Terza guerra di indipendenza

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Terza guerra di indipendenza
Guerra austro-prussiana
Parte delle guerre di indipendenza italiane

Battaglia di Custoza
Data: 1866
Luogo: Impero d'Austria, Lombardo Veneto, Trentino, Italia e mare Adriatico
Esito: vittoria prussiana
Modifiche territoriali: La Prussia annette Hannover, Schleswig-Holstein, i due ducati dell'Assia, Nassau e Francoforte;
Il Regno di Italia annette il Veneto,il Friuli e la provincia di Mantova;
La Prussia forma Confederazione Tedesca del Nord;
L'Impero austriaco divenne l'Impero Austro-Ungarico
Schieramenti
Impero austriaco
Sassonia
Regno di Baviera
Baden
Regno del Württemburg
Hannover
e alcuni stati minori tedeschi
Regno di Prussia
bandiera Italia
e alcuni stati tedeschi minori
Effettivi
600.000 austriaci e alleati tedeschi 500.000 prussiani e alleati tedeschi
300.000 italiani
Perdite
20.000 morti o feriti 37.000 morti o feriti (tedeschi e italiani)
Terza guerra d'indipendenza
Guerra austro-prussiana
CustozaHühnerwasserPodolTrautenauNachodLangensalzaSkalitzMünchengrätzGitschinKönigshofSchweinschädelVezza d'OglioValtellinaSadowaDermbachBad KissingenMainfeldzugFrohnhofenAschaffenburgLissaCondinoForte d'AmpolaBlumenauHundheimTauberbischofsheimWerbachHelmstadtUettingen - BezzeccaInvasione del Trentino
Piano della terza guerra di indipendenza
Piano della terza guerra di indipendenza

La terza guerra di indipendenza italiana appartiene alla più ampia guerra austro-prussiana, della quale rappresentò il fronte meridionale.

Indice

[modifica] Premesse

Quando Vittorio Emanuele II di Savoia divenne re d'Italia, il 17 marzo 1861, il nuovo Regno ancora non controllava né Venezia, né Roma. La situazioni delle terre irredente (come si sarebbe detto alcuni decenni più tardi) costituiva una fonte di tensione costante per la politica interna italiana e chiave di volta della sua politica estera.

Valga per tutti l'episodio dell'Aspromonte, nel 1862, quando Giuseppe Garibaldi partì da Genova con dei volontari per sbarcare a Palermo e tentare la liberazione di Roma, confidando sulla neutralità del re. Seguito da 2000 volontari, s'imbarcò a Catania per sbarcare a Melito il 24 agosto e raggiungere l'Aspromonte. Il generale Enrico Cialdini, però, inviò una divisione comandata dal colonnello Pallavicino per fermare l'esercito di volontari. Nello scontro Garibaldi fu ferito, per poi essere dichiarato prigioniero insieme ai suoi seguaci. Dopo la guarigione, gli venne concesso di tornare alla sua residenza di Caprera.

[modifica] L'interesse convergente di Prussia ed Italia

Le crescenti tensioni fra Austria e Prussia per la supremazia in Germania, sfociate infine nel 1866 nella guerra austro-prussiana offrì l'opportunità di effettuare un consistente guadagno territoriale a spese degli Asburgo. L' 8 aprile 1866 il Governo Italiano (guidato dal generale Alfonso La Marmora) concluse una alleanza militare con la Prussia del principe Otto von Bismarck, grazie anche alla mediazione della Francia di Napoleone III.

Infatti, si era creata un'oggettiva convergenza fra i due Stati che vedevano nell'Impero Austriaco l'ostacolo ai disegni di unificazione nazionale. Secondo i piani prussiani, l'Italia avrebbe dovuto impegnare l'Austria sul fronte meridionale. Nel contempo, forte della superiorità navale, avrebbe portato una minaccia alle coste dalmate, distogliendo ulteriori forze dal teatro di guerra nell' Europa centrale.

[modifica] La preparazione bellica italiana

Una volta firmato il trattato con la Prussia, l’allora presidente del Consiglio, Alfonso La Marmora, chiese di tornare al comando dell'esercito, ciò che avvenne il 20 giugno, cioè appena tre giorni prima dell’entrata in guerra. Tale ritardo non era frutto del caso, bensì di una diatriba sorta circa l’attribuzione del comando delle forze armate: rivendicato alcontempo dal sovrano, da Cialdini e dal La Marmora stesso.
Alla fine si decise di attribuire la direzione delle operazioni al re mentre La Marmora fu nominato capo di stato maggiore. In realtà questo compromesso non risolse alcunché e, anzi, fu probabilmente decisivo per la sconfitta in questa guerra. Vittorio Emanuele II si era riservato il diritto di emanare ordini finendo così per scavalcare il capo di stato maggiore. Tra quest’ultimo e Cialdini erano continui i contrasti sulla conduzione della campagna, poiché il Cialdini, non sentendosi affatto inferiore al La Marmora, reclamava piena libertà d’azione.
Alla fine i due generali si accordarono e elaborarono un piano basato sull’ipotesi di un duplice attacco da sud attraverso il Po (Cialdini) e da ovest attraverso il Mincio (La Marmora). Secondo questo piano

  • le truppe agli ordini di La Marmora e del re, numericamente più numerose, avrebbero dovuto attraversare il Mincio ed attaccare le fortezze austriache del Quadrilatero.
  • Cialdini invece, una volta superato il Po, avrebbe dovuto aggirare le fortificazioni austriache e puntare verso Venezia e Padova.

Il piano era figlio di due concezioni diverse della guerra. Più prudente e statica quella di La Marmora, che mirava essenzialmente ad assediare il Quadrilatero, costituendo contemporaneamente una salda linea difensiva. Più dinamica la strategia di Cialdini, che, invadendo il Veneto da sud, immaginava di puntare innanzitutto ad un obiettivo importante come Venezia e da lì con il concorso della Marina puntare al cuore stesso dell’Impero Asburgico.

Tale disposizione, tuttavia, poneva troppo distanti fra loro i due eserciti con evidenti rischi di coordinamento, confermati dagli eventi successivi. Inoltre, non era stato fissato un obiettivo strategico comune, cosicché la libertà d’azione pretesa dal Cialdini produsse, in pratica, due eserciti indipendenti tra loro.
Né la situazione venne risolta il 17 giugno,in occasione di un incontro dei due generali a Bologna, ove non venne stabilito a quale delle due azioni dovesse essere attribuita la priorità. Accadde così che mentre La Marmora credeva che Cialdini avrebbe solo fatto una diversione per costringere il nemico a dividere le proprie forze, Cialdini credeva lo stesso ma a parti invertite.

Quanto al sovrano, il cui coraggio non era in discussione, egli era però del tutto impari al compito di comandante supremo che, per contro, intendeva effettivamente esercitare.


Infine, allo scoppio delle ostilità la situazione militare italiana era fortemente condizionata da fattori negativi:

  • la non perfetta fusione fra il già esercito del Regno Sardo e quello del fu Regno delle Due Sicilie, frutto della forte resistenza che si sviluppò dopo la resa di Gaeta, innescata anche dall'eccessiva asprezza della lotta nella sue fasi finali (si veda in proposito Messina e Civitella del Tronto).
  • la fortissima rivalità fra le principali marinerie confluite nella Regia Marina, le marine piemontese e napoletane erano scarsamente disposte a riconoscersi "primogeniture" di alcun tipo.

Date le premesse, gli insuccessi terrestri colti nella prima fase del conflitto, furono quasi inevitabili.

[modifica] Il primo tentativo di invasione italiana

Il 16 giugno 1866 la Prussia iniziò l'ostilità contro alcuni principati tedeschi alleati dell'Austria. Il 19 dichiarò guerra anche l'Italia, con inizio delle ostilità al 23 giugno.

All'inizio del conflitto, l'esercito venne diviso in due armate: la prima, al comando di Alfonso La Marmora, era stanziata in Lombardia ad ovest del Mincio verso le fortezze del Quadrilatero; la seconda, al comando del generale Enrico Cialdini in Romagna, a sud del Po, verso Mantova e Rovigo. Al comando della flotta fu designato il vecchio ammiraglio Carlo Persano.

Il capo di Stato Maggiore generale La Marmora mosse per primo, incuneandosi fra Mantova e Peschiera, ove subì una sconfitta a Custoza il 24 giugno.

Cialdini, al contrario, per tutta la prima parte della guerra non assunse alcuna posizione offensiva, limitandosi a dimostrazioni, sino a neppure iniziare l'assedio della fortezza austriaca di Borgoforte, a nord del Po.

Al fine di rimediare all'insuccesso di terra, con un'eventuale vittoria navale, il Governo ordinò a Persano di attaccare con la flotta l'isola di Lissa, lungo la costa della Dalmazia. L'affondamento delle navi Palestro e Re d'Italia, durante la battaglia di Lissa da parte della flotta austriaca comandata dall'ammiraglio Tagetthoff, segnarono la sconfitta di Persano, degradato da parte del Senato riunito in alta Corte di Giustizia.

Custoza segnò, infatti, un generale arresto delle operazioni, con gli italiani che riorganizzavano nel timore di una controffensiva austriaca. Gli austriaci ne approfittarono per compiere due piccole puntate offensive in Valtellina (operazioni in Valtellina) ed in Val Camonica (battaglia di Vezza d'Oglio). L'esito generale della guerra venne, tuttavia, determinato dalle importanti vittorie prussiane sul fronte tedesco, in particolare quella di Sadowa del 3 luglio 1866, ad opera del generale von Moltke. A seguito di questi avvenimenti gli austriaci ritirarono su Vienna uno dei tre corpi di armata schierati in Italia e diedero priorità alla difesa del Trentino e dell'Isonzo.

[modifica] La determinazione del rinnovato sforzo offensivo

Il 5 luglio, giunse notizia di un telegramma dell'imperatore di Francia Napoleone III, il quale prometteva di avviare una mediazione generale, che avrebbe permesso all'Austria di ottenere condizioni onorevoli di fronte alla Prussia ed all'Italia di recuperare Venezia. La situazione appariva particolarmente imbarazzante, in quanto le forze armate non avevano saputo guadagnare alcun successo sul campo. Le forze disponibili, d'altra parte, apparivano consistenti, mentre gli austriaci andavano ritirando truppe verso la difesa di Vienna. Il governo italiano cercò quindi di guadagnare tempo, ingiungendo, al contempo, al generale La Marmora di ottenere «...una buona battaglia e per essere in condizioni ancora più favorevoli per la pace».

Il 14 luglio, nel corso di un consiglio di guerra tenuto a Ferrara, si stabilì, finalmente un nuovo atteggiamento al proseguimento della guerra:

  • il Cialdini avrebbe guidato un esercito principale di 150.000 che avrebbe avanzato attraverso il Veneto, mentre La Marmora, con circa 70.000 uomini, avrebbe mantenuto il blocco sulle fortezze del Quadrilatero.
  • la marina italiana dell'ammiraglio Persano avrebbe dovuto cercar gloria, uscendo dal porto di Ancona (cosa che fece, trovando solo, il 20 luglio, una memorabile sconfitta alla battaglia di Lissa).
  • il corpo dei volontari di Garibaldi, rinforzato da una divisione, avrebbe dovuto penetrare a fondo in Trentino, avvicinandosi il più possibile al capoluogo.

Infatti, ora che l'acquisizione del Veneto era certa, appariva soprattutto urgente procedere all'occupazione del Trentino, per non vederselo sfuggire alle trattative di pace.

[modifica] La ripresa delle operazioni italiane

Il telegramma Obbedisco di Garibaldi
Il telegramma Obbedisco di Garibaldi

Nelle settimane che seguirono ad Enrico Cialdini fu affidato il grosso dell'esercito. Egli seppe guidare l'avanzata italiana dal Po di Ferrara ad Udine: passò il Po ed occupò Rovigo l'11 luglio, Padova il 12 luglio, Treviso il 14 luglio; San Donà di Piave il 18 luglio, Valdobbiadene ed Oderzo il 20 luglio, Vicenza il 21 luglio, Udine il 22 luglio.

Nel frattempo i volontari di Giuseppe Garibaldi si erano spinti dal Bresciano in direzione della città di Trento (Invasione del Trentino del Garibaldi) aprendosi la strada il 21 luglio alla battaglia di Bezzecca, mentre una seconda colonna italiana giudata dal Medici arrivava, il 25 luglio, in vista delle mura di Trento (Invasione del Trentino del Medici).

Queste ultime vittorie italiane vennero tuttavia oscurate, nella coscienza collettiva, dalla sconfitta della Marina a Lissa il 20 luglio, e non permisero di ottenere la tanto cercata "buona battaglia". Il 9 agosto Garibaldi rispose con il celebre e celebrato «obbedisco» e si ritirò dal Trentino. Non che gli rimanessero altre scelte.

La cessazione delle ostilità venne sancita all'Armistizio di Cormons, il 12 agosto 1866, seguito il 3 ottobre 1866 dal trattato di Vienna.

[modifica] Conseguenze

Le condizioni del trattato di pace erano state, comunque, già stabilite prima dell'entrata in guerra. Secondo i termini del trattato di pace, l'Italia guadagnò Mantova, l'intera antica terraferma veneta (che comprendeva l'attuale Veneto, salvo l'ampezzano e il Friuli occidentale). Rimanevano in mano austriaca il Trentino, il Friuli orientale, la Venezia Giulia e la Dalmazia. In considerazione della pessima condotta italiana in guerra, gli austriaci ottennero di consegnare le province perdute alla Francia, che ne avrebbe fatto dono al Regno d'Italia.

Il 4 novembre 1866 i Savoia ebbero restituita dagli Asburgo la Corona Ferrea, già usata dai re longobardi, dagli Imperatori del Sacro Romano Impero Germanico e dallo stesso Napoleone Bonaparte tutti in quanto re d'Italia, e dai sovrani del Lombardo-Veneto. La corona tornò così alla sua sede storica nel Duomo di Monza.

Come di prassi, l'annessione venne sancita da un plebiscito (a suffragio universale maschile) che, il 21 e 22 ottobre, sancì l'adesione di queste terre redente all'Italia, anche se già il 19 ottobre il generale francese Leboeuf aveva consegnato ufficialmente il Veneto al commissario italiano Thaon di Revel.

Il 7 novembre 1866, pochi giorni dopo la proclamazione ufficiale dell'esito del plebiscito, Vittorio Emanuele II compì una visita solenne a Venezia. Le salme dei fratelli Bandiera e di Domenico Moro rientrarono il 18 giugno 1867, quella di Daniele Manin il 22 marzo 1868.

[modifica] Voci correlate

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