Ospedale di San Giacomo degli Incurabili

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Fiancata sud della struttura, che affaccia su via Canova. Di fronte all'edificio è situato l'atelier del celebre scultore

L'Ospedale di San Giacomo in Augusta, detto"degli Incurabili" (noto anche come Arcispedale di San Giacomo degli Incurabili), è uno storico edificio situato nel centro di Roma, all'indirizzo Via del Corso, 499.

Venne edificato nel 1339 per volontà del cardinale Pietro Colonna, in onore di suo zio Giacomo Colonna, deceduto nel 1318. È conosciuto anche come ospedale di San Giacomo in Augusta per la vicinanza ai resti del mausoleo dell'imperatore Augusto, divenuti poi roccaforte della famiglia Colonna.

È situato tra via del Corso (ex via Flaminia e poi via Lata) e via di Ripetta (ex via Leonina). A sud l'edificio costeggia via Canova (ex via di San Giacomo e poi via delle Tre Colonne), lungo la quale era situato lo studio del celebre scultore Antonio Canova. Portatore di una storia quasi millenaria, l'ospedale è stato chiuso nel 2008[1], tra aspre critiche, al termine di un lungo periodo di ristrutturazione. La chiusura, da allora, è stata contestata da un comitato cittadino[2].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

« Hoc hospitali ad laudem Dei et subvaboli Beati Iacobi pro animam R.mi p(a)tris et Dni. Dni. Petri de Columna Sci. Angeli quondam dyaconi cardinalis fundatum fuit[3] »

Questa iscrizione a caratteri semigotici posta nel cortile dell'ospedale mostra l'intento del cardinale Pietro di tramandare la memoria dello zio Giacomo Colonna. Morto nel 1326, le volontà di Pietro vennero portate avanti dai suoi nipoti Giacomo, vescovo di Lombez, e Giovanni, che si interessarono della costruzione dell'ospedale, iniziata nel 1339.

Le origini[modifica | modifica wikitesto]

Targa originaria dell'ospedale (su Via Canova)

L'ospedale di San Giacomo degli Incurabili fu il terzo ospedale ad essere edificato nella Roma del Medioevo. Il primo fu l'ospedale di Santo Spirito in Saxia, seguito dal San Salvatore, poi divenuto poi ospedale di San Giovanni in Laterano.[4]

Situato tra la Cassia e la Flaminia, lontano dal centro abitato e in prossimità di un scalo portuale, consentiva un facile accesso per le navi di approvvigionamento e per chi giungeva per via di fiume. La sua ubicazione strategica permetteva di assistere i pellegrini provenienti da settentrione, i cosiddetti "malfranciosi" affetti da sifilide, e una notevole quantità di malati che non venivano accolti dagli altri due ospedali. Questo desiderio di aiutare i contagiati respinti dalle altre strutture, nasce dalla volontà del cardinale Colonna di riscattare l'onore della sua casata, scomunicata dal pontefice Bonifacio VIII dopo il famoso episodio dello schiaffo di Anagni.[5]

Per questo motivo, l'ospedale di San Giacomo fu da subito apprezzato per l'assistenza, non solo medica ma anche umana, nei confronti dei cosiddetti "incurabili" e ciò fece sì che il papa Leone X stabilisse che

« d'ora in poi l'ospedale di San Giacomo prenda il nome dei poveri incurabili e dia ricovero, nutrimento e cura ad uomini e donne affetti da qualunque male infettivo ed incurabile, compreso il morbo gallico, eccettuata la lebbra e la peste.[6] »

Periodo rinascimentale[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1572 il servizio idrico dell'ospedale era il più antico di Roma. La targa, del 1981, riporta l'interrotto funzionamento di tale servizio a partire dal 1572.

Dopo essere stato per più di cento anni sotto la tutela dell'arcispedale di Santo Spirito, nel 1451, durante il pontificato di papa Niccolò V, passò all'autorità della Compagnia di carità verso i poveri e gli infermi di Santa Maria del Popolo. Nel 1515 fu elevato a rango di arcispedale in seguito all'emanazione della bolla Salvatoris Nostris da parte di papa Leone X. Il papa destinava una parte dei beni dell'ospedale al mantenimento delle «oneste fanciulle povere» precisando che, nei suoi desideri, il San Giacomo doveva divenire il primo tra gli ospedali dei poveri. L'ospedale cominciò a governarsi in autonomia, guidato da quattro guardiani affiancati da due sindaci con funzioni di revisori dei conti.[7]

Paziente dell'ospedale fu l'abruzzese Camillo de Lellis, ricoverato per la prima volta nel 1571 a causa di una piaga sulla gamba destra. Assunto come garzone, fu in seguito licenziato per cattiva condotta in quanto:

« esso Camillo era di molto terribile cervello, facendo sovente questione hor con uno, et hor con un altro servente dell'hospedale. Et anco per esser lui così al giuoco delle carte inclinato, che spesso lasciando il servigio dell'Infermi se ne andava sopra la riva del Tevere a giuocare con i Barcaroli di Ripetta. Del che essendo stato più volte dal Mastro di casa avertito, non vedendosi in lui alcuna sorte d'emendatione, fu da quello dall'Hospidale licentiato, per haverli finalmente ritrovato le carte da giuocare sotto il capazzal del letto.[8] »

Nuovamente ricoverato nel 1575, restò in seguito a far parte della famiglia ospedaliera e cominciò a lavorare con entusiasmo e mutato animo, tanto che divenne presto "maestro di casa", gettò le basi del servizio sanitario infermieristico ed assistenziale negli ospedali scrivendo e promulgando nel 1584-1885 le Regole per ben servire gli infermi.[9] Il de Lellis fu infine fondatore del nuovo ordine dei Chierici regolari Ministri degli Infermi, elevato ufficialmente da papa papa Gregorio XIV con bolla del 1591 e nato proprio al San Giacomo.

Un'altra figura importante per la storia dell'arcispedale fu san Filippo Neri, che vi operò con i primi padri oratoriali.

Nel 1584 cominciarono le prime opere di ristrutturazione finanziate dal cardinale Anton Maria Salviati, progettate dall'architetto Francesco Capriani e realizzate dall'architetto Bartolomeo Grillo. I lavori di rinnovamento, promossi anche dallo stesso de Lellis, furono ultimati nel 1592. Contemporaneamente venne costruita la chiesa di San Giacomo in Augusta, attigua all'ospedale e terminata in occasione del Giubileo del 1600 a opera dell'architetto Carlo Maderno.[10]

L'Ottocento e il Novecento[modifica | modifica wikitesto]

Durante l'occupazione napoleonica, con lo scioglimento nel 1808 della confraternita di Santa Maria del Popolo, il personale medico venne drasticamente ridotto e l'ospedale diventò un semplice luogo di primo soccorso e di accoglienza garantita dall'opera volontaria di persone caritatevoli che venivano ad assistere gli infermi per fare esercizio di carità cristiana e di virtù: una forma di volontariato ante-litteram.[9]

Con il ritorno a Roma di papa Pio VII nel 1815, dopo cinque anni di prigionia a Parigi, tra i reparti dell'ospedale vennero inaugurate le scuole di Clinica chirurgica, Anatomia pratica e di Operazioni chirurgiche dell'Università pontificia de La Sapienza insieme alla farmacia, al laboratorio chimico, al museo anatomico, al teatro e alla biblioteca. Con l'aumento dei posti letto fino a quattrocento unità e con la crescita del potenziale chirurgico, il San Giacomo riacquistò importanza e funzionalità, grazie anche all'operato di illustri chirurghi, tra i quali ricordiamo Giuseppe Sisco titolare della prima cattedra di Anatomia chirurgica, Bernardino Genga da Mondolfo e Costanzo Mazzoni insegnante di Clinica chirurgica della prima università romana del Regno d'Italia.[11]

A metà dell'Ottocento, la rendita dell'Ospedale ammontava a circa 32.000 scudi pontifici annui, di cui circa la metà sostenuti dal pubblico erario[12]. Tuttavia, l'Ospedale veniva stato talvolta sostenuto finanziariamente anche da lasciti e donazioni da parte di esponenti delle famiglie più facoltose, spesso religiosi, come il citato Salviati (anche lo stesso Papa Gregorio XVI ne sostenne la ricostruzione a metà del secolo XIX), ma anche laici: ad esempio, una lapide, situata all'ingresso della Galleria degli Uomini, attesta un generoso lascito del cav. Paolo Martinez.

Negli anni del Risorgimento l'ospedale subì un ulteriore ampliamento e, oltre ad ospitare malati e ad essere sede di insegnamenti, funse da ritrovo per una sezione della Carboneria. Durante il periodo della Repubblica Romana (1849), infatti, truppe di volontari si erano stabilite nelle stanze dell'ospedale, mentre la chiesa di San Giacomo venne utilizzata come stalla.[1]

Dopo la caduta dello Stato Pontificio nel 1870, l'ospedale entrò a far parte del Pio Istituto di Santo Spirito.[1]

Durante la prima guerra mondiale diventò un ospedale militare e nel 1929 pronto soccorso.

In Via Canova, sorge attualmente il Poliambulatorio Canova, sulle ceneri del San Giacomo, ma sul lato opposto dello storico istituto[13].

La chiusura nel 2008[modifica | modifica wikitesto]

L'ospedale rimase operativo fino all'11 agosto 2008, giorno in cui il presidente della regione Lazio, Piero Marrazzo, deliberò la sua chiusura entro il 31 ottobre 2008, suscitando numerosi scandali, in quanto era sempre stato considerato come un:

« Ospedale che nonostante le sue vetustà è rimasto al passo con i tempi per la volontà delle generazioni di operatori sanitari che vi si sono alterante nelle varie specialità mediche e chirurgiche, in continuo lavoro nel corso di oltre sei secoli.[11] »

In particolare, la duchessa Oliva Salviati del Comitato contro la chiusura del San Giacomo, ha ribadito l'esistenza di una bolla pontificia del 1610 del Papa Paolo V Borghese che ratificava "il divieto assoluto di cambiarne la finalità, vendere, affittare, permutare, dare in enfiteusi, sotto alcun diritto o alcun Stato."[14] Un altro argomento legale contro la chiusura è il contenuto del testamento del Cardinale Salviati, antenato di Oliva, che vincolava la donazione del complesso alla città di Roma con la destinazione d'uso di ospedale. Le firme raccolte, 60.000, non hanno dato i frutti sperati[15][16].

Struttura[modifica | modifica wikitesto]

Poco si sa della struttura originaria dell'edificio, in quanto i primi lavori di rinnovamento risalenti al 1584 comportarono una modifica radicale dell'edificio e degli ambienti circostanti. Al termine della ristrutturazione, nel 1592, il complesso presentava una forma ad H: si componeva di due corsie parallele collegate da un blocco ortogonale. La corsia riservata agli uomini contava duecento posti letto; la corsia delle donne, invece, era divisa in due reparti, uno per i casi di sifilide, per un totale di centocinquantasei posti letto. Ai lati della struttura si trovavano due edifici sacri: la chiesa di Santa Maria Portae Paradisi, il cui nucleo originario risaliva alla costruzione iniziale dell'ospedale, e la chiesa di San Giacomo, costruita contemporaneamente al primo rinnovamento.[10]

La seconda e più importante ristrutturazione fu promossa da papa Gregorio XVI, che nel 1836 decise di bonificare il cimitero che si trovava tra l'arcispedale e la chiesa di Santa Maria e affidò la ricostruzione dell'intero nucleo ospedaliero all'architetto Pietro Camporese (il Giovane).[17] L'edificio fu riorganizzato su tre livelli, compresi in un'unica ala lunga 450 metri. L'area di degenza fu spostata al primo piano, mentre il piano terra fu destinato alle attività di servizio.

La facciata fu rinnovata dal giovane Giorgio da Coltre, sotto la guida di Antonio da Sangallo il Giovane. Il progetto diede vita alla struttura definitiva dell'ospedale, che ancora oggi si conserva con queste caratteristiche.[1]

Storicamente l'ingresso principale, posto su Via Canova, permetteva l'accesso ai due distinti reparti interni: la Galleria degli Uomini e la Galleria delle Donne. Successivamente, nel XX secolo, la struttura ospedaliera fu suddivisa internamente in numerosi ulteriori reparti.

La medaglia pontificia[modifica | modifica wikitesto]

La medaglia pontificia fu coniata durante il quattordicesimo anno di pontificato di papa Gregorio XVI in occasione della festività di Pietro e Paolo, il 29 giugno 1844. Essa ricorda i lavori di restaurazione dell'ospedale e della chiesa attigua, voluti dallo stesso pontefice. La medaglia è stata classificata da Antonio Patrignani al numero 97 ne Le medaglie di Gregorio XVI, Edizioni Duval, Roma 1929, da Franco Barilotti al numero 844 de La medaglia annuale di Romani Pontefici, Cosmi editore, Rimini 1967, da Alfio Rinaldi al numero 39 nel Catalogo delle medaglie papali annuali da Pio VII a Paolo VI, Oscar Rinaldi e figlio edizioni, Verona 1967, e da Gianluigi Boccia in Medaglie e decorazioni di Gregorio XVI, Edizioni Frangi, Roma 2006.[1]

Incisa da Giuseppe Cerbara, ha un diametro di 43,5 millimetri e presenta sul fronte il busto del papa Gregorio XVI, mentre sul retro si riconosce la chiesa di San Giacomo, a cui lati si ergono le due testate delle corsie dell'ospedale.

Antiche tecniche di cura[modifica | modifica wikitesto]

La peculiarità dell'ospedale di San Giacomo degli Incurabili si intuisce già dalla sua denominazione. Esso nasce come centro di accoglienza e di cura per i malati che venivano respinti dalle altre strutture, primi tra tutti i "malfranciosati" e cioè gli affetti dal cosiddetto "morbo gallico", la sifilide. Questa sua unicità consentì, quindi, un conseguente sviluppo di tecniche di cura sconosciute a quei tempi.

«I primi tentativi di cura dei malfranciosati erano perniciosi quanto il morbo: mercurio e sublimato corrosivo venivano copiosamente versati sulle vaste ferite provocando in breve la morte per avvelenamento[18] La "cura del legno santo", invece, era meno nociva e prevedeva l'assunzione di un decotto a base di gauinum officinalis associate ad ampie bevute d'acqua. La durata della cura, che generalmente iniziava i primi di maggio, era di circa trenta giorni, una volta all'anno.

« Durante la somministrazione del prezioso farmaco era fatto obbligo ai pazienti di seguire una leggera dieta a base di uva passerina e biscotti e spesso si ricorreva anche a purghe e cataplasmi. Alla fine del mese di luglio si concludeva il periodo di cura: in questi tre mesi erano utilizzati circa cinquemila libbre di legno santo.[18] »

Questa tecnica si diffuse tra il 1520 e il 1530 e, nonostante Girolamo Fracastoro ne abbia vantato gli effetti nel suo Syphilis sive de morbo gallico,[19] fu abbandonata nella prima metà del XVII secolo poiché insufficiente per debellare la malattia.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e Fabio Robotti, Le medaglie pontificie dedicate agli ospedali nella Roma del Papa Re. L'Arciospedale di San Giacomo in Augusta detto anche degli Incurabili, in «Panorama numismatico» n. 260, aprile 2011, p. 50.
  2. ^ Chiusura ospedale San Giacomo
  3. ^ Lia Bonella, Franca Fedeli Bernardini, L'ospedale dei pazzi di Roma dai papi al '900. Volume II, Bari, Edizioni Dedalo, 1994, p. 371.
  4. ^ Enrico Fedele, L'Ospedale San Giacomo in Augusta tra storia, assistenza e cultura, in «Bollettino della scuola medica ospedaliera di Roma e della Regione Lazio», anno IV, numero 9, luglio/settembre 1998, p. 2.
  5. ^ Robotti, cit., p. 47.
  6. ^ Bolla Pontificia Salvatoris Nostri.
  7. ^ Bonella, Fedeli Bernardini, cit., pp. 366–367.
  8. ^ S. Cicatelli, Vita del P. Camillo de Lellis, a cura di P. Piero Sannazzaro, Roma, Curia Generalizia Camilliani, 1980, p. 52.
  9. ^ a b Fedele, cit., p. 5.
  10. ^ a b Robotti, cit., pp. 48–49.
  11. ^ a b Fedele, cit., p. 6.
  12. ^ Morichini, Carlo Luigi. Degl'istituti di pubblica carità ed istruzione primaria e delle prigioni in Roma. Vol. 1. Marini e Company, 1842
  13. ^ Repubblica: il nuovo presidio di Via Canova
  14. ^ "Olivia Salviati promette battaglia: "Farò di tutto per riavere il Collegio"",Il Tempo, 25/07/2016
  15. ^ Ristrutturato ma chiuso Il caso del San Giacomo, Il Tempo, 13 Agosto 2016
  16. ^ Come ti chiudo l’ospedale (San Giacomo), Felice Occhigrossi, Medico, presidente Comitato Salviamo il San Giacomo, Blog del Il Fatto Quotidiano, 26 luglio 2011
  17. ^ Manfred F. Fischer, Pietro Camporese il Giovane, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 17, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1974. URL consultato il 3 febbraio 2016.
  18. ^ a b Bonella, Fedeli Bernardini, cit., p. 370.
  19. ^ Fedele, cit., p. 4.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Papa Leone X, Bolla Pontificia Salvatoris Nostri, 19 luglio 1515.
  • Carlo Luigi Morichini, Degl'istituti di pubblica carità ed istruzione primaria e delle prigioni in Roma, Volume 1, Marini, 1842 .
  • Lia Bonella, Franca Fedeli Bernardini, L'ospedale dei pazzi di Roma dai papi al '900. Volume II, Bari, Edizioni Dedalo, 1994.
  • S. Cicatelli, Vita del P. Camillo de Lellis, a cura di P. Piero Sannazzaro, Roma, Curia Generalizia Camilliani, 1980.
  • Enrico Fedele, L'Ospedale San Giacomo in Augusta tra storia, assistenza e cultura, in «Bollettino della scuola medica ospedaliera di Roma e della Regione Lazio», anno IV, numero 9, luglio/settembre 1998.
  • Fabio Robotti, Le medaglie pontificie dedicate agli ospedali nella Roma del Papa Re. L'Arciospedale di San Giacomo in Augusta detto anche degli Incurabili, in «Panorama numismatico» n. 260, aprile 2011.
  • M. Massani, L'arcispedale di San Giacomo in Augusta dalle origini ai nostri giorni, Roma, Ed. Tipografia Poliglotta Vaticana, 1983.
  • A. Lio, La chiesa di Santa Maria in Porta Paradisi ed il complesso Ospedaliero del San Giacomo, Roma, Ed. Palombi, 2000.
  • Padre Mario Vanti, San Giacomo degl'Incurabili di Roma nel Cinquecento - dalle Compagnie del Divin Amore a S. Camillo de Lellis, Roma, Tip. Rotatori, 1991.

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