Terza guerra di indipendenza italiana
| Terza guerra di indipendenza Guerra austro-prussiana |
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| Parte delle guerre di indipendenza italiane | |||||||||
La battaglia navale di Lissa |
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| Schieramenti | |||||||||
e alcuni stati minori tedeschi |
e alcuni stati tedeschi minori |
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| Effettivi | |||||||||
| 600.000 austriaci e alleati tedeschi | 500.000 prussiani e alleati tedeschi 300.000 italiani |
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| Perdite | |||||||||
| 20.000 morti o feriti | 37.000 morti o feriti (tedeschi e italiani) | ||||||||
La terza guerra di indipendenza italiana appartiene alla più ampia guerra austro-prussiana, della quale rappresentò il fronte meridionale.
Indice |
[modifica] Premesse
Quando Vittorio Emanuele II di Savoia divenne re d'Italia, il 17 marzo 1861, il processo di unificazione nazionale non poteva considerarsi definitivo poiché, da un lato, il Veneto, il Trentino e Trieste appartenevano ancora all'Austria e dall'altro Roma era saldamente nelle mani del Papa.
La situazione delle terre irredente (come si sarebbe detto alcuni decenni più tardi) costituiva una fonte di tensione costante per la politica interna italiana e chiave di volta della sua politica estera.
Significativo l'episodio dell'Aspromonte, avvenuto nel 1862, nel tentativo di annettere Roma allo stato italiano, confidando sulla neutralità del re. Seguito da 2000 volontari, Giuseppe Garibaldi s'imbarcò a Catania per sbarcare a Melito il 24 agosto e raggiungere l'Aspromonte. Il generale Enrico Cialdini, però, inviò una divisione comandata dal colonnello Luigi Pallavicini per fermare l'esercito di volontari.
Nello scontro Garibaldi fu ferito, per poi essere dichiarato prigioniero insieme ai suoi seguaci. Dopo la guarigione, gli venne concesso di tornare alla sua residenza di Caprera, grazie ad un'amnistia.
[modifica] L'interesse convergente di Prussia ed Italia
| Per approfondire, vedi la voce Alleanza italo-prussiana. |
Le crescenti tensioni fra Austria e Prussia per la supremazia in Germania (sfociate infine nel 1866 nella guerra austro-prussiana) offrirono al neonato Regno d'Italia l'opportunità di effettuare un consistente guadagno territoriale a spese degli Asburgo.
L'8 aprile 1866 il Governo Italiano (guidato dal generale Alfonso La Marmora) concluse una alleanza militare con la Prussia di Otto von Bismarck, grazie anche alla mediazione della Francia di Napoleone III.
Si era creata, infatti, un'oggettiva convergenza fra i due Stati che vedevano nell'Impero Austriaco l'ostacolo ai disegni di unificazione nazionale. Secondo i piani prussiani, l'Italia avrebbe dovuto impegnare l'Austria sul fronte meridionale. Nel contempo, forte della superiorità navale, avrebbe portato una minaccia alle coste dalmate, distogliendo ulteriori forze dal teatro di guerra nell'Europa centrale.
[modifica] La preparazione bellica italiana
Una volta firmato il trattato con la Prussia, l’allora presidente del Consiglio, Alfonso La Marmora chiese di tornare al comando dell'esercito (assumendo la carica di Capo dello Stato Maggiore dell'Esercito), ciò che avvenne il 20 giugno, cioè appena tre giorni prima dell’entrata in guerra. Tale ritardo non era frutto del caso, bensì di una diatriba sorta circa l’attribuzione del comando delle forze armate: rivendicato al contempo dal sovrano, da Enrico Cialdini e da La Marmora stesso.
Alla fine si decise di attribuire la direzione delle operazioni al re, mentre La Marmora fu nominato capo di stato maggiore. Tra quest’ultimo e Cialdini erano continui i contrasti sulla conduzione della campagna, poiché Cialdini, non sentendosi affatto inferiore, reclamava piena libertà d’azione. Vittorio Emanuele II, in pratica, si era riservato il diritto di emanare ordini finendo così per scavalcare il capo di stato maggiore. In realtà questo compromesso non risolse alcunché e anzi, fu probabilmente decisivo per le sconfitte subite in questa guerra.
Alla fine Cialdini e La Marmora si accordarono ed elaborarono un piano basato sull'ipotesi di un duplice attacco, rispettivamente da sud attraverso il Po e da ovest attraverso il Mincio. Secondo questo piano:
- le truppe agli ordini di La Marmora e del re, numericamente più forti, avrebbero dovuto attraversare il Mincio ed attaccare le fortezze austriache del Quadrilatero;
- Cialdini invece, una volta superato il Po, avrebbe dovuto aggirare le fortificazioni austriache e puntare verso Venezia e Padova.
Il piano era figlio di due concezioni diverse della guerra. Più prudente e statica quella di La Marmora, che mirava essenzialmente ad assediare il Quadrilatero, costituendo contemporaneamente una salda linea difensiva. Più dinamica la strategia di Cialdini, che, invadendo il Veneto da sud, immaginava di puntare innanzitutto ad un obiettivo importante come Venezia e da lì con il concorso della Marina puntare al cuore stesso dell’Impero Asburgico.
Tale disposizione, tuttavia, poneva troppo distanti fra loro i due eserciti con evidenti rischi di coordinamento, confermati dagli eventi successivi. Inoltre, non era stato fissato un obiettivo strategico comune, cosicché la libertà d’azione pretesa dal Cialdini produsse, in pratica, due eserciti indipendenti tra loro.
La situazione non venne risolta neppure il 17 giugno, in occasione di un incontro dei due generali a Bologna, ove non venne stabilito a quale delle due azioni dovesse essere attribuita la priorità. Accadde così che mentre La Marmora credeva che Cialdini avrebbe solo fatto una diversione per costringere il nemico a dividere le proprie forze, Cialdini credeva lo stesso ma a parti invertite.
Dal canto suo il sovrano, il cui coraggio non era in discussione, non era all'altezza del compito di comandante supremo del quale, per contro, intendeva effettivamente esercitare i poteri.
Infine, allo scoppio delle ostilità la situazione militare italiana era fortemente condizionata da alcuni fattori negativi:
- da un lato, infatti, stava la non perfetta fusione fra gli eserciti del Regno Sardo e del Regno delle Due Sicilie, frutto della forte resistenza che si sviluppò dopo la resa di Gaeta, innescata anche dall'eccessiva asprezza della lotta nella sue fasi finali (si veda in proposito Messina e Civitella del Tronto).
- dall'altro, vi era una fortissima rivalità fra le principali marinerie confluite nella Regia Marina: la marina piemontese e la marina napoletana.
Date le premesse, gli insuccessi terrestri ottenuti nella prima fase del conflitto furono quasi inevitabili.
[modifica] Svolgimento del conflitto
Il 16 giugno 1866 la Prussia iniziò l'ostilità contro alcuni principati tedeschi alleati dell'Austria.
All'inizio del conflitto, l'esercito italiano era diviso in due armate: la prima, al comando di Alfonso La Marmora, stanziata in Lombardia ad ovest del Mincio verso le fortezze del Quadrilatero; la seconda, al comando del generale Enrico Cialdini, in Romagna, a sud del Po, verso Mantova e Rovigo. Al comando della flotta fu designato il vecchio ammiraglio Carlo Pellion di Persano.
Il capo di Stato Maggiore generale La Marmora mosse per primo, incuneandosi fra Mantova e Peschiera, dove subì una sconfitta a Custoza il 24 giugno.
Cialdini, al contrario, per tutta la prima parte della guerra non assunse alcuna posizione offensiva e non assediò neppure la fortezza austriaca di Borgoforte, a nord del Po.
Custoza segnò un generale arresto delle operazioni, con gli Italiani che si riorganizzavano nel timore di un contrattacco austriaco. Gli Austriaci ne approfittarono per compiere piccole offensive in Valtellina (operazioni in Valtellina), Valle Sabbia (Battaglia di Monte Suello) e in Val Camonica (battaglia di Vezza d'Oglio).
Tuttavia, a seguito di alcune importanti vittorie prussiane sul fronte tedesco, in particolare quella di Sadowa del 3 luglio 1866, gli Austriaci decisero di far rientrare a Vienna uno dei tre corpi d'armata schierati in Italia e diedero priorità alla difesa del Trentino e dell'Isonzo.
[modifica] La determinazione del rinnovato sforzo offensivo
Il 5 luglio giunse notizia di un telegramma dell'imperatore di Francia Napoleone III, il quale prometteva di avviare una mediazione generale, che avrebbe permesso all'Austria di ottenere condizioni onorevoli di fronte alla Prussia e all'Italia di annettere Venezia. La situazione appariva particolarmente imbarazzante, in quanto le forze armate italiane non avevano guadagnato alcun successo sul campo. Le forze disponibili, d'altra parte, apparivano consistenti, mentre gli austriaci andavano ritirando truppe verso la difesa di Vienna. Il governo italiano cercò quindi di guadagnare tempo, ordinando intanto, al generale La Marmora, di ottenere «... una buona battaglia, per essere in condizioni ancora più favorevoli per la pace».
Il 14 luglio, nel corso di un consiglio di guerra tenuto a Ferrara, si stabilì, finalmente un nuovo atteggiamento al proseguimento della guerra:
- Cialdini avrebbe guidato un esercito principale di 150.000 uomini, che sarebbe avanzato attraverso il Veneto, mentre La Marmora, con circa 70.000 uomini, avrebbe mantenuto il blocco sulle fortezze del Quadrilatero;
- al fine di rimediare all'insuccesso di terra, con un'eventuale vittoria navale, il Governo ordinò all'ammiraglio Carlo Persano di salpare, con la flotta, dal porto di Ancona, di attaccare ed occupare l'isola di Lissa al largo delle coste della Dalmazia. L'affondamento delle navi Palestro e Re d'Italia, durante la battaglia di Lissa (20 luglio 1866), da parte della flotta austriaca comandata dall'ammiraglio Wilhelm von Tegetthoff, segnarono la sconfitta di Persano, che fu quindi degradato dal Senato riunito in alta Corte di Giustizia.
- il corpo dei volontari di Garibaldi, rinforzato da una divisione, avrebbe dovuto penetrare a fondo nel Trentino, avvicinandosi il più possibile al capoluogo.
Infatti, ora che l'acquisizione del Veneto era certa, appariva soprattutto urgente procedere all'occupazione del Trentino, per non vederselo sfuggire durante le trattative di pace.
[modifica] La ripresa delle operazioni italiane
| Per approfondire, vedi le voci Invasione del Trentino (Garibaldi - 1866) e Invasione del Trentino (Medici - 1866). |
Nelle settimane che seguirono, a Enrico Cialdini fu quindi affidato il grosso dell'esercito.
Egli seppe guidare l'avanzata italiana da Ferrara a Udine: passò il Po e occupò Rovigo l'11 luglio, Padova il 12 luglio, Treviso il 14 luglio, San Donà di Piave il 18 luglio, Valdobbiadene e Oderzo il 20 luglio, Vicenza il 21 luglio, Udine il 26 luglio.[1]
Nel frattempo il Corpo Volontari Italiani di Giuseppe Garibaldi si era spinto dal Bresciano in direzione della città di Trento aprendosi la strada il 21 luglio durante la battaglia di Bezzecca, mentre una seconda colonna italiana guidata da Giacomo Medici arrivava, il 25 luglio, in vista delle mura di Trento.
Queste ultime vittorie italiane vennero tuttavia oscurate, nella coscienza collettiva, dalla sconfitta della Marina a Lissa il 20 luglio.
Il 9 agosto Garibaldi rispose all'ordine di ritirarsi dal Trentino, con il celebre e celebrato «obbedisco».
L'esito generale della guerra fu determinato dalle importanti vittorie prussiane sul fronte tedesco, in particolare quella di Sadowa del 3 luglio 1866, ad opera del generale von Moltke. La cessazione delle ostilità venne sancita con l'Armistizio di Cormons, il 12 agosto 1866, seguito il 3 ottobre 1866 dal trattato di Vienna.
[modifica] Conseguenze
Secondo i termini del trattato di pace, l'Italia guadagnò Mantova e l'intera antica terraferma veneta (che comprendeva l'attuale Veneto e il Friuli occidentale). Rimanevano in mano austriaca il Trentino, il Friuli orientale, la Venezia Giulia e la Dalmazia. In considerazione della pessima condotta italiana in guerra, gli austriaci ottennero di consegnare le province perdute alla Francia, che ne avrebbe fatto dono al Regno d'Italia.
Il 4 novembre 1866 i Savoia ebbero consegnata dagli Asburgo la Corona Ferrea (simbolo della sovranità sull'Italia), già usata dai re longobardi, dagli imperatori del Sacro Romano Impero Germanico e dallo stesso Napoleone Bonaparte. La corona tornò così alla sua sede storica nel Duomo di Monza.
L'annessione al Regno d'Italia venne sancita da un plebiscito (a suffragio universale maschile) svoltosi il 21 e 22 ottobre, anche se già il 19 ottobre in una stanza dell'hotel Europa sul Canal Grande il generale Leboeuf (plenipotenziario francese e "garante" dello svolgimento della consultazione) aveva firmato la cessione del Veneto all'Italia. Prima ancora del plebiscito le terre venete erano già state cedute ufficialmente al Regno d'Italia; "la Gazzetta di Venezia" il giorno successivo ne aveva dato notizia, in pochissime righe: "Questa mattina in una camera dell'albergo Europa si è fatta la cessione del Veneto".[2]
Il 7 novembre 1866, pochi giorni dopo la proclamazione ufficiale dell'esito del plebiscito, Vittorio Emanuele II compì una visita solenne a Venezia. Le salme dei fratelli Bandiera e di Domenico Moro rientrarono il 18 giugno 1867, quella di Daniele Manin il 22 marzo 1868.
[modifica] Note
- ^ "Università degli Studi di Udine; [1].
- ^ Ettore Beggiato, "1866: la grande truffa", Editoria Universitaria Venezia, 1999; [2].
[modifica] Voci correlate
- Prima guerra di indipendenza italiana
- Seconda guerra di indipendenza italiana
- Alleanza italo-prussiana
- Invasione del Trentino (Garibaldi - 1866)
- Corpo Volontari Italiani
- 2º Reggimento Volontari Italiani
- Operazioni in Valvestino (1866)
- Battaglia di Ponte Caffaro
- Battaglia di Monte Suello
- Battaglia di Pieve di Ledro
- Armistizio di Cormons
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