Ospedale di San Giacomo degli Incurabili

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Ospedale di San Giacomo in Augusta
Fiancata sud 2 Ospedale San Giacomo.jpg
Lato sud della struttura, lungo via Canova (già via San Giacomo, fino al 1914). A fronte dell'edificio è situato l'atelier dell'omonimo scultore.
Localizzazione
StatoItalia Italia
LocalitàRoma
Informazioni generali
CondizioniItalia
Costruzione1339
Usoospedale civile
Area calpestabile33000 m²
Realizzazione
ArchitettoCarlo Maderno
ProprietarioRegione Lazio

L'Ospedale di San Giacomo in Augusta, detto "degli Incurabili" (noto anche come Arcispedale di San Giacomo degli Incurabili), è uno storico edificio situato nel centro di Roma, all'indirizzo Via del Corso 499, adiacente alla Chiesa di San Giacomo in Augusta. Ospedale di origine medievale, fu rifondato nel Cinquecento, nello stesso periodo di altri ospedali degli Incurabili presenti in altre città italiane.

Esso venne rivalutato da Ospedale, solo per gli incurabili, e presidio onnitaumaturgico nel 1339, per volontà del cardinale Pietro Colonna, discendente della dinastia dei vassalli dell'imperatore Federico I von Hohenstaufen, detto Barbarossa, che lo aveva requisito rivendicandolo ,in quanto bene dinastico imprescrittibile, inalienabile della corona del SRI degli Hohenstaufen, di cui i suoi avi furono vassalli, che comprendeva il palinsesto da Villa Borghese, all'attuale Piazza del Popolo, via Ripetta fino alla Scala Santa e compreso tutto il Vaticano .I Colonna, come del resto i Frangipane, accettarono volentieri che l'Imperatore ripristinasse la sua avita eredità, in cambio comunque di formale acquisto con i soldi della corona tedesca di Barbarossa, ben consapevole che l'omaggio necessitasse di gratitudine,anche se i Colonna , lo avrebbero comunque omaggiato, pur di diventare suoi Vassalli .(Monumenta Germaniae Historica ) L'avita plaque dell'Ospedale apposta dall'Imperatore Barbarossa recava la sindone , per stigmatizzare che gli Svevi custodivano la Sindone, totem taumaturgico.Pietro Colonna lo ristrutturò , in seguito, in onore di suo zio Giacomo Colonna, deceduto nel 1318. L'appellativo "in Augusta" deriva dalla vicinanza ai ruderi del Mausoleo dell'Imperatore Augusto divenuti, nel Medioevo, roccaforte della stessa famiglia Colonna. La rifondazione cinquecentesca e la promozione ad Arcispedale, ordinata da Leone X, fu promossa in particolare dell'attività di San Camillo de Lellis, che ne stabilì le Regole e che qui fondò l'ordine dei Ministri degli Infermi (detti anche "camillani"), e dall'attività del cardinal protettore Anton Maria Salviati, che dotò la struttura di un fondo patrimoniale per la sua autonomia economica: questi donò infine la struttura stessa alla città con il vincolo perpetuo di destinazione all'ospedalità.

L'edificio dell'Ospedale è situato tra via del Corso (ex via Flaminia e, in seguito, via Lata) e via di Ripetta (ex via Leonina). A sud l'edificio costeggia via Canova (ex via di San Giacomo, poi via delle Tre Colonne), lungo la quale era situato lo studio del celebre scultore Antonio Canova. Dopo un'attività ospedaliera ininterrotta di ben 670 anni, l'ospedale è stato chiuso definitivamente nel 2008[1] tra aspre critiche, appena dopo un lungo periodo di ristrutturazione. La chiusura, da allora, è stata contestata da diversi comitati e associazioni cittadine[2][3].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Le origini[modifica | modifica wikitesto]

Targa originaria dell'ospedale (su Via Canova)

La nascita dell'Ospedale avvenne nel XIV secolo per volontà del cardinale Pietro Colonna, i cui esecutori testamentari eressero la struttura iniziale nel 1339. In particolare, le volontà di Pietro vennero condotte dai suoi nipoti Giacomo, vescovo di Lombez, e Giovanni, che si interessarono della costruzione dell'ospedale. La memoria del fondatore è ricordata nell'iscrizione lapidea del cortile dell'ospedale, che recita:

«hoc hospitale ad laudem Dei et sub vocabolo Beati Iacobi aposto pro anima reverend patris et Domini Petri de Columna sci. Angeli quondam diaconi cardinalis fundatum fuit[4]»

L'ospedale di San Giacomo in Augusta fu, così, il terzo ospedale ad essere edificato nella Roma del Medioevo: il primo fu infatti l'ospedale di Santo Spirito in Saxia, seguito dal San Salvatore, divenuto poi ospedale di San Giovanni in Laterano.[5] Pietro, con la fondazione dell'ospedale, intendeva onorare la volontà dello zio, Giacomo Colonna, che aveva notato che i malati incurabili, piagati e bisognosi di lungi tempi di degenza, venivano sistematicamente rifiutati dagli altri due ospedali: in tal modo, Giacomo intese anche riscattare l'onore della sua casata, scomunicata da Bonifacio VIII a seguito del cosiddetto "schiaffo di Anagni"[6]. Anche il nome dell'ospedale è un riferimento alla casata dei Colonna: essa, infatti, aveva ricavato la loro roccaforte dal vicino Mausoleo di Augusto.

Il San Giacomo fu, dunque, edificato tra la Cassia e la Flaminia, lontano dal centro abitato. La posizione in prossimità di uno scalo portuale (il Porto di Ripetta) consentiva un facile accesso per le navi di approvvigionamento di viveri e medicinali e per chi giungeva in città via fiume. La sua ubicazione permetteva, inoltre, di assistere anche i pellegrini provenienti dalla vicina porta principale della città, la settentrionale Porta Flaminia, o porta del Popolo, i quali giungevano in città stremati al termine di lunghi viaggi a piedi.

Il San Giacomo fu inizialmente posto sotto la diretta tutela dell'ospedale di Santo Spirito e conferito in commenda, finché un secolo dopo, nel 1451 con la morte del commendatario cardinale Jean le Jeune, durante il pontificato di papa Niccolò V, passò all'autorità della Compagnia di carità verso i poveri e gli infermi di Santa Maria del Popolo[7].

La rifondazione cinquecentesca[modifica | modifica wikitesto]

La targa lato Via del Corso, del 1981, riporta l'ininterrotto funzionamento del servizio idrico del San Giacomo a partire dal 1572: è il più antico di Roma.
Arcispedale e chiesa di San Giacomo in Augusta nel XVIII secolo

Leone X: l'elevazione ad Arcispedale[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1515 l'Ospedale fu oggetto di una rifondazione e fu elevato a rango di Arcispedale[8] in seguito all'emanazione della bolla Salvatoris Nostri Domini Jesu Christi da parte di papa Leone X, in cui si sanciva esplicitamente la trasformazione a ricovero per malati incurabili di tutte le classi sociali e senza distinzione di sesso, con particolare attenzione alla cura del "morbo gallico" (sifilide)[9], una nuova malattia che conobbe una rapida diffusione tra Quattro e Cinquecento, portata in Italia forse dai soldati di Carlo VIII, da cui il nome del morbo. La bolla, inoltre, stabiliva l'organizzazione dell'ente, analogamente ad uno Statuto, così come le disposizioni economiche e spirituali. Il papa destinava anche una parte dei beni dell'ospedale al mantenimento delle "oneste fanciulle povere"[10] precisando, infine, che il San Giacomo doveva divenire il primo tra gli ospedali dei poveri. L'ospedale cominciò, dunque, a governarsi in autonomia, guidato da quattro guardiani affiancati da due sindaci con funzioni di revisori dei conti.[11] Altre figure tipiche erano i "visitatori" (visitatores), che avevano il diritto, condiviso con i sindaci, di raccogliere i malati per le strade, procedendo eventualmente al ricovero. Quest'ultimo poteva anche essere coatto[12]: in questo ultimo caso, il ricoverato era esentato da tutte le imposizioni fiscali. Infine, l'arcispedale era presieduto da un "cardinale protettore", come pure avveniva negli altri ospedali romani.

La carità dei privati era considerata fondamentale per il sostegno economico dell'Istituto. Elemosine, donazioni e lasciti testamentari furono storicamente il maggiore sostegno dell'Ospedale. Questa elemosiniera del San Giacomo riporta la tipica figura di un infermo in carrozzella, anticamente chiamata carriola.

Leone X stabilì la gratuità dell'assistenza ai malati: questo pose fin dall'inizio dei problemi per la sostenibilità economica della costosa struttura, che ottenne anche notevoli agevolazioni fiscali[13] (come nell'esenzione sui dazi del vitto). La maggiore fonte di finanziamento fu dunque da subito ottenuta dalle elargizioni dei privati donatori (lo stesso papa Leone X fu tra questi) e dalle rendite dei diversi beni che furono attribuiti all'ospedale stesso. Leone X inoltre stabilì che la mancata pubblicazione delle donazioni da parte del Notaio fosse considerato reato di "falsità", punibile anche con la scomunica. Il ricorso esplicito alla carità cristiana dei privati per il funzionamento della sanità, che si diffuse progressivamente come modello di gestione economica per gli ospedali e le opere pie, permise al San Giacomo di affermarsi come ente ospedaliero di rilievo anche internazionale[14].

Camillo de Lellis[modifica | modifica wikitesto]

Nella seconda parte del Cinquecento, tra i pazienti dell'ospedale vi fu anche il futuro santo Camillo de Lellis, ricoverato per la prima volta nel 1571 a causa di una piaga sulla gamba destra. Dopo un miglioramento della ferita, fu inizialmente assunto nella struttura come garzone, ma fu licenziato in seguito per cattiva condotta[15]: all'epoca, tuttavia, non era raro che il personale dell'ospedale - malpagato e in perenne ricambio - adottasse comportamenti scorretti. Convertitosi e nuovamente ricoverato nel 1575, de Lellis stavolta rimase parte della "famiglia ospedaliera" e cominciò a lavorare finalmente con entusiasmo, divenendo "maestro di casa" ed economo nel 1579[16]: questi migliorò l'organizzazione del personale, gettando le basi del servizio sanitario infermieristico ed assistenziale negli ospedali, creando la figura del "religioso-infermiere" e promulgando le Regole per ben servire gli infermi tra il 1584 e il 1585.[17] Il de Lellis fu infine fondatore del nuovo ordine dei Chierici regolari Ministri degli Infermi, elevato ufficialmente da papa papa Gregorio XIV con bolla del 1591: tale ordine è nato proprio al San Giacomo. In seguito, Camillo verrà santificato dalla Chiesa cattolica e ricordato come patrono degli infermi e del personale ospedaliero.

Un'altra figura importante per la storia dell'arcispedale nel Cinquecento fu san Filippo Neri, che vi operò con i primi padri oratoriali, come pure i santi Gaetano Thiene e Felice da Cantalice.

Ricostruzione e i primi benefattori[modifica | modifica wikitesto]

Anton Maria Salviati, fondatore dell'Arcispedale.

Nel 1584 cominciarono le prime opere ambiziose di riscostruzione finanziate dal cardinal protettore Anton Maria Salviati, progettate dall'architetto Francesco Capriani e realizzate dall'architetto Bartolomeo Grillo. I lavori di rinnovamento, promossi anche dallo stesso de Lellis, furono ultimati nel 1592. Contemporaneamente, venne costruita la chiesa di San Giacomo in Augusta, attigua all'ospedale e terminata in occasione del Giubileo del 1600 a opera dell'architetto Carlo Maderno[18], assistito da Filippo Breccioli. Il cardinale vincolò il complesso, oggetto infine di donazione con lascito testamentario del 1593, all'uso ospedaliero anche nel futuro: il Salviati nominò esecutore testamentario lo stesso pontefice[19].

L'Ospedale si sosteneva finanziariamente grazie a lasciti e donazioni da parte di esponenti di famiglie notabili, tra cui diversi religiosi, e dalle annesse proprietà immobiliari e terriere conferite per questo scopo[20]: era infatti importante assicurare la gratuità del servizio a chiunque: solo secondariamente, e in misura minore, si faceva riferimento alla fiscalità generale. Il Salviati stesso donò all'ospedale un consistente fondo patrimoniale, composto da diverse decine di immobili, tenute e "luoghi di monte", con l'obiettivo esplicito di garantire il sostegno dell'istituto anche nelle epoche future. Pertanto, nel suo testamento era sancito il divieto assoluto di alienazione degli stessi in alcun caso: tale direttiva fu confermata nel marzo 1610 da una bolla in forma di motu proprio promulgata da papa Paolo V[21]. Tra gli altri maggiori donatori del secolo XVI vi furono il futuro papa Paolo IV e i cardinali Bartolomé de la Cueva y Toledo, che ne fu protettore dal 1562 su nomina di Pio IV, terminando con un lascito ben 80.000 scudi e Clemente D’Olera con la sua intera eredità[22].

Nel 1659 vengono emessi dei nuovi Statuti, sostituendo così quelli precedenti risalenti al 1546[23]. Nel XVII secolo tra i chirurghi dell'ospedale vi fu anche Bernardino Genga da Mondolfo, pioniere dell'anatomia, al quale fu intitolata una Galleria nell'ospedale stesso. Nello stesso secolo fu primario del San Giacomo il chirurgo francese Nicola Larche: le sue osservazioni sugli ascessi delle ferite presso quest'ospedale sono riprese anche nella coeva opera "Recondita Abscessum Natura" del chirurgo Marco Aurelio Severino. Il Larche lasciò eredi delle sue considerevoli sostanze il San Giacomo e l'Ospedale di Santa Maria della Consolazione, dopo la sua morte avvenuta nel 1656[24].

Durante il periodo della pestilenza del 1656 il San Giacomo fu utilizzato come lazzaretto[25].

Alla fine del Settecento, in aggiunta alle decine di immobili di donazione Salviati, l'amministrazione dell'Ospedale detiene altre 55 proprietà urbane, senza contare le altre[26].

La cura del "morbo gallico"[modifica | modifica wikitesto]

Coppia di albarelli con emblema dell'Ospedale di San Giacomo degli Incurabili di Roma, 1627.
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Storia della sifilide.

Già all'inizio del Cinquecento, l'assistenza agli incurabili vide il dilagare in Italia di una nuova malattia: il "morbo gallico" o "mal francese", ovvero la sifilide. Coloro che avevano contratto il morbo (i "malfranciosati") cominciarono ad essere ospitati al San Giacomo e trattati con le prime tecniche note per questa malattia, descritte intorno al 1530 da Girolamo Fracastoro, pioniere della moderna Patologia e che pure coniò il termine "sifilide" per indicare questa malattia: l'ospedale vide, pertanto, la pratica e lo sviluppo di tecniche di cura ancora sconosciute a quei tempi. La prima tecnica di cura dei "malfranciosati" proposta da Fracastoro consisteva nella somministrazione di mercurio e sublimato corrosivo da versare copiosamente sulle vaste ferite: tuttavia, nonostante l'effettiva riduzione delle escrescenze, a causa della loro cicatrizzazione, questo trattamento provocava in breve tempo anche la morte per avvelenamento[27]. La seconda tecnica descritta, la cosiddetta "cura del legno santo" era, invece, meno nociva e prevedeva l'assunzione di un decotto a base di gauinum officinalis (guaiaco), una pianta esotica estremamente costosa, importata nel 1508 in Europa dagli Spagnoli di ritorno dalle Americhe[28], associata ad ampie bevute d'acqua.

«Durante la somministrazione del prezioso farmaco era fatto obbligo ai pazienti di seguire una leggera dieta a base di uva passerina e biscotti e spesso si ricorreva anche a purghe e cataplasmi. Alla fine del mese di luglio si concludeva il periodo di cura: in questi tre mesi erano utilizzati circa cinquemila libbre di legno santo.[27]»

Questa seconda tecnica si diffuse già tra il 1520 e il 1530: l'ospedale si specializzò nel trattamento della sifilide già in questo periodo e negli anni 1580 era ormai divenuto un punto di riferimento "internazionale" per la cura questa malattia: infatti, i pazienti sifilitici accorrevano non solo da tutti gli Stati della Chiesa, ma anche da tutta Italia e anche perfino dall'estero: a fine secolo, i romani erano solo il 4% a ricevere questa cura specializzata. Il trattamento del "legno santo" divenne, dunque, una specialità riconosciuta dell'istituto: esso cominciò a venire somministrato periodicamente, nello spazio di un mese (generalmente, in maggio) e con cadenza dapprima annuale e successivamente (dal XVII secolo) biennale, durante il quale la ricezione ordinaria conosceva un brusco incremento, arrivando ad ospitare oltre mille pazienti.

Nonostante la grande fama che ebbero gli effetti del guaiaco sulla sifilide soprattutto per merito dall'opera dello stesso Fracastoro Syphilis sive de morbo gallico,[29] questa tecnica fu infine abbandonata nel 1636, poiché evidentemente insufficiente per debellare la malattia, dato il verificarsi di continue ricadute pur tra molte guarigioni evidentemente spontanee[29]. Comunque, finché fu somministrato, anche il costosissimo guaiaco (che incideva per 3-4 mila scudi negli anni in cui questa cura era svolta) veniva distribuito gratuitamente ai malati del San Giacomo, al pari di tutte le altre cure[30].

Otto e Novecento[modifica | modifica wikitesto]

L'occupazione napoleonica di Roma del 1808 provoca subito lo scioglimento della Confraternita di Santa Maria del Popolo: a causa di questo fatto, il personale medico venne drasticamente ridotto e l'ospedale divenne un semplice luogo di primo soccorso e di accoglienza garantita dall'opera volontaria di persone caritatevoli che venivano ad assistere gli infermi per fare esercizio di carità cristiana e di virtù: una forma di volontariato ante-litteram[Non è esatto: il volontariato qui esisteva almeno fin dal Cinquecento e dall'espressione questo fatto non è ovvio].[17] In seguito, questa confraternita non verrà più ricostituita.

Dopo il ritorno a Roma di Pio VII nel 1815 dopo cinque anni di prigionia a Parigi, nella sede dell'ospedale vennero inaugurate le scuole di Clinica chirurgica, di Anatomia pratica e di Operazioni chirurgiche dell'Università pontificia de La Sapienza insieme alla farmacia, al laboratorio chimico, al museo anatomico, al teatro e alla biblioteca. In questa sede si tenevano anche le lezioni.

L'Ospedale si avvalse anche dell'operato di illustri chirurghi, tra i quali Giuseppe Sisco, primo titolare della cattedra di Anatomia chirurgica istituita da Pio VII nel 1816, nonché primo titolare della Clinica chirurgica rivolta sia agli uomini, che alle donne (sette letti e sei, rispettivamente[31]): in questa veste, Sisco descrisse le sue attività, anche svolte presso il San Giacomo di cui era Primario, nel manuale ad uso degli studenti intitolato Saggio dell'istituto clinico romano di medicina esterna (1816). Sisco donò, infine, all'ospedale i suoi libri, i suoi strumenti chirurgici e legò un premio per gli studenti.[32]

Nel 1834 Papa Gregorio XVI stabilì nell'ospedale le Suore ospedaliere della misericordia e nel 1842 affidò l'amministrazione dei religiosi dell'Ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio (chiamati comunemente "Fatebenefratelli"). In questi anni, l'Ospedale conosce una fase di grande ristrutturazione, iniziata da Gregorio XVI con fondi in parte forniti della Camera Apostolica e in parte personali[33].

Tra i benefattori di questi anni vi è anche il cavalier Paolo Martinez, già magistrato della Camera Capitolina (antesignano del moderno comune), ricordato in una lapide posta all'interno dell'ospedale dall'amministrazione dell'Arcispedale per il lascito di un legato di 12 mila scudi "a dotazione di letti per malattie croniche", sia per uomini che donne[32].

Negli anni del Risorgimento l'ospedale subì un ulteriore ampliamento (in questo periodo nacque anche una sorta di centro di rianimazione, detto "Centro per Asfittici"[34]) e, oltre ad ospitare malati e ad essere sede di insegnamenti, funse da ritrovo per una sezione della Carboneria. Durante il periodo della Repubblica Romana (1849), infatti, truppe di volontari si erano stabilite nelle stanze dell'ospedale (compreso il teatro anatomico dedicato al Lancisi, dotato di un tavolo ancora esistente[35]), mentre la chiesa di San Giacomo venne utilizzata come stalla.[1]

La fase di rinnovamento iniziata da Gregorio XVI fu completata sotto Pio IX tra il 1860 e il 1863, riacquistando così la sua piena funzionalità: in particolare, fu ampliata l'ala su Via Canova e rimessa in uso l'ala opposta, che prima era destinata a magazzino per i grani: i posti letti, così, aumentarono fino al numero di 356 nella metà del Ottocento[36]. A ricordo dell'intervento di Pio IX, vi è un busto del Pontefice nel cortile dell'ospedale[37]. Nonostante le tensioni sociali di questi anni, l'ospedale continuò a ospitare pazienti "senza cercarsi l'età, la patria, la condizione, la religione del chiedente"[36].

Croce dell'Ordine di Santo Spirito

Successivamente alla caduta dello Stato Pontificio del 1870, l'ospedale entrò a far parte dell'Ente morale Pio Istituto Santo Spirito ed Ospedali Riuniti[1], costituito con Regio decreto del 28 maggio 1896 e che riunisce con patrimonio comune ed unica amministrazione tutti gli ospedali romani.

Il San Giacomo continua, tuttavia, ad ospitare le attività, anche di docenza, di chirurghi come Costanzo Mazzoni[38], insegnante di Clinica chirurgica della prima università romana del Regno d'Italia, e, per un certo periodo, di Francesco Durante[39] che aveva studiato con il primario Benedetto Viale Prelà, archiatra di Pio IX.

Durante la prima guerra mondiale diventò un ospedale militare e nel 1929 pronto soccorso.

Nel 1969 diviene attivo il Servizio di Nefrologia e Dialisi dell’Ospedale[40].

Dal 1977 nell'ospedale diviene attiva l'Unità Operativa Complessa di Nefrologia e Dialisi, Centro di Riferimento Regionale[41].

Nel 1978, l'Ente morale degli Ospedali Riuniti viene soppresso, con legge nazionale n. 833 del 23/12/1978 che sancisce la nascita del Servizio sanitario nazionale e il cui patrimonio viene riassegnato ai rispettivi enti pubblici locali (vedi art. 65)[42], dunque in questo caso la USSL di zona e, in seguito al d.lgs. 30 dicembre 1992, ASL RM A e, infine, la ASL Roma 1.

Il 21 dicembre 1980, l'Ospedale viene visitato dal papa Giovanni Paolo II[43].

Dal 1985 al 1996, su iniziativa della Divisione di Chirurgia Generale dell’Ospedale, si svolgono qui regolarmente i periodici “Incontri clinici della Vecchia Roma”, convegni con la partecipazione regolare di autorità scientifiche e politiche[38].

Dal 2003 inizia una fase di ristrutturazione, che procede un reparto alla volta. L'ultima struttura inaugurata è la farmacia automatizzata, solo un mese prima dell'annuncio di chiusura nell'agosto 2008[44].

La chiusura nel 2008[modifica | modifica wikitesto]

Targa e avviso di chiusura

L'ospedale rimase operativo fino all'11 agosto 2008, giorno in cui il presidente della regione Lazio, Piero Marrazzo, deliberò la sua chiusura entro il 31 ottobre 2008 con legge regionale del Lazio num. 14 del 11 agosto 2008 (art. 86, comma 65), suscitando un gran numero di proteste e di disagi[45]. Tale grave provvedimento, infatti, è giunto in maniera improvvisa, a pochi mesi di distanza da una serie di inaugurazioni di diversi reparti, a seguito di prolungati lavori di ristrutturazione inclusivi dell'acquisto di nuovi macchinari ad uso dell'ospedale stesso, come denunciato anche su alcuni quotidiani ad esempio dall'intellettuale Furio Colombo[46] e dalla duchessa Oliva Salviati[47], situazione che ha pertanto aperto sospetti di un tentativo di speculazione immobiliare ai danni della secolare benemerita istituzione. L'ospedale era, infatti, pienamente operativo al momento della chiusura: esso veniva descritto come un "Ospedale che nonostante le sue vetustà è rimasto al passo con i tempi per la volontà delle generazioni di operatori sanitari che vi si sono alterante nelle varie specialità mediche e chirurgiche, in continuo lavoro nel corso di oltre sei secoli[38]".

In particolare, il Comitato contro la chiusura del San Giacomo, ha ribadito l'esistenza della bolla pontificia del 1610 del Papa Paolo V Borghese che specificava "il divieto assoluto di cambiarne la finalità, vendere, affittare, permutare, dare in enfiteusi, sotto alcun diritto o alcun Stato".[48] Un altro argomento legale contro la chiusura è il contenuto del testamento del Cardinale Salviati, antenato di Oliva, che vincolava la donazione del complesso alla città di Roma con la destinazione d'uso di ospedale. Le firme raccolte, 60.000, non hanno dato finora i frutti sperati[49][50].

Al momento della chiusura, il San Giacomo disponeva di 170 posti letto per i suoi degenti, oltre che un Dea di 1º livello e un pronto soccorso con numerosi reparti; era inoltre l'unico ospedale del centro storico di Roma attrezzato per il piano PEIMAF (piano di emergenza per massiccio afflusso di feriti) antiterrorismo[51]: la struttura serviva 25.000 utenti all'anno[52], di cui circa 250 codici rossi. Il 15 novembre 2008, in via Canova, viene aperto contestualmente il Poliambulatorio Canova, sul lato opposto del San Giacomo[53]. La chiusura definitiva è stata sancita tramite Decreto del Presidente della Regione Lazio in qualità di Commissario ad acta del 03 settembre 2008; più tardi, in virtù dell'art. 19, comma 9, della l.r. n. 12/2016 (sotto la presidenza Zingaretti), la proprietà del complesso viene trasferita iure imperii dal comune di Roma alla regione Lazio, in anticipo rispetto alla scadenza inizialmente prevista del 2033[54], con l'obiettivo di valorizzazione tecnico-economica, la quale viene autorizzata il 23 novembre 2017 dalla "Commissione regionale per la tutela del patrimonio culturale del Lazio" del Mibact. Tale valorizzazione passa attraverso una ri-funzionalizzazione edilizia che non esclude nuove destinazioni d'uso, compresa l'ipotesi di vendita, del bene il cui valore stimato tramite perizia risulta essere di 61 milioni di Euro[55], ovvero circa 1.900 Euro al metro quadro, un prezzo considerato dai comitati a difesa dell'istituzione davvero troppo basso per uno stabile che affaccia sulla centralissima Via del Corso. La deliberazione regionale n. 662 del 13 novembre 2018 riclassifica il fabbricato come "patrimonio disponibile", oltre che confermarne il valore e la cessione al fondo immobiliare "i3-Regione Lazio" di Invimit S.p.A. con schema d'atto notarile[56][57]. L'annuncio della vendita infine viene pubblicato dall'ICE il 14 gennaio 2019[58].

La vendita dell'ospedale dalla città di Roma alla regione Lazio si è svolta nel quadro di una operazione di sale and lease-back che ha coinvolto numerosi beni del patrimonio ospedaliero dell'area laziale: la legge regionale n. 16 del 2001, promulgata dalla giunta Storace, ha istituito la creazione della società San.Im S.p.A. a prevalente capitale regionale, a cui sono stati successivamente ceduti diversi beni del patrimonio indisponibile delle Aziende Sanitarie Locali, compreso l'immobile del San Giacomo, con l'obbligo di rispetto della destinazione d'uso, vincolato peraltro anche dal Decreto Legislativo n. 502/92. L'acquisto da parte di San.Im S.p.A. del patrimonio delle aziende ospedaliere (le quali hanno conservato l'opzione di riacquisto al termine previsto dell'operazione, nel 2033, al prezzo simbolico di 1 Euro[59]) avvenne il 28 giugno 2002: tale operazione ha coinvolto ben 56 complessi ospedalieri (tra cui, appunto, il San Giacomo) ad un prezzo complessivo di 1 miliardo e 949 milioni di Euro, con contestuale corresponsione della locazione di affitto trentennale all'azienda acquirente, per l'ammontare di un totale di 90 milioni di Euro annui, di cui 2 milioni annui in quota al San Giacomo[60]. Tuttavia, la correlata operazione di cartolarizzazione dei crediti degli affitti (ma non degli immobili) al fine del pagamento dell'acquisto non ha dato i risultati sperati e nel 2009 è stata valutata dalla Corte dei Conti[61] di "evidente insostenibilità finanziaria" per la Regione[59] e con "inequivocabilmente la sproporzione tra le parti contraenti, quella pubblica e quella bancaria"[62]; inoltre, dalla chiusura del 2008, la manutenzione ordinaria eseguita da parte dell'ente proprietario, nonostante il restauro del tetto nel 2013[63], non ha dato risultati ottimali, dato il verificarsi di alcuni crolli di intonaci[64][65]. Nel frattempo, alcuni commentatori hanno ribadito l'importanza di una aperta discussione pubblica sull'uso più corretto del fabbricato[66][67], che dal 2008 è inutilizzato e interdetto all'accesso[68].

La protesta e le reazioni pubbliche contro la chiusura hanno visto impegnati numerosi personaggi noti, intellettuali e accademici, come Franz Prati, Pupi Avati, Furio Colombo, Carlo Ripa di Meana con la moglie Marina Ripa di Meana, ma anche Stefano Rodotà, Salvatore Settis, Achille Bonito Oliva, Pietro Ruffo, Laura Canali, Giosetta Fioroni, Valéry Giscard d’Estaing[69], Sabina Guzzanti[70], Fernando Aiuti[71], Uto Ughi, Carlo Vanzina[72], Flavio Insinna[73]. Si è pronunciato contro la chiusura anche lo storico comitato di Italia Nostra[74].

Struttura[modifica | modifica wikitesto]

La ristrutturazione cinquecentesca del cardinal Salviati[modifica | modifica wikitesto]

La caratteristica Galleria Genga, chiamata così in onore del chirurgo Bernardino Genga da Mondolfo, come si mostrava in passato.

La struttura originaria dell'edificio non è conosciuta, in quanto i primi lavori di rinnovamento veri e propri, risalenti al 1584, comportarono una modifica radicale dell'edificio e degli ambienti circostanti. Infatti, dopo un iniziale coinvolgimento di Baldassarre Peruzzi negli ultimi anni della sua vita (1534 - 1536), la facciata fu infine rinnovata dal giovane Giorgio da Coltre, sotto la guida di Antonio da Sangallo il Giovane che ne redasse il progetto già negli anni 1538 - 1546[75]. Il progetto diede vita alla struttura definitiva dell'ospedale, che ancora oggi conserva queste caratteristiche.[1] A testimonianza della primitiva architettura, vi è un portale esterno sormontato dallo stemma Colonna: sopra questo elemento vi è la rara rappresentazione del cappello cardinalizio del secolo XIV[76].

Al termine della ristrutturazione, nel 1592, il complesso presentava la caratteristica forma ad H, che ha sostanzialmente mantenuto fino ad oggi: si componeva di due corsie parallele collegate da un blocco ortogonale. La corsia riservata agli uomini contava duecento posti letto; la corsia delle donne, invece, era divisa in due reparti, di cui uno per i casi di sifilide, per un totale di centocinquantasei posti letto. Ai lati della struttura si trovavano due edifici, ancora esistenti: la chiesa di Santa Maria Portae Paradisi, affacciata su Via di Ripetta e il cui nucleo originario risaliva alla costruzione iniziale dell'ospedale, e la chiesa di San Giacomo, affacciata sul Corso costruita contemporaneamente al primo rinnovamento.[18]

Struttura del complesso nel 1748 (Nolli, Nuova Topografia di Roma). È riconoscibile la tipica struttura ad "H" dell'ospedale: ancora nel Settecento, essa era suddivisa tra la Galleria per Uomini (478) e Galleria per Donne (477), mentre è visibile, oltre al grande cortile centrale, l'ala sud (480), collegata alle gallerie da strutture di raccordo e dismessa fino al ripristino di Gregorio XVI del secolo successivo. A destra, la chiesa di San Giacomo in Augusta (476); la freccia rossa indica la chiesa di Santa Maria Porta Paradisi

All'interno del cortile vi sono due fontane cinquecentesche: una è forse attribuibile al fontaniere Giovanni Antonio Nigrone, in cui l'acqua sgorgava da una testa di leone attorniata da due putti; la seconda è detta "del Mascherone" ed è probabilmente collegata all'opera di allacciamento all'Acqua Vergine nella seconda metà del secolo[77].

La ristrutturazione ottocentesca di Gregorio XVI[modifica | modifica wikitesto]

La seconda e più importante ristrutturazione fu promossa da papa Gregorio XVI, che nel 1836 decise di chiudere e bonificare, per ragioni igieniche e sanitarie (a Roma era appena giunta un'epidemia di colera), il cimitero che si trovava tra l'arcispedale e la chiesa di Santa Maria e affidò la ricostruzione dell'intero nucleo ospedaliero all'architetto Pietro Camporese (il Giovane).[78] Le successive sepolture furono alloggiate nell'antica area del Verano, dove viene riorganizzata l'area del moderno Cimitero omonimo.

In questa fase, l'edificio fu riorganizzato su tre livelli, compresi in un'unica ala lunga 450 metri: l'area di degenza fu spostata al primo piano, mentre il piano terra fu destinato alle attività di servizio[79]. La struttura fu inoltre ampliata anche in direzione del Corso, allungando le corsie in modo da creare le due ali simmetriche ai lati della chiesa di San Giacomo, con un risultato di particolare eleganza sempre ad opera del Camporese[80]. La costruzione della nuova ala, tuttavia, venne a scapito dalla primitiva chiesa di San Giacomo ancora presente, accanto alla quale il Salviati costruì quella nuova nel 1600[81].

Successivamente, nel XX secolo, la struttura ospedaliera fu suddivisa internamente: in particolare, nel 1954 le alte corsie vennero suddivise orizzontalmente, ricavandone un totale di quattro piani, con l'apertura di due nuovi ordini di finestre corrispondenti ai nuovi piani: l'unico ambiente a mantenere la doppia altezza precedente è la Galleria Genga. Tali nuove corsie vennero poi suddivise internamente in numerosi ulteriori reparti.

La struttura conserva una numerosa serie di lapidi commemorative della sua lunga storia, a partire da quella del cardinal Colonna risalente dal XIV secolo fino a quelle dell'epoca post-unitaria, importanti testimonianze di autorità religiose, civili, scientifiche e di semplici cittadini. La lapide di ingresso riporta una citazione del medico Augusto Murri.

La medaglia pontificia[modifica | modifica wikitesto]

La medaglia pontificia[82] fu coniata durante il quattordicesimo anno di pontificato di papa Gregorio XVI in occasione della festività di Pietro e Paolo, il 29 giugno 1844. Essa ricorda i lavori di restauro dell'ospedale e della chiesa attigua, voluti dallo stesso pontefice.

Essa fu incisa da Giuseppe Cerbara; ha un diametro di 43,5 millimetri e presenta sul fronte il busto del papa Gregorio XVI, mentre sul retro si riconosce la chiesa di San Giacomo, a cui lati si ergono le due testate delle corsie dell'ospedale.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d Robotti, op. cit.
  2. ^ Repubblica: Marrazzo, dicembre 2009
  3. ^ Chiusura ospedale San Giacomo
  4. ^ Lia Bonella, Franca Fedeli Bernardini, L'ospedale dei pazzi di Roma dai papi al '900. Volume II, Bari, Edizioni Dedalo, 1994, p. 371.
  5. ^ Enrico Fedele, L'Ospedale San Giacomo in Augusta tra storia, assistenza e cultura, in «Bollettino della scuola medica ospedaliera di Roma e della Regione Lazio», anno IV, numero 9, luglio/settembre 1998, p. 2.
  6. ^ Robotti, cit., pp. 47.
  7. ^ Morichini, op. cit., p.76.
  8. ^ "Arcispedale...significa essere a capo degli istituti di simil genere ed avere facoltà di aggregarli e renderli partecipi delle indulgenze che esso gode", Morichini, op. cit., p.12.
  9. ^ "d'ora in poi l'ospedale di San Giacomo prenda il nome dei poveri incurabili e dia ricovero, nutrimento e cura ad uomini e donne affetti da qualunque male infettivo ed incurabile, compreso il morbo gallico, eccettuata la lebbra e la peste." (Cit. dalla Bolla Pontificia Salvatoris Nostri).
  10. ^ La destinazione di parte dei fondi alla dotazione di fanciulle indigenti era una forma di assistenza sociale diffusa nello Stato della Chiesa anche in altri contesti assistenziali (in particolare, nei conservatorii e nelle opere pie (vedi: Groppi, op. cit.), con vari obiettivi, tra cui quello di arginare il fenomeno della prostituzione e, indirettamente, la diffusione della stessa sifilide.
  11. ^ Bonella, Fedeli Bernardini, cit., pp. 366–367.
  12. ^ Bonella, Fedeli Bernardini, cit., pp. 30, 370.
  13. ^ "Il detto Archispedale è libero ed esento da tutti li datij, gabelle, o presente, o future, in tutte le robbe necessarie per governare gli infermi. Leone X.", (Compendio delli priuileggi esentioni et indugenze [sic] concesse da diuersi pontefici all'archiospitale di S. Spirito in Sassia di Roma e suoi membri, Santo Spirito in Sassia, Emil Vorsterman, 1584.)
  14. ^ Cavaterra, op. cit.
  15. ^ "esso Camillo era di molto terribile cervello, facendo sovente questione hor con uno, et hor con un altro servente dell'hospedale. Et anco per esser lui così al giuoco delle carte inclinato, che spesso lasciando il servigio dell'Infermi se ne andava sopra la riva del Tevere a giuocare con i Barcaroli di Ripetta. Del che essendo stato più volte dal Mastro di casa avertito, non vedendosi in lui alcuna sorte d'emendatione, fu da quello dall'Hospidale licentiato, per haverli finalmente ritrovato le carte da giuocare sotto il capazzal del letto." Tratto da: S. Cicatelli, Vita del P. Camillo de Lellis, a cura di P. Piero Sannazzaro, Roma, Curia Generalizia Camilliani, 1980, p. 52.
  16. ^ Camillani.org: Camillo Maestro di casa al San Giacomo
  17. ^ a b Fedele, cit., p. 5.
  18. ^ a b Robotti, cit., pp. 48–49.
  19. ^ Repubblica: gli eredi Salviati scrivono al Papa per salvare l'ospedale, 29 dicembre 2008.
  20. ^ Peter Partner, Renaissance Rome 1500-1559: a portrait of a society, Univ of California Press, 1979, p. 108.
  21. ^ F. Di Castro, L'Ospedale di San Giacomo degli Incurabili, Strenna dei Romanisti, 2009.
  22. ^ Robotti, cit., pp. 48.
  23. ^ Statuti, op. cit. 1659, p. 6.
  24. ^ Pietro Pericoli, L'Ospedale di S. Maria della consolazione di Roma, Tip. D'Ingazio Galeati e figlio, 1879, pag. 107.
  25. ^ [Rodolfo Amedeo Lanciani, Storia degli scavi di Roma e notizie intorno le collezioni romane di antichità, Vol. 1. Loescher, 1902.]
  26. ^ Strenna, op. cit.
  27. ^ a b Bonella, Fedeli Bernardini, cit., p. 370.
  28. ^ voce Guajacum officinale, in: Dizionario Universale di Materia Medica, (Venezia 1835)
  29. ^ a b Fedele, cit., p. 4.
  30. ^ Camillo Di Cicco, Storia della Sifilide, Lulu. com, 2016., p. 70.
  31. ^ Luca Borghi, Il medico di Roma: vita morte e miracoli di Guido Baccelli (1830-1916), Armando Editore, 2015., pag. 23.
  32. ^ a b Morichini, op. cit, p. 82.
  33. ^ Robotti, cit., pp. 50.
  34. ^ Fedele, op.cit.
  35. ^ Fedeli, op.cit.
  36. ^ a b Morichini, op. cit, p. 80.
  37. ^ Storia del San Giacomo.
  38. ^ a b c Fedele, cit., p. 6.
  39. ^ La rassegna di clinica, terapia e scienze affini, Istituto nazionale medico farmacologico, 1927
  40. ^ V. Cagli, G.A. Cinotti, La difficile nascita della nefrologia romana
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  49. ^ Ristrutturato ma chiuso Il caso del San Giacomo, Il Tempo, 13 Agosto 2016
  50. ^ Come ti chiudo l’ospedale (San Giacomo), Felice Occhigrossi, Medico, presidente Comitato Salviamo il San Giacomo, Blog del Il Fatto Quotidiano, 26 luglio 2011
  51. ^ Senato: Atto n. 3-03674 (con carattere d'urgenza)
  52. ^ Il fatto Quotidiano: Roma: 10 anni fa la chiusura del San Giacomo, 15 dicembre 2018
  53. ^ Repubblica: il nuovo presidio di Via Canova
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  55. ^ Regione Lazio, Attuazione art. 19, comma 9, l.r. 12/2016 - iscrizione nel patrimonio regionale del compendio immobiliare ex Ospedale S. Giacomo in Roma e relativa variazione al bilancio regionale ex art. 7, comma 2, Deliberazione del 15/12/2017.
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  59. ^ a b Quotidiano Sanità: San Giacomo.
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  79. ^ Robotti, op. cit., pp. 50.
  80. ^ Muromaestro, Pietro Camporese “Giuniore”, 2018
  81. ^ Martindale, Cyril Charles, San Camillo De Lellis. LIT EDIZIONI, 2014.
  82. ^ La medaglia è stata classificata da Antonio Patrignani al numero 97 ne Le medaglie di Gregorio XVI, Edizioni Duval, Roma 1929, da Franco Barilotti al numero 844 de La medaglia annuale di Romani Pontefici, Cosmi editore, Rimini 1967, da Alfio Rinaldi al numero 39 nel Catalogo delle medaglie papali annuali da Pio VII a Paolo VI, Oscar Rinaldi e figlio edizioni, Verona 1967, e da Gianluigi Boccia in Medaglie e decorazioni di Gregorio XVI, Edizioni Frangi, Roma 2006. (Vedi: Robotti, op. cit., p.50)

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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