Attacco di via Rasella
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L'attacco di Via Rasella fu un atto di guerra[1] che ebbe luogo a Roma il 23 marzo del 1944, nel corso della seconda guerra mondiale, condotto con successo dai partigiani dei Gruppi di azione patriottica contro un reparto di polizia SS tedesca di stanza - come forza di occupazione - nella città di Roma.
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[modifica] Inquadramento storico
L'attacco di Via Rasella ed il successivo eccidio delle fosse Ardeatine, con le 335 vittime innocenti trucidate il 24 marzo 1944, rappresenta uno degli episodi più drammatici e sanguinosi dei nove mesi di occupazione tedesca della città di Roma.
Per meglio comprendere la vicenda è necessario inquadrarla nel contesto da cui essa trasse origine e nel quale si svolsero i fatti di sangue che sconvolsero la capitale, coinvolta nel secondo conflitto mondiale. Sorto all'indomani della caduta del regime fascista (25 luglio 1943), il governo Badoglio, aveva dichiarato unilateralmente Roma "città aperta" solo trenta ore[2] dopo il secondo bombardamento alleato che l'aveva sconvolta. L'attacco, eseguito da bombardieri statunitensi il 13 agosto 1943, aveva causato danni forse ancora maggiori del primo, che l'aveva colpita il 19 luglio: nei due bombardamenti morirono oltre 2.000 civili innocenti e parecchie altre migliaia rimasero feriti, senza casa e lavoro. In città venivano così a mancare servizi essenziali, mentre la fame si diffondeva e la capitale si faceva invivibile.
Gli Alleati avevano già chiarito prima ancora della caduta del regime fascista che la dichiarazione di "città aperta" del governo italiano - unilaterale e priva dei necessari requisiti di smilitarizzazione e verifica da parte di osservatori neutrali - non aveva alcun valore[3] e, non a caso, dopo i grandi bombardamenti dell'estate 1943, la città fu nuovamente bombardata altre 51 volte, sino alla liberazione il 4 giugno 1944[4].
Dopo l'8 settembre 1943, con l'armistizio di Cassibile e la fuga del re Vittorio Emanuele III e di Badoglio, la città si trovò ad essere direttamente zona di combattimento, questa volta con i tedeschi. Per la sua posizione strategica nei collegamenti fra nord e sud della penisola, il possesso delle sue strade e dei ponti sul Tevere diventa indispensabile per il piano del comandante tedesco in Italia - Albert Kesselring - di arrestare l'avanzata angloamericana su linee successive stabilite sull'Appennino. Così, dalla sera dell'8 settembre fino al pomeriggio del 10 le truppe di due divisioni tedesche rinforzate tentano di impadronirsi della città. Nei combattimenti di quei giorni - sostenuti dalle unità e i reparti del Corpo d'Armata Motocorazzato e della Difesa Capitale ai quali si unirono anche manipoli di privati cittadini - cadono circa 1.167 militari e oltre 120 civili[5]. Pesanti perdite vengono anche inflitte ai tedeschi, che riescono ad impadronirsi della città attraverso trattative con le autorità militari italiane e approfittando del caos all'interno di esse determinato dall'abbandono dei posti di comando da parte di gran parte dei politici e dei generali.[6]
Roma si trova in uno stato precario: la città è nominalmente sotto il controllo di polizia di reparti italiani privi d'armi pesanti al comando del generale Calvi di Bergolo, che tuttavia vengono disarmati e disciolti dai tedeschi pochi giorni dopo la sigla dell'accordo, approfittando pretestuosamente di un incidente fra soldati italiani e germanici. La città, quindi, nominalmente passa sotto il governo della Repubblica Sociale Italiana, costituito il 23 settembre 1943, ma l'effettivo controllo è del tutto nelle mani delle autorità militari tedesche, che intendono in questa modo sfruttarne in pieno politicamente e militarmente il grande valore. Nella città il clima politico e i sentimenti della popolazione si orientano subito in direzione antifascista ed antinazista, tanto che nonostante il fascio repubblicano costituito nella capitale fosse stato uno dei più importanti numericamente[7], esso rappresenta l'unico centro di raccolta dei pochi fascisti della capitale. Uno dei segnali tanto dello scollamento della città dal fascismo quanto dello strapotere tedesco è nel maggior tasso di renitenza alla leva registrato a Roma rispetto al resto della RSI[8], superiore del 15-20% alla media, mentre, secondo i dati dei Servizi segreti USA, solo il 2% dei cittadini romani si presenta spontaneamente alle chiamate al lavoro o alle armi imposte dai comandi del Reich[9].
La città si trova quindi stretta fra l'offesa dal cielo da parte alleata (concentrata soprattutto sulle vie d'accesso periferiche, in particolare le Vie Consolari), che si tramuta in un vero e proprio assedio, e l'oppressione dell'occupante germanico nonché la reazione fascista (che assume caratteristiche rabbiose per reazione all'apatia e allo scollamento della popolazione romana dal fascismo repubblicano). Fin dalla proclamazione dell'armistizio, inoltre, si creano gruppi attivi di antifascisti armati[10], in particolare quelli di ispirazione troskista ("Bandiera Rossa") e militare ("Centro X") agli ordini del maggiore Brandimarte [11] e del colonnello Montezemolo. La città inoltre è un crocevia dove tutte le principali organizzazioni di spionaggio dei belligeranti e le polizie dell'Asse si incrociano e si sovrappongono in una guerra segreta dai contorni tutt'ora oggetto di studio[12].
La situazione della popolazione, in larga parte avulsa dalla lotta in corso e desiderosa solo di "farla finita" nel minore tempo possibile, è drammatica[13]: la disperazione spinge alcuni ad ogni sorta di infamia e doppiogiochismo (ne è un egregio esempio l'ufficio di polizia guidato dal generale Umberto Presti, protagonista della più dura repressione da un lato, mentre sosteneva la nascente Resistenza dall'altro[14]), mentre un'altra parte della popolazione sviluppa via via sempre più fitte e capillari reti di solidarietà clandestine verso gli esponenti della Resistenza e nei confronti degli ebrei perseguitati dai nazisti e da gruppi di italiani antisemiti o semplicemente prezzolati[15].
I tedeschi, veri padroni della città, comprendono subito quale sia il valore politico di Roma, con la presenza del Vaticano e tentano di far fruttare propagandisticamente la dichiarazione solo formale ed unilaterale, non riconosciuta dagli alleati, di "città aperta" - emessa da un governo (quello Badoglio) che loro non riconoscono e che dall'ottobre 1943 è anche belligerante contro di essi - e, per quanto possibile, evitano un'intensa militarizzazione, facendo passare il grosso dei rifornimenti destinati alla Linea Gustav ai margini dell'Urbe[16], mantenendo all'interno della cerchia cittadina solo dei reparti di polizia, polizia militare (Feldgendarmerie) e SS-Polizei (Abt. IV e VI), nonché truppe di comando e servizi.
Lo sbarco di Anzio, tuttavia, cambia il quadro tattico e, il 22 gennaio 1944, l'intera provincia di Roma viene dichiarata "zona di operazioni" sotto la responsabilità del generale Eberhard von Mackensen, comandante della 14a Armata, un reduce dai rigori del fronte russo. Alle sue dipendenze è il comandante della piazza di Roma, tenente generale della Luftwaffe Kurt Mälzer. Il feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante del fronte meridionale, considera i due incapaci della «durezza brutale, forse anche ingiusta, ma necessaria nel quinto anno di guerra»[17] e, per questo, nomina capo della Gestapo di Roma, conferendogli direttamente il controllo dell'ordine in città, l'ufficiale delle SS Herbert Kappler[18] già resosi protagonista nella capitale della pianificazione della liberazione di Benito Mussolini, e di due particolarmente tragiche e sanguinose offese alla città: la razzia del ghetto ebraico e la successiva deportazione, il 15 ottobre 1943 di 1.023 ebrei romani verso i Campi di sterminio.
La campagna di repressione avviata da Kappler, che pianifica frequenti rastrellamenti, arresta numerosi sospetti antifascisti ed organizza, in Via Tasso, un tristemente noto centro di detenzione e tortura, crea nella città un clima di terrore.
Nonostante ciò i GAP, formati da partigiani del partito comunista, attaccano i tedeschi numerose volte. Di rilievo tra le altre l'azione del 19 dicembre 1943, quando penetrano in una zona di alta sicurezza e fanno esplodere ordigni contro l'Hotel Flora, sede del Tribunale Militare germanico.
In reazione a queste operazioni le forze di polizia tedesche, italiane e le "bande" (o polizie private) formate da personale italiano ma al comando esclusivo dei tedeschi, lanciano una imponente campagna in fasi successive di rastrellamento della città, arrivando anche a violare le extraterritorialità vaticane, dove avevano trovato ricetto ed ospitalità centinaia di esponenti dell'antifascismo ed ebrei. Vengono decapitate le formazioni partigiane romane, in particolare "Bandiera Rossa" e il "Fronte Militare Clandestino", i cui esponenti - primo fra tutti il colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, catturato il 10 gennaio 1944 - sono rinchiusi nel carcere di Regina Coeli e in altre prigioni naziste. Molto limitato - invece - è il successo contro le cellule comuniste, che restano salde.
Contemporaneamente l'arenarsi nella bonifica pontina dell'avanzata alleata getta nello sconforto la popolazione romana, che immaginava una rapida occupazione alleata - e la conseguente fine di quella tedesca, della fame e della paura - ma che ora vede la città trasformarsi in prima retrovia del fronte.
Nelle ore immediatamente successive lo sbarco di Anzio, viene organizzata un'unica azione partigiana di rilievo militare - oltre ai consueti sabotaggi e alle azioni di spionaggio - da parte delle agguerrite formazioni dei Castelli: l'occupazione di un ponte sulla Via Appia, in attesa dell'avanzata alleata verso Roma, praticamente indifesa. Tuttavia l'irresolutezza del comandante alleato - John P. Lucas - dà ai tedeschi il tempo necessario per rastrellare una quantità sufficiente di truppe (anche italiane della RSI) per poter accerchiare - ed assediare - la testa di sbarco. Il reparto partigiano occupante il ponte è costretto a sciogliersi sotto la minaccia dell'afflusso di rinforzi tedeschi, e la strada per Roma resta chiusa all'avanzata alleata[19].
È in questo quadro che, il Partito Comunista - che ha organizzato la propria struttura militare clandestina a Roma, dividendola in otto settori, ciascuno affidato a un Gruppo di Azione Patriottica, sin dagli ultimi mesi del 1943 e che è l'unica formazione del CNL ad avere ancora capacità operative a Roma - si giunge alla determinazione di reagire con le armi alla spirale di violenza scatenata da Kappler e di attaccare militarmente l'occupante. I due comandanti dei GAP centrali, dai quali dipende la rete clandestina, Franco Calamandrei detto "Cola" e Carlo Salinari detto "Spartaco" avranno così un ruolo decisivo nella preparazione dell'attacco che si decide di condurre contro un reparto della polizia tedesca.
[modifica] Ordine di operazione
I partigiani che eseguirono l'attacco facevano parte dei Gruppi di Azione Patriottica (GAP) che dipendevano dalla Giunta Militare, a sua volta dipendente dal Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), i cui responsabili erano: il socialista Sandro Pertini, il comunista Giorgio Amendola e Riccardo Bauer del Partito d'Azione. L'ordine di eseguire l'attacco fu dato dai responsabili della Giunta militare. Anni dopo sia Pertini che Bauer dichiararono di non essere a conoscenza della preparazione dell'imboscata e che l'ordine venne dato da Amendola senza che fossero stati avvertiti. Amendola confermò tutto e rivendicò alla sua persona la responsabilità di aver dato l'ordine operativo ai gappisti.
[modifica] Circostanze degli eventi
La data scelta per l'attacco fu significativamente quella del 23 marzo 1944, venticinquesimo anniversario della fondazione dei Fasci Italiani di Combattimento. Per l'occasione i fascisti - sotto la guida del segretario locale del Partito fascista repubblicano Giuseppe Pizzirani - avevano programmato una solenne commemorazione da tenersi presso il Teatro Adriano, in piazza Cavour. L'adunata fu annullata per ordine del comandante militare tedesco della piazza di Roma, il tenente generale della Luftwaffe Kurt Mälzer, timoroso del possibile scoppio di incidenti e deciso ad evitarli. Infatti, in seguito all'azione partigiana gappista in Via Tomacelli del 10 marzo, ove fu attaccato un corteo di fascisti, il comando tedesco vietò ai fascisti repubblicani di svolgere manifestazioni pubbliche. L'attacco in via Rasella avrebbe dovuto svolgersi in concomitanza con un'altra azione da compiersi al Teatro Adriano, in occasione della suddetta manifestazione, ma in seguito allo spostamento di quest'ultima al chiuso, presso il Ministero delle Corporazioni in Via Veneto, l'azione stessa fu annullata.
[modifica] L'attacco
Già nei giorni precedenti il 23 marzo il Comando Centrale Garibaldino aveva notato il transito di una compagnia tedesca di SS polizei che dopo essere entrata da Porta del Popolo provenendo dal Flaminio, imboccava via del Babuino dirigendosi verso Via del Tritone. Qui, costeggiando l'imbocco del traforo, all'epoca occupato dagli sfollati, entrava in via Rasella e, proseguendo, giungeva al Viminale (che era stato sede del Ministero dell'Interno e dal dicembre del 1943 era stato trasferito a Salò) dove era acquartierata.
Per alcuni giorni, quindi, furono studiati gli spostamenti di questi soldati, che percorrevano in tenuta di guerra le strade di Roma cantando, preceduti e seguiti da pattuglie motorizzate munite di mitragliatrice pesante.
Si trattava della 11a compagnia del III battaglione dell'SS Polizei Regiment Bozen composta da 156 uomini tra ufficiali, sottufficiali e truppa, altoatesini/sudtirolesi arruolati volontari nella polizia in seguito all'occupazione tedesca dopo il 1° ottobre 1943 delle province di Bolzano, Trento e Belluno (riunite nel cosiddetto "Alpenvorland" sul quale la sovranità della RSI era meno che nominale).[20]
Altri reparti dello stesso reggimento (che come l'11a compagnia erano impiegati nella guerra anti-partigiana, nella caccia agli ebrei, agli antifascisti, ai renitenti alla leve militari e del lavoro, ecc.) operarono nel Bellunese, nella Valle del Biois, in Istria, ecc. e furono processati e condannati alla fine della guerra da tribunali militari Alleati per aver compiuto crimini di guerra.
Risultò quindi, in seguito ai diversi appostamenti, che tale compagnia percorreva quotidianamente lo stesso tratto di strada alla stessa ora (verso le due del pomeriggio) e che il punto migliore per attaccarla sarebbe stata appunto via Rasella, una strada in salita poco frequentata, scelta, oltre che per creare un imbottigliamento alla compagnia, anche per la scarsa presenza di botteghe e portoni, quindi per lo scarso transito di civili.
Per l'esecuzione dell'attacco furono impiegati i GAP centrali che già dal periodo successivo all'8 settembre 1943 avevano compiuto numerose azioni di guerriglia urbana nella zona del centro storico. Numerosi quindi furono i partigiani che avrebbero partecipato all'azione, dei quali uno di essi, travestito da spazzino, avrebbe dovuto innescare un ordigno nascosto all'interno di un carrettino della nettezza urbana, mentre gli altri, ad esplosione avvenuta, avrebbero dovuto attaccare con pistole e bombe a mano la compagnia.
Il compito di far brillare l'esplosivo fu affidato al partigiano Rosario Bentivegna (“Paolo”), studente in medicina, il quale il 23 marzo si avviò travestito da spazzino dal deposito gappista nei pressi del Colosseo verso via Rasella, con il carretto contenente l'ordigno. Dopo essersi appostato ed aver atteso circa due ore in più, rispetto alla consueta ora di transito della compagnia nella via, alle 15.52 accese con il fornello di una pipa la miccia, preparata per far avvenire l'esplosione dopo circa 50 secondi, tempo necessario ai tedeschi per percorrere il tratto di strada compreso tra un punto a valle usato per la segnalazione, ed il carretto, posizionato in alto davanti a Palazzo Tittoni.
Poco dopo l'esplosione due squadre dei GAP, una composta da sette uomini l'altra da sei, sotto il comando di Franco Calamandrei detto "Cola" e Carlo Salinari detto "Spartaco", lanciarono bombe a mano e fecero fuoco sui sopravvissuti all'esplosione.
[modifica] Modalità di azione
Il Salinari ha in seguito testimoniato che i partigiani erano disposti in questo modo: Bentivegna accanto al carretto, Carla Capponi (che aveva un impermeabile nascosto, da mettere addosso allo stesso Bentivegna per coprirne la divisa da spazzino, ed una pistola sotto i vestiti), in cima alla via; Fernando Vitagliano, Francesco Curreli, Raul Falcioni, Guglielmo Blasi ed altri, vicino al Traforo; nei pressi Silvio Serra; all'angolo di via del Boccaccio si trovava Franco Calamandrei. Alcuni altri gappisti erano sistemati per coprirne la fuga.
Calamandrei si tolse il copricapo (segnale per avvisare Bentivegna che i tedeschi si stavano avvicinando e che quindi doveva accendere la miccia ed allontanarsi velocemente). Immediatamente dopo l'esplosione gli altri partigiani raggiunsero Calamandrei per eseguire il lancio delle bombe a mano e colpire i militari con colpi di pistola.
Nell'immediatezza dell'evento rimasero uccisi 32 militari tedeschi e 110 rimasero feriti, oltre a 2 vittime civili. Dei feriti, uno morì poco dopo il ricovero, mentre era in corso la preparazione della rappresaglia, che fu dunque calcolata in base a 33 vittime germaniche. Nei giorni seguenti sarebbero deceduti altri 9 militari feriti, portando così a 42 il totale dei caduti.[21]
[modifica] Vittime dell'attacco di Via Rasella
Civili italiani
- Zuccheretti Pietro - anni 13
- Chiaretti Antonio - anni 48
Militari delle Forze Armate tedesche
Lista dei 33 soldati del Polizei regiment Bozen rimasti uccisi nell'attacco[22]
- Andergassen Karl, nato nel gennaio 1914 a Kaltern (Caldaro)
- Bergmeister Franz, nato nel settembre 1906 a Kastelruth (Castelrotto)
- Dissertori Josef, nato nel giugno 1913 a Eppan (Appiano sulla Strada del Vino)
- Eichner Georg, nato nell'aprile 1902 a Sarntheim (Sarentino)
- Erlacher Jakob, nato nel luglio 1901 a Enneberg (Marebbe)
- Fischnaller Friedrich, nato nel novembre 1902 a (?)
- Fischnaller Johann, nato nel novembre 1904 a Mühlbach (Rio di Pusteria)
- Frötscher Eduard, nato nel dicembre 1912 a Latzfons (frazione di Chiusa)
- Haller Vinzenz nato il (?) a Rastschings (Racines)
- Kaspareth Leonhard, nato nel gennaio 1915 a Kaltern (Caldaro)
- Kaufmann Johann, nato nell'ottobre 1913 a Welschnofen (Nova Levante)
- Matscher Anton, nato nel giugno 1912 a Brixen (Bressanone)
- Mittelberger Anton, nato nel novembre 1907 a Gries di Bolzano
- Moser Michael, nato nel settembre 1904 a Kitzbühel (Austria)
- Niederstätter Franz, nato nel giugno 1917 ad Aldein (Aldino)
- Oberlechner Eugen, nato nell'aprile 1908 a Mühlwald (Selva dei Molini)
- Oberrauch Mathias, nato nell'agosto 1910 a Bolzano
- Palla Paul (o Paulinus), nato il 31 dicembre 1915 a Buchenstein (Livinallongo del Col di Lana)
- Pescosta Augustin (o August), nato nel maggio 1912 a Colfosco
- Profanter Daniel, nato nel maggio 1915 ad Andrian (Andriano)
- Raich Josef, nato nel dicembre 1906 a St. Martin (San Martino)
- Rauch Anton, nato nell'agosto 1910 a Völs (Fiè allo Sciliar)
- Rungger Engelbert, nato nel dicembre 1907 a Wellschellen (frazione Rina di Marebbe)
- Schweigl Johann, nato nell'agosto 1908 a St. Leonbach (Sankt Leonhard in Passeier?)
- Seyer Johann, nato il 3 giugno 1904 a Gais
- Spiess Ignatz, nato il 4 luglio 1911 a Schweinsteg (frazione Sant'Orsola di San Leonardo in Passiria)
- Spögler Eduard, nato l'11 luglio 1908 a Sarntheim (Sarentino)
- Stecher Ignatz, nato l'11 maggio 1911 a Schluderns (Sluderno)
- Stedile Albert, nato il 26 giugno 1915 a Bolzano
- Steger Josef, nato il 10 agosto 1908 a (?)
- Tschigg Hermann, nato nel 1911 a St. Pauls (frazione di Appiano sulla Strada del Vino)
- Turneretscher Fidelius, nato il 19 gennaio 1914 ad Untermoi (frazione Antermoia di San Martino in Badia)
- Wartbichler Josef, nato nel novembre 1907 a (?).
[modifica] Rastrellamento dopo l'attentato
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Retata di fronte a Palazzo Barberini, da parte di truppe naziste e repubblichine, dopo l'attacco |
[modifica] Controversie
Nonostante la Corte di Cassazione abbia definitivamente catalogato la strage di via Rasella come un "legittimo atto di guerra", affermando anche che è "lesiva dell'onorabilità politica e personale" di Bentivegna "la non rispondenza a verità di circostanze non marginali come l'ulteriore parificazione tra partigiani e nazisti con riferimento all'attacco di via Rasella e l'assimilazione tra Erich Priebke e Bentivegna", non è stato raggiunto un giudizio storiografico unanime sull’attacco.
Si elencano dunque qui di seguito le principali controversie aperte nel corso degli anni e che la sentenza del 2007 ha definitivamente sanzionato. Le controversie riguardano principalmente due ipotesi circa le finalità dell'attacco, più alcune polemiche "minori" sulle modalità, la scelta dell'obbiettivo e il successivo comportamento dei GAP e della Resistenza romana.
| Questa voce o sezione di storia è ritenuta non neutrale. Motivo: La sezione, per avvalorare una presunta notorietà del pericolo di rappresaglie di massa da operarsi a Roma da parte tedesca prima dell'attacco di via Rasella, e della ancor più presunta "legalità" della proporzione di 10 a 1 "secondo la legge di guerra" (nozione destituita di qualsiasi fondamento fattuale, anche prima della seconda guerra mondiale),
Per contribuire, partecipa alla discussione. Non rimuovere questo avviso finché la disputa non è risolta.
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- La principale tesi sostenuta in sede revisionista è quella della "rappresaglia cercata". È noto infatti che i tedeschi non avessero mai proceduto a rappresaglie di massa a Roma, pur procedendo ad una violenta repressione ed a molte condanne a morte sebbene, secondo alcuni autori[23] fosse altrettanto noto quale fosse il loro modus operandi solito (il famigerato "dieci a uno"[24]). Nella situazione di complessiva apatia della maggior parte della popolazione di Roma nei confronti dei tedeschi e dei fascisti repubblicani, il comando dei GAP avrebbe deciso di intraprendere un'operazione di impatto talmente grave da scuotere l'intera città, per farla sollevare contro le forze dell'Asse, alla luce del fallimento della controffensiva tedesca contro la testa di Ponte Alleata ad Anzio, contando su una rapida avanzata angloamericana su Roma. Chi contesta questa tesi, fa rilevare che la scelta di Via Rasella fosse stato solo un ripiego dopo aver dovuto rinunciare ad un altro obbiettivo, non tedesco, ma fascista repubblicano, dunque non era possibile che si cercasse la rappresaglia tedesca a tutti i costi (i tedeschi non si interessavano alle questioni fra italiani, che anzi trovavano utili per la loro politica di divide et impera). Inoltre, secondo i critici di questa tesi, i gappisti non erano affatto a conoscenza della politica tedesca del "dieci contro uno"[25], oppure confidavano nel fatto che i germanici avrebbero continuato a sopportare gli attacchi senza procedere a sanguinose rappresaglie contro innocenti[26], preoccupati com'erano di mantenere buoni rapporti con il Vaticano a fini propagandistici, onde far ricadere solo sugli Alleati la responsabilità delle sofferenze, dei lutti e delle distruzioni subite dalla capitale italiana.
- Una tesi di matrice "complottista" invece - sostenuta da Giorgio Pisanò, Pierangelo Maurizio[27] ed altri autori[28] - è che, ben conoscendo le modalità con cui i nazisti selezionavano i fucilandi per le rappresaglie, il PCdI avrebbe fatto arrestare progressivamente la maggior parte degli esponenti delle reti clandestine non comuniste o dissidenti [29] attraverso una ben orchestrata campagna di delazioni, e quindi abbia proceduto all'attacco perché costoro finissero fucilati per rappresaglia[30]. A sostegno di tale tesi viene anche citata l'atroce fine toccata al direttore di Regina Coeli, Donato Carretta, linciato brutalmente durante il processo a Pietro Caruso, sebbene il suo ruolo nel fornire le vittime ai nazisti sarebbe stato addirittura di ostruzionismo: per i sostenitori di questa tesi complottista, la fine di Caretta sarebbe servita a "tappare la bocca" all'uomo che conosceva il segreto della compilazione delle liste dei fucilandi: assieme all'uomo, infatti, sparirono anche migliaia di documenti del carcere, bruciati dalla folla (abilmente guidata, secondo i sostenitori di tale tesi). Inoltre dalle liste furono espunti pressoché tutti i pochi comunisti in carcere, normalmente con la scusa dello "stato di salute" (le convenzioni vietano infatti di giustiziare infermi o malati). Un criterio che tuttavia non fu applicato nel caso - un esempio fra molti - del colonnello Montezemolo, fucilato nonostante fosse gravemente sofferente ed invalido per le torture subite a via Tasso[31]. Chi contesta questa tesi, oltre a muovere gli stessi rilievi della tesi precedente (ovvero che non era affatto scontato che i tedeschi avrebbero proceduto alla rappresaglia e, quand'anche, i gappisti non erano a conoscenza dei loro usi di guerra) afferma che questa tesi prevede una malafede nell'agire dei partigiani che non trova riscontri o prove, e che è esplicitamente ed ufficialmente negata dai riconoscimenti al Valore per gli autori dell'attacco e dalle successive sentenze giudiziarie sul caso.
Le controversie sulla modalità e sull'obbiettivo si orientano essenzialmente su questi punti:
- L'attacco inutile: i 156 uomini della 11ª compagnia del III battaglione Bozen al comando del maggiore Helmut Dobbrick non erano nulla più che un reparto di polizia[32] (ancorché dipendente dalle SS) formato da riservisti altoatesini che avevano optato per il Reich (tuttavia alcuni erano ancora cittadini italiani, secondo l'Andrae), impiegato a Roma con compiti di semplice vigilanza urbana[33], in quel momento impegnato in periodo addestrativo[34]. Pertanto il risultato dell'attacco sarebbe stato militarmente inutile[35]. A questa obiezione si risponde che quel reparto era inquadrato in un reggimento, il Bozen, utilizzato anche in operazioni di rastrellamento e di grande polizia contro i partigiani in Alta Italia. Inoltre, il Codice penale militare di guerra italiano in vigore dal 1 ottobre 1941, [36] riportava: "Il presente codice comprende: 1° sotto la denominazione di militari, quelli dell'Esercito, della Marina, della Aeronautica, della Guardia di finanza, della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, del Corpo di polizia dell'Africa italiana e le persone che a norma di legge acquistano la qualità di militari;" quindi anche le forze di polizia italiane, secondo la legge italiana allora in vigore, erano militari; di conseguenza simili reparti di paesi nemici potevano essere considerati obbiettivi legittimi di azioni di guerra, per tutti gli italiani che riconoscessero il governo monarchico insediato a Bari, in quanto occupanti militarmente il territorio nazionale. Pertanto non solo era obbiettivo legittimo ma anche opportuno, perché costringeva il comando tedesco a distogliere altre forze dal fronte per presidiare la città, creando un clima di insicurezza e di sfiducia nei tedeschi in quella che doveva essere una "città di retrovia". Furono coinvolti anche civili italiani: l'esplosione non uccise solo trentatré militari tedeschi, ma anche due civili italiani (di cui un bambino di 13 anni), ferendone anche altri quattro (secondo altre fonti le vittime furono 7, o addirittura 10. La Cassazione tuttavia ha stabilito il numero in due[37]. ). Ai famigliari dei due civili morti nell'attacco non è mai stato riconosciuto alcun risarcimento dalla magistratura italiana, in quanto l'attacco è stato successivamente catalogato come legittimo atto di guerra, a riprova di quanto sopra citato.
- La rappresaglia si poteva evitare: il massacro delle Fosse Ardeatine si sarebbe potuto forse evitare (secondo quanto affermato dallo stesso Kappler che lo diresse) se gli esecutori materiali dell'attacco si fossero consegnati alle autorità tedesche, come nel noto caso di Salvo D'Acquisto, che pur innocente si era accusato responsabile della morte di alcuni soldati tedeschi e secondo le leggi internazionali[senza fonte]; secondo lo storico Paolo Simoncelli vi sarebbe effettivamente stata una richiesta di consegna[38] prima di effettuare il massacro, ma non è dato sapere se si attesero per intero le canoniche 24 ore prima della rappresaglia.
- L'attacco pregiudicò la Resistenza romana e Roma stessa: secondo questa tesi, ben lungi dal migliorare le condizioni della popolazione romana, l'attacco inferocì tedeschi e fascisti che, per questo, accrebbero la repressione sulla Resistenza e sui civili. Inoltre, sempre secondo tale tesi, i proclami partigiani circa l'azione condotta contro truppe tedesche "in assetto di guerra" all'interno della "città aperta" avrebbero fornito agli Alleati il pretesto per inasprire la campagna aerea contro l'Urbe, che nelle settimane successive sarebbe stata intensificata fino ad un intervento del Vaticano, sollecitato dai tedeschi. Secondo Giorgio Pisanò, subito dopo la notizia dell'agguato, e in seguito alla diffusione della notizia sugli organi della stampa partigiana (L'Unità e l'Avanti!) circa un attacco ad una "formazione tedesca in pieno assetto di guerra", gli Alleati ritennero che da parte tedesca fosse stato infranto lo status di "città aperta" con l'introduzione di reparti dotati di armi pesanti all'interno della cerchia urbana. Questo li spinse ad intensificare i bombardamenti dei quartieri periferici della città e degli scali ferroviari romani[39]. Tale polemica è tuttavia contraddetta pienamente dall'analisi dei fatti accertati:
- Mai gli Alleati accettarono lo status di "città aperta" per Roma, e mai riconobbero che i tedeschi lo rispettassero[40]; semmai, assunsero cautele per evitare di colpire il Vaticano e le sue proprietà ma, ciò nonostante, nella notte sul 2 marzo 1944, ventuno giorni prima dell'attacco di via Rasella, alcuni ordigni sganciati da aerei alleati caddero persino entro il perimetro del Vaticano.
- Da un esame della letteratura specialistica sulla campagna aerea Alleata su Roma, e dall'ampio insieme disponibile di comunicazioni al massimo livello intercorse in materia tra le autorità politiche e militari alleate, non solo non emerge alcun riferimento diretto o significativo all'attacco di via Rasella e al successivo Eccidio della Fosse Ardeatine, ma neanche alcun accenno alle attività o alla propaganda della Resistenza italiana. Un realtà vi fu una intensificazione dei bombardamenti a partire da oltre due mesi prima l'attacco di via Rasella, a seguito dello sbarco di Anzio, ossia da fine febbraio (anche in risposta ai furiosi ma sfortunati contrattacchi tedeschi alla testa di ponte alleata di Anzio nella zona di Cisterna). Nel corso di tale campagna aerea, oltre a colpire persino il Vaticano il 2 marzo, l'aviazione alleata operò il 14 marzo un grave e sanguinoso bombardamento a bassa quota contro il quartiere Prenestino (senza alcun obbiettivo militare), e fece diverse centinaia di morti civili il 19 marzo, durante un bombardamento apparentemente condotto contro la caserma Macao a Castro Pretorio (senza vittime trai soldati tedesco), colpendo anche il vicino Policlinico Umberto I, ove si registrarono decine di vittime anche trai degenti. Il Vaticano chiese agli Alleati una tregua della guerra aerea per il 12 marzo, in occasione di un previsto raduno religioso in piazza San Pietro, ma la richiesta fu respinta, così come lo fu, il 17 marzo, anche un'ennesima richiesta di salvaguardia dell'Urbe avanzata da Pietro Badoglio dal cosiddetto "Regno del Sud". Non vi è invece notizia di gravi attacchi aerei condotti dopo l'attacco di via Rasella: le ultime incursioni aeree significative su Roma avvennero infatti entro il 19 marzo del 1944, 4 giorni prima dell'attacco di via Rasella[41]; il 30 marzo 1944 una comunicazione del Quartier Generale della MAAF (Mediterranean Allied Air Forces, le Forze Aeree alleate del teatro di guerra del Mediterraneo) al Ministero dell'Aeronautica britannico confermava - rendendo evidente che ci si riferisse anche ai giorni precedenti (rispondeva infatti a varie comunicazioni riferite ai bombardamenti occorsi sino al 19 marzo) - che "un bombardamento di Roma che si discosti appena dagli scali di smistamento ferroviario è proibito"[42][43]. Va inoltre notato che della presunta influenza della stampa clandestina nei processi decisionali alleati sulla guerra aerea condotta su Roma non vi è traccia nella bibliografia consultata[44].
- Le affermazioni di Pisanò coincidono con quelle della propaganda nazifascista dell'epoca dei fatti. Il 26 marzo 1944, infatti, il Comando tedesco di Roma fece pubblicare su "Il Messaggero" una dichiarazione nella quale assicurava - falsamente - che stava per essere completato lo sgombero di truppe e materiali militari dalla città di Roma, denunciando l'opportunismo degli assalti aerei terroristici alla capitale, rilanciando una trattativa per la dichiarazione di Roma "città aperta" nell'interesse "di Roma e per il beneficio della popolazione civile". Ancora, la dichiarazione faceva riferimento agli "attacchi codardi" del 23 marzo (l'attacco di via Rasella) e ammoniva a sfruttare i "generosi provvedimenti" tedeschi, pena la messa in atto di "misure militari che si considerano necessarie nell'interesse della conduzione delle operazioni in Italia"[45].
Nel documento tedesco l'effettiva implementazione mai manifestatasi dello status di "città aperta", l'attacco di via Rasella e la successiva strage delle Fosse Ardeatine "vengono presentati in una concatenazione strumentale e faziosa di causa ed effetto, volta a sottolineare come il destino della capitale dipenda, oltre che «dalla condotta degli angloamericani», dal comportamento «della stessa popolazione di Roma»"[46], quasi i tedeschi fossero terze parti e non coinvolti in pieno in una guerra totale. La Dichiarazione fatta pubblicare dai tedeschi, proprio per il suo valore politico e propagandistico, fu immediatamente posta all'attenzione dei governi e dei comandi Alleati, che si astennero da allora in poi dal colpire duramente entro la cerchia urbana di Roma, pur riservandosi di attaccare ancora, come fecero sino alla liberazione della città, le infrastrutture viarie e ferroviarie.[47] Anche in questo caso, le ipotesi di una trattativa volta a riconoscere lo status di "città aperta" furono respinte dagli Alleati, che continuarono la loro offensiva aerea - per altro senza intensificarla rispetto al mese precedente l'attacco di via Rasella - per l'elementare imperativo tattico derivante dall'inattesa resistenza opposta dai tedeschi alla loro avanzata in Italia, che gli Alleati attribuirono anche all'uso delle infrastrutture cittadine, attraverso le quali i tedeschi continuavano ad alimentare le loro forze, allora impegnate sui fronti di Anzio e di Cassino.[48][49]
Tali questioni si posero fin dal processo per le Fosse Ardeatine a carico del comandante Kappler presso il Tribunale Militare di Roma, il 20 luglio 1948. Rosario Bentivegna, presente in aula in qualità di testimone, fu contestato da alcuni famigliari dei fucilati delle Fosse Ardeatine, i quali lo accusarono di non aver evitato la rappresaglia consegnandosi ai tedeschi. Bentivegna si difese immediatamente affermando che i tedeschi non richiesero la consegna degli autori dell’attacco, e che non era certo che la sua consegna avrebbe evitato la rappresaglia. La sentenza della Cassazione del 2007 ha confermato il fatto che nessuna richiesta di consegna degli autori dell'attacco per evitare la rappresaglia fosse stata affissa dalle autorità di occupazione.
Successivamente la questione di riaprì nel giugno del 1980, quando Marco Pannella affermò pubblicamente che, secondo le informazioni da lui raccolte, «gran parte dei quadri antifascisti e anche comunisti non direttamente organizzati dal PCI e lo stesso comando ufficiale della resistenza romana erano contrari all'ipotesi dell'azione terroristica»; sempre Pannella definì Via Rasella come «un atto di terrorismo» paragonandolo ad un’azione delle Brigate Rosse[50]. Ne nacque una feroce querelle, con Giorgio Amendola e Antonello Trombadori, che a quell’azione aveva partecipato, in prima linea. I protagonisti finirono in tribunale, mentre la polemica dura tuttora.
Nel 1998 l’associazione dei familiari delle vittime di Via Rasella, con l’alto patrocinio della Regione Autonoma del Trentino-Alto Adige, ha presentato ricorso contro i partigiani Rosario Bentivegna, Carla Capponi e Pasquale Balsamo, autori materiali della strage. La magistratura non ha riconosciuto alcun diritto di risarcimento ed ha definitivamente confermato la legittimità dell’azione partigiana.
[modifica] Riepilogo delle sentenze
- Con sentenza del 20 luglio 1948, emessa contro Kappler e altri, il Tribunale militare di Roma escludeva la qualifica di rappresaglia all'eccidio delle Fosse Ardeatine, identificato invece come "omicidio continuato"[51], negando però nel contempo la natura di legittima azione di guerra dell'attacco, in quanto non commesso da "legittimi belligeranti". L'azione partigiana, infatti, sarebbe stata priva dei requisiti previsti dalla Convenzione dell'Aja del 18 ottobre 1907 per qualificare i civili come legittimi belligeranti, ossia l'organizzazione in corpi di volontari che portino apertamente le armi, siano sottoposti ad un comandante responsabile per i subordinati e dotati di segno distintivo fisso riconoscibile a distanza (una divisa). Il Tribunale Supremo Militare, decidendo sul ricorso presentato da Kappler contro la condanna, ribaltava però tale definizione, sostenendo la natura di legittimi belligeranti degli autori dell'attacco.
- Con la sentenza n. 3053 del 19 luglio 1957, le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione, si pronunciarono in tema di risarcimento del danno richiesto dalle vittime civili dell'attacco di Via Rasella, stabilendo che la lotta partigiana è stata considerata dalla legislazione italiana quale legittima attività di guerra, con conseguente improponibilità dell'azione risarcitoria proposta.
- Con l'ordinanza del 16 aprile 1998, il Giudice delle indagini preliminari di Roma disponeva l'archiviazione del procedimento penale a carico di Rosario Bentivegna, Carla Capponi e Pasquale Balsamo, iniziato a seguito di una denuncia presentata da alcuni parenti delle vittime civili dell'attacco. Il Giudice escludeva la qualificazione dell'atto come legittima azione di guerra, ravvisando tutti gli estremi oggettivi e soggettivi del reato di strage, altresì rilevando tuttavia l'estinzione del reato a seguito dell'amnistia prevista dal decreto 5 aprile 1944 per tutti i reati commessi "per motivi di guerra". Decidendo con sentenza n.1560/99 sul ricorso presentato da Bentivegna, Balsamo e dalla Capponi, la prima sezione penale della Corte di Cassazione ribadiva la natura di legittimo atto di guerra dell'attacco di Via Rasella, inquadrabile ai sensi del decreto legislativo luogotenenziale n. 194 del 1945, successivo all'amnistia, che ha escluso la natura di reato, inserendola tra gli atti di guerra ad ogni operazione compiuta dai patrioti per la necessità di lotta contro i tedeschi e i fascisti nel periodo dell'occupazione fascista. La legittimità dell'azione, per la Suprema Corte, deve essere pertanto valutata nel suo complesso, senza che sia possibile scinderne le conseguenze a carico dei militari tedeschi che ne costituivano l'obiettivo da quelle coinvolgenti i civili che ne rimasero vittima, in rapporto alla sua natura di "azione di guerra".
- Il 7 agosto 2007 la Cassazione ha confermato la condanna al risarcimento inflitta dalla Corte d'appello di Milano al quotidiano Il Giornale per diffamazione ai danni di Rosario Bentivegna[52][53]. La Corte, partendo dalla qualificazione dell'attacco come legittimo atto di guerra rivolto a colpire esclusivamente i militari occupanti, ha ritenuto che alcune affermazioni contenute in articoli pubblicati dal quotidiano milanese nel 1996, per i Supremi Giudici tendenti a parificare le responsabilità degli esecutori dell'attacco di Via Rasella e dei comandi nazisti nella causazione della strage delle Fosse Ardeatine, erano gravemente lesive dell'onorabilità personale e politica del Bentivegna. Le affermazioni del Giornale furono:
- che il battaglione Bozen fosse costituito interamente da cittadini italiani, mentre per la Cassazione facendo parte dell'esercito tedesco, i suoi componenti erano sicuramente altoatesini che avevano optato per la cittadinanza germanica.
- che i componenti del Bozen fossero "vecchi militari disarmati", mentre per la Cassazione essi erano soggetti pienamente atti alle armi, tra i 26 e i 43 anni, dotati di sei bombe e "machinepistolen".
- che le vittime civili fossero sette, mentre per la Cassazione nessuno mette più in discussione che furono due.
- che dopo l'attacco erano stati affissi manifesti in cui si intimava ai responsabili dell'attacco di consegnarsi per evitare una rappresaglia ma, per la Corte l'asserzione trova puntuale smentita nel fatto che la rappresaglia delle Fosse Ardeatine era iniziata circa 21 ore dopo l'attacco, e soprattutto nella direttiva del Minculpop la quale disponeva che si tenesse nascosta la notizia di Via Rasella, che venne effettivamente data a rappresaglia già avvenuta[54].
[modifica] Note
- ^ Sentenza della Cassazione, 6 agosto 2007
- ^ Giorgio Bonacina, Obiettivo Italia - I bombardamenti aerei delle città italiane dal 1940 al 1945, Mursia, 1970, pag. 236.
- ^ "Roma potrebbe venire considerata una città aperta soltanto nel caso in cui l'esercito, le installazioni militari, gli armamenti e le industrie di guerra venissero rimossi [...] Qualora il regime fascista decidesse di salvare Roma facendone una città aperta, dovrebbe rilasciare una precisa dichiarazione in modo da consentire agli Alleati, agendo attraverso rappresentanti neutrali,di determinare quando la necessaria smilitarizzazione abbia avuto luogo", H. Callender, Open City Status by Rome Doubted. Washington feels. Capital is Too important for Axis to Demilitarize it. Rail Lines Called Vital. Vast Shifting of Italian War Plants Involved - Sicilian Resistence Expected in "The New York Times del 21 luglio 1943, citato (pag. 31) in Umberto Gentiloni Silveri, Maddalena Carli, "Bombardare Roma - Gli Alleati e la «città aperta» (1940-1944) - Il Mulino - Biblioteca storica, Bologna, 2007, ISBN 978-88-15-11546-1 .
- ^ Cesare De Simone, "Venti Angeli sopra Roma - I bombardamenti aerei sulla Città Eterna 19 luglio e 13 agosto 1943", Mursia, Milano, 1993, ISBN 88-425-1450-0, pag. 310
- ^ Cenni Storici sull'8 settembre a Roma dal sito ufficiale del comune di Roma
- ^ Per la questione della difesa di Roma si veda Albert Kesselring, Soldato fino all’ultimo giorno, LEG, Gorizia, 2007; Stato Maggiore Esercito - Ufficio Storico, Le operazioni delle unità italiane nel settembre-ottobre 1943, Roma; Gioacchino Solinas, I granatieri di Sardegna nella difesa di Roma, E.F.C.; Giorgio Pisanò, Storia della Guerra civile in Italia, CED; Ugo Cavallero, Comando Supremo, Cappelli, 1948
- ^ Giorgio Pisanò, Storia della Guerra civile in Italia, cit.
- ^ È noto infatti che i tedeschi tentarono a più riprese di sabotare ogni tentativo fascista di ricostituire forze armate autonome, preferendo gestirsi autonomamente le risorse umane italiane attraverso arbitrarie retate di uomini atti al lavoro da inviare in Germania o nell'Organizzazione Todt. Cfr. R. De Felice, Rosso e Nero, a cura di P. Chessa, Baldini&Castoldi, Milano, 1995, pag. 60, e Mussolini l'alleato, tomo II, Einaudi; Giorgio Pisanò, Storia della Guerra civile in Italia, cit.
- ^ Umberto Gentiloni Silveri, Maddalena Carli, "Bombardare Roma - Gli Alleati e la «città aperta» (1940-1944) - Il Mulino - Biblioteca storica, Bologna, 2007, ISBN 978-88-15-11546-1, pag. 13.
- ^ Secondo Gioacchino Solinas le armi vengono fatte distribuire dal generale Carboni direttamente il 9 e 10 settembre a nuclei comunisti. Cfr. Solinas, I granatieri..." cit.
- ^ Alfeo Brandimarte, maggiore delle Armi Navali nella Regia Marina, nonché ricercatore nel settore dell'elettronica ante-litteram, fu uno dei principali artefici del radar EC3/ter "Gufo", il primo radar operativo della Regia Marina
- ^ Peter Tompkins, L'altra Resistenza. Servizi segreti, partigiani e guerra di liberazione nel racconto di un protagonista, Il Saggiatore - 2005
- ^ Amedeo Osti Guerrazzi, Caino a Roma. I complici romani della Shoah,Cooper; Renzo De Felice, Mussolini l'alleato, cit.; Giorgio Pisanò, Storia della Guerra civile in Italia, cit.
- ^ Cronologia della Resistenza Romana, Rete Civica del Comune di Roma/ANPI
- ^ Amedeo Osti Guerrazzi, Caino a Roma... cit.
- ^ Di fondamentale importanza è il ponte della Magliana (oggi non più esistente), all'altezza della "collina dell'Esposizione", oggi EUR, che univa la via consolare Aurelia - tramite la strada di Ponte Galeria - all'Appia e alla Casilina tramite le vie suburbane del Divino Amore e della Laurentina
- ^ Joachim Staron, Fosse Ardeatine e Marzabotto. Storia e memoria di due stragi tedesche, Il Mulino, Bologna, 2007, pag. 36.
- ^ Gianni Oliva, "L'ombra nera: le stragi nazifasciste che non ricordiamo più", Mondadori, Milano, 2007, ISBN 978-88-04-56788-3, pag. 117
- ^ Per l'operazione Shingle si vedano i seguenti testi: Albert Kesselring, Soldato fino all’ultimo giorno, cit.; Erik Morris, La guerra inutile, Longanesi, Milano, 1993; Giorgio Pisanò, Storia della Guerra civile... cit.;
- ^ Cfr. Christoph v. Hartungen: Die Südtiroler Polizeiregimenter 1943-1945, 'Der Schlern' 55, 1981, p. 494-516.
- ^ Cassazione - Sezione I Penale sent. n. 1560/99, par. IV, num. 6, lett. a, ove si legge: «L'azione fu attuata facendo esplodere, mediante detonatore collegato ad una miccia, 18 kg. di tritolo contenuti in un carretto per la spazzatura, in coincidenza del passaggio, usuale e previsto, di una compagnia del battaglione "Bozen". Secondo la ricostruzione del consulente tecnico della parte offesa Zuccheretti, riportata nel provvedimento impugnato (pag. 14), l'esplosione dell'ordigno ebbe a determinare la morte di 42 soldati tedeschi (dei quali 32 morti quasi immediatamente e gli altri), e di almeno due civili italiani, il minore Pietro Zuccheretti e Antonio Chiaretti.»
- ^ Lorenzo Baratter. Le Dolomiti del Terzo Reich. Milano, Mursia, 2005
- ^ Cfr. Jo di Benigno, Occasioni mancate, S.E.I., 1945, pag. 234: "Era ormai cosa nota a tutti che per ogni tedesco ucciso, dieci italiani venivano sacrificati". Secondo Bruno Spampanato, all'epoca dei fatti direttore del quotidiano Il Messaggero, stretto collaboratore di Mussolini, nonché membro dell'ufficio propaganda della Decima MAS (Contromemoriale, cit. pag. 686) alla notizia dell'attacco, "a chi conosceva la legge di guerra si fermò il cuore in petto"
- ^ Tuttavia F. Andrae, in op.cit. pag. 120 rileva che i tedeschi avevano reagito "minacciando dure rappresaglie". Dunque, secondo tale autore la minaccia quantomeno doveva essere nota. anche Giorgio Amendola, Lettera a Leone Cattani sulle vicende di via Rasella, integrale in "Appendice n° 2" del Mussolini l'Alleato - la Guerra civile di Renzo de Felice (Einaudi) scrive: "La più grossa responsabilità morale che abbiamo dovuto assumere nella guerra partigiana è quella dei sacrifici che si provocano, non soltanto i compagni di lotta che si inviano incontro alla morte, (...) ma gli ignari che possono essere colpiti dalle rappresaglie. (...) Soltanto dei pavidi o degli ipocriti potevano fare finta di non comprendere le conseguenze che derivavano dalla posizione assunta".
- ^ Friedrich Andrae, La Werhmacht in Italia, ed. Riuniti, pag.121: "...Kappler propone di fucilare 10 italiani per ogni poliziotto militare ucciso, il che corrisponde all'uso nei territori di competenza del comandante in capo del fronte sud-ovest".
- ^ Di quest'avviso Giorgio Amendola, ibidem, pag. 566
- ^ Pierangelo Maurizio, Via Rasella, cinquant’anni di menzogne, Maurizio Edizioni, Roma 1996 et al.
- ^ Per esempio F. Andrae, in op. cit. pag. 120
- ^ principalmente i militanti di Bandiera Rossa Roma
- ^ Cfr. Via Rasella: la storia per sentenza giudiziaria e un mistero che dura da sessant’anni di Pierangelo Maurizio - su Il Giornale del 10 agosto 2007
- ^ Questo particolare è a sua volta oggetto di controversia. Si veda la voce relativa al colonnello Montezemolo
- ^ Lorenzo Baratter, Le Dolomiti del Terzo Reich, Mursia, Milano, 2008
- ^ «Noi eravamo a Roma e non abbiamo fatto altro che le guardie su in Vaticano» dall'[http://www.larchivio.com/atz.htm intervista ad un sopravvissuto della strage di Via Rasella
- ^ Eugene Dollmann, Roma Nazista, Longanesi, Milano 1952, pag. 239
- ^ Di questa opinione anche Jo di Benigno, in op. cit. ibidem e ss.
- ^ libro primo, "Dei reati militari, in generale", Titolo I "Della legge penale militare", articolo 2 comma 1 "Denominazioni di "militari" e di "forze armate" dello Stato" pubblicato con Regio decreto 20 febbraio 1941, n. 303.
- ^ Giorgio Pisanò, Storia della guerra... cit. Friedrich Andrae, La Werhmacht in Italia, ed. Riuniti, note a fondo volume.
- ^ http://www.avvenire.it/GiornaleWEB2008/Templates/Articles/Article.aspx?NRMODE=Published&NRNODEGUID={CE9865FC-BFB7-4FF1-8B3C-AA0250E113BA}
- ^ Storia della Guerra Civile in Italia, CED
- ^ Gli Alleati avevano chiarito - già prima della caduta di Mussolini, e con ogni mezzo - che la dichiarazione di Roma "città aperta" del governo italiano - unilaterale e priva dei necessari requisiti di smilitarizzazione e verifica da parte di osservatori neutrali - non aveva alcun valore: "Roma potrebbe venire considerata una città aperta soltanto nel caso in cui l'esercito, le installazioni militari, gli armamenti e le industrie di guerra venissero rimossi [...] Qualora il regime fascista decidesse di salvare Roma facendone una città aperta dovrebbe rilasciare una precisa dichiarazione in modo da consentire agli Alleati, agendo attraverso rappresentanti neutrali, di determinare quando la necessaria smilitarizzazione abbia avuto luogo", H. Callender, Open City Status by Rome Doubted. Washington feels. Capital is Too important for Axis to Demilitarize it. Rail Lines Called Vital. Vast Shifting of Italian War Plants Involved - Sicilian Resistence Expected in "The New York Times del 21 luglio 1943, citato in Umberto Gentiloni Silveri, Maddalena Carli, "Bombardare Roma - Gli Alleati e la «città aperta» (1940-1944) - Il Mulino - Biblioteca storica, Bologna, 2007, ISBN 978-88-15-11546-1, pag. 31. Il rifiuto da parte Alleata di riconoscere lo stato di "città aperta" alla capitale italiana fu sempre rinnovato, anche dopo l'occupazione tedesca e in risposta a sollecitazioni continue provenienti dal Vaticano, dal "Regno del Sud" e dai tedeschi stessi; non a caso, la città fu nuovamente bombardata numerose volte, sino alla liberazione, il 4 giugno 1944.
- ^ Umberto Gentiloni Silveri, Maddalena Carli, "Bombardare Roma - Gli Alleati e la «città aperta» (1940-1944) - Il Mulino - Biblioteca storica, Bologna, 2007, ISBN 978-88-15-11546-1, pag. 205.
- ^ Umberto Gentiloni Silveri, Maddalena Carli, "Bombardare Roma - Gli Alleati e la «città aperta» (1940-1944) - Il Mulino - Biblioteca storica, Bologna, 2007, ISBN 978-88-15-11546-1, pag. 181.
- ^ "Roma è bombardata dagli Alleati altre 51 volte dopo il 13 agosto [Nota: 1943]. La terza incursione [Nota: dopo quelle del 19/07/1943 e del 13/08/1943] avviene la mattina del 16 settembre [Nota: 1943] [...] l'ultima nel pomeriggio del 3 giugno 1944, quando una formazione di 18 Mitchell attacca automezzi tedeschi che si dirigono a nord, nella zona Casilina [...]. Si tratta di bombardamenti localizzati soprattutto sugli scali ferroviari e sui nodi stradali, ma che coinvolgono pesantemente i quartieri civili: come quelli del 14 e 16 febbraio, del 3, 7, 8, 14, 18 marzo 1944. Quello del 14 marzo, in particolare - sulle aree Nomentano, Prenestino e Italia, può essere considerato il terzo, per tonnellaggio di bombe sganciate e numero di vittime, ottocento, dopo i due dell'estate precedente. La colpa è dei tedeschi, questa volta. Kesselring e i suoi generali, infatti, usano continuamente e senza ritegno l'usbergo della "città aperta" e il carisma di cui la Santa Sede gode in tutto il mondo, per proteggere al massimo le truppe, i comandi, i convogli ferroviari e le autocolonne che alimentano il fronte del Volturno e del Garigliano prima, di Cassino, Anzio e Nettuno poi. [...] le autocolonne tedesche viaggiano solo di notte; di giorno parcheggiano, mimetizzate, lungo le strade alberate romane del centro e della periferia." Da Cesare De Simone, "Venti Angeli sopra Roma - I bombardamenti aerei sulla Città Eterna 19 luglio e 13 agosto 1943", Mursia, Milano, 1993, ISBN 88-425-1450-0, pag. 310
- ^ Gli Alleati più che sulla presunta - e non provata, in questo caso - analisi della stampa clandestina, potevano contare, per prendere le loro decisioni politiche e tattiche, sui loro informatissimi diplomatici accreditati presso la Santa sede (tra i quali per il Regno Unito D'Arcy Osborne e per gli Stati Uniti Myron Charles Taylor, costantemente edotti anche attraverso l'ampia rete informativa del Vaticano a Roma e dintorni su quanto accedesse in città, e impegnati in prima linea nelle trattative sul mai materializzatosi status di "città aperta"), in costante contatto con le autorità dei loro Paesi, oltre naturalmente alla propria intelligence e alle risultanze della ricognizione aerofotografica, ciò che li rendeva largamente edotti circa la natura, la quantità e la qualità delle forze tedesche a Roma e l'uso militare che i tedeschi facevano della città e delle infrastrutture poste entro ed attorno ad essa. In realtà i Comandi alleati mostrarono proprio in questa fase della guerra una notevole cautela, dovuta alle profonde implicazioni politiche derivanti dai possibili danni inferti alla capitale italiana, al punto di sottoporre ad attento vaglio critico (il 28 marzo 1944, cinque giorni dopo l'attacco di via Rasella), persino le stesse informazioni trasmesse loro da Roma dall'ambasciatore britannico D'Arcy Osborne, relative all'allontanamento del personale tedesco dalla caserma Macao venti minuti prima dell'attacco aereo del 19 marzo 1944 (Cfr. per esempio, la comunicazione del 28 marzo 1944 al Ministero dell'Aeronautica britannico del MAAF di Caserta, già vagliata dal MAAF di Algeri, in Umberto Gentiloni Silveri, Maddalena Carli, "Bombardare Roma - Gli Alleati e la «città aperta» (1940-1944) - Il Mulino - Biblioteca storica, Bologna, 2007, ISBN 978-88-15-11546-1, pagg. 179-180)
- ^ Comunicazione al Foreign Office di D'Arcy Osborne, Inviato Straordinario e Ministro Plenipotenziario con il rango di Ambasciatore in servizio all'ambasciata britannica presso la Santa Sede dal 1936 al 1947, inviata in data 26 marzo con copia della Dichiarazione del Comando tedesco, in Umberto Gentiloni Silveri, Maddalena Carli, "Bombardare Roma - Gli Alleati e la «città aperta» (1940-1944) - Il Mulino - Biblioteca storica, Bologna, 2007, ISBN 978-88-15-11546-1, pagg. 178 e 179.
- ^ Umberto Gentiloni Silveri, Maddalena Carli, "Bombardare Roma - Gli Alleati e la «città aperta» (1940-1944) - Il Mulino - Biblioteca storica, Bologna, 2007, ISBN 978-88-15-11546-1, pag. 152.
- ^ Umberto Gentiloni Silveri, Maddalena Carli, "Bombardare Roma - Gli Alleati e la «città aperta» (1940-1944) - Il Mulino - Biblioteca storica, Bologna, 2007, ISBN 978-88-15-11546-1, pagg. 152-153 e fonti primarie incluse in traduzione italiana, pagg. 203-233
- ^ Umberto Gentiloni Silveri, Maddalena Carli, "Bombardare Roma - Gli Alleati e la «città aperta» (1940-1944) - Il Mulino - Biblioteca storica, Bologna, 2007, ISBN 978-88-15-11546-1, pagg. 151-153, che include per altro copia completa di fonti primarie a sostegno, pagg. 162-233.
- ^ "Inoltre, a Roma svolgono a pieno ritmo la loro attività alcuni ministeri della Repubblica Sociale [...] come ad esempio il dicastero del Munizionamento [...] al Pantheon. Comandi italiani e tedeschi sono sparsi ovunque, con ufficiali e personale fatti vestire in borghese. Tutti i comandi militari della RSI [...] compreso il ministero della Guerra [...] e lo stato maggiore [...] si trovano a Roma. Infine, da Roma non sono nemmeno state spostate alcune importanti fabbriche belliche, come quella di proiettili in via Etruria e il grande spolettificio in via Flaminia. [...] I governi di Londra e Washington [...] non avevano mai accettato la dichiarazione di "città aperta" fatta da Badoglio, rimasta pertanto unilaterale e dunque non valida." Da Cesare De Simone, "Venti Angeli sopra Roma - I bombardamenti aerei sulla Città Eterna 19 luglio e 13 agosto 1943", Mursia, Milano, 1993, ISBN 88-425-1450-0, pagg. 310-311.
- ^ Marco Pannella: «Via Rasella fu un atto di terrorismo» da RadioRadicale.it
- ^ [1]"Dimostrate infondate le tesi della rappresaglia e della repressione collettiva, la fucilazione delle Cave Ardeatine assume la qualificazione di un omicidio continuato. effettuata dalle forze d'occupazione tedesche"
- ^ "Repubblica" online del 7 agosto 2007, "Cassazione: 'Via Rasella fu atto di guerra' - Il Giornale condannato per diffamazione"
- ^ la sentenza della Cassazione, 6 agosto 2007
- ^ All'interno della rivista Storia in rete del settembre 2007 fu pubblicata un'intervista all'ambasciatore Roberto Caracciolo, testimone di aver veduto un bando tedesco, affisso però solo nelle bacheche degli uffici tedeschi e non nelle pubbliche strade.
[modifica] Bibliografia
- Lorenzo Baratter, Dall'Alpenvorland a Via Rasella, Trento, Publilux, 2003.
- Lorenzo Baratter, Le Dolomiti del Terzo Reich, Milano, Mursia, 2005.
- Rosario Bentivegna, Cesare De Simone. Operazione via Rasella. Verità e menzogna: i protagonisti raccontano. Roma, Editori Riuniti, 1996. ISBN 8835941717.
- Rosario Bentivegna. Achtung Banditen! Prima e dopo via Rasella. Mursia, 2004. ISBN 9788842532187.
- Rosario Bentivegna. Via Rasella. La storia mistificata. Carteggio con Bruno Vespa. Roma, Manifestolibri, 2006. ISBN 9788872854471.
- Robert Katz. Morte a Roma. Il massacro delle Fosse Ardeatine. Net/Il Saggiatore, 2004. ISBN 9788851521530.
- Albert Kesselring. Soldato fino all’ultimo giorno. Gorizia, LEG, 2007
- Giorgio Pisanò. Storia della Guerra civile in Italia. CED, 1967
- Peter Tompkins. L'altra Resistenza. Servizi segreti, partigiani e guerra di liberazione nel racconto di un protagonista. Il Saggiatore, 2005
- Bruno Spampanato. Contromemoriale. CEN, 1974
- Amedeo Osti Guerrazzi. Caino a Roma. I complici romani della Shoah. Cooper, 2004
- Gerald Steinacher, Roma, Marzo 1944: il Polizeiregiment Bozen e l’attentato di Via Rasella, in: Carlo Romeo, Piero Agostini (a cura di), Trentino e Alto Adige, Province del Reich, Trento 2002, pag. 283-288.
- Renato Venditti, La cricca. Vita di famiglia nella dittatura, Roma, Nutrimenti 2008 ISBN 9788895842141.
[modifica] Filmografia
- "Rappresaglia" di George Pan Cosmatos, con Marcello Mastroianni, Richard Burton, Renzo Montagnani, Delia Boccardo (1973) - Tratto da "Morte a Roma" di Robert Katz. Il film, anche se un po' romanzato, offre una valida ricostruzione dell'azione di Via Rasella, dell'eccidio delle Fosse Ardeatine e del comportamento della Chiesa in merito a tali avvenimenti.
[modifica] Collegamenti esterni
- La Storia siamo noi, "Morte a Roma" ampio documentario storico, documenti e testimonianze sull'Eccidio delle Fosse Ardeatine e l'attacco di via Rasella.
- I testi completi di tutte le sentenze relative alle Fosse Ardeatine
- Sentenza della Cassazione: via Rasella fu un legittimo atto di guerra (2007)
- Sentenza della Cassazione: via Rasella fu una "legittima azione di guerra" (1999).
- Via Rasella su resistenzaitaliana.it
- Scheda sul sito Novecento italiano: itinerari storico-culturali nel Lazio

