Battaglia del Mediterraneo

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Battaglia del Mediterraneo (1939-1945)
WWII-Mediterranean-v1.PNG

Data 10 giugno 1940 - 2 maggio 1945
Luogo Mar mediterraneo
Esito Vittoria Alleata
Schieramenti
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La battaglia del Mediterraneo fu il nome dato alle campagne navali combattute nel mar Mediterraneo durante la seconda guerra mondiale. Per la maggior parte gli scontri avvennero tra le forze della Regia Marina italiana, supportata da altre marine dell'Asse, e le forze della British Royal Navy, supportate da altre marine Alleate.

In verde i territori controllati dalla marina italiana, in rosso i territori controllati dagli alleati nell'estate del 1942.

Le forze in campo[modifica | modifica wikitesto]

La Regia Marina[modifica | modifica wikitesto]

Quando il 10 giugno 1940 l'Italia entrò nella seconda guerra mondiale, la Regia Marina era, numericamente, la quinta marina del mondo dopo quelle di Stati Uniti, Regno Unito, Giappone e Francia; come numero di unità navali e tenendo conto del teatro e dei compiti operativi più limitati, poteva essere considerata alla pari con le altre principali nazioni che operavano nel teatro del Mediterraneo, Francia e Regno Unito, che avevano compiti ben più estesi. La marina italiana aveva però carenze concettuali, tecniche e costruttive che sarebbero emerse durante le operazioni belliche; la resa della Francia portò comunque la flotta italiana ad essere la principale del Mediterraneo.

La portaerei Aquila, ripescata dopo l'affondamento e prossima alla demolizione nel 1951

Al momento dell'entrata in guerra, alla Regia Marina italiana erano state consegnate, anche se non erano ancora pienamente operative, due moderne navi da battaglia della classe Littorio, la Littorio e la Vittorio Veneto: corazzate da oltre 40 000 tonnellate, trenta nodi di velocità massima e nove cannoni da 381 millimetri quale armamento principale, le Littorio erano alla pari con le più moderne navi da battaglia fino a quel momento costruite al mondo; altre due unità di questa classe erano in cantiere, ma solo la Roma fu poi consegnata mentre la Impero rimase incompleta alla data dell'armistizio. Come importanza nella flotta seguivano altre quattro vecchie corazzate della prima guerra mondiale, rimodernate nel corso degli anni 1930, da 29 000 tonnellate e armate con pezzi da 320 millimetri: Giulio Cesare, Conte di Cavour, Caio Duilio e Andrea Doria, queste ultime due non immediatamente disponibili in quanto i lavori furono completati a luglio 1940; completavano l'organico sette incrociatori pesanti da 10 000 tonnellate con cannoni da 203 millimetri (oltre al vecchio incrociatore corazzato San Giorgio); dodici incrociatori leggeri; 53 cacciatorpediniere; 71 torpediniere (molte delle quali cacciatorpediniere della prima guerra mondiale obsoleti e riclassificati); 50 MAS e 115 sommergibili[1].

Il nucleo centrale della flotta era costituito da unità di costruzione relativamente moderna, varate dopo il 1925, e che al giugno del 1940 risultavano al 90% perfettamente operative[2]; le navi erano competitive sul piano internazionale, ma la scelta di puntare molto sulla velocità portò a unità dalla scarsa protezione e con qualità nautiche non sempre ottimali (svariati cacciatorpediniere riportarono danni e alcuni fecero naufragio a causa delle tempeste del Mediterraneo)[1]. La politica di potenza del regime fascista giocò a favore di una grande espansione numerica della Regia Marina, ma comportò grossi cedimenti sul piano industriale: l'aver troncato negli anni 1920 ogni rapporto con aziende estere per la fornitura di equipaggiamenti bellici, una scelta protezionista dell'industria italiana più che politica[3], obbligò la Marina ad avviare programmi autoctoni in particolare per la realizzazione di artiglierie di grosso calibro, le quali non erano ancora messe a punto al momento dell'entrata in guerra e che fecero quindi registrare risultati mediocri[4]; la Marina dovette accettare i limiti di modernità e gli alti prezzi imposti dai grandi gruppi industriali italiani (cosa resa ancora più critica dai vari accordi di cartello stipulati tra questi)[5], e i tempi lunghi per la realizzazione di nuove costruzioni che rendevano di fatto insostituibili le unità già in servizio: fino al settembre 1943, le unità aggiuntesi alle dotazioni iniziali ammontarono appena a una corazzata, tre incrociatori leggeri, cinque cacciatorpediniere, 39 sommergibili e alcune decine di unità per la protezione delle navi da trasporto (torpediniere di scorta e corvette)[6].

La corvetta Chimera appena approntata dal cantiere di Monfalcone

Debolezze critiche riguardavano la mancanza di una componente aeronavale. L'assenza negli organici della Regia Marina di unità portaerei si rivelò un grave problema, che tuttavia non poteva essere evitato: una media potenza come l'Italia non poteva permettersi di portare avanti in parallelo la costruzione tanto di portaerei quanto di navi da battaglia (per costruire due portaerei negli anni 1930 la Regia Marina avrebbe dovuto rinunciare all'ammodernamento delle quattro corazzate della prima guerra mondiale), e ancora ai primi anni 1940 la cultura navale mondiale assegnava un ruolo di netta preminenza delle corazzate nelle battaglie in mare (nel 1939 erano in servizio nel mondo 80 corazzate a fronte di sole 17 portaerei)[7]; solo a guerra inoltrata si decise di costruire due portaerei, l'Aquila e la più piccola Sparviero, trasformando due transatlantici preesistenti, ma con la limitazione che gli aerei avrebbero potuto solo decollare ma non atterrare, anche per l'impossibilità di addestrare i piloti in questo senso[8]: nessuna di esse fece comunque in tempo a entrare in servizio. Molto più grave fu l'aver completamente rinunciato a dotare la Marina di una componente aerea anche basata a terra: pesarono l'opposizione della Regia Aeronautica (che voleva evitare che velivoli venissero posti sotto il comando della Marina[9]), la mancanza di un coordinamento tra le varie forze armate e l'indifferenza per la questione tanto del potere politico quanto del comando della stessa Marina[7]. Figlia di questi atteggiamenti fu anche la decisione di non sviluppare minimamente la specialità degli aerosiluranti: malgrado la sperimentazione italiana a metà degli anni 1930 fosse molto più avanti rispetto alle altre nazioni (nel 1937 il silurificio Whitehead di Fiume aveva messo a punto un siluro capace di funzionare con lancio da ottanta metri, altezza per i tempi notevole, acquistato anche dalla Germania), tanto l'Aeronautica quanto la Marina si disinteressarono alla questione, salvo tornare sui loro passi e improvvisare dopo le prime negative esperienze di guerra; l'aereo prescelto per la specialità fu il vecchio Savoia-Marchetti S.M.79, aereo non più adatto al suo ruolo originario di bombardiere, che benché robusto e maneggevole risultò troppo grande e lento per questo nuovo impiego[10].

Il regio sommergibile Ettore Fieramosca

Vi erano molteplici altri punti critici, fondamentalmente riscontrabili anche in altre marine militari, non gravi singolarmente ma pesanti se sommati tra di loro: la struttura di comando accentrava troppo potere al quartier generale della Marina (Supermarina) levando autonomia decisionale ai comandanti in mare, l'addestramento degli equipaggi era insufficiente (negli anni 1930 meno del 4% del bilancio annuale della Marina era riservato a questo compito) e ignorava quasi completamente il combattimento notturno, cosa che rendeva più grave l'aver rinunciato a sviluppare un apparato radar (pur a fronte di sperimentazioni nazionali, mancarono da parte dei comandi fondi, fiducia e interesse per questa tecnologia); la flotta subacquea italiana era nel 1940 la prima al mondo come dimensioni (solo l'Unione Sovietica superava l'Italia come numero di sommergibili, ma doveva dividerli tra quattro teatri geografici distinti e separati), ma le dottrine d'impiego erano ferme alla guerra precedente (attacchi statici in immersione contro navi isolate) e le unità rivelarono vari inconvenienti tecnici e di progettazione (torrette troppo grandi e vistose, lunghi tempi di immersione rapida)[11]. Un settore dove la Regia Marina era invece in vantaggio era quello dei mezzi insidiosi d'assalto subacquei, gestiti dalla Xª Flottiglia MAS: unità di volontari eccellentemente addestrati, operanti mezzi artigianali ma che si rivelarono efficaci per la mancanza iniziale di strategie per il loro contrasto da parte del nemico, la Xª MAS riuscì a mettere a segno diversi importanti colpi contro la flotta britannica nel Mediterraneo[12]

La Royal Navy[modifica | modifica wikitesto]

La Royal Navy nel Mediterraneo era divisa in due squadre navali: la Mediterranean Fleet con sede ad Alessandria d'Egitto e la Forza H di base a Gibilterra. Altre basi d'appoggio erano Malta e Haifa. All'inizio della guerra la Gran Bretagna era impegnata su vari fronti e nessuno poteva prevedere il rapido collasso della Francia per cui, ritenendo che la flotta francese quantitativamente pari a quella italiana potesse validamente fronteggiarla, nel Mediterraneo vi era una presenza limitata della Royal Navy[13]. Nei primi dieci giorni di guerra, la presenza a Gibilterra consisteva della portaerei Argus, due incrociatori e nove cacciatorpediniere, dipendenti non dalla Mediterranean Fleet ma dal comando per il Nord Atlantico, mentre ad Alessandria si trovavano agli ordini dell'ammiraglio Andrew Cunningham quattro navi da battaglia, Warspite e la sua gemella Malaya, e le due della Classe Revenge HMS Ramillies e HMS Royal Sovereign, con nove incrociatori del 7th e 3rd Squadron, la portaerei HMS Eagle, il monitore HMS Terror e ventisei cacciatorpediniere, quattro dei quali distaccati nella East India Station, oltre a dodici sommergibili e varie unità leggere e navi appoggio; solo poche unità leggere avevano base a Malta[13]. Da vari anni però la Royal Navy aveva istituito una politica di rotazione molto lenta tra gli equipaggi, per cui la permanenza di ufficiali e marinai nel Mediterraneo era di due anni e mezzo, con un duro addestramento e le unità sempre in elevata prontezza operativa; negli ultimi anni prima del 1939 si era aggiunto un serrato addestramento notturno dovuto a varie riflessioni ad alto livello tra il 1929 ed il 1932, cui aveva concorso il comandante della Mediterranean Station Lord Chatfield che fece dell'efficienza nel combattimento notturno un punto di forza delle sue unità. Il suo successore, ammiraglio Fisher, proseguì sulla stessa linea incentivandola con l'inizio della crisi dell'Abissinia e della guerra civile spagnola, in cui la flotta fu praticamente sul piede di guerra[14].

Dopo la caduta della Francia la marina britannica dovette improvvisare una forza da battaglia con base a Gibilterra (la Forza H) costituita da una portaerei ed una o due navi da battaglia in grado di sbarrare l'accesso all'Atlantico alle navi italiane e di supportare la flotta del Mediterraneo basata ad Alessandria.

Con il prosieguo del conflitto la sua consistenza divenne sempre maggiore, e comunque la squadra di Alessandria ebbe praticamente sempre in organico una portaerei, mentre pur non partecipando spesso alle azioni di combattimento raramente la Forza H si muoveva da Gibilterra senza una analoga unità durante le operazioni di scorta ai convogli verso Malta ed Alessandria; in compenso le corazzate assegnate alla Mediterranean Fleet furono sempre obsolete per quanto rimodernate, da quelle appartenenti alla classe Queen Elizabeth a quelle della Classe Revenge. Anche la Forza K, istituita a Malta quando vi fu la convinzione che non vi fosse un imminente rischio di invasione da parte italiana, fu sempre dotata di incrociatori e cacciatorpediniere, con impianti radar aggiornati, e di parecchi aerei da ricognizione ed attacco della RAF, come gli aerosiluranti Bristol Beaufort e Bristol Beaufighter, anch'essi dotati di radar.

La Marine Nationale[modifica | modifica wikitesto]

Il compito della Marine Nationale era quello di sorvegliare il Mediterraneo occidentale, lasciando quello orientale alla Mediterranean Fleet, eccetto la costa attualmente siriana e libanese che erano colonie francesi; una piccola squadra risiedeva nell'Egeo. La consistenza numerica era grande, anche se le navi da battaglia erano in parte quelle obsolete della classe Lorraine; ad esse si affiancavano quelle più recenti della classe Bretagne, della classe Strasbourg e le nuove due navi classe Richelieu erano ancora in allestimento; erano in servizio parecchi incrociatori, i quattro pesanti della classe Suffren, i due della classe Duquesne e l'Algérie, più i sei leggeri della classe La Galissonnière ed altri cinque precedenti; ventisette cacciatorpediniere tra cui quelli delle classi Tigre e Le Fantasque, da cui derivavano i due nuovi cacciatorpediniere pesanti della classe Mogador, che sostanzialmente erano degli incrociatori leggeri; a questi si aggiungevano parecchie unità di scorta e leggere, ed una consistente flottiglia di sommergibili, trentadue in tutto[15]; di questi, una parte era distaccata in Estremo Oriente, Caraibi ed Africa. Pertanto la squadra era in grado di affrontare la flotta italiana, ed in effetti la politica di costruzioni navali francese era stata progettata in questo senso. La flotta francese incise ben poco sulla parte iniziale del conflitto, anche se durante le ostilità con l'Italia una squadra francese bombardò Genova con una debolissima opposizione delle difese italiane, sia costiere che aeree, e nessuna formazione navale intercettò la squadra francese durante il rientro alle sue basi. Dopo l'armistizio la flotta francese venne neutralizzata, in buona parte mentre era all'ancora nella base di Tolone, ma con un consistente nucleo in basi africane come Dakar e Mers el Kebir. Una squadra francese era anche di base ad Alessandria, avente come ammiraglia la vecchia corazzata Lorraine, i tre incrociatori pesanti Suffren, Duquesne e Tourville, l'incrociatore leggero Duguay-Trouin, i cacciatorpediniere LeFortune, Forbin e Basque e sette sottomarini[16]. Quando i britannici ebbero il dubbio che i tedeschi potessero impossessarsi delle navi, venne decisa personalmente da Winston Churchill, anche per dimostrare drammaticamente la volontà del Regno Unito di continuare a combattere contro la Germania nazista anche a costo di colpire i suoi stessi ex-alleati, l'operazione Catapult, che si concluse con l'affondamento della corazzata Bretagne e gravi danni all'incrociatore da battaglia Dunkerque, oltre alla cattura di varie navi; ma soprattutto innescò il risentimento di parte dei francesi verso gli inglesi. Di conseguenza, la grande maggioranza del personale della Marine Nationale internato dagli inglesi fu, in seguito, molto riluttante a schierarsi con le forze della Francia Libera.

« Il più grande piacere della marina della "Francia libera" sarebbe quello di bombardare i britannici »
(Generale Charles De Gaulle, in risposta all' auspicio di Churchill che la sua flotta si unisca a quella britannica contro i tedeschi[17])

Il fallimento del tentativo di sbarcare a Dakar il 23 e 24 settembre, respinto a cannonate, fu una prova evidente delle conseguenze dell'operazione Catapult. Inoltre tutte le navi da guerra francesi ancora in grado di farlo diressero a Tolone, avvicinandosi così pericolosamente alle armate italo-tedesche. Due anni più tardi la flotta francese, agli ordini dell'ammiraglio Jean de Laborde, con le bandiere di combattimento a riva, si autoaffondò a Tolone per evitare la cattura da parte dei tedeschi,[18].

La flotta francese giocò un ruolo molto marginale nel Mediterraneo, dove rientrò solo per l'operazione Dragoon.

Kriegsmarine[modifica | modifica wikitesto]

Il capitano di corvetta Friedrich Guggenberger, il comandante del sommergibile U-81 che affondò la portaerei britannica Ark Royal.

Concentrata nella guerra continentale contro l'Unione Sovietica, la Germania considerò a lungo il settore del Mediterraneo come un fronte secondario, cui destinare fondamentalmente poche risorse; ciò nondimeno, su esplicita richiesta di Hitler la Kriegsmarine fu chiamata a sostenere lo sforzo bellico italiano contro i britannici inviando proprie risorse nel Mediterraneo. Il 26 agosto 1941 Hitler ordinò l'invio di un primo contingente di sommergibili tedeschi (U-boot) nel Mediterraneo: nonostante la contrarietà del comandante delle forze subacquee tedesche ammiraglio Karl Dönitz, che considerava questo impiego un'inutile dispersione di forze dal teatro principale dell'oceano Atlantico, i primi battelli arrivarono a fine settembre 1941, iniziando subito a mietere notevoli successi contro le forze navali britanniche. Tra il 1941 e il 1944 furono in totale 62 gli U-boot tedeschi (tutti appartenenti alla numerosa classe Tipo VIIc) inviati nel Mediterraneo, con circa una ventina di unità contemporaneamente presenti nel medesimo momento divise tra la 23ª Flottiglia di base a Salamina e la 29ª Flottiglia a La Spezia e poi Tolone; buone caratteristiche tecniche delle unità, eccellente addestramento degli equipaggi e ben sperimentate tattiche di impiego fecero sì che ai sommergibili tedeschi andasse ascritto il grosso dei risultati ottenuti dalle forze subacquee dell'Asse nel Mediterraneo[19].

La Kriegsmarine contribuì alle operazioni nel Mediterraneo anche con naviglio di superficie: furono attivate flottiglie di motosiluranti (S-boot) e di dragamine nonché di mezzi da trasporto come traghetti e motozattere, integrate da alcuni mezzi catturati al nemico (il cacciatorpediniere ZG3 Hermes, già unità greca Vasilefs Georgios catturata nel maggio 1941, fu a lungo l'unità di superficie tedesca di maggior tonnellaggio nel Mediterraneo). Dopo la resa dell'Italia nel settembre 1943 i tedeschi si impossessarono di un gran numero di navi della Regia Marina, e svariate unità di scorta (cacciatorpediniere, torpediniere e corvette) furono integrate nella Kriegsmarine come Torpedoboote Ausland; i tedeschi arrivarono a disporre di varie decine di unità di superficie, buone però solo a garantire un certo traffico costiero e a condurre qualche azione di minamento offensivo. Impressionati dai notevoli successi dei mezzi d'assalto italiani, anche i tedeschi svilupparono propri mezzi insidiosi (barchini esplosivi, minisommergibili, siluri pilotati), impiegandoli in gran numero nel Mediterraneo in particolare durante gli sbarchi ad Anzio e in Provenza ma ottenendo in definitiva pochi risultati[20].

Altre flotte[modifica | modifica wikitesto]

Un contributo allo sforzo bellico britannico nel Mediterraneo fu offerto da vari altre nazioni alleate. Vari paesi del Commonwealth inviarono unità navali a unirsi alle flotte britanniche operanti nel bacino: l'Australia fornì una squadriglia di cacciatorpediniere reduci della prima guerra mondiale, trasferiti alla Royal Australian Navy verso il 1930 e riattivati allo scoppio delle ostilità, denominata dalla propaganda nazista "Flottiglia di rottami di ferro"[21]; inoltre a due riprese venne assegnato alla Mediterranean Fleet un incrociatore leggero (prima lo HMAS Sydney e poi lo HMAS Perth), anche se quasi tutte le sue unità navali vennero ritirate in patria dopo l'entrata in guerra del Giappone; il Canada fornì cacciatorpediniere e unità di scorta in particolare dopo gli sbarchi dell'operazione Torch in Nordafrica, mentre contingenti simbolici furono inviati anche da Nuova Zelanda (l'incrociatore HMNZS Leander), Sudafrica e India britannica. Nazioni occupate dai tedeschi come Polonia e Paesi Bassi contribuirono alle operazioni nel Mediterraneo con cacciatorpediniere aggregati a squadriglie o gruppi di scorta britannici.

Al momento dell'invasione italiana dell'ottobre 1940, la Grecia poteva disporre solo di una piccola forza navale: la flotta comprendeva l'incrociatore corazzato Georgios Averof (ormai obsoleto e impiegato come nave scuola), due vecchie navi da difesa costiera (pre-dreadnought classe Kilkis, non più bellicamente efficienti), dieci cacciatorpediniere, tredici torpediniere, sei sommergibili e altre unità ausiliarie; un certo numero di navi elleniche riuscì a riparare in Egitto dopo l'invasione tedesca della Grecia, e integrate con alcune unità cedute dalla Royal Navy continuarono a operare a fianco dei britannici nel Mediterraneo[22]. La quasi totalità delle unità della marina del Regno di Jugoslavia (un vecchio incrociatore leggero, cinque cacciatorpediniere e quattro sommergibili) cadde in mano agli italiani dopo l'occupazione del paese da parte dell'Asse, ma equipaggi jugoslavi operarono un pugno di unità leggere nel Mediterraneo cedute dai britannici[23].

Decisivo fu il peso della flotta degli Stati Uniti d'America a partire dall'operazione Torch, che fece pendere definitivamente la bilancia dalla parte degli Alleati. Con il grosso delle unità della United States Navy impegnato nel teatro del Pacifico contro i giapponesi o nella battaglia dell'Atlantico contro i tedeschi, nel Mediterraneo la United States Eighth Fleet, creata nel marzo 1943, ebbe inizialmente una forza da combattimento relativamente ridotta, composta principalmente da cacciatorpediniere sostenuti da alcuni incrociatori leggeri; al momento dell'operazione Dragoon, tuttavia, la flotta fu corposamente rinforzata dall'arrivo di cinque navi da battaglia (unità risalenti alla prima guerra mondiale, ma più che adeguate per il supporto dei reparti a terra), due portaerei di scorta e tre incrociatori pesanti[24]. Il maggior contributo degli Stati Uniti alle operazioni navali nel Mediterraneo si concretizzò piuttosto nella fornitura di ampi quantitativi di mezzi da sbarco di vari tipo, nonché di navi trasporto truppe e mercantili della numerosissima classe Liberty.

Gli obiettivi strategici[modifica | modifica wikitesto]

Nel giugno 1940 l'Italia entrò in guerra senza avere una chiara strategia per portare avanti il conflitto. La Regia Marina era tradizionalmente sostenitrice della "politica Adriatica", volta ad acquisire per l'Italia il controllo del mar Adriatico e delle coste della Dalmazia[25], e in ragione dell'alleanza tra Regno di Jugoslavia e Francia la flotta francese era stata sempre considerata come la più plausibile rivale in caso di conflitto; un conflitto contro la Mediterranean Fleet britannica fu sempre escluso in via di principio almeno fino alla metà degli anni 1930, quando la crisi generata dalla guerra d'Etiopia fece palesare per la prima volta la possibilità di una guerra tra Italia e Regno Unito[26].

La prospettiva di un conflitto in contemporanea con la flotta francese e con quella britannica era giudicata in maniera fortemente negativa dal comando della Regia Marina. Al promemoria di Mussolini del 31 marzo 1940, che prescriveva per la Regia Marina «offensiva su tutta la linea del Mediterraneo e fuori», rispose il 14 aprile un lungo documento del capo di stato maggiore ammiraglio Domenico Cavagnari: vista l'assoluta prevalenza numerica degli anglo-francesi e la possibilità per il nemico di ripianare le proprie perdite, si prescriveva per le forze navali un atteggiamento sostanzialmente difensivo, senza rischiare la flotta da battaglia in scontri diretti e agendo secondo la dottrina della "flotta in potenza"[27][28]; la Marina puntò a instaurare un centro controllo del canale di Sicilia, ma escluse esplicitamente la possibilità di proteggere il traffico mercantile nazionale e soprattutto i convogli di rifornimento per le truppe italiane stanziate in Libia, problema operativo ritenuto irresolubile[29]. La critica di Cavagnari all'entrata nel conflitto, con la paradossale situazione di una forza che dichiarava la guerra ma assumeva poi obbligatoriamente un atteggiamento difensivo, si univa alle proteste per una decisione che avveniva con almeno due anni di anticipo rispetto a quanto preventivato al momento della stipula del patto d'Acciaio tra Italia e Germania: un conflitto iniziato nel 1942 avrebbe visto la Marina avere in linea otto navi da battaglia, mentre nel giugno 1940 solo due erano immediatamente disponibili per l'azione[30].

La rapida uscita di scena della Francia e la neutralizzazione della sua flotta rappresentò un grosso colpo di fortuna per la Regia Marina, che vide migliorare le sue prospettive strategiche: se la cacciata delle forze aeronavali britanniche dal bacino del Mediterraneo, con la conquista di Gibilterra e del canale di Suez, non dipendeva dall'apporto della flotta, ciò nondimeno la Marina poteva ora tentare di porre sotto il suo controllo il Mediterraneo centrale, assicurando il flusso dei rifornimenti verso la Libia e all'opposto interrompendo quello britannico diretto alle sue guarnigioni in Egitto e a Malta[31]. Tanto la Regia Marina quanto la Royal Navy continuavano a guardare alla guerra navale come alla battaglia risolutiva tra le due flotte contrapposte, ma nel Mediterraneo la contesa si risolse invece in una vasta battaglia di convogli navali: tutti i maggiori scontri tra le opposte flotte furono sostanzialmente battaglie di incontro, scaturite da circostanze più o meno fortuite, tra due squadre impegnate a scortare il proprio traffico o insidiare quello nemico[32].

La battaglia si svolse per la Regia Marina principalmente lungo le rotte che dall'Italia raggiungevano la Libia (verso i porti di Tripoli, Bengasi, Tobruch), lungo le quali i convogli italiani venivano spesso attaccati dalle forze aeronavali britanniche; la rotta ovest-est, che dall'Italia portava i rifornimenti alle forze dislocate nei Balcani e nel Dodecaneso, fu al contrario un teatro di guerra secondario e dove l'azione di contrasto nemica era molto meno pronunciata. Come del resto pronosticato dallo stesso Cavagnari nel documento del 14 aprile, la dichiarazione di guerra italiana portò all'immediato blocco del traffico mercantile britannico verso l'India e il Pacifico via Mediterraneo, deviato sulla più lunga ma più sicura rotta di circumnavigazione del continente africano, rendendo di fatto poco utile l'enorme flotta subacquea italiana e gli incrociatori che sacrificavano la protezione per la velocità, armi per loro natura più idonee alla caccia dei mercantili[33][34]; all'opposto, la Regia Marina si ritrovò completamente sprovvista di navi idonee alla difesa del traffico mercantile (le prime unità appositamente concepite per ciò non arrivarono che nel 1942), obbligando a impiegare per la scorta o le vecchie torpediniere della prima guerra mondiale (inadatte allo scopo) o i cacciatorpediniere di squadra (che, progettati per operare alle alte velocità della flotta da battaglia, subivano un costante logoramento alle macchine quando accompagnavano i lenti mercantili)[35].

La Royal Navy rinunciò inizialmente a tentare di difendere la base avanzata di Malta, ritenuta troppo vulnerabile alle azioni italiane e ben presto evacuata del materiale e del personale indispensabile; quando tuttavia l'azione italiana contro Malta si concretizzò unicamente in radi e inefficaci bombardamenti aerei, il comando britannico decise di impiegare l'isola come base aerea e per i sommergibili impegnati contro i convogli nemici, affiancati poi anche da una squadra di unità di superficie (Force K): ciò rese obbligatorio rifornire periodicamente l'isola, prima impiegando sommergibili e veloci unità da trasporto (e portaerei che catapultavano i loro velivoli una volta avvicinatesi a distanza utile), e poi convogli navali fortemente scortati da unità da guerra[36]; l'esperienza britannica nella difesa dei convogli atlantici fu importante, ma le azioni delle forze dell'Asse inflissero comunque pesanti perdite alla Royal Navy. La necessità di sostenere la Grecia obbligò la Mediterranean Fleet a stabilire un collegamento periodico con il paese ellenico tra l'ottobre 1940 e il giugno 1941, cosa che portò a svariate azioni contro le forze dell'Asse nelle acque di Creta; obiettivo ulteriore fu poi quello di imporre ad amici ed alleati il concetto di superiorità della flotta britannica, anche per non incentivare le mire della Spagna franchista su Gibilterra qualora fosse stata dimostrata una impossibilità di reagire da parte del Regno Unito ad azioni contro di essa.

Operazioni principali[modifica | modifica wikitesto]

1940[modifica | modifica wikitesto]

La corazzata Giulio Cesare apre il fuoco nei pressi di Punta Stilo

La strategia inglese all'apertura delle ostilità venne decisa dopo qualche incertezza tra il parere del comandante della Mediterranean Fleet in carica, ammiraglio Cunningham, ed il primo ministro Winston Churchill: il primo prevedeva una strategia offensiva limitata al Mediterraneo orientale e tesa a tagliare le comunicazioni tra l'Italia ed il Dodecaneso, vista la scarsità di mezzi navali ed aerei a disposizione ma Churchill bollò senza mezzi termini questa strategia come "puramente difensiva" e inaccettabile, sostenendo che "i rischi in questa congiuntura devono essere presi in ogni teatro operativo"; pertanto dopo un'ora dall'inizio delle ostilità la squadra di Alessandria uscì in forze diretta ad ovest insieme ad uno squadrone di incrociatori francesi che invece fece una puntata offensiva nell'Egeo[37].

La Regia Marina iniziò un'attività offensiva con i sommergibili, che iniziarono a frequentare il Mediterraneo orientale e a posare campi minati sulle rotte di uscita da Alessandria; alcune unità leggere britanniche annunciarono di avere attaccato sommergibili nemici il 10 e l'11 giugno[38], probabilmente il posamine Foca, ma fu il sommergibile italiano Alpino Bagnolini a ottenere il primo successo affondando l'incrociatore Calypso che insieme al gemello Caledon stava procedendo fra Creta e Gaudo: la nave fu colpita e affondò con 39 uomini nel punto 34°03’ N e 24°05’ E, mentre il Bagnolini uscì indenne dal bombardamento con cariche di profondità condotto dai cacciatorpediniere della scorta. Più tardi quello stesso 12 giugno il sommergibile Naiade affondò la petroliera norvegese Orkanger davanti Alessandria, primo mercantile affondato nella battaglia[39].

L'incrociatore britannico Calypso, affondato dal Bagnolini

Mentre navi italiane stendevano campi minati nel canale di Sicilia e provvedevano a tagliare i cavi sottomarini che garantivano le comunicazioni di Malta, le unità leggere britanniche furono impegnate a dare la caccia ai sommergibili posamine italiani: mine vennero rilevate e distrutte dai dragamine mentre proprio il Foca fu probabilmente impegnato ed affondato tra il 12 e il 15 giugno dai caccia britannici, o affondato dalle sue stesse mine[40]; per il 14 giugno, la flotta in rientro ad Alessandria poteva già contare con sicurezza su canali sminati, e molte mine italiane erano state neutralizzate[41].

Le unità francesi iniziarono le operazioni nella notte tra il 12 e il 13 giugno, quando alcuni cacciatorpediniere bombardarono postazioni italiane presso il confine tra i due Stati; il 14 giugno invece una squadra francese con quattro incrociatori e otto cacciatorpediniere bombardò Genova e Savona incontrando una scarsa reazione: un cacciatorpediniere fu danneggiato da una batteria costiera, mentre attacchi di MAS e della torpediniera Calatafimi, le uniche unità italiane in zona, non ebbero risultati[42]. Il 21 giugno la corazzata francese Lorraine e due cacciatorpediniere, accompagnati dagli incrociatori britannici Orion, Neptune e Sydney, bombardarono Bardia in Libia, colpendo ripetutamente le posizioni italiane con la sola perdita dell'idrovolante del Sydney abbattuto dal fuoco amico[43]; questa fu l'ultima azione effettuata dalla squadra francese: dopo l'armistizio di Compiègne firmato il 22 giugno, la Francia uscì dal conflitto e le sue unità navali furono concentrate nel porto metropolitano di Tolone e nelle basi nordafricane di Mers el Kebir, Casablanca e Dakar, mentre la squadra di Alessandria fu bloccata in porto dalle autorità britanniche[44]. L'uscita di scena della flotta francese costrinse i britannici a istituire in tutta fretta a Gibilterra un distaccamento che potesse scortare i convogli atlantici e impedire alla Regia Marina di fare incursioni nell'Atlantico: questa fu denominata Forza H e inizialmente dotata delle navi da battaglia Hood, Resolution e Valiant, la portaerei Ark Royal, l'incrociatore Arethusa e sei cacciatorpediniere, e l'ammiraglio James Somerville ne assunse il comando il 30 giugno[45].

Con la Francia fuori gioco, la Regia Marina poté riconsiderare la sua decisione di non impegnarsi nella scorta di convogli diretti in Libia: a dispetto delle rassicurazioni dell'alto comando sull'autosufficienza delle forze italiane in Nordafrica, già tre giorni dopo l'entrata in guerra erano pervenute richieste dalla Libia per l'invio immediato di rifornimenti urgenti, cui la Marina aveva provveduto tramite sommergibili e squadriglie di veloci cacciatorpediniere; il 25 giugno partì poi il primo convoglio diretto a Tripoli[46]. La prima fase della "battaglia dei convogli", da giugno a novembre 1940, si svolse senza grosse perdite per gli italiani: i britannici non disponevano di unità dislocate a Malta e la loro rete di ricognizione aerea era ancora primitiva, consentendo a navi isolate o piccoli convogli di passare quasi indisturbati[47]. L'azione più di rilievo si ebbe il 28 giugno, quando tre cacciatorpediniere italiani in missione di trasporto truppe e materiali a Tobruk furono localizzati dai ricognitori britannici e attaccati da cinque incrociatori: nello scontro fu affondato il cacciatorpediniere Espero, che si sacrificò per coprire la ritirata delle altre due unità; l'episodio fu la prima avvisaglia della superiorità dei britannici sugli italiani nelle operazioni di ricognizione aerea[48].

Il primo vero scontro tra le due flotte fu la battaglia di Punta Stilo il 9 luglio 1940: l'azione fu sostanzialmente dovuta all'incontro tra la flotta da battaglia italiana dell'ammiraglio Inigo Campioni (con due corazzate, sei incrociatori pesanti, otto incrociatori leggeri e 29 cacciatorpediniere), in rientro alla base dopo aver scortato un convoglio a Bengasi, e una squadra britannica sotto l'ammiraglio Cunningham (con tre corazzate, una portaerei, cinque incrociatori leggeri e 17 cacciatorpediniere) diretta invece a scortare due convogli in partenza da Malta per Alessandria. Dopo attacchi di aerosiluranti decollati dalla portaerei Eagle, le navi arrivarono a contatto balistico a cominciare dagli incrociatori per poi passare alle opposte corazzate: lo scambio di colpi a lunga distanza si concluse dopo che un proiettile ebbe centrato la Giulio Cesare inabilitandone una delle sale caldaie, cosa che convinse Campioni a interrompere il contatto e a ripiegare verso Taranto; ripetuti attacchi dei bombardieri della Regia Aeronautica, intervenuti a battaglia ormai conclusa e che finirono con il prendere di mira anche le unità di Campioni, non fecero registrare nessun centro[49].

Lo scontro di Punta Stilo risultò sostanzialmente una schermaglia senza esito, ma il 19 luglio la Regia Marina dovette registrare una sconfitta nella battaglia di Capo Spada: due incrociatori leggeri italiani salpati per intercettare il traffico nemico a nord di Creta incapparono in una formazione di cacciatorpediniere britannici guidati dall'incrociatore australiano Sydney, il quale riuscì a immobilizzare e affondare il pari tipo italiano Bartolomeo Colleoni[50]. I mesi successivi fecero registrare attività di portata più ridotta, benché scontri e perdite non mancassero: tra il 5 e il 20 luglio vari attacchi di aerosiluranti britannici contro la rada di Tobruk portarono all'affondamento di due piroscafi e tre cacciatorpediniere, mentre il 23 agosto il cacciatorpediniere britannico Hostile fu la prima vittima degli sbarramenti minati posati nel canale di Sicilia[51]; si verificarono varie uscite in mare delle opposte flotte, in particolare durante due missioni di rifornimento dell'isola di Malta (operazione Hats a fine agosto e operazione MB 5 a fine settembre) ma senza che si arrivasse al contatto, mentre ai primi di agosto la portaerei Argus inaugurò la prima missione di rinforzo aereo di Malta (operazione Hurry) catapultando alcuni velivoli dopo essersi avvicinata a distanza utile dall'isola[52]. Entrambe le forze fecero largo uso di sommergibili, ottenendo però scarsi successi a fronte di pesanti perdite: tra giugno e ottobre 1940 tredici sommergibili italiani e sette britannici andarono perduti nel Mediterraneo[53]. L'avvistamento di un convoglio britannico diretto da Alessandria a Malta portò nella notte tra l'11 e il 12 ottobre alla battaglia di Capo Passero: unità leggere italiane inviate all'agguato furono respinte con pesanti perdite (un cacciatorpediniere e due torpediniere furono affondate con 325 morti tra gli equipaggi) dalle navi britanniche, meglio addestrate al combattimento notturno ma soprattutto dotate di un impianto radar imbarcato sull'incrociatore Ajax, da poco giunto in teatro[54].

L'apertura della campagna italiana di Grecia il 28 ottobre 1940 portò a un aumento di attività nel settore orientale del Mediterraneo: la Regia Marina dovette rapidamente instaurare un sistema di rifornimenti per le truppe italiane dislocate in Albania, subito messe in crisi dalla controffensiva dei greci, mentre all'opposto i britannici poterono arrivare a disporre della baia di Suda a Creta come loro base navale avanzata nonché di vari aeroporti ellenici da cui era possibile minacciare i porti dell'Italia meridionale, contro cui furono lanciate varie incursioni[55]. Lo spostamento delle operazioni belliche verso est spinse il comando italiano a concentrare l'intera flotta da battaglia (salita ora a sei corazzate operative) nella base di Taranto, da cui si poteva provvedere tanto alla protezione del traffico verso la Libia quanto di quello diretto in Albania[56]; la mossa però portò al disastro: sulla base di piani pronti da tempo, nella notte tra l'11 ed il 12 novembre 1940 aerosiluranti britannici Fairey Swordfish decollati dalla portaerei Illustrious, penetrata non vista fino a 170 miglia da Taranto, attaccarono la base italiana affondando le navi da battaglia Conte di Cavour, Caio Duilio e Littorio contro la perdita di soli due aerei. Le acque basse impedirono una perdita definitiva delle unità e Littorio e Caio Duilio rientrarono in squadra dopo mesi di lavori, ma pur recuperata la Cavour invece non ritornò più in servizio attivo[57]; tale azione fu poi presa a modello per progettare l'attacco giapponese contro la flotta statunitense a Pearl Harbor nel dicembre 1941. Contemporaneamente all'attacco a Taranto, un distaccamento di incrociatori e cacciatorpediniere britannici attaccò un convoglio italiano nel canale d'Otranto, affondando senza perdite quattro mercantili[58].

Le pesanti perdite inflitte agli italiani a Taranto indussero i britannici a nuove decise azioni: il 17 novembre la Argus compì un nuovo lancio di aerei per Malta (operazione White), ma l'uscita in mare delle corazzate Vittorio Veneto e Giulio Cesare obbligò a un decollo prematuro e per mancanza di carburante dei 14 aerei solo cinque raggiunsero Malta[59]. Il 27 novembre un'uscita in mare della Force H di Somerville, diretta a scortare un convoglio per Malta da Gibilterra, portò alla battaglia di Capo Teulada contro la squadra italiana di Campioni: una certa parità delle forze in campo (due corazzate, sei incrociatori pesanti e 14 cacciatorpediniere per gli italiani, due corazzate, una portaerei, un incrociatore pesante, sei incrociatori leggeri e quattordici cacciatorpediniere per i britannici) portarono a una condotta prudente da parte dei due comandanti, e lo scontro si risolse in una serie di duelli di artiglieria e attacchi aerei con pochi danni per entrambe le parti. Entrambi i comandi supremi non apprezzarono questa condotta prudente: Somerville fu sottoposto a inchiesta anche se fu poi assolto, mentre tanto Campioni quanto il capo di stato maggiore della Marina Cavagnari furono rimossi dai loro incarichi e rimpiazzati rispettivamente dagli ammiragli Angelo Iachino e Arturo Riccardi[60].

1941[modifica | modifica wikitesto]

Danni provocati dai grossi calibri inglesi nel centro storico di Genova.

Dopo la notte di Taranto e la dimostrazione di forza di Capo Teulada, Supermarina diede ordini tassativi ai suoi comandanti in mare di non accettare lo scontro se non in netta superiorità numerica, per evitare perdite di navi non rimpiazzabili; questo lasciò ulteriormente l'iniziativa ai britannici anche perché dopo le incursioni dell'8 gennaio 1941 su Napoli da parte dei bombardieri Vickers Wellington di base a Malta che costarono danni alla corazzata Giulio Cesare, le navi da battaglia vennero ritirate a La Spezia[61]. Grazie alla copertura aerea della Fleet Air Arm, dei caccia basati a terra e delle basi navali in territorio greco, i britannici controllavano ormai quasi completamente il Mediterraneo orientale: le azioni italiane si ridussero alle incursioni su Alessandria da parte della Regia Aeronautica, a volte anche quattro o cinque al giorno, anche se i danni furono relativamente limitati[62]. Il rafforzamento di Malta proseguì incessantemente, e all'inizio del 1941 l'isola rappresentava ormai una base sicura per aerei e sommergibili diretti contro il traffico italiano con la Libia[63]; la situazione per gli italiani fu inoltre aggravata tra dicembre e febbraio dalla completa occupazione da parte dei britannici della Cirenaica a seguito degli eventi dell'operazione Compass: oltre a perdere il vecchio incrociatore San Giorgio, autoaffondato a Tobruk per non cadere in mano al nemico, la Regia Marina dovette rinunciare a depositi e scali portuali, deviando la destinazione dei trasporti unicamente su Tripoli[64].

La critica situazione degli italiani spinse la Germania a intervenire nel Mediterraneo: oltre ad allestire un contingente terrestre per operare in Libia (Deutsches Afrikakorps), tra dicembre e gennaio i tedeschi schierarono il X. Fliegerkorps della Luftwaffe in Sicilia, iniziando supero una serie di incursioni aeree contro Malta e il traffico britannico. Gli effetti della presenza tedesca si fecero subito vedere: tra il 6 e il 13 gennaio, durante una serie di complessi movimenti navali britannici per portare a Malta nuovi rifornimenti e far rientrare da essa dei mercantili vuoti (operazione Excess), aerei tedeschi danneggiarono gravemente la portaerei Illustrious e affondarono l'incrociatore pesante Southampton, per poi depositare mine di nuovo tipo nel canale di Suez, obbligando i britannici a chiuderlo al traffico fino a marzo[65]. I britannici reagirono con fermezza: lo Inshore Squadron ("squadrone costiero") appositamente costituito disturbava duramente il traffico costiero da Tripoli fino alla linea del fronte e bombardava con monitori, cannoniere e cacciatorpediniere le postazioni costiere avversarie, senza un similare contrasto da parte italiana[66]; il 9 febbraio invece la Force H di Somerville si spinse fino a bombardare Genova con due navi da battaglia, una portaerei e un incrociatore, senza incontrare alcuna opposizione a causa di una serie di errori ed equivoci tra i comandi italiani[67].

Il San Giorgio in fiamme nella rada di Tobruk.

Le navi leggere britanniche vennero anche usate come batterie antiaeree galleggianti, in modo simile a quello dell'incrociatore italiano San Giorgio nel porto di Tobruk fino all'autoaffondamento dovuto alla resa della città; il rischio portato dagli attacchi aerei tedeschi aumentò grandemente costringendo Cunningham a decidere il ritiro delle navi verso Alessandria, ma il monitor Terror venne comunque affondato durante il rientro[68]. Dal 25 al 28 febbraio unità scelte britanniche sbarcarono nell'isola di Castelrosso nel Dodecaneso tenendo l'isola fino ad una decisa reazione in forze da parte italiana in quella che venne denominata operazione Abstention[69].

Il 26 marzo 1941 avvenne l'attacco alla base britannica della Baia di Suda a Creta: vennero affondati l'incrociatore HMS York e una petroliera. Tra il 27 ed il 29 marzo 1941, nella battaglia di Capo Matapan, la Royal Navy inferse un altro grave colpo alla Regia Marina, affondando tre incrociatori pesanti (Pola, Zara e Fiume), due cacciatorpediniere e danneggiando inoltre l'ammiraglia italiana Vittorio Veneto, perdendo, per contro, un solo aerosilurante[70]. Le unità Alleate erano anche molto attive nell'attaccare i convogli dell'Asse, che trasportavano truppe e rifornimenti verso il fronte libico, dando spesso origine a vere e proprie battaglie navali, come la battaglia del convoglio Tarigo del 16 aprile 1941, che vide quattro cacciatorpediniere britannici affondare tre cacciatorpediniere italiani e cinque trasporti, perdendo solo una unità, e la battaglia di Capo Bon del 13 dicembre 1941, quando, durante un'operazione di trasporto di carburante verso la Libia, vennero affondati gli incrociatori Alberto da Giussano e Alberico da Barbiano, della classe Condottieri. Mentre la squadra da battaglia della Mediterranean Fleet si concentrava nella difesa di Creta, i cacciatorpediniere della 10th Flotilla assumevano il compito di rifornire Tobruk direttamente con veloci corse notturne o scortando convogli insieme ad altro naviglio leggero in quello che venne denominato Tobruk Ferry Service (servizio di traghetti per Tobruk); queste operazioni venivano contrastate dall'aviazione italo-tedesca che colse alcuni successi; lo sloop-of-war HMS Auckland venne affondato il 24 giugno da Junkers Ju-87 mentre insieme all'altro sloop HMAS Parramatta scortava un convoglio, con i 164 superstiti recuperati dalla nave compagna, ed uguale sorte toccò la notte tra il 29 ed il 30 giugno al cacciatorpediniere HMAS Waterhen; la notte dell'11 luglio toccò all'altro caccia della 10th Flotilla HMS Defender, gravemente colpito mentre insieme al suo compagno HMAS Vendetta trasportava truppe da Tobruk e che affondò il giorno dopo vicino a Sidi el Barrani, mentre 275 tra equipaggio e passeggeri venivano recuperati appunto dal Vendetta[71]. Era solito per il comando britannico far uscire le navi a coppie in modo che se una fosse stata affondata l'altra avrebbe potuto prestare soccorso, e questo successe varie volte. Infine tutti i caccia della 10th Flotilla, reduci della prima guerra mondiale e pesantemente usurati dagli attacchi aerei e dall'uso intensivo, vennero ritirati e sostituiti inizialmente dai posamine veloci HMS Abdiel e Latona (navi da 40 nodi) nelle corse verso Tobruk[72].

La corazzata Littorio, già ribattezzata Italia, in rotta verso Malta il 9 settembre 1943, giorno in cui fu colpita da una bomba tedesca

Durante il rifornimento continuo di Tobruk assediata altre unità vennero affondate; il posamine veloce Latona il 25 ottobre mentre trasportava 1000 soldati polacchi[73], che vennero recuperati con quasi tutto l'equipaggio dai cacciatorpediniere Hero ed Encounter di scorta; il 27 novembre toccò allo sloop HMAS Parramatta, silurato dal sommergibile tedesco U-559[74].

L'azione di maggior successo compiuta dalla Regia Marina nel corso del conflitto fu l'attacco con Siluri a Lenta Corsa, conosciuti come "Maiali", alle due navi da battaglia britanniche Valiant e Queen Elizabeth, alla fonda nel porto di Alessandria d'Egitto il 19 dicembre 1941; sebbene l'azione, nota come impresa di Alessandria, fosse stata un successo, le navi si adagiarono sul fondo e non fu possibile, grazie anche ad uno stratagemma britannico, avere immediatamente la certezza che fossero state danneggiate[75]. Nonostante tutto, le perdite di vite umane furono molto contenute: solo otto marinai persero la vita[76] e le due corazzate poterono in seguito essere recuperate.

1942[modifica | modifica wikitesto]

Altre operazioni di rilievo furono la prima battaglia della Sirte (1941) e la seconda battaglia della Sirte (22 marzo 1942), nella seconda delle quali una formazione navale britannica, in netta inferiorità, venne affrontata dalla squadra da battaglia italiana, con un inconcludente scambio di colpi di artiglieria. Nel rientro la squadra italiana perse due cacciatorpediniere per le condizioni estreme del mare. In seguito venne combattuta la battaglia di mezzo giugno (1942), conosciuta anche come operazione Harpoon. Ancora, nella battaglia di mezzo agosto (1942), conosciuta anche come operazione Pedestal, le forze aeronavali dell'Asse danneggiarono o affondarono la maggioranza delle navi di due convogli destinati a Malta.

Per contro la Royal Navy si trovò quasi sempre in condizione di superiorità tattica e strategica, ma nei rari casi in cui ciò non avvenne, i comandanti in mare adottarono sempre tattiche aggressive verso le navi italiane, i cui comandanti superiori in mare erano comunque vincolati al parere di Supermarina e al fatto che le perdite erano difficilmente sostituibili, a differenza che gli inglesi. Ciò nonostante, nel periodo nel quale fu presente l'alleato tedesco con il X Fliegerkorps dislocato in Siciia, prima per l'Operazione C3 e poi per dare supporto alle truppe di Rommel nel Nord Africa, e con nutrite flottiglie di U-Boot a caccia nel Mediterraneo, vi furono seri momenti di difficoltà che si concretizzarono nella prima e seconda battaglia della Sirte e nella battaglia di mezzo giugno[77].

La Flotta francese si autoaffonda: sui Quais de Milhaud bruciano la Strasbourg, la Colbert, L'Algérie e la Marseillaise, in una foto aerea presa da un ricognitore della RAF il giorno dopo, il 28 novembre.

Cancellato il progetto di occupazione di Malta, e smantellata la prevista forza di invasione, l'isola cessò di essere a rischio definitivamente dopo la seconda battaglia di El Alamein e l'Operazione Torch che segnarono la fine delle forze dell'Asse in Nordafrica. A quel punto le navi dell'Asse non svolsero praticamente attività offensive, con le navi maggiori italiane costrette in porto e spesso soggette a bombardamenti. In uno di questo la corazzata Roma venne danneggiata e rimase ai lavori per vari mesi, rientrando in squadra solo poco prima del suo affondamento. Gli Alleati attuarono l'invasione del Nordafrica francese con l'operazione Torch, nella quale incontrarono una limitata opposizione dalla parte francese leale al governo di Vichy, ma anche un grosso appoggio dai simpatizzanti per la Francia Libera. Pertanto in poco tempo i porti francesi che prima erano neutrali, Tunisi, Biserta, Orano, divennero progressivamente altrettante basi per le forze navali Alleate mentre i tedeschi attuarono il piano Lila per catturare la flotta francese e l'operazione Anton per occupare la Francia di Vichy della quale fino ad allora avevano rispettato la neutralità; in risposta la flotta francese si autoaffondò il 27 novembre a Tolone mentre intensi combattimenti scoppiarno in Siria e Libano quando i britannici dalla Palestina iniziarono l'occupazione dei territori francesi del Levante.

1943[modifica | modifica wikitesto]

Lo sbarco alleato in Marocco ed Algeria, noto come operazione Torch portò nel Mediterraneo anche un cospicuo numero di mezzi navali ed aerei statunitensi, che fecero pendere definitivamente l'ago della bilancia a favore degli Alleati.

Il 25 agosto 1943 un gruppo di aerei tedeschi attaccò un convoglio alleato nel Golfo di Biscaglia affondando la nave HMS Egret e danneggiando il cacciatorpediniere canadese HMCS Athabaskan facendo per la prima volta al mondo l'uso di missili teleguidati, gli Henschel Hs 293[78], segnando una svolta nel campo della guerra navale. L'ammiragliato britannico, colto di sorpresa, ordinò a tutte le sue navi di non avvicinarsi a più di 320 km dalle coste francesi. Lo stesso giorno gli Alleati effettuarono l'sbarco a Salerno e la Luftwaffe impiegò contro di loro alcune bombe plananti che danneggiarono seriamente la HMS Warspite e affondarono altre navi. L'Hs-293 fu impiegata anche nel novembre dello stesso anno contro le navi che scortavano i convogli nel Mediterraneo. La sorpresa alleata comunque durò poco: la loro superiorità aerea in termini di numeri rese sempre più difficile l'alzarsi in volo dei bombardieri germanici e già durante lo sbarco di Anzio, compiuto nel gennaio 1944, la Luftwaffe venne duramente contrastata, anche se riuscì ad affondare, con una bomba planante, l'incrociatore HMS Spartan: il 29 gennaio 1944 la nave fu colpita da un HS 293 al largo di Anzio; l'esplosione causò un incendio che presto sfuggì al controllo dell'equipaggio e la nave, abbandonata, si capovolse e affondò dopo circa un'ora. Quarantasei tra ufficiali e marinai perirono, i 523 superstiti furono salvati dalle navi amiche Laforey e Loyal. Presto gli Alleati sperimentarono tecniche di disturbo elettronico contro gli impulsi di controllo dei missili.

Secondo gli ordini ricevuti in seguito alla firma dell'armistizio con le forze alleate del settembre del 1943, navi, uomini e mezzi della Regia Marina, si consegnarono nella quasi totalità dei casi alle forze anglo-americane; un accordo di cooperazione con gli ex nemici permise poi ai marinai italiani, anche se con una serie di limitazioni, di continuare a combattere a fianco degli stessi per la liberazione del paese dall'occupazione nazista.

Molte unità minori, ma anche alcune di rilievo impossibilitate a muoversi perché danneggiate o perché ancora in allestimento, come l'incrociatore Bolzano, la corazzata Conte di Cavour e la portaerei Aquila, vennero catturate dai tedeschi durante l'operazione Achse. Le unità leggere vennero reimmesse in servizio come Torpedoboote Ausland (siluranti straniere) con personale tedesco, poiché non ritennero opportuno affidare le navi catturate alla costituenda marina della Repubblica Sociale Italiana; in alcuni casi si ebbero anche scontri tra gli equipaggi italiani e le forze tedesche come nel caso del cantiere navale di Castellammare di Stabia, dove il personale della base, ed in particolare dell'incrociatore Giulio Germanico, si difese per tre giorni.

Nel Dodecaneso italiano la Regia Marina ebbe un ruolo da protagonista nella resistenza offerta ai tedeschi, specialmente a Rodi con Inigo Campioni e a Lero con Luigi Mascherpa, quest'ultimo aiutato anche da un contingente inglese che comunque non riuscì ad impedire la cattura dell'isola e il successivo passaggio del Dodecaneso nelle mani della Wehrmacht (eccezion fatta per l'isola di Castelrosso, usata dagli inglesi come centro logistico e di smistamento per le operazioni nell'Egeo). L'unico attacco che gli anglo-italiani riuscirono a respingere fu quello portato all'isola di Simi, peraltro poi abbandonata dagli stessi difensori che la giudicarono non ulteriormente difendibile[79].

1944[modifica | modifica wikitesto]

Di fronte alla richiesta da parte del "Regno del Sud" di utilizzare le forze armate italiane, delle quali la marina costituiva la parte più integra, nelle operazioni militari contro i tedeschi, il comando alleato dispose l'utilizzazione delle unità leggere in operazioni di scorta ai convogli (cacciatorpediniere, torpediniere e corvette), e degli incrociatori in missioni di bombardamento contro le coste dell'Italia occupata, oltre che di crociere di vigilanza nell'Atlantico come esercitazione. Molto attiva fu invece Mariassalto, che raccolse l'eredità della Xª Flottiglia MAS, effettuando varie azioni di sabotaggio, tra le quali gli affondamenti della portaerei Aquila (notte del 19 aprile 1945 da parte di un gruppo di incursori, tra cui il sottotenente di vascello Nicola Conte[80] e il sottocapo Evelino Marcolini, nel porto di Genova[81]) e dell'incrociatore Bolzano (operazione denominata "QWZ", nella notte del 21 giugno 1944 nel porto di La Spezia[82]) e numerosi sbarchi di sabotatori italiani, inglesi e statunitensi dietro le linee. Da notare che il primo reparto ad entrare a Venezia, impedendo alcuni atti di sabotaggio tedesco, fu proprio un reparto di Nuotatori Paracadutisti di Mariassalto[83]. Inoltre gli uomini del reggimento "San Marco" entrarono a far parte del gruppo di combattimento "Folgore", e con questa unità parteciparono alle operazioni terrestri della campagna d'Italia nel corso del 1945.

Di per contro, a causa della scarsità di mezzi e dei contrasti con i vertici tedeschi, la neocostituita Marina Nazionale Repubblicana della Repubblica Sociale Italiana (il governo collaborazionista instaurato nell'Italia settentrionale) non riuscì mai a divenire del tutto operativa; di fatto, le attività navali della RSI vennero portate avanti dalla sola Xª Flottiglia MAS tramite l'impiego di MAS e MTM nel settore del mar Tirreno[84]. D'altro canto, nonostante disponesse di un certo quantitativo di unità leggere come cacciatorpediniere, torpediniere, corvette e cacciamine catturate agli italiani, anche la Kriegsmarine condusse solo operazioni limitate, nettamente surclassata dalla superiorità numerica degli Alleati: a partire dalla fine del 1943, l'attività dei mezzi tedeschi si ridusse al trasporto di rifornimenti dai porti del nord a quelli del centro Italia, alla posa di mine ed al pattugliamento delle coste, con solo qualche rapida puntata offensiva verso Napoli o la zona tra la Sardegna e la Corsica[85].

Bilancio finale[modifica | modifica wikitesto]

Nel corso di tutta la guerra le navi italiane, pur avendo la reputazione di essere state ben progettate, si dimostrarono piuttosto carenti sia nell'armamento contraereo che, soprattutto, nella dotazione di apparati radar: quest'ultimo dispositivo, presente invece sulle navi della flotta britannica, si rivelò, insieme con la decrittazione dei messaggi cifrati inviati tramite la cifratrice tedesca Enigma (si veda anche Ultra) e con l'assoluta supremazia aerea alleata, di importanza fondamentale nella conduzione di molte battaglie e nella risoluzione delle stesse a favore della Royal Navy. All'inizio del conflitto il radar britannico era uno strumento comunque di prestazioni non brillanti, ma una fondamentale differenza la fece l'addestramento dei britannici al combattimento notturno e la grande spregiudicatezza ed indipendenza dei comandanti in mare, cui fece da contraltare invece il grosso limite imposto agli ammiragli italiani da Supermarina oltre alla consapevolezza che le perdite operative non sarebbero state ripianate durante il conflitto se non in maniera molto limitata e solo per le unità minori. Gravi perdite vennero subite anche dai pesanti bombardamenti aerei alleati, sulle unità alla fonda a Napoli, La Maddalena e La Spezia. Alla data dell'armistizio, la Regia Marina constatò di aver perso 470.000 tonnellate di navi della propria flotta[86].

Per contro la Royal Navy impiegò estensivamente le corazzate della classe Queen Elizabeth, costruite durante la prima guerra mondiale e moderatamente modernizzate durante gli anni trenta, infine dotate di radar durante il conflitto, perdendone una (la Barham) e vedendosene affondare due durante la citata impresa di Alessandria; una delle due rientrò in servizio dopo vari mesi di riparazioni negli Stati Uniti mentre l'altra sebbene riparata in Sudafrica non ebbe più impiego operativo; inoltre perse o subì rilevanti danni a varie portaerei, oltre a perdite notevoli in incrociatori e naviglio sottile durante la campagna italiana di Grecia; ma, grazie alla superiorità tecnica e alla notevole autonomia dei comandanti in mare, riuscì a costringere in porto la flotta italiana o a limitarne i movimenti, grazie anche alla costante presenza dell'aviazione imbarcata, la Fleet Air Arm.

Dal punto di vista delle navi mercantili, la flotta italiana venne pesantemente falcidiata dalle operazioni di trasporto verso la Libia, a causa della superiorità aerea britannica, ma le perdite dei convogli durante la guerra non furono più elevate di quelle subite in proporzione dalle marine Alleate. La mancata occupazione di Malta influì pesantemente sulla capacità della marina italiana di limitare le operazioni avversarie, mentre fu un moltiplicatore di forza per la marina e l'aviazione britanniche fino all'armistizio dell'8 settembre 1943, dopo il quale la minaccia ai trasporti Alleati venne praticamente a cessare, eccetto le azioni di alcuni sommergibili tedeschi.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Rochat, p. 213.
  2. ^ Da Fré, p. 477.
  3. ^ Rochat, p. 215.
  4. ^ Da Fré, p. 494.
  5. ^ Rochat, p. 210.
  6. ^ Rochat, p. 289.
  7. ^ a b Rochat, p. 216.
  8. ^ Progetto Bozzoni - Plancia di comando, su digilander.libero.it. URL consultato il 22 novembre 2010.
  9. ^ Petacco, p. 23
  10. ^ Rochat, p. 344.
  11. ^ Rochat, pp. 214-217.
  12. ^ Da Fré, p. 511.
  13. ^ a b Gill, (George) Hermon, Second World War Official Histories - Volume I – Royal Australian Navy, 1939–1942 (1st edition, 1957), Canberra, Australian War Memorial, 1959., pag. 149
  14. ^ Hermon, p. 153
  15. ^ Hermon 1957, pag. 149
  16. ^ Hermon 1957, pag. 149
  17. ^ Piero Lugaro, "De Gaulle", collana "i protagonisti" di Famiglia Cristiana, pagina 72
  18. ^ William Shirer, Storia del Terzo Reich, pag. 1000
  19. ^ Da Frè, pp. 463-464.
  20. ^ Zaloga, pp. 23, 84.
  21. ^ THE SCRAP-IRON FLOTILLA Chapter 1. Scrap Iron or "Scrap" Iron?, gunplot.net. URL consultato il 5 febbraio 2015.
  22. ^ (EN) The Royal Hellenic Navy, su uboat.net. URL consultato il 14 ottobre 2015.
  23. ^ Enrico Cernuschi, Contro amici e nemici, Gianni Iuculano Editore, 2007, p. 12, ISB 88-7072-776-0.
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  26. ^ Rochat, p. 210.
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  28. ^ Bragadin, p. 18.
  29. ^ Bragadin, p. 20.
  30. ^ Bragadin, p. 15.
  31. ^ Rochat, pp. 287-289.
  32. ^ Da Frè, p. 493.
  33. ^ Da Frè, p. 477.
  34. ^ Rochat, p. 291.
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]