennero infatti divise in 4 diverse classi, ognuna appartenente ad un diverso assetto giuridico-amministrativo, regolamentato dalla Lex Provinciae

Nel primo assetto, il quale potrebbe anche dirsi "prima classe" o "prima fascia", vi rientravano le città che erano rimaste fedeli a Roma durante il corso delle guerre puniche del III sec. a.C.. Erano chiamate foederate civitates e godevano di una libertà ben maggiore rispetto alle città non foederate. Roma aveva concesso loro, in segno di premio per l'amicizia dimostratale, un trattato bilaterale che riconosceva doveri e diritti ben precisi delle civitates e molto raramente queste erano soggette a pagare la decumena (o decima), ovvero la tassa sul proprio raccolto. Potevano inoltre conservare le proprietà dei loro terreni, potevano autogovernarsi al loro interno e quindi erano del tutto simili alle città alleate della penisola, eccetto che per il diritto di cittadinanza romana, poiché agli isolani questo non era concesso.
Le foederate civitates erano tre:

Messina - Taormina - Noto

Nel secondo assetto, vi rientravano le città che non avevano stipulato un trattato bilaterale con Roma, ma bensì unilaterale, ovvero era stata solo Roma a dettare loro diritti e doveri, dove comunque i diritti erano molto favorevoli rispetto alle classi successive. Esse infatti non erano federate ma immuni dal pagamento della decuma e libere perché potevano amministrarsi liberamente al loro interno, senza dover stare ai voleri del cittadino romano, ovvero dello ius romanus. Potevano eleggere i propri magistrati, senato e, cosa più significativa, erano città libere dalla giurisdizione dei magistrati provinciali, ovvero il loro territorio non poteva essere amministrato giuridicamente dal pretore.
Le civitates immunes ac liberae erano cinque:

Alesa Arconidea - Alicia - Centuripe - Segesta - Palermo

Nel terzo assetto, vi rientravano le città che dovevano pagare a Roma un'imposta che per la Sicilia veniva regolamentata dalla lex Ieronica, la quale stabiliva la cifra da tassare su ogni raccolto del territorio. Queste città non godevano dei diritti delle due precedenti classi, erano state conquistate dopo aver fatto della resistenza.

Le civitates decumanae erano la maggior parte della Sicilia
(LA)
« Perpaucae Siciliae civitates sunt bello a maioribus nostris subactae; quarum ager cum esset publicus populi romani factus, tamen illis est redditus; is ager a censoribus locari solet. »
(IT)
« Pochissime città della Sicilia sono state sottomesse con la guerra dai nostri antenati; il loro territorio, benché divenuto proprietà del popolo romano, fu tuttavia restituito loro; di consueto la riscossione dell’imposta su questo terreno è data in appalto dai censori. »
(Marco Tullio Cicerone, In Verrem)

Infine vi era l'ultimo assetto, o l'ultima categoria, nella quale vi erano le città che erano state conquistate tramite atto di guerra e per questo motivo non godevano né di diritti, né di privilegi. Come ci dice lo storico Cicerone, erano pochissime le città che rientravano in questa categoria. Il loro suolo veniva dato ai romani come ager publicus, cioè non apparteneva più ai cittadini ma ai romani conquistatori della città.
Non si conoscono i nomi di tutte le civitates censoriae; c'è chi dice fossero solo sei e chi dice fossero molte. Si conoscono però i nomi di due principali città finite nell'ultima categoria:

Siracusa - Trapani

Stato sociale della Sicilia in epoca Imperiale[modifica | modifica sorgente]

Con l'avvento del regime imperiale il latifondismo rimase la principale forma di conduzione fondiaria, ma nonostante il declino della coltura cerealicola continuarono a fiorire villaggi e piccoli possedimenti e non si ebbe alcuna diminuzione della popolazione[senza fonte]. La situazione economica dell'isola cominciò a decadere durante il governo degli Antonini e fu compromessa con le invasioni barbariche e il successivo dominio bizantino.

Principali città in epoca romana[modifica | modifica sorgente]

Le principali città erano:

  • Catana o Catina (Catania), fu conquistata all'inizio della prima guerra punica (nel 263 a.C.), dal console Massimo Valerio Messalla.[20] Del bottino faceva parte un orologio solare che fu collocato nel Comitium a Roma.[21] Da allora la città divenne soggetta al pagamento di un'imposta a Roma (civitas decumana). È noto che il conquistatore di Siracusa, Marco Claudio Marcello, vi costruì un ginnasio.[22] Intorno al 135 a.C., nel corso della prima guerra servile, fu conquistata dagli schiavi ribelli.[23] Un’altra rivolta capeggiata dal gladiatore Seleuro nel 35 a.C., fu domata probabilmente dopo la morte del condottiero.[24] Nel 122 a.C., a seguito dell’attività vulcanica dell’Etna, fu fortemente danneggiata dalle ceneri vulcaniche stesse piovute sui tetti della città che crollarono sotto il peso.[25] Il territorio di Catina, dopo essere stato nuovamente interessato dalle attività eruttive del 50, del 44, del 36 e infine dalla disastrosa colata lavica del 32 a.C., che rovinò campagne e città etnee, nonché dai fatti della disastrosa guerra che aveva visto la Sicilia terreno di scontro fra Ottaviano e Sesto Pompeo, si avviò sulla lunga e faticosa strada della ripresa socio-economica già in epoca augustea. Tutta la Sicilia alla fine della guerra viene descritta come gravemente danneggiata, impoverita e spopolata in diverse zone. Nel libro VI di Strabone in particolare si accenna alle rovine subite dalle città di Syrakusæ, Katane e Kentoripa. Dopo la guerra contro Sesto Pompeo, Augusto vi dedusse una colonia. Plinio il Vecchio annovera la città che i romani chiamano Catina fra quelle che Augusto dal 21 a.C. elevò al rango di colonie romane assieme a Syracusæ e Thermæ (Sciacca). Solo nelle città che avevano ricevuto il nuovo status di colonia furono insediati gruppi di veterani dell’esercito romano. La nuova situazione demografica certamente contribuì a cambiare quello che era stato, fino ad allora, lo stile di vita municipale a favore della nuova "classe media". Nonostante questi continui disastri, che costituiscono una delle costanti della sua storia, Catania conservò una notevole importanza e ricchezza nel corso della tarda repubblica e dell'impero: Cicerone la definisce «ricchissima»,[26] e tale dovette restare anche nel corso del tardo impero e nel periodo bizantino, come si deduce dalle fonti letterarie e dai numerosi monumenti contemporanei, che ne fanno un caso quasi unico in Sicilia. Le grandi città costiere come Catina, nel corso del medio-impero, estesero il loro controllo, anche a fini esattoriali dello stipendium, su un vasto territorio nell’entroterra dell’isola che si andava spopolando a causa della conduzione latifondistica della produzione agricola. Il Cristianesimo vi si diffuse rapidamente; tra i suoi martiri, durante le persecuzioni di Decio e di Diocleziano, primeggia Sant'Agata, patrona della città, e Sant'Euplio. La diocesi di Catania è accertata fin dal VI secolo.
  • Centuripe, si sottomise spontaneamente ai consoli romani Marco Valerio Flacco e Marco Ottacilio nel 263 a.C., tanto da venir dichiarata città libera ed esentata da qualunque tassa, come dichiara Cicerone nelle sue Verrine. Da questo momento conobbe un grandissimo sviluppo e divenne una delle più importanti città romane della Sicilia. Lo attestano sia le dichiarazioni di Cicerone, sia la grande quantità di vasellame e gli imponenti resti monumentali. Interessante una iscrizione in greco del II secolo a.C. con il racconto di una missione diplomatica centuripina a Roma e a Lanuvio e una parte del trattato con Lanuvio con cui risulta gemellata per le comuni origini. Nel 39 a.C. Sesto Pompeo la prese d'assedio e la distrusse per la sua fedeltà ad Ottaviano, ma questi la fece ricostruire e diede ai suoi abitanti la cittadinanza romana. La Centuripe di età romana imperiale è quella che ha lasciato i resti monumentali più imponenti. Oggi rimangono, il Tempio degli Augustali del I-II secolo che si affacciava, su una via colonnata e due tombe monumentali a torre, la Dogana, di cui è visibile solo il piano elevato e il castello di Corradino. A nord-ovest del paese, in contrada Bagni, una strada lastricata conduce ai resti di un Ninfeo, sospeso sul vallone del torrente sottostante, di cui rimane una parete in mattoni con cinque nicchie, resti di una vasca di raccolta delle acque e parti dell'acquedotto. Notevoli, infine, sono le emissioni monetali di età romana repubblicana.
  • Drepanum (Trapani), conquistata, insieme a Eryx, al termine alla Prima guerra punica, divenne una fiorente città commerciale, grazie soprattutto al porto, alla sua posizione geografica al centro delle rotte mediterranee ed alle caratteristiche attività di estrazione del sale marino, intrapresa a suo tempo già dai Fenici, e della lavorazione del corallo, quest'ultima già citata da Plinio, tutte qualità che nel corso successivo della storia le consentirono di soppiantare Lilybaeum nel ruolo di centro più importante della Sicilia Occidentale.
  • Lilybaeum (Marsala), già avamposto cartaginese, vi ebbe sede uno dei due questori che Roma inviava in Sicilia. Si arricchì di splendide ville ed edifici pubblici. A Lilibeo, tra gli altri, fu questore Cicerone, che la definì splendidissima civitas nell'anno 75 a.C..
  • Messana (Messina), consegnata dai Mamertini ai Romani nel 264 a.C., ottenne dopo la fine della guerra lo status di civitas libera et foederata (città libera ed alleata, formalmente indipendente), unica in Sicilia insieme a Tauromenium (Taormina). Il nome greco Messanion fu tradotto in latino con Messana. Durante l'età repubblicana subì ancora attacchi durante le guerre servili (102 a.C. Cicerone, nelle orazioni contro Verre, la definì civitas maxima et locupletissima (città grandissima e ricchissima). Pompeo attaccò nel 49 a.C. la flotta cesariana che si riparava nel porto della città. Successivamente divenne una delle principali basi di Sesto Pompeo, che vi sconfisse la flotta di Ottaviano e venne in seguito saccheggiata dalle truppe di Lepido. In seguito divenne probabilmente municipio. Delle vicende della città in epoca imperiale non sappiamo quasi nulla.
    Secondo la tradizione, San Paolo approdò sulla costa ionica della città e vi predicò il Vangelo. Dopo la divisione dell'impero fece parte dell'Impero bizantino governata però da magistrati propri chiamati "Stratigoti". Nel 407, sotto l'Imperatore bizantino Arcadio, Messina fu costituita in "protometropoli" della Sicilia e della Magna Grecia[non chiaro].
  • Panormo (Palermo), rimase sotto il controllo cartaginese fino alla Prima guerra punica (264-241 a.C.). In particolare Palermo fu al centro di uno dei principali scontri fra Cartaginesi e Romani, finché nel 254 a.C. la flotta romana assediò la città, costringendola alla resa e rendendo schiava la popolazione che venne costretta al tributo di guerra per riscattare la libertà. Asdrubale tentò di recuperare la città ma venne sconfitto dal console romano Metello. Un ennesimo tentativo per recuperarla venne fatto da Amilcare nel 247 a.C., tanto da riuscire ad insediarsi alle pendici di Monte Pellegrino (all'epoca chiamato Erecta) tentando in più occasioni di riprenderne il comando, ma la città era ormai fedele ai Romani, dalla quale ottenne i titoli di Pretura, l'Aquila d'oro e il diritto di battere moneta, restando una delle cinque città libere dell'isola.
  • Syracusæ (Siracusa), divenne capitale della nuova provincia romana dopo il 212 a.C.. Dietro un arrogante malgoverno e le sistematiche spoliazioni del patrimonio artistico da parte del governatore Gaio Verre, Siracusa rimase la capitale della provincia siciliana e sede del pretore. Continuò ad essere un porto di grandi ed importanti scambi commerciali tra Oriente e Occidente. Qui soggiornarono S. Paolo e S. Marziano (primo vescovo di Siracusa), che soffermandosi in città per operare del proselitismo, vi radicò la religione cristiana, facendo diventare la città il primo avamposto d'Occidente. Con l'epoca delle persecuzioni cristiane, sino all’editto di Costantino nel 313, vengono costruite imponenti catacombe, seconde solo a quelle di Roma. Le successive scorrerie barbare, a partire da quelle dei Vandali nel 440, impoverirono ulteriormente la città, sino al 535 fu conquistata dal generale bizantino, Belisario, divenendo dal 663 al 668, residenza dell’Imperatore Costante II, nonché metropoli di tutte le chiese della Sicilia.
  • Tauromenion o Tauromenium (Taormina), che rimase sotto il dominio di Siracusa fino a quando Roma, nel 212 a.C., non dichiarò tutta la Sicilia provincia romana. I suoi abitanti sono considerati foederati dei Romani e Cicerone, nella seconda orazione contro Verre, accenna che la città fu una delle tre Civitates foederatae e la nomina "Civis Notabilis" (erroneamente tramandato, poi, come "Urbs notabilis"). In conseguenza di ciò non tocca ai suoi abitanti pagare decime o armare navi e marinai in caso di necessità. Nel corso della guerra servile (134132 a.C.) Tauromenium fu occupata dagli schiavi insorti, che la scelsero come loro caposaldo. Stretti d'assedio dal console Pompilio, resistettero a lungo, sopportando anche la fame e cedendo soltanto quando uno dei loro capi, Serapione, tradì i compagni e permise ai Romani di prendere la roccaforte. Nel 36 a.C. nel corso della guerra fra Sesto Pompeo ed Ottaviano, le truppe di quest'ultimo, sbarcarono a Naxos e rioccuparono la città. Più tardi nel 21 a.C., per ripopolare la città dopo anni della guerra subita, Augusto inviò nuovi coloni romani a lui fedeli, espellendo quegli abitanti che a lui si erano dimostrati ostili. Strabone parla di Tauromenion come di una piccola città, inferiore a Messana e a Catana. Plinio e Tolomeo ne ricordano le condizioni di colonia romana.
  • Thermai Himeraìai (Termini Imerese), nel corso della prima guerra punica, i Romani subirono presso la città una durissima sconfitta ad opera di Amilcare (260 a.C.), ma successivamente riuscirono a conquistarla, nel 253 a.C.. Da allora rimase fedele a Roma, e fu tra quelle soggette a tributo. Dopo la conquista di Cartagine, nel 146 a.C., Scipione Emiliano restituì a Terme le opere d’arte sottratte dai Cartaginesi ad Imera: tra queste vi era una statua di Stesicoro, che vi aveva soggiornato. C’è pervenuta la base di una di queste statue, con parte dell’iscrizione. Nel corso delle guerre civili la città parteggiò per Gneo Pompeo Magno (forse in essa vivevano molti di quei commercianti italici che costituivano una parte importante del partito mariano): Pompeo, nell’81 a.C., s’apprestava a punire duramente Terme, quando ne fu distolto dall’intervento del più influente cittadino, Stenio, che, da partigiano di Gaio Mario, divenne allora sostenitore ed amico di Pompeo (cfr. Plutarco); il che non impedì a Verre di spogliare la casa di Stenio delle sue opere d’arte e d’intentargli un processo. Dopo la guerra contro Sesto Pompeo, Ottaviano vi dedusse una colonia: è probabile che questo fatto costituisse una punizione per la città, che, per legami clientelari, aveva abbracciato probabilmente il partito pompeiano. La radicalità dell’operazione risulta dalle numerose iscrizioni latine che ci sono pervenute, e soprattutto dalla presenza massiccia in esse di nomi romani ed italici: il vecchio fondo della popolazione sembra praticamente scomparire all’inizio dell’età imperiale.
  • Tindari, durante la prima guerra punica, si trovava sotto il controllo di Gerone II di Siracusa. Fu base navale cartaginese, e nelle sue acque si combatté nel 257 a.C. la battaglia di Tindari, nella quale la flotta romana, guidata dal console Gaio Atilio Calatino, mise in fuga quella cartaginese. Con Siracusa passò in seguito nell'orbita romana (dal 212 a.C.) e fu base navale di Sesto Pompeo. Presa da Augusto nel 36 a.C., che vi dedusse la colonia romana di Colonia Augusta Tyndaritanorum, una delle cinque della Sicilia, Cicerone la citò come nobilissima civitas. Nel I secolo d.C. subì le conseguenze di una grande frana, mentre nel IV secolo fu soggetta a due distruttivi terremoti. Sede vescovile, venne conquistata dai Bizantini nel 535 e cadde nell'836, nelle mani degli Arabi dai quali venne distrutta.

Cultura[modifica | modifica sorgente]

Lingua[modifica | modifica sorgente]

Gli scavi di Lilybaeum: la città più occidentale di Sicilia fu verosimilmente trilingue (latino-greco-punico) ancora in età alto-imperiale, come dimostrato ad esempio dal ritrovamento di alcune edicole sepolcrali[27]

In età repubblicana la lingua prevalentemente utilizzata in Sicilia rimase il greco, anche in virtù dell'assenza di una vera e propria politica linguistica romana[28][29][30]: ancora in età ciceroniana il greco rappresentava la lingua di moda in voga presso la classe alta e greci sono tutti i nomi dei siciliani menzionati dall'arpinate nelle Verrine[31]. In quest'ultime, inoltre, Cicerone descrive il calendario greco (all'epoca ancora in uso in tutta la Sicilia), le feste greche, i rapporti delle città siciliane con Delfi e altri santuari panellenici, i nomi degli atleti siciliani vincitori alle gare olimpiche, l'architettura sostanzialmente greca[32].

Le lingue anelleniche (sicano, siculo, elimo, punico) probabilmente venivano ancora parlate nelle campagne e adoperate nei culti religiosi fortemente tradizionali, ma erano sicuramente escluse da tutti i domini alti e dalla scrittura[33]. Soltanto del punico vi è una testimonianza diretta (una breve iscrizione del II-I secolo a.C. da Aegusa) e, stando alla testimonianza di Apuleio, potrebbe essere stato parlato fino all'età imperiale[34]. Alcuni mamertini conservarono verosimilmente il loro dialetto italico[32].

Anche la letteratura rimase fino a un certo punto quasi esclusivamente in lingua greca, con autori come Diodoro Siculo e Cecilio di Calacte ancora nel I secolo a.C.; il punto di svolta si ebbe nella fase imperiale, quando il latino andò affermandosi come lingua alta e cominciarono a essere prodotte opere nella lingua di Roma: Calpurnio Siculo, Frontino, Flavio Vopisco, Firmico Materno produssero in latino, sebbene non mancassero esempi di autori in lingua greca anche sotto l'impero (Panteno, Aristocle di Messene, Probo di Lilibeo, Citario)[35].

Con l'insediamento di sei colonie romane comparvero per la prima volta in Sicilia compatti nuclei latinofoni e iniziò a diffondersi un bilinguismo latino-greco che durerà fino all'età bizantina: in generale, nel periodo imperiale il latino sostituì in un numero sempre crescente di domini il greco e quest'ultimo, a poco a poco escluso dagli ambiti alti, fu confinato al rango di lingua bassa, seppur non priva di prestigio storico, e largamente usato dalla popolazione[36]. In questo periodo dovrebbero essere scomparse definitivamente le lingue anelleniche e viene attestata la lingua delle numerose comunità giudaiche e samaritane dell'isola (anche se nella maggior parte dei casi, pur dotati di una precisa fisionomia etnica e religiosa, esse utilizzavano il latino e il greco)[37].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Zosimo, Storia nuova, II, 33.2.
  2. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 23.10.
  3. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 24.3.
  4. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 56.9 e 58.8.
  5. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 59.2.
  6. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 69.7.
  7. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 89.2.
  8. ^ Appiano, Guerre mitridatiche, 93.
  9. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 98.3.
  10. ^ Floro, Compendio di Tito Livio, I, 41, 6.
  11. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 22.2.
  12. ^ Floro, Compendio di Tito Livio, I, 41, 9-10.
  13. ^ Appiano, Guerre mitridatiche, 95.
  14. ^ Fezzi, Il tribuno Clodio, p. 44.
  15. ^ a b Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 123.1.
  16. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 127.5, 128.1 e 129.1-4.
  17. ^ Civitates di Sicilia. URL consultato il maggio 2012.
  18. ^ a b IL COMPORTAMENTO DI ROMA NEI CONFRONTI DELLE CIVITATES DI SICILIA. URL consultato il agosto 2005.
  19. ^ Tra istituzioni e storia socio-economica: Salvatore Calderone e la Provincia Sicilia.
  20. ^ Eutropio, II 19.
  21. ^ Plinio il Vecchio, Naturalis historia, VII 214.
  22. ^ Plutarco, Vita di Marcello, 30.
  23. ^ Strabone, VI 2, 6
  24. ^ Strabone, Geografia.
  25. ^ Paolo Orosio, V 13, 3.
  26. ^ Verrine, II 3, 10.
  27. ^ Varvaro, 1981, op. cit., p. 27.
  28. ^ Varvaro, 1981, op. cit., p. 33: «Nulla potrebbe essere più sbagliato dell'idea che la creazione della provincia romana di Sicilia abbia comportato, almeno dalla fine del secolo III a.C., la latinizzazione dell'isola. Non soltanto non esiste alcuna prova di ciò, ma tutto quel che sappiamo della politica linguistica dei Romani - e meglio sarebbe dire della mancanza di una loro politica linguistica - basta ad escludere qualsiasi intento di latinizzazione».
  29. ^ Finley, 2009, op. cit., p. 155: «Fu il latino ad essere intruso ed estraneo fino alla fine della repubblica, cosa che i romani accettarono non cercando d'imporlo neanche a scopi amministrativi».
  30. ^ Rohlfs, 1984, op. cit., p. 22: «[...] anche la grecità della Sicilia contrappose alla romanizzazione una forte, lunga e persistente resistenza. [...] La resistenza della lingua greca era anche favorita dal fatto che Roma, nei confronti del greco, non applicò mai un'attiva politica linguistica».
  31. ^ Con poche eccezioni, che Scramuzza ricondusse agli italici piuttosto che ai romani: cfr. Varvaro, 1981, op. cit., p. 35.
  32. ^ a b Finley, 2009, op. cit., p. 155.
  33. ^ Varvaro, 1981, op. cit., p. 38.
  34. ^ Apuleio, Metamorphoseon libri XI, XI,5.2: «Siculi trilingues», che dovrebbero essere latino, greco e punico.
  35. ^ Varvaro, 1981, op. cit., pp. 45-46.
  36. ^ Finley, 2009, op. cit., p. 189: «Il grosso della popolazione rimase di lingua greca, mentre le classi amministrative e colte parlavano latino, o per essere esatti, erano bilingui».
  37. ^ Varvaro, 1981, op. cit., p. 50.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]