Palazzo di Giustizia (Roma)

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Palazzo di Giustizia
Corte suprema di cassazione
Roma 2011 08 07 Palazzo di Giustizia.jpg
Il Palazzo visto da ponte Umberto I
Ubicazione
Stato Italia Italia
Località Roma
Indirizzo piazza Cavour - 00193 Roma
Coordinate 41°54′12.6″N 12°28′14.52″E / 41.9035°N 12.4707°E41.9035; 12.4707Coordinate: 41°54′12.6″N 12°28′14.52″E / 41.9035°N 12.4707°E41.9035; 12.4707
Informazioni
Condizioni In uso
Costruzione 1889 - 1911
Stile Stile umbertino
Uso Sede della Corte suprema di cassazione
Realizzazione
Architetto Guglielmo Calderini
Ingegnere Gioacchino Luigi Mellucci
Proprietario Stato italiano

Il Palazzo di Giustizia è un edificio giudiziario di Roma che si trova in piazza Cavour, nel rione Prati.

Esso è sede della Corte suprema di cassazione, del Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Roma e della Biblioteca centrale giuridica ed è costeggiato da via Triboniano e via Ulpiano sui due lati corti e da piazza dei Tribunali sul fronte verso il lungotevere. Comunemente è chiamato dai romani il palazzaccio.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L'imponente mole del Palazzo visto dal Gianicolo.

Realizzato tra il 1889 e il 1911 dall'architetto perugino Guglielmo Calderini coadiuvato dall'ingegnere napoletano Gioacchino Luigi Mellucci , è una delle maggiori opere realizzate dopo la proclamazione di Roma come capitale del Regno d'Italia.[1] L'inaugurazione ufficiale dei lavori, con la posa della prima pietra, avvenne in forma solenne il pomeriggio del 14 marzo 1889 (in onore del re, che compiva gli anni quel giorno) alla presenza dei sovrani Umberto e Margherita, del ministro guardasigilli Giuseppe Zanardelli[2] – che aveva insistentemente voluto l'edificio per riunificare in una sede prestigiosa, nel quartiere Prati che stava allora sorgendo, i vari organi giudiziari della capitale[3] – e del sindaco Alessandro Guiccioli.[4]

La natura alluvionale del terreno sul quale insiste l'edificio, richiese imponenti lavori per la costruzione di una grande platea di calcestruzzo a sostegno delle fondazioni.[5][6]

Durante i lavori di scavo per le fondazioni vennero alla luce diversi reperti archeologici, tra i quali alcuni sarcofagi con relativo corredo funerario. In uno di questi fu rinvenuta, accanto allo scheletro di una giovane donna, Crepereia Tryphaena, una bambola d'avorio di pregevole fattura e snodabile in alcune articolazioni[3], che fu trasferita nell'Antiquarium comunale. Ora è conservata nei caveaux dei Musei Capitolini di Roma.

Il palazzo, ventidue anni dopo l'inizio dei lavori, fu inaugurato, alla presenza del sovrano Vittorio Emanuele III, l'11 gennaio 1911.[7]

Nonostante la robusta platea, problemi di instabilità sorsero anche dopo la sua ultimazione, finché distacchi e cedimenti richiesero impegnativi lavori di restauro iniziati nel 1970.[1]

Le dimensioni inusitate, le decorazioni eccessive, la funzione dell'edificio e la sua laboriosa costruzione non indenne da sospetti di corruzione[8] (che portarono nel 1912 ad un'inchiesta parlamentare)[9][10] furono all'origine del soprannome popolare Palazzaccio che tuttora lo accompagna.[1][5]

Il progetto originale che aveva vinto il concorso prevedeva un terzo piano a tutta pianta, sotto il più ristretto volume finale di coronamento. Ma la scarsa resistenza del terreno che si era manifestata già in fase di costruzione, convinse il Calderini a rinunciarvi e ad accettare a malincuore la mutazione radicale delle proporzioni dell'edificio. Calderini si sentì uno sconfitto. Dopo l'inaugurazione piovvero sull'opera, e sul suo autore, critiche tecniche e soprattutto estetiche assai pesanti, fra le quali rimase famosa quella di Lionello Venturi: " Il palazzo di giustizia del Calderini è una massa di travertino in preda al tetano". Le esacerbanti critiche ricevute dal progettista perugino contribuirono a diffondere la leggenda metropolitana secondo la quale si sarebbe suicidato, quasi ottuagenario. Le cronache dell'epoca, invece, non hanno mai fatto registrare tale nota biografica.

Quando, alla fine degli anni sessanta, le crepe e i crolli aumentarono sino ad impedirne la fruizione (salvo che per la parte dove ha sede oggi la Corte di Cassazione), fu istituita una commissione di specialisti per decidere le sorti del monumento. La maggior parte di essi si pronunciò per la demolizione dell'edificio e la conseguente creazione di un vasto giardino come ampliamento di Piazza Cavour sino al Tevere. L'altra tesi propendeva per la conservazione, seppur non funzionale a causa dei costi di restauro statico, in quanto l'edificio, pur di non esemplare architettura, costituiva comunque la testimonianza storica di un'epoca. L'enormità dei costi di demolizione previsti fece prevalere questa seconda opinione. Così l'edificio, da tempo evacuato, fu sottoposto nel 1970 ad una serie di lavori, quanto bastava solo a metterlo "in sicurezza". E così è rimasto.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Facciata posteriore: stemma bronzeo di Casa Savoia
Architetture

L'edificio, costruito dalla ditta Ricciardi Borrelli & Mannajuolo e ispirato all'architettura tardorinascimentale e barocca secondo il gusto dello stile umbertino allora in voga, si presenta di grandi dimensioni (metri 170 x 155)[1] ed è completamente rivestito di travertino. È sormontato, nel lato rivolto verso il Tevere, da una grande Quadriga in bronzo, posta nel 1926[3], opera dello scultore palermitano Ettore Ximenes.

Ai lati dell'ingresso sono poste le statue di 6 giureconsulti. In piedi vi sono Cicerone, Papiniano, Giovanni Battista De Luca e Giambattista Vico mentre Lucio Licinio Crasso e Salvio Giuliano sono rappresentati seduti nella realizzazione dello scultore Emilio Gallori. La parte superiore della facciata posteriore, prospiciente piazza Cavour, è arricchita da uno stemma in bronzo di Casa Savoia.

All'interno la Sala della Corte di cassazione, conosciuta anche con il nome di Aula Magna o come il Calderini preferiva denominarla sulle proprie planimetrie Aula Massima, è ornata da diversi affreschi tra i quali quelli dedicati al ciclo su La scuola del diritto di Roma, iniziato dal senese Cesare Maccari, interrotto nel 1909 per la paralisi improvvisa dell'autore e proseguito, sino al 1918, dal suo allievo Paride Pascucci.[3]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d Touring Club Italiano, Roma, Collana Guida d'Italia, 8ª ed., Milano, 1993, pp. 672-673, ISBN 88-365-0508-2.
  2. ^ Giuseppe Zanardelli, Pel collocamento della prima pietra del Palazzo di Giustizia in Roma: discorso pronunziato dal Ministro guardasigilli G. Zanardelli il 14. marzo 1889, Roma, Forzani e C., 1889.
  3. ^ a b c d Alberto Tagliaferri, Guide rionali di Roma - Rione XXII Prati, Roma, Fratelli Palombi Editori, 1994, pp. 57-60, ISSN 0393-2710.
  4. ^ Romano Bracalini, La regina Margherita, Milano, Rizzoli, 1983, p. 147
  5. ^ a b Armando Ravaglioli, Roma inizio secolo, Collana Roma tascabile, Roma, Newton Compton editori, 1995, p. 26, ISBN 88-8183-220-8.
  6. ^ Nella polemica sulla stabilità delle fondazioni intervenne lo stesso architetto progettista. Vedi: Guglielmo Calderini, La fiaba sulla deficiente stabilità delle fondazioni del nuovo palazzo di giustizia in costruzione a Roma, Roma, Camera dei Deputati, 1893.
  7. ^ Fonte: 1911 – 2011 Il Palazzo di Giustizia. Un'architettura simbolica per Roma Capitale, sito MIBAC, riferimenti e link in Collegamenti esterni.
  8. ^ Guglielmo Calderini, Guglielmo Calderini direttore dei lavori del Palazzo di giustizia in Roma agli illustri magistrati che dovranno giudicarlo, Roma, Casa editrice italiana, 1909.
  9. ^ Commissione parlamentare d'inchiesta sulla spesa per la costruzione del palazzo di giustizia in Roma (Legge 4 aprile 1912. N 317) : Relazione e allegati, Roma, Tipografia del Senato, 1913.
  10. ^ Giorgio Arcoleo, Nella discussione dell'inchiesta sulla spesa per la costruzione del Palazzo di Giustizia in Roma: discorso di Giorgio Arcoleo pronunziato nella tornata del 7 giugno 1913, Roma, Tipografia del Senato, 1913.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Alberto Manodori Sagredo (a cura di), La Corte di cassazione. Le opere d'arte del palazzo di giustizia di Roma, Roma, Gangemi Editore, 2007, ISBN 978-88-492-1311-9.
  • Atti del Convegno, Roma, Palazzo delle Esposizioni, 23 settembre 1995, Guglielmo Calderini: la costruzione di un'architettura nel progetto di una capitale, Perugia, Accademia di belle arti, 1996, ISBN 88-7715-247-8.
  • Marcello Fabbri (a cura di), Il Palazzo di Giustizia di Roma, Roma, Gangemi Editore, 1988, ISBN 978-88-492-0231-1.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]