Espero (cacciatorpediniere 1927)

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Espero
Espero 1.jpg
Il cacciatorpediniere Espero
Descrizione generale
Flag of Italy (1861-1946) crowned.svg
Tipocacciatorpediniere
ClasseTurbine
ProprietàFlag of Italy (1861-1946) crowned.svg Regia Marina
CostruttoriAnsaldo, Sestri Ponente
Impostazione29 aprile 1925
Varo31 agosto 1927
Entrata in servizio4 aprile 1927
Destino finaleaffondato in combattimento il 28 giugno 1940
Caratteristiche generali
Dislocamentostandard 1210 t
pieno carico 1780 t
Lunghezza93,6 m
Larghezza9,21 m
Pescaggio3,9 m
Propulsione3 caldaie
2 gruppi di turbine a vapore su 2 assi
potenza 40.000 hp
Velocità36 (in realtà 31) nodi
Autonomia3800 mn a 20 nodi
Equipaggio12 ufficiali, 167 sottufficiali e marinai
Armamento
Armamento
Siluri
Altro
Note
MottoVenti impetu delendo ruo
dati riferiti al 1940

datipresi da [1], [2] e [3]

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L’Espero è stato un cacciatorpediniere della Regia Marina.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1929 e nel 1930 partecipò a dei viaggi in acque spagnole e nel Mar Egeo[1].

Nel febbraio 1932 fu inviato in Cina insieme all'incrociatore pesante Trento, facendo ritorno in Italia nell'ottobre dello stesso anno[1].

Nel 1936-1938 prese parte alla guerra di Spagna a contrasto del contrabbando di rifornimenti per le truppe spagnole repubblicane[1].

All'inizio della seconda guerra mondiale aveva base a Taranto ed era caposquadriglia della II Squadriglia Cacciatorpediniere, che comprendeva i gemelli Borea, Ostro e Zeffiro[1]. Comandante dell'unità era il capitano di vascello Enrico Baroni[1].

Il 27 giugno 1940, di sera, l’Espero salpò da Taranto per la sua prima missione di guerra: trasportare a Tobruk, insieme all’Ostro (C F Giuseppe Zarpellon) ed allo Zeffiro (C C Giovanni Dessy), due batterie contraeree (od anticarro) della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale per un totale di 10 bocche da fuoco, 120 tonnellate di munizioni ed i relativi serventi, 162 camicie nere[1][2][3].

Foto ufficiale dell’Espero

Nel pomeriggio del giorno seguente le tre unità della II Squadriglia furono avvistate ed attaccate, un centinaio di miglia a nord di Tobruk, dal 7° Cruiser Squadron della Royal Navy: lo componevano gli incrociatori leggeri Sydney (australiano), Orion, Liverpool, Neptune e Gloucester (britannici), che iniziarono il tiro alle ore 18, da una distanza compresa tra i 16.000 ed i 18.000 metri[1][3]. La teorica velocità superiore che i tre cacciatorpediniere italiani avrebbero dovuto avere era vanificata dall'appesantimento rappresentato dal carico imbarcato[1]. Il comandante Baroni prese dunque la decisione di sacrificare la propria nave nel tentativo di trattenere gli incrociatori inglesi, ordinando al contempo ad Ostro e Zeffiro di dirigere per Bengasi alla massima velocità (entrambi i cacciatorpediniere scamparono così alla distruzione e giunsero in porto indenni)[1][2][3].

L’Espero aprì il fuoco alle 18.10 ed andò incontro agli incrociatori inglesi, manovrando ad elevata velocità per evitare le bordate, stendendo cortine fumogene per coprire la ritirata delle unità gemelle, sparando – inutilmente – con i cannoni e lanciando siluri per costringere le unità britanniche a tenersi a distanza: infatti occorsero due ore di combattimento e ben 5000 proiettili (tra cui 1600 del calibro principale, 152 mm), perché la nave venisse colpita[1][3]. A colpire il cacciatorpediniere fu principalmente il Sydney[1].

I primi proiettili caduti a bordo del cacciatorpediniere provocarono numerose vittime tra le camicie nere, sistemate in coperta, poi fu colpita una caldaia ed in breve l’Espero venne immobilizzato; mentre tre degli incrociatori si avvicinavano sino a 5.000 metri per ultimarne la distruzione, lanciò altri due siluri[3][1]. Furono messe a mare alcune imbarcazioni, mentre alcuni dei pezzi continuarono a sparare sino all'affondamento; furono allagati i depositi munizioni e l’Espero dapprima sbandò sulla sinistra, poi si raddrizzò, quindi, colpito ancora ed in fiamme, sbandò sulla dritta e s'inabissò alle 20.15 nel punto 35°18' N e 20°12' E, portando con sé gran parte dell'equipaggio[4][3][1][2]. Il comandante Baroni, ferito, affondò volontariamente con la sua nave: alla sua memoria fu conferita la Medaglia d'oro al valor militare[5][3][1].

Il Sydney, portatosi nei pressi del luogo dell'affondamento, recuperò uno zatterino con 37 (o 41) superstiti, mentre le altre imbarcazioni, parte non viste, parte allontanatesi per evitare la prigionia, rimasero alla deriva per diversi giorni[1][3].

Solo una, con a bordo 36 uomini (tra cui il comandante in seconda), fu infine soccorsa[1][3]. Prima però rimase alla deriva per 13 giorni: entro tre giorni fame, sete e follia (alcuni uomini, impazziti per la fame ed il sole, si gettarono in acqua, tra questi il comandante in seconda) avevano ridotto il numero degli occupanti a 14, divenuti poi 7 quando, quattro giorni dopo l'affondamento, fu trovata una scialuppa abbandonata con a bordo quattro barilotti d'acqua, che consentì la sopravvivenza degli uomini rimasti, tranne uno[1][3]. Il decimo e l'undicesimo giorno furono avvistati aerei, ma solo tredici giorni dopo l'affondamento i 6 superstiti, stremati, furono tratti in salvo dal sommergibile Topazio[1][3].

L'Espero fu la prima unità perduta nella sanguinosa guerra dei convogli per la Libia.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r Cacciatorpediniere Espero Scheda tecnica e affondamento dell'Espero Testimonianze sull'affondamento dell'Espero
  2. ^ a b c Giorgio Giorgerini, La guerra italiana sul mare. La marina tra vittoria e sconfitta 1940-1943, pp. 433-434.
  3. ^ a b c d e f g h i j k Gianni Rocca, Fucilate gli ammiragli. La tragedia della Marina italiana nella seconda guerra mondiale, pp. 17-18.
  4. ^ Le Operazioni Navali nel Mediterraneo Archiviato il 18 luglio 2003 in Internet Archive.
  5. ^ Marina Militare.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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