Giacomo Carboni

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Giacomo Carboni
Giacomo Carboni.gif
29 aprile 1889 - 2 dicembre 1973
Nato a Reggio Emilia
Morto a Roma
Dati militari
Paese servito bandiera Regno d'Italia
ItaliaRepubblica Italiana
Forza armata Regio Esercito
Anni di servizio 1912-1951
Grado Generale di divisione
Guerre Guerra italo-turca
Prima guerra mondiale
Guerra d'Etiopia
Seconda guerra mondiale
Battaglie Difesa di Roma (1943)
Comandante di 22ª Divisione fanteria "Cacciatori delle Alpi"
20ª Divisione fanteria "Friuli"
Corpo d'Armata Motocorazzato
SIM
Decorazioni Croce al merito di guerra
Pubblicazioni vedi opere

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Giacomo Carboni

Governatore militare della Corsica
Durata mandato 12 novembre 1942 - febbraio 1943
Predecessore carica istituita
Successore Giovanni Magli

Dati generali
Professione Militare

Giacomo Carboni (Reggio nell'Emilia, 29 aprile 1889Roma, 2 dicembre 1973) è stato un generale e agente segreto italiano, direttore del servizio informazioni militare.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Carriera militare[modifica | modifica sorgente]

Nato in una famiglia di tradizioni risorgimentali, si iscrisse prima alla Facoltà di Medicina e poi in quella di Giurisprudenza dove poi si laureò. Iscrittosi all'Accademia militare di Modena, dove nel 1912 venne nominato sottotenente, partecipò alla guerra italo-turca come volontario facendosi promuovere tenente per meriti di guerra nel 1913.

Divenuto ufficiale degli alpini, Carboni venne decorato nel corso della prima guerra mondiale. Comandò l'81º Reggimento fanteria "Torino" nel 1936-37 e svolse una serie di operazioni speciali in Etiopia che lo avvicinarono al SIM (Servizio informazioni militare).

Nel 1937 fu promosso generale di brigata e nominato vicecomandante della 22ª Divisione fanteria "Cacciatori delle Alpi". Dal settembre 1939 al luglio 1940 fu capo del SIM.

Seconda guerra mondiale[modifica | modifica sorgente]

Ciano e Carboni

Su posizioni antitedesche[1] durante i mesi precedenti la dichiarazione di guerra mantenne, per conto di Galeazzo Ciano e Pietro Badoglio relazioni con gli addetti militari di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti e redasse rapporti pessimistici sulle capacità militari italiana e germanica[2][3][4][5].

Nel periodo 1940-1941 fu comandante dell'Accademia militare di Modena. Successivamente comandante della 20ª Divisione fanteria "Friuli" (1941-42), destinata all'invasione mai eseguita su Malta, indi comandò il VII Corpo d'Armata in Corsica (occupata dalle truppe italiane dal 1942 al 1943), nel quale furono impegnati uomini e mezzi originariamente destinati all'attacco contro Malta[6].

La caduta del fascismo[modifica | modifica sorgente]

Giacomo Carboni, insieme al generale Giuseppe Castellano, coadiuvò il Capo di Stato Maggiore generale Vittorio Ambrosio nell'iniziativa sorta in ambito militare finalizzata allo sganciamento dell'Italia dall'alleanza con la Germania e la sostituzione di Benito Mussolini con un elemento di spicco dell'esercito (Pietro Badoglio o, in subordine, Caviglia). Tale azione fu autonoma rispetto a quella interna al Partito fascista[7], capeggiata da Dino Grandi, che si concretizzò con l'Ordine del Giorno presentato al Gran Consiglio del Fascismo e messo ai voti nella notte tra il 24 e il 25 luglio del 1943. Entrambe le iniziative contarono sull'intervento decisivo del sovrano.

Il piano che condusse all'arresto dell'ex capo del Governo, nel pomeriggio del 25 luglio 1943 fu elaborato da Castellano con la collaborazione dello stesso Carboni e prevedeva l'introduzione di un'autoambulanza in Villa Savoia, con l'assenso del Ministro della Real Casa Pietro d'Acquarone e l'ordine a cinquanta carabinieri di arrestare Mussolini. Ambrosio fu preventivamente informato e non si oppose[8].

Il 18 agosto 1943 Carboni fu nominato da Badoglio commissario del SIM, carica che mantenne sino alla capitolazione delle forze armate italiane. In tale veste entrò a far parte del Consiglio della Corona, presieduto dal sovrano, cui erano deputate le decisioni politiche più importanti; di tale organismo facevano parte anche il Maresciallo Badoglio, il Capo di Stato Maggiore generale Ambrosio e il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito Mario Roatta, in ruoli paritari e subordinati al re. Al contempo, Carboni fu posto da Ambrosio al comando del Corpo d'Armata Motocorazzato a difesa di Roma.

Il 1º settembre 1943, in una riunione "allargata" del Consiglio della Corona, cui parteciparono anche il Ministro degli Esteri Raffaele Guariglia e il Ministro della Real Casa Pietro d'Acquarone, in rappresentanza del re che, inspiegabilmente, era assente, fu ascoltato il generale Castellano, di ritorno dalla Sicilia dove aveva contattato i plenipotenziari degli Stati Uniti per trattare la resa dell'Italia. Nonostante le obiezioni del generale Carboni, l'armistizio “corto” fu accettato e, il giorno 3 settembre successivo, a Cassibile, Giuseppe Castellano poté sottoscrivere la conclusione della guerra tra l'Italia e le potenze alleate.

L'8 settembre[modifica | modifica sorgente]

Quattro giorni dopo (7 settembre 1943), in assenza del Capo di Stato Maggiore Ambrosio, a Torino per motivi familiari[9], Carboni ricevette i due ufficiali americani Maxwell Taylor e William Gardiner i quali comunicarono ufficialmente che, l'indomani, alle 18.30, doveva essere resa nota l'avvenuta sottoscrizione dell'armistizio e nel frattempo si dovevano concordare i particolari dell'Operazione Giant 2 per la difesa di Roma. Carboni fu preso dal panico e, contrariamente a quanto assicurato ad Ambrosio il giorno prima, sostenne con forza che lo schieramento italiano non avrebbe potuto resistere più di sei ore alle truppe tedesche. Il colloquio si trasferì allora nella residenza di Badoglio che, data l'ora tarda, fu appositamente svegliato e dove il comandante dei servizi segreti riuscì a convincere il Capo del governo del suo punto di vista. Badoglio richiese per radiogramma l'annullamento dell'Operazione Giant 2 al generale Eisenhower, che però, dalle onde di Radio Algeri, rese nota la stipula dell'armistizio tra l'Italia e le forze alleate all'ora prevista.

Alle 18.45 dell'8 settembre 1943, rientrato Ambrosio, si tenne un'ulteriore concitata riunione del Consiglio della Corona, ove, nonostante la contrarietà del generale Carboni, i presenti decisero di accettare lo stato di fatto e il Capo del governo fu incaricato di comunicare alla nazione la conclusione della resa. L'annuncio del Maresciallo Badoglio avvenne un'ora dopo, dai microfoni dell'EIAR.

La sera stessa, Carboni consegnò ai partigiani Luigi Longo, Roberto Forti e Antonello Trombadori due autocarri carichi di fucili, pistole e munizioni[10], permettendo ai civili di unirsi ai militari durante l'episodio di Porta San Paolo.

Alle ore 5.15 del 9 settembre, a battaglia in corso e all'insaputa del suo superiore Vittorio Ambrosio, il generale Mario Roatta impartì al generale Carboni l'ordine di spostare su Tivoli parte del Corpo d'Armata Motocorazzato posto a difesa di Roma (135ª Divisione corazzata "Ariete II" e 10ª Divisione fanteria "Piave") e di disporvi una linea di fronte escludente la difesa della Capitale. Roatta informò inoltre Carboni che a Tivoli avrebbe ricevuto ulteriori ordini dallo Stato Maggiore che si sarebbe provvisoriamente insediato a Carsoli. Più tardi pervenne a Carboni il formale ordine scritto con il quale lo si nominava anche comandante di tutte le truppe dislocate in Roma[11]. Nel frattempo (ore 5.30 e successive), Vittorio Emanuele III e la sua famiglia, il Primo Ministro Maresciallo Badoglio, i capi di Stato maggiore Ambrosio e Roatta e i ministri militari (tranne il generale Antonio Sorice) erano già in fuga, alla volta di Brindisi.

Poco dopo le ore 7.30, indossati abiti civili e presa con sé la cassa del servizio, Carboni si recò a Tivoli per organizzare il nuovo schieramento di truppe e ricevere gli ulteriori ordini. Non riuscendo a rintracciare Roatta proseguì sino ad Arsoli dove apprese che la colonna dei sovrani e del Maresciallo Badoglio era ormai lontana. Rimase alcune ore ospite del produttore Carlo Ponti, sino a quando il suo aiutante di campo non gli comunicò che l'ordine di Roatta delle ore 5.15 era stato confermato e, pertanto, provvide a riportarsi a Tivoli, dove insediò il suo comando. Nel frattempo, a Roma, in virtù del grado gerarchicamente più elevato, il Maresciallo Enrico Caviglia aveva assunto autonomamente il ruolo di capo del governo, d'intesa con il Ministro della Guerra Antonio Sorice e stava procedendo a contattare i tedeschi per la cessazione del fuoco.

Alle ore 14.00, a Tivoli, Carboni incontrò il generale Giuseppe di Montezemolo, inviato da Caviglia, mentre l'Ariete e la Piave stavano iniziando il ripiegamento previsto. Non sembra che Montezemolo sia stato particolarmente esplicito nel comunicare a Carboni le intenzioni di Caviglia di trattare con i tedeschi. Nel primo pomeriggio del 9 settembre, Carboni dette ordine alla Divisione Granatieri di Sardegna, che stava combattendo la 2ª Divisione Paracadutisti tedesca al Ponte della Magliana, di resistere ad oltranza e alle divisioni Ariete e Piave di predisporsi, a sud, per prendere alle spalle la "paracadutisti" e a nord, per tagliare la strada alla 3ª Divisione Panzergrenadier che stava sopraggiungendo dalla Via Cassia[12].

Mentre ciò avveniva, Montezemolo e il generale Giorgio Carlo Calvi di Bergolo, a Frascati, incontravano il comandante tedesco Albert Kesselring che chiese, quali condizioni per il prosieguo delle trattative, la resa dell'intero Corpo d'Armata Motocorazzato italiano[13]. In seguito ai contatti presi fra gli alti comandi italiano e tedesco, tra le 16.00 e le 17.00 del 9 settembre, da Roma, fu verbalmente ordinato alla Granatieri di Sardegna di lasciare il conteso ponte della Magliana per un concordato transito delle truppe germaniche verso il nord. In serata, le nuove posizioni su cui si erano attestati i granatieri furono nuovamente investite dalla divisione tedesca che continuò a procedere verso il centro di Roma.

La mattina del 10, Carboni rientrò nella Capitale ormai assediata, installando il suo personale Comando in un appartamento di Piazzale delle Muse e trovò le strade tappezzate di manifesti, fatti stampare da Caviglia, che avvertivano la popolazione che le trattative con i tedeschi erano a buon punto. L'accordo di resa fu firmato al Ministero della Guerra alle ore 16.00 del 10 settembre, tra il tenente colonnello Leandro Giaccone, per conto del generale Calvi di Bergolo e il feldmaresciallo Kesselring. Dopo la resa, Carboni fece distruggere buona parte degli archivi del SIM, custoditi nelle due sedi di Forte Braschi e Palazzo Pulcinelli, occultandone una parte superstite nelle catacombe di San Callisto.

Le accuse[modifica | modifica sorgente]

Nonostante la resa, lo storico Ruggero Zangrandi ritiene il generale Giacomo Carboni il vero vincitore della "battaglia di Roma" del 1943, per aver impedito alle efficienti 2ª Divisione Paracadutisti e 3ª Divisione Panzergrenadier, tenendole completamente impegnate, di ricongiungersi al resto dell'armata germanica nei pressi di Salerno, permettendo così agli anglo-americani di effettuare lo sbarco sulla Piana del Sele del 9 settembre 1943, già di per sé difficoltoso e ampiamente contrastato[14].

Carboni, tuttavia, fu accusato di non aver sufficientemente combattuto i tedeschi. Nel giugno 1944 venne spiccato nei suoi confronti un mandato di cattura per la mancata difesa di Roma, ma eluse il provvedimento e si rese latitante grazie alle protezioni dei servizi di intelligence degli Alleati anglosassoni, in particolare l'OSS americano. Più tardi venne processato in contumacia e, il 19 febbraio 1949 venne assolto da ogni accusa, per aver adottato "determinazioni indirizzate all'intendimento di arrestare fuori dalle porte della Capitale l'invasione ad opera delle forze germaniche"[15].

Nel secondo dopoguerra, Carboni si avvicinò ai partiti della sinistra e fornì loro numerosi elementi di lettura sulla intelligence italiana, dal SIM al SIFAR. Nel 1951, un precedente ordine di congedo assoluto emesso nei suoi confronti venne annullato e fu deciso il suo trasferimento nella riserva.

Opere principali[modifica | modifica sorgente]

  • L'armistizio e la difesa di Roma. Verità e menzogne, De Luigi, Roma 1945;
  • Più che il dovere. Storia di una battaglia italiana 1937-1951, Danesi, Roma 1952;
  • Memorie segrete 1935-1948, Parenti, Firenze 1955.
  • Le verità di un generale distratto sull'8 settembre, Roma, 1966

Onorificenze[modifica | modifica sorgente]

Cavaliere dell'Ordine di Vittorio Veneto - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine di Vittorio Veneto
Croce al merito di guerra - nastrino per uniforme ordinaria Croce al merito di guerra
Medaglia commemorativa delle Campagne di Libia - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa delle Campagne di Libia
Medaglia commemorativa della guerra italo-austriaca 1915 – 18 (4 anni di campagna) - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa della guerra italo-austriaca 1915 – 18 (4 anni di campagna)
Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia
Medaglia commemorativa italiana della vittoria - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa italiana della vittoria

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Ruggero Zangrandi, Il lungo viaggio attraverso il fascismo, Feltrinelli, Milano, 1963, p. 426. Già nel febbraio 1940 Benito Mussolini, letto un rapporto del Carboni del 6 febbraio 1940 sulla situazione in Germania, lo convocò assieme al sottosegretario alla Guerra Ubaldo Soddu e lo investì con queste parole: "Ho letto il vostro rapporto. È il rapporto di un uomo che detesta i tedeschi e non li conosce. Non concordo con nessuna delle vostre conclusioni."
  2. ^ Galeazzo Ciano, Diario 1937-1943, Nota del 2 maggio 1939: "Carboni, che ha fama di studioso profondo di cose militari, conferma stamane che la situazione dei nostri armamenti è disastrosa". Al tempo, Carboni era addetto militare a Parigi.
  3. ^ Galeazzo Ciano, cit., Nota del 5 settembre 1939: "Il Generale Carboni fa un quadro molto nero della nostra preparazione militare: scarsi mezzi, disordine nei comandi, demoralizzazione nella massa. Forse esagera, ma c'è del vero".
  4. ^ Galeazzo Ciano, cit., Nota del 6 febbraio 1940: "Colloquio col Generale Carboni, di ritorno dalla Germania. Fa una coraggiosa relazione pessimistica sullo stato del Paese. Scarsità di viveri, scarsità, soprattutto, di entusiasmo".
  5. ^ Il 6 febbraio 1940 il Generale Carboni presentò ai suoi superiori un rapporto dettagliato e dai toni gravi sulla situazione in Germania, il cui testo integrale fu poi pubblicato dallo stesso Carboni nel suo libro Memorie segrete 1935-1948, apparso nel 1955. Nel rapporto si diceva, tra l'altro: "La Germania appare come un Paese piegato violentemente sotto un vento di follia, che lo trascina in corsa disperata verso l'autodistruzione".
  6. ^ Galeazzo Ciano, Diario 1937-1943, Nota del 20 giugno 1942: "Il Generale Carboni è venuto a Roma per la preparazione dell'impresa di Malta che dovrebbe realizzarsi col prossimo novilunio. È convinto, tecnicamente convinto, che andiamo incontro ad un disastro senza nome. La preparazione è fatta con idee infantili e i mezzi sono scarsi e inadatti. Le truppe da sbarco non arriveranno mai a sbarcare oppure se sbarcheranno sono votate ad una totale distruzione. Tutti i comandanti sono di ciò convinti ma nessuno osa parlare per paura delle rappresaglie di Cavallero. Ma io sono sempre d'avviso che l'impresa non si farà".
  7. ^ Renzo De Felice, Introduzione, in: Dino Grandi, 25 luglio quarant'anni dopo, Il Mulino, Bologna, 1983, pag. 21.
  8. ^ Archivi Nazionali degli Stati Uniti d’America (College Park, Maryland), Diario del Generale Giuseppe Castellano. 25 luglio 1943, Coll. RG 226 (casellario OSS), numero 33854, serie 92, busta 621, fascicolo 5
  9. ^ Questo è quanto ha sempre sostenuto il generale Ambrosio, anche di fronte alla commissione d'inchiesta sulla mancata difesa di Roma dell'8-10 settembre 1943. Ruggero Zangrandi, peraltro, rileva che il Capo di Stato Maggiore generale tornò a Roma con lo stesso treno del Maresciallo Enrico Caviglia e sottolinea che quest'ultimo chiese immediatamente un'udienza a Vittorio Emanuele III e il giorno successivo (9 settembre) assunse autonomamente il compito di trattare la resa di Roma con il Comando militare tedesco. Cfr. Ruggero Zangrandi,1943:25 luglio-8 settembre, Feltrinelli, Milano, 1964, pag. 654
  10. ^ Biografie Roma: lettera f
  11. ^ Ruggero Zangrandi, 1943: 25 luglio-8 settembre, cit., pagg. 488 e succ.ve
  12. ^ Ruggero Zangrandi, 1943: 25 luglio-8 settembre, cit., pag. 676
  13. ^ Ruggero Zangrandi, 1943: 25 luglio-8 settembre, cit., pag. 677
  14. ^ Ruggero Zangrandi, 1943: 25 luglio-8 settembre, cit., pag. 703
  15. ^ Ruggero Zangrandi, 1943: 25 luglio-8 settembre, cit., pagg. 646-647

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Predecessore Governatore militare della Corsica Successore
Titolo inesistente 12 novembre 1942 - febbraio 1943 Giovanni Magli

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