Irredentismo italiano

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
(Reindirizzamento da Italia irredenta)
<a href="Irredentismo%20italiano%23I%20territori%20considerati%20irredenti" rel="mw:WikiLink" title="" style="background:#ffeaea; color:#444444">I territori considerati irredenti</a>

L'irredentismo italiano fu un movimento d'opinione, espressione dell'aspirazione italiana a perfezionare territorialmente la propria unità nazionale, liberando le terre soggette al dominio straniero.[1]

Fu attivo anche fuori dai confini nazionali, infatti non svanì con il conseguimento dell'Unità d'Italia ma rimase vivo anche nei decenni successivi. Il movimento fu attivo principalmente in Italia tra la seconda metà del XIX secolo e la prima del secolo successivo, a favore dell'integrazione nel Regno d'Italia di tutti i territori, compresi nella regione geografica italiana o popolati da italofoni e collegati all'Italia da secolari legami storici, linguistici e culturali (si veda Province italiane soppresse). Il movimento non aveva carattere unitario, essendo costituito da diversi gruppi ed associazioni, generalmente non coordinati tra loro.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Secondo alcuni autori, le radici dell'irredentismo possono essere trovate già nella seconda metà del XVIII secolo, come conseguenza del tentativo francese di annettere - oltre alla Corsica - anche regioni italiane come il Piemonte, la Liguria e la Toscana durante l'Impero napoleonico[2]. Tuttavia è nella seconda metà del XIX secolo, sul finire del Risorgimento, che il fenomeno diventa rilevante; proprio in quel periodo nacquero infatti diversi movimenti che facevano propri gli ideali irredentisti: nel 1877 Matteo Renato Imbriani coniò il nuovo termine "terre irredente", e proprio nello stesso anno nacque l'Associazione in pro dell'Italia Irredenta; nel 1885 fu fondata la Pro Patria e nel 1891 nacque, nei territori ancora dell'Impero Austro-Ungarico, la "Lega Nazionale Italiana".

Le diverse associazioni vennero (in momenti diversi) prima tollerate, quindi avversate o addirittura chiuse dallo stato italiano (prima da Depretis e poi da Crispi), per motivi di opportunità di politica estera. Nel 1882 Guglielmo Oberdan progettava un attentato a Francesco Giuseppe I d'Austria nel tentativo di far crollare il progetto della Triplice alleanza. Importante, per quello che riguarda la Venezia Giulia fu l'apporto degli intellettuali triestini come Scipio Slataper[3], Carlo e Giani Stuparich.

Il Monumento a Dante di Trento fu eretto come simbolo della lingua italiana e dell'italianità quando il Trentino faceva ancora parte dell'Impero Austro-Ungarico

I vari movimenti irredentisti proponevano (pur se con diverse sfumature) l'annessione delle terre, considerate italiane, che dopo la terza guerra di indipendenza italiana del 1866 si trovavano ancora in mano straniera, quali in particolare il Trentino, Trieste e Istria occidentale, ma in seguito anche territori quali il resto della Venezia Giulia, la Dalmazia, la Contea di Nizza, la Corsica e Malta o parte di altre realtà politiche come il Canton Ticino e le valli italofone del Canton Grigioni. I territori considerati irredenti erano definiti tali secondo criteri variabili: a volte si considerava il criterio linguistico-culturale, ossia la presenza di italofoni, altre volte quello geografico, cioè l'appartenenza ai confini naturali, altre ancora quello storico, ossia l'appartenenza del territorio, in passato, a uno degli antichi stati italiani, ma non il criterio di tipo coloniale.

Cronologicamente vi sono stati due irredentismi italiani: uno risorgimentale ed uno fascista. Il primo voleva l'unione al Regno d'Italia di tutti i territori con popolazione a maggioranza italiana rimasti fuori dall'unificazione nel 1870 (come ad esempio Trieste, l'Istria ed il Trentino). Il secondo era più aggressivo e portò - in parte - al disastro della seconda guerra mondiale. Infatti dopo la fine della prima guerra mondiale il movimento fu egemonizzato, manipolato e stravolto dal fascismo, che ne fece uno strumento di propaganda nazionalista, posto al centro di una politica imperiale che si concretizzava nelle italianizzazioni forzate, nell'aspirazione per la nascita di una Grande Italia e un vasto impero coloniale. Il fascismo considerò "irredenti" anche territori quali la Savoia e Corfù, quasi privi di abitanti italofoni.

A partire dal secondo dopoguerra in poi il governo italiano ha cessato del tutto la politica irredentistica, considerando come definitivi i confini nazionali stabiliti dopo il trattato di Parigi del 1947, il memorandum di Londra del 1954 e il trattato di Osimo del 1975.

Tuttavia, secondo alcuni movimenti della destra radicale, in seguito alla cessione di gran parte della Venezia Giulia alla ex Jugoslavia, l'irredentismo italiano non avrebbe ancora completato il suo programma. Esistono gruppi nella città di Trieste e piccoli nuclei in altre città d'Italia che sostengono l'italianità della Venezia Giulia oltreconfine. Recentemente, la dissoluzione della Jugoslavia ha fatto infatti riemergere in tali ambiti vecchi sentimenti nazionalistici; si ricordano a tal proposito le manifestazioni triestine per un nuovo irredentismo del 6 ottobre 1991 promosse dal Movimento Sociale Italiano, che videro la partecipazione di migliaia di persone in piazza della Borsa e per le vie della città. Lo stesso MSI chiese la rivisitazione dei trattati di pace, soprattutto per quanto riguarda la zona B del territorio libero di Trieste e l'enclave di Pola della zona A del TLT,e la richiesta della creazione di un euroregione istriana comprendenta anche la città di Fiume. Le rivendicazioni dell'MSI non riguardavano solo l'Istria e la città di Fiume ma anche la Dalmazia, in particolare le sue isole principali (Ugliano, Veglia, Arbe, Pago, Lissa, Lagosta, Lesina, Curzola e Meleda) e la costa con le città di Zara, Sebenico, e Spalato. Tali aspirazioni rimasero comunque inascoltate dai diversi governi italiani succedutisi in quel periodo.

I territori considerati irredenti[modifica | modifica wikitesto]

Mappa delle regioni oggetto di rivendicazioni irredentistiche dopo il 1918. Nella mappa non sono segnate la Savoia e Corfù.

Territori considerati irredenti fino a prima della prima guerra mondiale e che attualmente fanno parte dell'Italia.

Territori compresi nell'Italia geografica[modifica | modifica wikitesto]

Territori al di fuori dei confini della regione geografica italiana[modifica | modifica wikitesto]

Inoltre, pur oggetto di minore rivendicazione da parte italiana, talvolta venivano considerati irredenti anche i seguenti territori al di fuori dei confini naturali:

Le popolazioni italiane dell'Italia irredenta[modifica | modifica wikitesto]

Vennero portate, come argomentazioni a supporto delle tesi irredentiste di rivendicazione, diversi punti, come l'appartenenza geografica di quelle terre alla Penisola italiana o la presenza di più o meno numerose comunità di italiani o italofoni.

Agli inizi del Novecento la situazione delle terre irredente era la seguente[da inserire percentuali sul totale della popolazione]:[5]

Attualmente, gli italofoni sono aumentati nella Contea di Nizza (principalmente per immigrazione), sono rimasti invariati nel Canton Ticino, hanno conosciuto una leggera flessione nei Grigioni, mentre sono diminuiti a Malta (per effetto dell'assorbimento della cultura italiana a quella più propriamente maltese) e in Venezia Giulia (per effetto dell'esodo istriano) e quasi scomparsi in Dalmazia (sempre a causa dell'esodo).

Riguardo alla Corsica, la lingua italiana è compresa dalla quasi totalità della popolazione, ma viene usata molto marginalmente, di contro vi è una più larga concessione sull'utilizzo ufficiale del corso, che si considera a tutti gli effetti un dialetto italiano. Infine, riguardo alle isole Ionie, le ultime tracce del dialetto veneziano locale – specialmente a Corfù – sono scomparse negli anni Sessanta (comunque vi resta marginalmente l'uso dell'italkian, una lingua mista di matrice ebraica con molti termini veneti e pugliesi).

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Francesco Bruni, "Irredentismo", Storia della Lingua Italiana, cit. : «Con "irredentismo" si designa l’aspirazione di un popolo a completare sul piano territoriale la sua unità nazionale, liberando le terre soggette al dominio straniero. La paternità di questa parola va attribuita al patriota e uomo politico Matteo Renato Imbriani, che nel 1877, ai funerali del padre Paolo Emilio, usò l’espressione "terre irredente", cioè non salvate; subito dopo, un giornalista viennese lo definì "irredentista" per dileggiarlo.»
  2. ^ Vivante, Angelo. Irredentismo adriatico Capitolo primo
  3. ^ Il mio Carso riedito nel 2011 Mursia ISBN 9788842547341
  4. ^ Luigi Tomaz, Il confine d'Italia in Istria e Dalmazia, Conselve, 2004.
  5. ^ Vignoli, Giulio. Gli Italiani dimenticati. Minoranze italiane in Europa

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Banti, Alberto. Il Risorgimento italiano. Laterza. Roma, 2004
  • Bartoli, Matteo. Le parlate italiane della Venezia Giulia e della Dalmazia. Tipografia italo-orientale. Grottaferrata, 1919.
  • Colonel von Haymerle, Italicae res, Vienna, 1879 - The early history of Irredentists.
  • Lovrovici, don Giovanni Eleuterio. Zara dai bombardamenti all'esodo (1943-1947). Tipografia Santa Lucia - Marino. Roma, 1974.
  • Lunzer Renate, Irredenti redenti, intellettuali giuliani del '900, Lint Editoriale Trieste 2009, ISBN 978-88-8190-250-7
  • Vivante, Angelo. Irredentismo adriatico (The Adriatic Irredentism), 1984
  • Vignoli, Giulio. I territori italofoni non appartenenti alla Repubblica Italiana, Giuffrè, Milano, 1995
  • Vignoli, Giulio. Gli Italiani dimenticati. Minoranze italiane in Europa, Giuffrè, Milano, 2000
  • Zaffiri, Gabriele. L'Impero che Mussolini sognava per l'Italia, The Boopen editore, Pozzuoli (Napoli), ottobre 2008

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]