Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo

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La fototessera del documento falsificato di copertura di Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, durante la clandestinità a Roma, nell'inverno 1943-44, con la firma "Cataratto"

Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo (Roma, 26 maggio 1901Roma, 24 marzo 1944) è stato un ufficiale italiano, comandante del Fronte Militare Clandestino, martire alle Fosse Ardeatine e Medaglia d'oro al valor militare alla memoria.

La gioventù e la carriera militare[modifica | modifica sorgente]

Partecipò alla Grande Guerra come volontario nel 3º Reggimento Alpini. Al termine del conflitto continuò la sua carriera nel Genio militare. Iscrittosi all’università, nel 1923 conseguì la laurea in Ingegneria civile. Promosso capitano nel 1928, fu incaricato di insegnare presso la Scuola d’applicazione dell’Esercito.

Nel 1935 divenne addetto allo Stato Maggiore e l'anno successivo partì per la guerra di Spagna, dove gli venne affidato un battaglione del Genio telegrafisti e poi fu nominato capo di stato maggiore del Comando della II Brigata Mista “Frecce Nere”[1]. Promosso tenente colonnello per meriti di guerra, nel 1940 fu nuovamente chiamato allo Stato Maggiore, passando così al Comando Supremo dell’Esercito (Superesercito). Promosso colonnello nel 1942, nel giugno 1943 assunse il comando dell’11º Reparto Genio motorizzato. È decorato di Croce di Ferro dai tedeschi[2].

Roberto Roggero[3] riferisce di una voce (di cui - però - avvisa: è priva di riscontri) secondo la quale all'incontro di Feltre del 19 luglio 1943 fra Mussolini ed Hitler, Montezemolo sarebbe stato partecipe o addirittura a capo di una congiura per il rapimento dello stesso dittatore tedesco.

Dal 25 luglio 1943 alla clandestinità[modifica | modifica sorgente]

Dopo la caduta del regime fascista il 25 luglio 1943, il nuovo capo del governo, maresciallo Pietro Badoglio, gli affidò la direzione della sua segreteria. In occasione dell'armistizio dell'8 settembre 1943, mentre Re e governo fuggivano da Roma, Montezemolo fu lasciato nella capitale, a fianco del generale Giorgio Carlo Calvi di Bergolo, genero del Re, che assunse poco dopo il comando della "Città aperta", d'accordo con il comandante tedesco Albert Kesselring e nel nome del Regio governo. Montezemolo fece parte della delegazione italiana che trattò direttamente col feldmaresciallo tedesco le condizioni del cessate-il-fuoco nella capitale il 10 settembre 1943 sulla via Tuscolana[4] seguito ai sanguinosi scontri ingaggiati spontaneamente da militari e civili per tentare di impedire l'occupazione tedesca di Roma. Calvi nominò Montezemolo a capo dell’Ufficio affari civili del Comando della Città Aperta, incarico nel quale durerà pochi giorni, per dissoluzione del comando stesso.

Infatti già il 23 settembre le forze germaniche - prendendo a pretesto un'aggressione compiuta da alcuni militi italiani della guarnigione della Città Aperta ai danni di loro uomini[5] - rompono gli indugi e si impossessano dei comandi della Città Aperta: irrompendo nel Ministero della Guerra, arrestano Calvi, mentre Montezemolo - d'accordo col suo superiore - riuscì a fuggire, vestendo abiti civili e passando dai sotterranei del ministero, per darsi alla clandestinità[6].

L'organizzazione della resistenza militare romana e i rapporti col CLN[modifica | modifica sorgente]

Montezemolo decise di celarsi sotto il nome di "ingegner Giacomo Cataratto" poi cambiato in "professor Giuseppe Martini"[7]. L'8 ottobre viene avvicinato da emissari del Regio Governo che gli ordinano di prendere contatto diretto con Brindisi. Già il 10 ottobre 1943 riesce a ristabilire il contatto radio con Brindisi, e da lì ottiene l'incarico di comandare il Fronte Militare Clandestino, che avrebbe dovuto organizzare e coordinare le formazioni partigiane romane con diramazioni in tutta Italia[8]. Il Fronte Militare Clandestino, già creato dal generale Giacomo Carboni, era composto da altri ufficiali, sottufficiali e soldati (e soprattutto Carabinieri) come lui rimasti fedeli al giuramento verso la Corona[9].

I comandi alleati conferiranno in seguito a Montezemolo anche l'incarico di curare per conto del XV Gruppo d'Armate i collegamenti con il neonato CLNAI, nel Nord-Italia[10].

In clandestinità, con la collaborazione di pochi fidatissimi uomini (fra cui il suo capo di Stato Maggiore Ugo de Carolis), Montezemolo si sposta continuamente, evitando accuratamente di fornire al controspionaggio e alla polizia tedesca e fascista elementi che potessero coinvolgere i suoi familiari, tanto per proteggerli quanto per evitare che - se catturati - potessero essere usati come ostaggi per ricattarlo[10].

Il 10 dicembre 1943, quale comandante riconosciuto dal governo Badoglio a Bari, dirama a tutti i raggruppamenti militari nell'Italia occupata dai nazifascisti la circolare 333/op, nella quale vengono indicati gli obbiettivi dell'organizzazione clandestina e le direttive per la condotta della guerriglia per la liberazione dell'Italia dal nazifascismo e il suo inserimento tra le nazioni democratiche.[11].

Parola d'ordine della sua organizzazione militare era "guerra al tedesco et tenuta ordine pubblico", e le direttive erano "organizzare segretamente la forza per assumere al momento opportuno l'ordine pubblico in Roma a favore del governo di Sua Maestà il Re". La sua organizzazione diventava così direttamente concorrente ai GAP, e - in caso di arrivo delle truppe alleate o improvvisa ritirata di quelle dell'Asse, i suoi uomini e in particolare i Regi Carabinieri avrebbero dovuto garantire l'occupazione dei nodi strategici (radio e ministeri) prima che eventuali bande partigiane non monarchiche potessero appropriarsene[10].

Per evitare rappresaglie da parte nazista sui civili, Montezemolo vieta di compiere attentati dinamitardi ed omicidi contro i tedeschi: "nelle grandi città - scrive infatti il colonnello - la gravità delle conseguenti rappresaglie impedisce di condurre molto attivamente la guerriglia"[12]. La nota - che fa parte di un ordine d'operazioni intitolato "Direttive per l'organizzazione e la condotta della guerriglia", prosegue: "Vi assume preminente importanza la propaganda atta a mantenere nelle popolazioni spirito ostile ed ostruzionistico verso il tedesco, propaganda che è compito essenzialmente dei partiti; e la organizzazione della tutela dell'ordine pubblico, compito militare sia in previsione del momento della liberazione, sia per l'eventualità che il collasso germanico induca l'occupante ad abbandonare improvvisamente il territorio italiano".[13]

Quando iniziano le persecuzioni naziste contro gli ebrei della capitale, Montezemolo si adopera per far trovare documenti falsi e salvacondotti alle migliaia di ebrei sfuggiti al "sacco" condotto dalle SS contro la comunità israelitica di Roma[14].

Dal comando di Montezemolo dipende anche il Raggruppamento Monte Amiata, che opera - con soldati italiani in uniforme ed ex prigionieri di guerra - fra Toscana e Lazio come resistenza monarchica[15]. Almeno sulla carta l'organico del Fronte Militare Clandestino doveva arrivare a circa diecimila uomini, anche se si stimava che solo tremila di questi sarebbero stati operativi ed armati in caso di improvvisa necessità[16]. Diverse altre bande militari sono organizzate in tutta l'Italia centrale e coordinate da Montezemolo[17].

Montezemolo si adopera alacremente per coordinarsi con gli altri elementi del CLN romano e in particolare con Giorgio Amendola, del PCdI, con il quale pianifica anche le operazioni militari successive allo sbarco di Anzio[18], operazioni che non inizieranno per l'incapacità alleata di marciare risolutamente sulla capitale[19]. Il Fronte Militare Clandestino era comunque stato determinante per fornire ai Gruppi di Azione Patriottica esplosivi, dati e informazioni fondamentali per gli attacchi contro le linee ferroviarie usate dai tedeschi per rifornire le truppe sulla Linea Gustav[20]. Secondo Roggero[21], lo sforzo di coordinazione con tutte le forze politiche antifasciste presenti a Roma all'indomani dell'operazione Shingle sarebbe stata determinata anche dal "timore di una insurrezione pilotata dai soli comunisti".

Nonostante la collaborazione fra Fronte Militare e CLN, secondo Giorgio Bocca "Montezemolo e i suoi sono fuori, a volte contro il movimento unitario, non ne condividono la politica, tentano una concorrenza di tipo decisamente reazionario. Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo è un ufficiale virtuoso e capace. In vita e in morte lui e i suoi più stretti collaboratori sono degni di ammirazione. Ma il giudizio storico sul movimento, il giudizio dei fatti, è negativo: esso è un freno alla Resistenza nazionale, un motivo di confusione e paralisi"[22].

Anche Corrias[23] sostiene che "le dicotomie fra i due schieramenti non tardarono a manifestarsi", essendo obbiettivo del FMC quello di raccogliere informazioni e garantire l'ordine pubblico in caso di ritirata tedesca, mentre per "le altre componenti militari della Resistenza, nella quasi totalità espressione della militanza di sinistra (...) l'obbiettivo andava ben oltre la consegna della città al Governo Badoglio".

Le ipotesi sulla cattura[modifica | modifica sorgente]

Il 25 gennaio 1944 al termine di una riunione clandestina con il generale Armellini, Montezemolo viene arrestato dai nazisti assieme all’amico e compagno di lotta Filippo De Grenet. Entrambi sono rinchiusi nelle carceri di via Tasso.

Sulle circostanze e le modalità della cattura esistono diverse versioni[24].

Alcune insistono sulla possibilità che Montezemolo sia stato lasciato catturare dal governo di Brindisi. I suoi buoni rapporti - nonostante la sua dichiarata fede di "anticomunista sfegatato"[25] - con i dirigenti comunisti potrebbero essere stati all'origine dell'invio da Brindisi come superiore, il 10 gennaio 1944, del generale Quirino Armellini - fedelissimo di Pietro Badoglio - sebbene diversi altri generali in clandestinità (Simone Simoni[26], Sabato Martelli Castaldi[26], Dardano Fenulli[26]) abbiano accettato di buon grado d'essere sottoposti al comando dell'abile colonnello[10]. Secondo Pietro de Carolis[27] i medesimi buoni rapporti potrebbero averlo portato alla cattura da parte del controspionaggio tedesco, dietro delazione da parte di elementi interessati a non consentire la formazione di un blocco compatto fra partigiani comunisti e resistenza militare lealista.

Giorgio Pisanò[28] e Renato Carli Ballola[29] propendono invece per una combinazione di imprudenze dei membri del Fronte ed infiltrazioni delle polizie fasciste e tedesche nell'organizzazione, che era tenuta sotto stretto controllo. Secondo Giorgio Pisanò l'attività del Fronte Militare Clandestino era ben nota alle polizie nazifasciste ed ai rispettivi servizi segreti, che erano riuscite ad infiltrarvi doppi agenti ed informatori. Non appena giunse la notizia del prossimo sbarco di Anzio[30], la possibilità che l'organizzazione di Montezemolo da fonte di informazioni si trasformasse in una rischiosa quinta colonna alle spalle del fronte tedesco, fece rompere a Kappler gli indugi, e nel giro di sole 48 ore il vertice del Fronte fu arrestato quasi per intero[31].

Di tutt'altra opinione è Ugo Finetti[32], secondo cui Montezemolo era "il principale nemico di Kappler", il quale gli diede "personalmente la caccia".[33]. Finetti è dell'opinione che la cattura di Montezemolo sia da ascriversi ad un tradimento, per la colpa di essere "un anticomunista sfegatato"[34]. Concorda con l'ipotesi della delazione anche Pierangelo Maurizio[35], secondo il quale la possibilità che i tedeschi potessero ritirarsi da Roma per evitare l'accerchiamento delle truppe sulla Linea Gustav, accelerò i tempi per la sua "liquidazione" da parte dei comunisti. Secondo Maurizio, Raffaele Cadorna nelle sue memorie avrebbe ricordato un colloquio con un dirigente comunista, ignaro del ruolo di Cadorna, nel quale chiese: "Non avete qualche contatto utile coi militari?" La risposta fu "sì, abbiamo un colonnello, un piemontese monarchico, ma poi all'ultimo momento lo facciamo fuori".[36]. Sostengono questa tesi anche Domenico De Napoli, Antonio Ratti e Silvio Bolognini[37] secondo i quali da parte comunista per Montezemolo si attuò la tattica dell'"eliminare gli esponenti delle classi più legate alla dinastia". Anche Corrias[38] ipotizza come retroscena dell'arresto il fatto che l'eventualità di un accordo fra l'ala più moderata del PCI (Amendola) e il FMC era "fortemente avversata dalla componente più estremista dello schieramento di sinistra".

Secondo un carteggio tra l'avvocato Tullio Mango e il suo assistito Herbert Kappler, scoperto da Sabrina Sgueglia e pubblicato dal libro "Partigiano Montezemolo" di Mario Avagliano, l'uomo che aveva dato ai nazisti l'informazione decisiva per giungere alla cattura di Montezemolo fu Enzo Selvaggi, anche lui esponente monarchico della Resistenza, fondatore e direttore del giornale «Italia Nuova». In base ad un appunto "stilato, verosimilmente, dopo un colloquio di persona con l'ex capo delle SS di Roma" dall'avvocato Mango, risulta che Kappler "cercava Montezemolo, assolutamente irrintracciabile. Arrestato Enzo S., fu interrogato dalle SS per quattro ore ed ottenne la libertà rivelando che il giorno successivo Montezemolo si sarebbe recato a pranzo da De Grenet" (Sabrina Sgueglia della Marra, "Uno scambio fallito", in "Nuova Rivista storica", gennaio-aprile 2012, pp. 266–267).

La prigionia e la morte alle Ardeatine[modifica | modifica sorgente]

Montezemolo fu tradotto a via Tasso dove per 58 giorni viene sottoposto a duri interrogatori senza rivelare nulla[39]. Secondo la maggioranza delle fonti indirette, Montezemolo fu torturato[40].

Armellini inviò una comunicazione a Brindisi chiedendo che Montezemolo fosse scambiato con qualche prigioniero tedesco di pari importanza, ma Badoglio non dette seguito alla richiesta[41]. Montezemolo riesce comunque a far pervenire a familiari e commilitoni dei biglietti nascosti nella biancheria, con cui comunica dati precisi sulla cella dov'è imprigionato, nella speranza di un intervento del Vaticano[42] oppure di un colpo di mano per trarlo in salvo. Il 24 marzo 1944, dopo l’attentato in via Rasella in cui perdono la vita 33 soldati tedeschi, Montezemolo finì nelle liste dei fucilandi, assieme ad altri 334 sventurati nella rappresaglia delle Fosse Ardeatine. La scelta di fucilare anche Montezemolo è inopinata per molti, poiché egli avrebbe potuto garantire - in caso di ritirata tedesca - l'ordine pubblico nella città e dunque anche la tranquillità delle operazioni tedesche[43].

Dopo la liberazione gli è stata conferita la Medaglia d’oro al valor militare e alla memoria.

Montezemolo lasciò cinque figli: Manfredi, Andrea, Lydia, Isolda e Adriana.

È sepolto nel Cimitero monumentale di Torino.

Onorificenze[modifica | modifica sorgente]

Medaglia d'oro al valor militare alla memoria - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro al valor militare alla memoria
«Ufficiale superiore dotato di eccezionali qualità morali, intellettuali e di carattere, dopo l’armistizio, fedele al Governo del Re ed al proprio dovere di soldato, organizzava, in zona controllata dai tedeschi, un’efficace resistenza armata contro il tradizionale nemico. Per oltre quattro mesi dirigeva, con fede ed entusiasmo inesauribili, la attività informativa e le organizzazioni patriote della zona romana. Con opera assidua e con sagace tempestività, eludendo l’accanita vigilanza avversaria, forniva al Comando Supremo alleato ed italiano numerose e preziose informazioni operative, manteneva viva e fattiva l’agitazione dei patrioti italiani, preparava animi, volontà e mezzi per il giorno della riscossa, con una attività personale senza soste, tra rischi continui. Arrestato dalla sbirraglia nazifascista e sottoposto alle più inumane torture, manteneva l’assoluto segreto circa il movimento da lui creato, perfezionato e diretto, salvando così l’organizzazione e la vita ai propri collaboratori. In occasione di una esecuzione sommaria di rappresaglia nemica, veniva allineato con le vittime designate nelle adiacenze delle catacombe romane e barbaramente trucidato. Chiudeva così, nella luce purissima del martirio, una vita eroica, interamente e nobilmente spesa al servizio della Patria[44].»
— Roma, Catacombe di S. Calisto, 24 marzo 1944
Cavaliere dell'Ordine militare d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine militare d'Italia
— 9 giugno 1943[45]
Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia
Ufficiale dell'Ordine coloniale della Stella d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Ufficiale dell'Ordine coloniale della Stella d'Italia
Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'argento al valor militare
— gennaio 1942
Medaglia di bronzo al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia di bronzo al valor militare
Croce di guerra al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Croce di guerra al valor militare
Croce di Guerra al Merito Militare (4 volte) - nastrino per uniforme ordinaria Croce di Guerra al Merito Militare (4 volte)
Medaglia di benemerenza per i volontari della Guerra Italo-austriaca 1915-1918 - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia di benemerenza per i volontari della Guerra Italo-austriaca 1915-1918
Medaglia commemorativa della Prima Guerra Mondiale - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa della Prima Guerra Mondiale
Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia
Medaglia commemorativa italiana della vittoria - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa italiana della vittoria
Medaglia Commemorativa della Guerra di Spagna (1936-38) - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia Commemorativa della Guerra di Spagna (1936-38)
Medaglia commemorativa del Conflitto 1940-43 - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa del Conflitto 1940-43
Medaglia commemorativa del Conflitto contro i tedeschi - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa del Conflitto contro i tedeschi
Croce di Ferro di Seconda Classe - nastrino per uniforme ordinaria Croce di Ferro di Seconda Classe
— 19 marzo 1942

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Mario Avagliano, Il partigiano Montezemolo, Dalai editore, 2012, p. 65
  2. ^ P. Maurizio, Via Rasella, cinquant'anni di menzogne, p. 30
  3. ^ Oneri e Onori, Greco&Greco, 2006, pp. 131 e 132
  4. ^ La bandiera bianca che precedette la delegazione italiana è tuttora conservata nel museo di Via Tasso in Roma, proprio nella cella d'isolamento dove fu detenuto Montezemolo. Cfr. il sito istituzionale del museo.
  5. ^ Gioacchino Solinas, I granatieri di Sardegna nella difesa di Roma ed.f.c.
  6. ^ P. Maurizio, Via Rasella... cit. p. 30
  7. ^ Biografie Della Resistenza Romana. (archiviato dall'url originale il ).
  8. ^ P. Maurizio, Via Rasella..., cit. p. 30
  9. ^ Giorgio Pisanò, Storia della Guerra Civile in Italia, CED, 1964, tomo I
  10. ^ a b c d Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito, Donzelli, 1999. Pp. 167 e ss.
  11. ^ Resistenza e antifascismo nella Capitale e nella sua Provincia. URL consultato il 27-4-2010.
  12. ^ Portelli, cit. nonché G. Pisanò, op. cit.
  13. ^ P. Maurizio, Via Rasella... cit. p. 31. Maurizio sostiene che queste direttive segnarono "la condanna a morte" del colonnello, notando come esse ricalcassero essenzialmente quelle impartite alla formazione troskista Bandiera Rossa, e dunque fossero invise ai vertici del PCI.
  14. ^ Ugo Finetti La resistenza cancellata, Ares 2003, p. 271
  15. ^ Friedrich Andrae, La Wehrmacht in Italia, ed. Riuniti, pag. 109
  16. ^ G. Pisanò, op. cit.
  17. ^ Ugo Finetti op. cit.
  18. ^ Ibidem
  19. ^ Erik Morris, La guerra inutile, Longanesi&C 1994
  20. ^ Giovanni Cerchia, Giorgio Amendola: un comunista nazionale, Rubbettino, 2004, p. 398
  21. ^ Oneri... cit. p. 256
  22. ^ Storia dell'Italia partigiana, Oscar Mondadori, p. 96
  23. ^ Un diplomatico... cit. p. 100
  24. ^ "Sul retroscena di tali arresti vi sono state supposizioni inquietanti". Cfr. Francesco Corrias Un diplomatico italiano del '900: l'ambasciatore Angelino Corrias (1903-1977), Rubettino, 2003, p. 101
  25. ^ Giorgio Amendola, Lettere a Milano
  26. ^ a b c Caduto alle Ardeatine
  27. ^ Citato in A. Portelli, op. cit.
  28. ^ Storia della guerra civile... cit. pp. 269 e ss
  29. ^ Storia della Resistenza, Ed. Avanti! Milano, 1957, pp. 37 e ss.
  30. ^ Secondo Ballola (ibidem) la macchina degli arresti iniziò il 18 gennaio, quattro giorni prima degli sbarchi di Anzio e Nettuno
  31. ^ Contemporaneamente veniva inferto un duro colpo anche al Partito d'Azione. Cfr. Pisanò, ibidem, p. 272 e p. 283
  32. ^ La resistenza cancellata, Ares 2003
  33. ^ U. Finetti, La resistenza cancellata cit. p. 270
  34. ^ Ibidem, p. 274
  35. ^ Via Rasella... cit. pp. 32 e ss.
  36. ^ P. Maurizio, Via Rasella... cit. pp. 32 e 33
  37. ^ La resistenza monarchica in Italia (1943-1945) Guida, 1986, p.82
  38. ^ Un diplomatico... cit. p. 101
  39. ^ È ora che Montezemolo abbia un posto nei libri di storia - Paolo Mieli. URL consultato il 22-08-2008.
  40. ^ Ibidem; secondo la scheda dell'ANPI. URL consultato il 26-04-2010. gli vennero strappati le unghie e i denti. Anche la motivazione della MOVM parla di torture inumane, senza dare particolari. Di "botte e torture" parla anche P. Maurizio (Via Rasella... cit. p. 33) e Montanelli e Cervi (L'Italia della guerra civile, Rizzoli 1983, p. 195) accennano ad alcuni testimoni che avrebbero dichiarato d'aver visto Montezemolo alle Ardeatine - prima della fucilazione - con la mascella slogata, gli occhi gonfi e schiuma rossa sulle labbra.
  41. ^ Gabrio Lombardi, Montezemolo e il fronte militare clandestino di Roma, Campo Marzio, 1972, De Napoli, Ratti, Bolognini, La Resistenza... cit. p. 83
  42. ^ ultima lettera alla moglie. URL consultato il 26-04-2010.. Anche P. Maurizio, Via Rasella... cit. p. 33
  43. ^ A. Portelli, op. cit. pag. 170
  44. ^ Quirinale - scheda medaglia d'oro - visto 5 febbraio 2009
  45. ^ Sito web del Quirinale: dettaglio decorato.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Mario Avagliano, Il partigiano Montezemolo. Storia del capo della resistenza militare nell'Italia occupata, Dalai editore, Milano, 2012
  • Friedrich Andrae, La Wehrmacht in Italia, ed. Riuniti
  • Ugo Finetti, La resistenza cancellata, Ares 2003
  • Gabrio Lombardi, Montezemolo e il fronte militare clandestino di Roma, Campo Marzio, 1972
  • Giorgio Pisanò, Storia della Guerra Civile in Italia, CED, 1964, tomo I
  • Mario Avagliano-Gabriele Le Moli, Muoio innocente. Lettere di caduti della Resistenza a Roma, Mursia, 1999
  • Mario Avagliano, Roma alla macchia. Personaggi e vicende della Resistenza, Avagliano Editore, 1997
  • Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito, Donzelli, 1999+
  • Pierangelo Maurizio, Via Rasella, cinquant'anni di menzogne, Maurizio Edizioni, Roma, 1996 (II ed.)

Videografia[modifica | modifica sorgente]

  • Emiliano Crialesi, "Montezemolo, il Colonnello della Resistenza" - Documentario DVD - 52 min. - Pandarosso produzioni - 2013

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Controllo di autorità VIAF: 103341749 LCCN: no2009204915