Urbanistica a Roma tra il 1870 e il 2000

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Roma 2003 (un quadrato di 14 km attorno al centro)

Lo sviluppo urbanistico di Roma nel periodo 1870-2000 costituisce un fenomeno di crescita urbana unico in Italia.

Demografia e piani regolatori[modifica | modifica wikitesto]

Nei decenni dal 1870 al 2000

  • Milano passa da 290.000 a 1.256.000 abitanti,
  • Napoli da 489.000 a 1.004.000,
  • Torino da 210.000 a 1.200.000,
  • Palermo da 224.000 a 887.000,

ma Roma incrementa i propri abitanti di 5 volte, passando da 512.000 a 2.800.000 nel 1981, anno in cui comincia il decremento che la porta, nel 2001, a poco più di 2.500.000 residenti. Questa voce descrive sinteticamente lo sviluppo urbanistico della città conseguente all'incremento demografico e alle scelte di sviluppo via via effettuate delle classi dirigenti della città capitale d'Italia.

Come notava Franco Ferrarotti nel 2003[1],

« per renderci conto di alcuni fondamentali problemi di Roma, sarebbe stato sufficiente ripercorrere l’iter dei Piani regolatori della città, dal primo, approvato dal Consiglio comunale nel 1873, a quello odierno. Sono piani per lo più a rimorchio della spinta speculativa, incapaci di regolare l’ampliamento razionale della città, definendone in anticipo le zone di diffusione e portandovi i servizi essenziali (rete viaria e fognature), e pronti invece ad accodarsi, con deroghe e sanatorie più o meno sommarie, alla iniziativa privata valorizzando con i servizi pubblici quei terreni in cui erano sorte le costruzioni, nella convinzione che sarebbe stato poi il Comune a renderle abitabili. »

E, poco più avanti:

« Sta di fatto che il territorio del Comune di Roma è da oltre un secolo area privilegiata di un’alleanza tra patrimonio fondiario e capitale finanziario; e che tale alleanza si rinnova quotidianamente ancora oggi, quando non operano più gli stati di necessità dovuti al dilatarsi della popolazione, sia per il flusso immigratorio che per l’accrescimento naturale. Oggi, infatti, la funzione che era propria delle spinte demografiche è assolta dal dilatarsi dei processi di terziarizzazione della città. »

È su questo sfondo e in questa cornice che può leggersi lo sviluppo urbanistico della città.

I Piani regolatori e le leggi speciali per Roma[modifica | modifica wikitesto]

Il piano Viviani del 1883
  • 1873: primo Piano Regolatore, rimasto sulla carta;
  • 1881: legge n. 209 del 14 maggio 1881, che stanzia finanziamenti per il concorso dello stato alle spese per realizzare a Roma i servizi adeguati a una capitale;
  • legge 24 marzo 1932, n. 355, che finanzia il Piano Regolatore del '31;
  • 1962: si approva il 18 dicembre il nuovo Piano Regolatore Generale, al quale saranno apportate due varianti generali, la prima nel 1967 (sindaco Amerigo Petrucci), la seconda, più consistente, nel 1974 (sindaco Clelio Darida);
  • 1966: legge 26 maggio 1966, n. 311 che proroga con modifiche la legge 355 del 1932;
  • 1990: legge 15 dicembre 1990 n. 396, "Interventi per Roma, Capitale della Repubblica", che crea anche una "Commissione per Roma capitale";
  • 2000: DPCM del 21 dicembre 2000, che modifica la legge del '90;

Dalla capitale del Papa-Re...[modifica | modifica wikitesto]

Al momento della presa di Roma lo Stato sabaudo si trova a dover trasformare la capitale di uno Stato teocratico assolutista, la cui economia locale era basata sulla rendita fondiaria e sul paternalismo assistenziale, nella capitale di un moderno Stato liberale.

La stratificazione sociale ed economica della città al momento dell'Unità d'Italia si può così sintetizzare:

  • Al vertice le alte gerarchie clericali con funzioni di governo, proprietarie - attraverso ordini chiese e monasteri - di vastissime proprietà fondiarie, e la nobiltà, detentrice del resto della proprietà fondiaria e delle sue rendite. Entrambe le tipologie proprietarie avevano un dominante carattere latifondista.
  • Alla base c'era un popolo complessivamente misero, ma saldamente vigilato in nome della fede e, in cambio, sufficientemente assistito nei propri bisogni materiali[3].
  • In mezzo, c'era il clero e i cosiddetti ceti produttivi, che consistevano nell'insieme di alte cariche burocratiche (strettamente dipendenti nella selezione e nei comportamenti dalle gerarchie ecclesiastiche), rappresentanti delle professioni eredi delle medioevali arti liberali, e nei cosiddetti "mercanti di campagna"[4].

Costituivano, questi ultimi, il generone: un ceto di grandi affittuari dei latifondi (che a loro volta subappaltavano), garante fin dal XVI secolo della liquidità delle classi dominanti e della tutela degli approvvigionamenti alimentari - quello che più si avvicinava per condizioni materiali alla borghesia europea, che gareggiava con la nobiltà se non in stile certo in lusso, ma - trattandosi di intermediari, piuttosto che di produttori, di ricchezza - completamente subordinato, sul piano politico e culturale, alle classi egemoni.

Dal punto di vista della struttura economica, Roma era - come era sempre stata - assai più centro di consumo e di servizi che di produzione. Quasi completamente priva di industrie, produceva invece localmente artigianato di lusso e quel che oggi chiameremmo servizi.

Dal punto di vista urbanistico, la Roma del 1870 era ancora quella ridisegnata da Sisto V, mentre la burocrazia e le istituzioni del nuovo regno d'Italia chiedevano spazi.

L'eversione dell'asse ecclesiastico aveva già preparato il terreno, con le leggi del 1866 e del 1867. Per il trasferimento della capitale da Firenze a Roma si emanò un'apposita legge, il 3 febbraio 1871, che dava allo Stato ampie facoltà di esproprio, e poco dopo, con legge del 19 giugno 1873, si estese anche a Roma e provincia la legislazione sulla soppressione delle corporazioni religiose del 1866/67, che a Roma toccò 134 delle 221 case religiose esistenti (furono risparmiate quelle che si occupavano di assistenza, beneficenza, missioni) e consentì l'assegnazione al comune o ad enti pubblici, o la destinazione ad utilità pubblica, o la vendita, dei loro beni immobili.

Entro il 1877 era stato liquidato l'80% del patrimonio degli enti soppressi. Le tenute agricole furono acquistate all'80% da "mercanti di campagna", ma passarono di mano anche vasti patrimoni edilizi. I principali proprietari di immobili in città restavano comunque gli Odescalchi, i Doria Pamphili e i Pallavicini. Li seguiva, però, il non nobile Augusto Silvestrelli, mercante di campagna.
La scomunica di Pio IX, che accompagnava queste transazioni, non spaventò evidentemente nessuno.
Il vertice della modernizzazione tecnologica consentita da Pio IX era stato l'introduzione dalla ferrovia, il cui primo tratto da Roma a Frascati era stato inaugurato nel 1856, seguito, entro il 1867, dalla linea Roma-Civitavecchia-Orbetello, dalla Roma-Orte e dalla Roma-Ceprano[5]. La scelta di centralizzare i punti d'arrivo ferroviari all'Esquilino, localizzando a Termini la nuova stazione centrale inaugurata nel 1867, fu fortemente voluta da Monsignor de Merode, che aveva acquistato ampi terreni nella zona, e con la creazione della direttrice di Via Nazionale verso il Corso vincolò fortemente il primo sviluppo urbanistico postunitario.

All'arrivo dei piemontesi, Roma era piena di conventi e di edifici destinati ad usi collettivi, se non pubblici, che furono utilizzati nella fase di primo insediamento dello Stato sabaudo: tra il 1871 e il 1875 ne furono espropriati una cinquantina.
Si danno qui alcune notizie circa il primo insediamento delle nuove istituzioni statali: alcune furono temporanee, altre divennero stabili (Vittorio Vidotto, Roma contemporanea, Laterza 2001, 2006).

inoltre furono subito scelte le sedi delle massime istituzioni:

... alla capitale umbertina[modifica | modifica wikitesto]

Via del Quirinale 1890 ca

La scommessa immobiliare di de Merode si sommò all'urgenza dello stato sabaudo di creare nuovi spazi direzionali da saldare a quelli tradizionali di Roma che erano localizzati nei rioni storici e lungo Via del Corso; la zona individuata - l'altura tra Porta Pia e il Quirinale, comprese la zona delle Terme di Diocleziano fino al Viminale e l'Esquilino fino alla via Labicana - era occupata da ville, orti e vigne, ed era poco urbanizzata; i proprietari delle ville cominciarono a lottizzare, altri investitori si misero ad acquistare terreni sulle orme del de Merode e lo Stato stesso, nella persona di Quintino Sella, grande dominus della prima organizzazione di Roma capitale, scelse quella direttrice come spazio di espansione dell'edilizia pubblica (i nuovi ministeri allineati tra Porta Pia e il Quirinale lungo quella che sarebbe diventata Via XX Settembre), orientando la prima urbanizzazione postunitaria nella zona "alta" a nordest della città.

Lavori pubblici[modifica | modifica wikitesto]

Per quanto riguardava le opere pubbliche, le scelte dei primi due o tre decenni di Roma capitale furono completamente assoggettate alla volontà dell'Amministrazione centrale dello Stato, e alla sua immagine della capitale del nuovo stato unitario[6].

I costi altissimi dei lavori pubblici necessari alla modernizzazione e all'espansione di Roma furono coperti in parte dalle alienazioni dei beni ecclesiastici, e furono anche ridotti dal sistema delle convenzioni con i privati che avrebbero costruito sui terreni concordati attraverso una prima bozza di Piano regolatore, che fu discusso e approvato alla fine del 1873 dal Consiglio comunale, poco convinto, peraltro, che fosse necessario fare grandi programmi e piuttosto incline a lasciare spazio alle scelte dei privati. Haussmann, che faceva scuola di modernizzazione urbana in tutta Europa, fu interpellato anche da Crispi, grande decisore della riorganizzazione della nuova capitale. La soluzione demolitoria che il francese proponeva venne tuttavia applicata assai marginalmente, almeno fino al fascismo, sicché Roma poté conservare ad esempio, a differenza di Parigi e di Milano, la sua cinta muraria.

In pratica, la città fu per una trentina d'anni un grande cantiere: l'arginatura del Tevere, che consistette nella costruzione degli argini ancora oggi visibili, che cambiò il rapporto della città col fiume (e che si protrasse per cinquant'anni) s'intrecciò con la costruzione della rete fognante e l'ampliamento del sistema idrico, e con la costruzione dei ministeri. Questo migliorò di molto la gestione delle piene del Tevere, che allagavano periodicamente (all'incirca ogni 30 anni) l'intera zona del centro e di cui si conserva memoria storica del livello su indicatori apposti su diversi edifici, già a partire dal secolo XIII. La costruzione delle mura portò alla soppressione di numerosi porti sul Tevere, talvolta con opera di demolizione (come nel caso del Porto di Ripetta).

Alla morte del re Vittorio Emanuele II si decise di costruirne l'enorme monumento a lui dedicato, il Vittoriano, su un lato del Campidoglio, da sempre simbolo del potere politico cittadino e statale. Per edificare tale opera, si demolì, a partire dal 1886, una serie di antichi edifici confiscati alle autorità ecclesiastiche, il Convento di Aracoeli con l'annessa Torre di Paolo III, insieme all'edilizia minore sorta a ridosso di queste strutture.

Edilizia privata[modifica | modifica wikitesto]

Per quanto riguardava l'edilizia privata, poi, i protagonisti furono i finanzieri - italiani ma anche francesi, belgi e tedeschi - che vedevano nella nuova capitale da costruire una grande occasione di investimento e di speculazione.

Le prime convenzioni, già nel 1871, vennero stipulate con Monsignor de Merode per la zona attorno a Termini e il primo tratto di via Nazionale, e per l'Esquilino. Nei due anni successivi vennero firmate le convenzioni per il Celio, Castro Pretorio e la zona attorno a Santa Maria Maggiore.

Le infrastrutture all'edilizia privata furono assicurate da convenzioni, con le quali i proprietari dei terreni ne cedevano una parte allo Stato, che provvedeva alle opere di urbanizzazione (strade e fognature soprattutto), ed autorizzava i privati a costruire "per pubblica utilità" - dichiarazione grazie alla quale le imprese potevano anche, se necessario, procedere direttamente ad espropri.
In questo modo lo Stato non doveva farsi carico del costo dei terreni e dell'eventuale contenzioso.

Carl Hegenbeck al centro descrive l'andamento dei lavori dello Zoo di Roma al sindaco Ernesto Nathan, alla sua destra 1909

Nathan e il piano regolatore del 1909[modifica | modifica wikitesto]

Ernesto Nathan assunse la carica di sindaco, che fino al 1893 non era eletto dal popolo ma designato dalla giunta, si ritrova sul tavolo il piano del 1907 eseguito da Bonfiglietti. In questo momento però preferisce affidare la redazione del nuovo piano ad una persona esterna alla città, che quindi non avesse interessi personali. Fu così chiamato Edmondo Sanjust di Teulada che seppe interpretare nel migliore dei modi le leggi per Roma capitale del 1904 e 1907 promulgate da Giolitti. Il piano fu presentato già nel 1908 e reso legge nel 1909. L'interesse principale di questo piano è la presentazione di 2 tipologie edilizie: -il fabbricato (non più alto di 24 metri), -il villino. Tipologia modificata nel 1920 in palazzina con decreto regio per far fronte al grande bisogno di abitazioni post-guerra.

Architetture umbertine[modifica | modifica wikitesto]

La capitale del Fascismo[modifica | modifica wikitesto]

Durante il ventennio, il centro della città fu interessato da importanti lavori di riqualificazione. Il motivo era principalmente dettato da ragioni simboliche, atte a isolare i monumenti e farli - come disse Mussolini - "giganteggiare nella necessaria solitudine". La decisione riprendeva però una pratica ottocentesca già sperimentata a Parigi e in altre grandi città[senza fonte]. Le opere snaturarono l'originaria trama architettonica di alcuni monumenti, da sempre legati al contesto urbano in quanto inseriti senza soluzione di continuità tra le viuzze dei quartieri popolari. Il caso più clamoroso fu la creazione di Via della Conciliazione che - sorta dopo l'abbattimento della “spina” dei borghi - permetteva la visione di San Pietro da lontano e annullava gli studi prospettici ideati da Gian Lorenzo Bernini. L'artista, infatti, aveva voluto che la grande piazza si aprisse improvvisamente tra gli angusti vicoli del centro. Per mitigare l'eccessiva larghezza della via, fu creata una doppia fila di obelischi soprannominati “lanternischi”. L'altro grande sventramento ebbe luogo a Piazza Venezia e intorno al Foro Romano, con l'eliminazione delle case fatiscenti che nascondevano la vista delle rovine e la creazione della scenografica Via dell'Impero (oggi Via dei Fori Imperiali), che unisce Piazza Venezia al Colosseo.

Il discorso di Mussolini al nuovo governatore[modifica | modifica wikitesto]

Le demolizioni[modifica | modifica wikitesto]

Le demolizioni continuarono, con maggiore vigore, sulla falsariga di quanto iniziato dagli anni 1880 con la costruzione della grande opera del Vittoriano sul fianco del Campidoglio. Piazza Venezia, alla base del colle, fu allargata con lo spostamento di diversi edifici (in primis, il Palazzetto Venezia, ma anche alcune chiese) e la demolizione di altri (come Palazzo Bolognetti-Torlonia) o di parti di essi. Le demolizioni proseguirono ai due lati del colle, con la costruzione di Via dell'Impero e di Via del Mare (che decretò la scomparsa della caratteristica Piazza Montanara, che comportò spostamento della sua fontana). Gli interventi erano mirati ad valorizzare gli edifici di origine romana isolandoli dall'edilizia sorta nelle epoche successive, eliminata senza alcun riguardo: in questo scenario, Via del Mare aprì la vista verso il Foro Boario, dove anche il Tempio di Portuno venne separato dagli edifici circostanti che vennero demoliti. Il Teatro di Marcello venne anch'esso isolato; le botteghe fatiscenti che erano sorte sotto i suoi archi vennero eliminate.

Nel 1929 l'apertura di Via della Conciliazione, a seguito dei Patti Lateranensi, sancì la demolizione del quartiere Spina di Borgo.

Le borgate[modifica | modifica wikitesto]

Le borgate di Roma possono essere divise in ufficiali e spontanee. Le prime furono frutto di una pianificazione urbanistica tesa a liberare il centro storico di tutte quelle attività artigianali che ne avevano costituito il fulcro, e a trasferirle in periferia, ben oltre quello che era, allora, il centro abitato. Ciò allo scopo di dare una nuova veste coreografica alla città, e di tracciare una netta linea di demarcazione tra la vita civile e quella rurale. Attuate a partire dal 1924 e realizzate fino al 1937 (con una piccola appendice nell'immediato dopoguerra), sono riconoscibili ancora oggi sebbene ormai inglobate nel tessuto urbano della capitale.

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Borgate ufficiali di Roma.

Per quanto riguarda le borgate spontanee, ossia gli insediamenti sorti nel Dopoguerra senza essere previsti da alcuna norma urbanistica e in gran parte costituiti da immobili realizzati senza licenza edilizia, esse furono costruite principalmente da immigrati provenienti da fuori della capitale che, in base alla legge fascista di repressione dell'urbanesimo, non disponendo di un contratto di lavoro regolare avevano diritto alla residenza in città. A partire al 1953 si avviò un primo censimento ufficioso di tali insediamenti, sparsi in vari punti della periferia di Roma, spesso nelle vicinanze delle borgate ufficiali. Il piano regolatore del 1962 prese atto dell'esistenza di questi insediamenti (denominati "zone F"), anche allo scopo di rendere possibile l'installazione dei servizi pubblici spesso del tutto assenti, e pose le regole per il loro completamento, in attesa di piani particolareggiati che, pur messi allo studio, furono approvati solo in piccola parte. Questa strategia, tuttavia, non arrestò la nascita di ulteriori insediamenti abusivi, a volte addirittura di lusso, spingendo il Comune di Roma a varare dei provvedimenti urbanistici (ad esempio, la variante al piano regolatore del 1980, che introdusse le "zone O") allo scopo di riconoscerne l'esistenza e dare il via al completamento dei lotti liberi fra quelli già edificati, nell'attesa di piani particolareggiati che vedranno la luce con molti anni di ritardo.

Ancora più precarie le condizioni dei cosiddetti borghetti. Gli alloggi ricavati in tali insediamenti, essendo costruiti con materiali di risulta o di fortuna, senza servizi igienici e spesso a ridosso di fossati per garantire lo smaltimento dei rifiuti organici, presentavano giocoforza caratteristiche di estrema precarietà, scarsa igiene quando non addirittura inabitabilità. Una volta avviata la realizzazione dei primi insediamenti previsiti dal primo Piano di edilizia economico-popolare approvato nel 1964 (PEEP), si poté procedere al loro progressivo smantellamento - essendo praticamente impossibile realizzare qualsivoglia intervento che ne potesse garantire l'abitabilità e l'accatastamento - messo in atto dopo il cambio di colore politico della giunta comunale di Roma, passata nel 1976 da una maggioranza guidata dalla DC a una guidata dal PCI, che espresse Giulio Carlo Argan come sindaco. Gli abitanti dei borghetti (spesso definiti, anche con intento spregiativo, baraccati) furono progressivamente trasferiti in alloggi di edilizia popolare a cura sia del Comune di Roma che dell'Istituto Autonomo delle Case Popolari della provincia di Roma, e verso la seconda metà degli anni ottanta i borghetti erano in gran parte scomparsi. Attualmente esistono, in maniera ridotta, sotto altre forme, a opera di lavoratori stranieri immigrati che vivono in condizioni di precarietà del lavoro quando non di clandestinità.

L'E42[modifica | modifica wikitesto]

Architetture fasciste[modifica | modifica wikitesto]

La capitale democratica e cristiana[modifica | modifica wikitesto]

Forti gli intrecci, in questo periodo del capitale di oltretevere e l'urbanisitica in Roma, la Società Generale Immobiliare, di proprietà del Vaticano, contribuì in maniera marcata allo sviluppo urbanistico di Roma tra gli anni '50 e i '60 numerosi quartieri vennero edificati: Balduina, Pigneto, Vigna Clara, numerose aree sulla Nomentana, Torrevecchia, ma in particolare vanno citati i quartieri cosiddetti "organici" di Casal Palocco e dell'Olgiata, in cui il rapporto tra abitazione e servizi al quartiere non possono essere scissi, l'intenzione dei progettisti dell'Immobiliare era di integrare le strutture sia ricreative che culturali con l'abitazione.

Altri interventi urbanistici inerenti allo sviluppo urbanistico di Roma furono la costruzione di ville sull'Appia Antica e la costruzione dell'Hotel Cavalieri-Hilton, entrambi costruiti con varianti ai vari piani particolareggiati, cui il Consiglio Comunale, di maggioranza democristiana, autorizzò nonostante numerose proteste da parte dell'opinione pubblica.

Il completamento dei piani del fascismo[modifica | modifica wikitesto]

Borgate, borghetti, baracche - e le Olimpiadi[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Borgate ufficiali di Roma e Giochi della XVII Olimpiade.

L'inizio del risanamento[modifica | modifica wikitesto]

Architetture del dopoguerra[modifica | modifica wikitesto]

La capitale del nuovo millennio[modifica | modifica wikitesto]

I personaggi dell'urbanistica romana[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ fonte: Attualità di Ernesto Nathan in Lettera internazionale n. 78, 2003
  2. ^ Ultimo atto di quasi un ventennio di amministrazioni di centro-sinistra, alla vigilia di elezioni in cui la destra conquisterà per la prima volta nel dopoguerra il comune di Roma, con Alemanno
  3. ^ Si calcola che nel 1870 circa il 30% della popolazione vivesse "di sussidi pubblici, di elargizioni benefiche, di elemosine"
  4. ^ Così Giosuè Carducci tratteggiava sprezzante la sociologia della Roma papalina:

    « […] una borghesia di affittacamere, di coronari, di antiquari, che vende di tutto, coscienza, santità, erudizione, reliquie false di martiri, false reliquie di Scipioni, e donne vere; un ceto di monsignori e abati in mantelline di più colori, che anch'esso compra e vende e ride di tutto; un'aristocrazia di guardiaportoni »

  5. ^ L'investimento fu della Società generale strade ferrate romane, a capitale prevalentemente francese. Nel consiglio di amministrazione sedevano tuttavia anche esponenti della nobiltà romana, come il principe Marcantonio Borghese e il conte Antonelli, fratello del Segretario di Stato di Pio IX Giacomo Antonelli
  6. ^ Del resto, la rappresentanza sociale del Consiglio comunale aveva una nettissima fisionomia oligarchica: alle liste elettorali delle prime amministrative tenute il 13 novembre 1870 erano iscritti solo 7.721 elettori (tutti maschi, naturalmente, visto che il suffragio universale, in Italia, fu introdotto solo nel 1946); di questi meno della metà si presentò ai seggi. E quasi vent'anni dopo, nel 1889, benché fossero stati assai ampliati i requisiti per l'ammissione al voto, le liste non superarono i 45.563 iscritti, pari a poco meno dell'11% della popolazione. Il Consiglio comunale era costituito esclusivamente da rappresentanti delle classi più abbienti - mercanti di campagna come il Silvestrelli, rappresentanti della nobiltà storica, liberi professionisti e docenti universitari - e il partito clericale, impedito dal Non expedit di partecipare alle competizioni elettorali politiche, ma presente in quelle amministrative, vi rimaneva in minoranza.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Gianni Accasto, Vanna Fraticelli, Renato Nicolini, L'architettura di Roma capitale 1870-1970, Golem 1971.
  • Leonardo Benevolo, Roma dal 1870 al 1990, Laterza 1992
  • Comune di Roma, L'invenzione dei Fori Imperiali - demolizioni e scavi: 1924-1940 (Catalogo della mostra ai musei capitolini 23 luglio - 23 novembre 2008), Palombi & Parner, 2008.
  • Italo Insolera, Roma moderna. Un secolo di storia urbanistica. 1870-1970, Roma, Einaudi, 2001, ISBN 978-88-06-15931-3.
  • Mario Sanfilippo, La costruzione di una capitale. Roma 1870 - 1991, Credito Fondiario e Industriale, 1994.
  • Mario Sanfilippo, Il «Generone» nella società romana dei secoli XVIII-XX, Roma, Edilazio, 2005, ISBN 978-88-87485-44-8.
  • Vittorio Vidotto, Roma contemporanea, Bari, Laterza, 2006, ISBN 978-88-420-8133-3.
  • Luciano Villani, Le borgate del fascismo. Storia urbana, politica e sociale della periferia romana, Milano, Ledizioni, 2012, ISBN 978-88-6705-014-7.
  • (EN) Stefan Grundmann, The Architecture of Rome, 2ª ed., Londra, Axel Menges, 2007, ISBN 978-3-936681-16-1.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]