Offensiva del basso Dnepr

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Offensiva del basso Dnepr
Data 26 settembre - 20 dicembre 1943
Luogo regione del basso corso del fiume Dnepr
Esito vittoria sovietica
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
circa 900.000 soldati
circa 500 mezzi corazzati (rinforzati da altri 850 carri armati in ottobre)
1.000 aerei.
1.506.400 soldati
2.400 carri armati e cannoni semoventi
2.850 aerei
Perdite
dati non disponibili 173.000 morti
581.000 feriti e dispersi
2.639 mezzi corazzati
430 aerei.
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L'Offensiva del basso Dnepr fu una lunga e aspra campagna bellica combattuta nel 1943 sul fronte orientale durante la seconda guerra mondiale tra le forze tedesche della Wehrmacht al comando dei feldmarescialli Erich von Manstein e Ewald von Kleist e i quattro fronti ucraini dell'Armata Rossa guidati dai generali Vatutin, Konev, Malinovskij e Tolbuchin. L'offensiva ebbe inizio con il raggiungimento ed il rapido superamento del grande fiume Dnepr da parte dei soldati sovietici e fu caratterizzata da una serie di battaglie dall'esito alterno per la conquista di teste di ponte sulla riva occidentale e delle importanti città sul corso meridionale del fiume.

Le truppe tedesche combatterono duramente per evitare il crollo delle loro posizioni sul Dnepr e sferrarono, con l'aiuto di riserve provenienti dall'ovest, una serie di contrattacchi che intralciarono notevolmente l'avanzata sovietica. Inoltre i tedeschi cercarono di mantenere alcune posizioni ad est del fiume nella speranza di poter riguadagnare il terreno perduto ed impedire la perdita dell'Ucraina occidentale e della Crimea. Dopo tre mesi di sanguinosi combattimenti l'Armata Rossa riuscì a liberare quasi l'intero corso centro-meridionale del Dnepr, a tagliare fuori le forze tedesche in Crimea ed a raggiungere posizioni di partenza favorevoli per la successiva offensiva invernale del 1944.

Situazione strategica all'est[modifica | modifica wikitesto]

Dopo le violente battaglie di Char'kov e di Orël del mese di agosto 1943 la situazione dell'Esercito tedesco schierato nel settore centro-meridionale del fronte orientale aveva continuato a peggiorare sotto i continui attacchi delle forze sovietiche che, pur costando pesanti perdite ai soldati dell'Armata Rossa, stavano progressivamente logorando le armate del Gruppo d'armate Centro e del Gruppo d'armate Sud, gravemente carenti di riserve tattiche. I sovietici avevano immediatamente ripreso gli attacchi contro la cosiddetta "linea Hagen" a ovest di Orël, nel settore di Stalino e del Donbass, nel settore del fiume Mius verso Taganrog, nella penisola di Taman[1].

Il 27 agosto Adolf Hitler si recò di persona al suo vecchio quartier generale di Vinnicja per incontrare il feldmaresciallo Erich von Manstein, comandante del Gruppo d'armate Sud, e sostenerne il morale sollecitando la resistenza sul posto; il feldmaresciallo al contrario lamentò l'indebolimento delle sue forze e propose una ritirata strategica abbandonando definitivamente la linea del Donec e del Mius, ma il Führer ribadì la sua decisione di difendere tutte le posizioni senza ripiegare e pronosticò il prossimo esaurimento delle forze nemiche a causa delle altissime perdite subite. Inoltre Hitler promise al feldmaresciallo von Manstein l'arrivo di riserve mobili prelevate dal Gruppo d'armate Centro e ipotizzò la possibilità in un secondo tempo di un ripiegamento strategico, metodico ed ordinato, dell'intero schieramento tedesco sulla cosiddetta "Linea Panther", compresa tra Narva, Vitebsk, il corso dei fiumi Dnepr e Moločnaja[2].

In realtà, di fronte alle proteste del feldmaresciallo Günther von Kluge, a sua volta sottoposto a violenti attacchi dei fronti centrali dell'Armata Rossa, Hitler rinunciò a distrarre forze dal Gruppo d'armate Centro per rinforzare il feldmaresciallo von Manstein che quindi dovette continuare a battersi in difesa con scarse riserve. La prima settimana di settembre vide una serie di successi sovietici: l'8 settembre cadde Stalino, la 6ª Armata dovette abbandonare il Mius sotto gli attacchi nemici, l'11 settembre i sovietici organizzarono un'operazione anfibia e sbarcarono nella penisola di Taman a Novorossijsk, il Gruppo d'armate Centro abbandonò Brjansk, Jelna e Veliž[3]. L'8 settembre Hitler, dopo aver esortato il feldmaresciallo von Kluge ad irrigidire la resistenza, si recò personalmente a Zaporižžja, quartier generale del Gruppo d'armate Sud, per conferire con von Manstein e rafforzarne la determinazione. Il Führer, dopo aver rifiutato per ragioni di politica internazionale e di economia di guerra, le nuove proposte di ritirata del feldmaresciallo, fu di ritorno a Rastenburg nella serata, dove apprese dell'armistizio italiano; la inattesa notizia impose al dittatore una revisione globale della sua pianificazione per disimpegnare forze da trasferire sul fronte mediterraneo. Il 14 settembre il feldmaresciallo von Manstein venne convocato nuovamente a Rastenburg per una riunione decisiva[4].

Teste di ponte sul Dnepr[modifica | modifica wikitesto]

Prima battaglia del Dnepr[modifica | modifica wikitesto]

Liberazione di Zaporižžja e Dnipropetrovsk[modifica | modifica wikitesto]

Cedimento della Linea Wotan[modifica | modifica wikitesto]

Offensiva su Krivoj Rog[modifica | modifica wikitesto]

Seconda battaglia del Dnepr[modifica | modifica wikitesto]

« Un attacco di fanteria russo aveva qualcosa di terrificante. Lunghe file grigie, con urla selvagge, correvano all'assalto, per cui i difensori dovevano avere nervi d'acciaio. Per far fronte ad un simile attacco, era necessaria una perfetta disciplina di tiro: i nostri soldati Anseatici, della Bassa Sassonia e dello Schleswig-Holstein la possedevano »

(Commento del colonnello Friedrich von Mellenthin, capo di stato maggiore del 48° Panzerkorps, sui combattimenti sostenuti dalla 19. Panzer-Division nella testa di ponte di Bukrin[5])

Attacco a Kiev[modifica | modifica wikitesto]

Battaglie per Čerkasy e Kirovohrad[modifica | modifica wikitesto]

La testa di ponte di Nikopol'[modifica | modifica wikitesto]

Bilancio[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ R.Cartier, La seconda guerra mondiale, p. 208.
  2. ^ R. Cartier, La seconda guerra mondiale, pp. 208-209.
  3. ^ R. Cartier, La seconda guerra mondiale, p. 209.
  4. ^ R. Cartier, La seconda guerra mondiale, pp. 209-210.
  5. ^ In E. Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, vol. V, p. 264.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • AA.VV., L'URSS nella seconda guerra mondiale, vol. III, C.E.I., 1978
  • Richard N. Armstrong, Red Army tank commanders, Schiffer publ. 1994
  • Eddy Bauer, Storia controversa della seconda guerra mondiale, vol. V, DeAgostini 1971
  • Raymond Cartier, La seconda guerra mondiale, Mondadori, 1993
  • John Erickson, The road to Berlin, Cassell 1983
  • David Glantz/Jonathan House, La Grande guerra patriottica dell'Armata Rossa, LEG 2010
  • Helmut Heiber (a cura di), I verbali di Hitler, LEG 2009
  • Earl Ziemke, Stalingrad to Berlin, University of the Pacific press 2000

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]