Aterosclerosi

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Aterosclerosi
Endo dysfunction Athero-it.PNG
Progressione dell'aterosclerosi
Codici di classificazione
ICD-9-CM (EN) 440
ICD-10 (EN) I70

L'aterosclerosi è una forma di arteriosclerosi caratterizzata da infiammazione cronica delle arterie di grande e medio calibro che si instaura a causa dei fattori di rischio cardiovascolare: fumo, ipercolesterolemia, diabete mellito, ipertensione, obesità, iperomocisteinemia; si sospetta che possano esservi anche altre cause, in particolare di natura infettiva e immunologica.

Etimologia[modifica | modifica wikitesto]

Il termine ateroma (dal greco athere, che significa "pappa", ad indicare il materiale grasso, poltaceo, contenuto nelle placche) è stato proposto, nell’opera Opuscula Pathologica, dal fisiologo svizzero Albrecht von Haller nel 1755. Nell’anno 1829, il chirurgo e patologo francese di origini tedesche Jean Lobstein introdusse il termine “arteriosclerosi” nel suo Traité d’Anatomie Pathologique, per descrivere l’ispessimento e l’aumento di consistenza della parete arteriosa. Il termine aterosclerosi è stato invece proposto da Marchand nel 1904 per sottolineare la presenza dell'ateroma.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Atherosclerosis diagram.png RCA atherosclerosis.jpg
Aterosclerosi

Anatomicamente, la lesione caratteristica dell'aterosclerosi è l'ateroma o placca aterosclerotica, ossia un ispessimento dell'intima (lo strato più interno delle arterie, che è rivestito dall'endotelio ed è in diretto contatto con il sangue) delle arterie, dovuto principalmente all'accumulo di materiale lipidico (grasso) e a proliferazione del tessuto connettivo, che forma una cappa fibrosa al di sopra del nucleo lipidico.

Le lesioni, che hanno come caratteristica specifica la componente lipidica più o meno abbondante, si evolvono con il tempo: iniziano nell'infanzia come strie lipidiche (a carattere reversibile) e tendono a divenire placche aterosclerotiche col passare degli anni nelle persone predisposte e scarsamente attente al contenimento dei fattori di rischio; le placche, nelle fasi avanzate, possono restringere (stenosi) il lume arterioso oppure ulcerarsi e complicarsi con una trombosi sovrapposta, che può portare a una occlusione, spesso improvvisa, dell'arteria.

Clinicamente l'aterosclerosi può essere asintomatica, oppure manifestarsi, di solito dai 40-50 anni in su, con fenomeni ischemici acuti o cronici, che colpiscono principalmente cuore, encefalo, arti inferiori e intestino.

Eziologia[modifica | modifica wikitesto]

L'aterosclerosi è causata dal concorso di numerosi fattori, che possono essere raggruppati in due classi: fattori sistemici e fattori locali.

I fattori sistemici sono rappresentati dai fattori di rischio cardiovascolare e comprendono fattori non modificabili (età, sesso e caratteristiche genetiche) e fattori modificabili (fumo, ipercolesterolemia, ipertensione, obesità, diabete, iperomocisteinemia, ecc.).

I fattori locali sono costituiti dagli stress meccanici prodotti dal flusso ematico, sia esso laminare o turbolento. La corrente sanguigna esercita sulla parete vasale due forze principali: stress da attrito o shear stress e stress tensivo. Lo shear stress è prodotto dall’attrito del flusso laminare sull’endotelio e interessa esclusivamente le cellule endoteliali: lo shear stress attiva le cellule endoteliali e ne promuove la liberazione di mediatori vasodilatatori (es. ossido di azoto: NO). Lo stress tensivo è prodotto dalla pressione idrostatica ematica e interessa l’intera parete vasale, intima, media e avventizia (e le cellule che le costituiscono: endotelio, fibroblasti, cellule muscolari lisce). Gli stress meccanici presentano una distribuzione disomogenea nell'ambito dell'albero arterioso, dal momento che la loro intensità varia in base al calibro e alla conformazione del vaso, per cui sono più intensi in alcune regioni rispetto ad altre (curvature, biforcazioni).

L'importanza dei fattori locali è dimostrata dal fatto che, sebbene i fattori sistemici agiscano sull'intero sistema vascolare, le lesioni aterosclerotiche si sviluppano caratteristicamente in alcune sedi di predilezione. Le placche ateromatose hanno infatti nell’uomo una distribuzione abbastanza costante, in ordine decrescente sono interessate: aorta addominale; arterie coronarie (entro i primi 6 cm); arterie poplitee e femorali; aorta toracica; carotidi interne; circolo di Willis (a. vertebrale, a. basilare, a. carotide interna) e arteria cerebrale media. Sono invece di solito risparmiati i vasi delle estremità superiori e le arterie mesenteriche e renali (ad eccezione dei loro osti). Inoltre, in questi segmenti arteriosi le lesioni colpiscono soprattutto gli osti di origine dei rami arteriosi e i tratti in cui le arterie formano curve o si biforcano: tratti che sono maggiormente esposti alle forze emodinamiche del flusso.

Gli stress meccanici costituiscono un fattore predisponente allo sviluppo dell'aterosclerosi, in quanto sono responsabili di un ispessimento circoscritto della parete arteriosa ("ispessimento adattativo intimale"), che facilita l'intrappolamento delle LDL (vedi Patogenesi). Gli ispessimenti sono costituiti dalla iperplasia degli elementi intimali (connettivo finemente reticolare con abbondanti proteoglicani e cellule muscolari lisce). L’ispessimento dell’intima rappresenta la risposta sia alla riduzione dello shear stress (con lo scopo di ridurre il diametro vasale per elevare la velocità di flusso), sia all’aumento dello stress tensivo (al fine di aumentare la resistenza della parete arteriosa).

Fattori di rischio[modifica | modifica wikitesto]

Modificabili
Non modificabili
Minori o non quantificabili
Dieta

Il rapporto tra grassi alimentari e l'aterosclerosi è un campo controverso. Il Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti d'America, consiglia una dieta povera di grassi, in gran parte basata sulla convinzione che essi siano aterogenici. LAmerican Heart Association, l'American Diabetes Association e il National Cholesterol Education Program (tutti enti sanitari statunitensi) formulano raccomandazioni simili. Al contrario, il Prof. Walter Willett (Harvard School of Public Health) raccomanda livelli molto più alti, in particolare di grassi monoinsaturi e polinsaturi.[19] Gary Taubes, in un articolo pubblicato su Science, formula considerazioni politiche e raccomandazioni agli organismi governativi.[20] Queste differenti visioni trovano un accordo contro il consumo di acidi grassi trans.

Anatomia patologica[modifica | modifica wikitesto]

Reperto autoptico dell'aorta addominale che mostra come l'intima dell'arteria sia interessata da numerose lesioni aterosclerotiche.

Macroscopicamente l'aterosclerosi si manifesta fondamentalmente con tre lesioni elementari, che rappresentano le fasi evolutive della malattia:

  1. stria lipidica
  2. placca fibrosa
  3. lesione complicata

Le strie lipidiche sono strie allungate di 1–2 mm, ma talvolta raggiungono 1 cm o più, di colore giallastro e bordi netti, che spiccano sul colore biancastro dell'intima; sono di solito piatte e presentano una superficie liscia e continua. Si tratta di lesioni reversibili: in presenza dei fattori di rischio cardiovascolare possono progredire nelle lesioni più avanzate, ma se questi mancano possono regredire. Infatti le strie lipidiche dell'aorta sono estremamente frequenti anche nelle aree geografiche dove l'incidenza dell'aterosclerosi avanzata è bassa, e strie lipidiche compaiono nell'aorta di tutti i bambini che abbiano più di 1 anno, senza differenze razziali, geografiche ed ambientali; possono essere presenti anche alla nascita. Nello studio di New Orleans (1952-1957) compiuto da Strong e McGill sulle aorte di 526 soggetti deceduti fra 1 e 40 anni, le strie lipidiche aumentavano rapidamente di estensione durante la pubertà. Nelle coronarie le strie lipidiche compaiono verso la pubertà. Nello studio autoptico di Stary (1979-1986) sono state esaminate le arterie coronarie di 560 soggetti tra 0 e 29 anni. Le strie lipidiche coronariche erano visibili dopo i 10 anni, con una incidenza del 50% nei bambini tra 10 e 15 anni.

La placca fibrosa consiste di un ispessimento circoscritto, sporgente sul piano dell'intima, di colorito bianco perlaceo o lievemente giallognolo, di dimensioni varie, da qualche millimetro a diversi cm. La superficie è liscia o alquanto scabra ma continua, la consistenza è dura. Alla sezione, l'aspetto può essere omogeneo oppure variegato per la presenza di un centro decisamente giallo, molle o poltaceo, unto e asportabile (la cosiddetta pappa ateromasica), ricoperto verso l'intima da un rivestimento fibroso, detto cappa, duro e biancastro. Le placche ateromatose hanno nell'uomo una distribuzione abbastanza costante: in ordine decrescente sono interessate: aorta addominale, fino alla biforcazione delle arterie iliache, con maggiore gravità intorno agli osti delle diramazioni maggiori; arterie coronarie, di solito entro i primi 6 cm; arterie poplitee, femorali e aorta toracica, in particolare intorno agli osti delle arterie intercostali; carotidi interne. Sono invece di solito risparmiati i vasi delle estremità superiori.

Le placche fibrose possono poi andare incontro ad ulteriori complicazioni (ulcerazione, emorragia, trombosi, calcificazione), determinando così il terzo e più grave stadio aterosclerotico, le lesioni complicate.

Fisiopatologia[modifica | modifica wikitesto]

Le manifestazioni cliniche dell'aterosclerosi compaiono in genere dopo i quaranta-cinquanta anni di età e sono dovute alla ischemia (riduzione del flusso ematico) nel letto vasale dipendente dall'arteria lesa. La riduzione del flusso dipende sia dal restringimento del lume arterioso in corrispondenza delle lesioni aterosclerotiche sia dalla presenza di meccanismi di compenso insufficienti. Il principale meccanismo di compenso è rappresentato dall'instaurarsi di circoli collaterali, che consentono al sangue di raggiungere i territori ipoirrorati attraverso i vasi adiacenti.

Le manifestazioni croniche sono conseguenti ad un restringimento stabile dell'arteria colpita, che rende il flusso ematico fisso, cioè incapace di aumentare quando le condizioni funzionali lo richiedono, come ad esempio durante gli sforzi fisici. Di conseguenza la sintomatologia, in particolare il dolore, tende ad essere assente a riposo e a presentarsi in occasione di esercizio fisico più o meno intenso, a seconda della gravità dell'ostruzione arteriosa e dell'efficienza dei circoli collaterali. Tipiche sindromi croniche sono: angina pectoris stabile, angina abdominis, claudicatio intermittens, nella quale il dolore insorge durante la deambulazione e scompare tipicamente dopo pochi minuti di riposo.

Le manifestazioni acute sono invece il risultato di una improvvisa riduzione del lume arterioso, che provoca una brusca riduzione del flusso ematico nel territorio dipendente. In genere l'occlusione arteriosa è causata dalla rottura (fissurazione) di una placca aterosclerotica, con conseguente trombosi in corrispondenza della ulcerazione. Raramente alla base delle manifestazioni acute vi può essere uno spasmo vasale, che viene chiamato in causa quando gli esami angiografici non rilevano alterazioni dei vasi. Sono sindromi ischemiche acute: angina pectoris instabile, infarto miocardico, infarto intestinale, ictus ischemico.

I fattori responsabili della fissurazione della placca ateromatosa sono molteplici e complessi, ma due fenomeni sembrano di particolare importanza: l'infiammazione della placca e la presenza di un'abbondante componente lipidica, che renderebbero la placca meno resistente all'urto della corrente ematica. Le cellule infiammatorie e soprattutto i macrofagi producono enzimi idrolitici (metalloproteasi), capaci di lisare il collagene della cappa fibrosa, che diviene così meno resistente agli stress emodinamici.

Carenza alimentare di iodio (iodine deficiency) ed ipotiroidismo, che causano aumento del colesterolo nel sangue ed aumento della perossidazione lipidica, possono avere un importante ruolo nello sviluppo della ateroslerosi, infatti lo radio-iodio (I-131) è rilevabile nelle autoradiografie della pareti elastiche delle arterie (che più facilmente sviluppano l'arteriosclerosi) fino ad oltre 14 giorni dalla iniezione sottocutanea, suggerendo uno specifico meccanismo protettivo, probabilmente antiossidante[21] nelle pareti delle arterie[22][23][24]. Già Theodor Kocher aveva osservato che l'arterioslerosi, patologia oggi riconosciuta in gran parte essere causata dai radicali liberi dello ossigeno, che causano perossidazione lipidica, si sviluppava frequentemente nei pazienti sottoposti a tiroidectomie, ed aveva suggerito che l'ipotiroidismo era causalmente associato all'aterosclerosi[6]. Pertanto i clinici europei usarono empiricamente in modo ampio gli ioduri orali e parenterali (negli anni 1930-1960) nei pazieti affetti da arteriosclerosi e da malattie cardiovascolari. Turner ha riportato l'efficacia degli ioduri e degli estratti essiccati di tiroide nella prevenzione della arteriosclerosi nei conigli di laboratorio[7]. L'azione antiossidante degli ioduri orali è stata inoltre descritta nella prevenzione e nella terapia di alcune malattie umane croniche oltre che nell'arteriosclerosi[8][9][10].

Il ruolo dello iodio nei pesci di mare (ricchi di iodio), e nei pesci di acqua dolce (iodio-carenti) non è completamente chiarito, ma è stato riportato che i pesci di acqua dolce sono più soggetti a malattie infettive, neoplastiche ed arteriosclerotiche dei pesci di mare che sono ricchi di iodio [25][26]. Una alimentazione ricca di colesterolo nei salmoni dell'Atlantico allevati in acque dolci (carenti di iodio) innalza la colesterolemia e le LDL plamatiche e provoca in tali pesci severe lesioni aterosclerotiche, in particolare nelle coronarie[27].

Patogenesi[modifica | modifica wikitesto]

Processo patologico

Le lesioni aterosclerotiche sono il prodotto di una infiammazione cronica dell'intima, che è causata dall'azione protratta dei fattori di rischio sulle arterie. Le principali cellule che prendono parte all'aterogenesi (processo di formazione dell'ateroma) sono i monociti/macrofagi e i linfociti (che sono le cellule che caratterizzano tutte le infiammazioni croniche), l'endotelio dell'intima e le cellule muscolari lisce della tonaca media; vi partecipano inoltre, soprattutto nelle fasi avanzate, le piastrine e i fattori della coagulazione.

Gli studi sperimentali sugli animali (ratti, conigli, maiali, scimmie) hanno permesso di fare molta luce sugli eventi biologici che portano alla formazione delle lesioni, grazie all'uso della microscopia elettronica e delle tecniche immunoistochimiche, a cominciare dagli studi pionieristici di Gerrity sui maiali (1979) e di Faggiotto e Ross sulle scimmie (1984). Pur considerando le differenze tra specie, senza i modelli animali non sarebbe stato possibile indagare le fasi precoci dell'aterogenesi.

In una serie di studi sui maiali tenuti a dieta aterogena moderata, Gerrity e Ross hanno esaminato preparati istologici di aorta dopo intervalli prestabiliti di esposizione alla dieta (da 2 fino a 12 settimane). L’esame con microscopia ottica ed elettronica a due settimane, ha rilevato che in assenza di lesioni macroscopiche, erano presenti monociti, sia aderenti alla superficie endoteliale che infiltrati nell’intima[28]. Ad analoghe conclusioni ha portato  lo studio di Faggiotto e Ross nelle scimmie: i preparati a 12 giorni dall’inizio della dieta aterogena mostravano che alla superficie endoteliale dell’aorta e delle arterie iliache aderivano gruppi di leucociti, principalmente monociti, molti dei quali erano in fase di migrazione attraverso le cellule endoteliali[29].

Per indagare le primissime fasi dell’aterogenesi sono stati effettuati studi immunoistochimici su animali tenuti a dieta solo da pochi giorni. Se dopo 4 giorni di dieta con 0.3% di colesterolo non vi erano differenze con i controlli, dopo una sola settimana i preparati di aorta di conigli New Zeland White mostravano sulla superficie endoteliale le molecole adesive VCAM-1 e P selettina, in assenza di macrofagi intimali; nei preparati di conigli a 3 settimane di dieta erano evidenti anche gli infiltrati leucocitari (macrofagi e linfociti T) nell’intima[30]. Risultai simili sono stati ottenuti negli studi in vivo. L’osservazione intravitale di venule mesenteriche di conigli a dieta ipercolesterolemica (0,5% di colesterolo) ha rilevato un aumento di 10 volte del rolling leucocitario nella prima settimana e di 2 volte nella seconda, mentre l’adesione dei leucociti all’endotelio era moderatamente aumentata nella prima settimana, ma aumentava di 12 volte nella seconda[31].

Gli eventi iniziali dell'aterogenesi vanno identificati nel danno dell'endotelio (danno funzionale o disfunzione endoteliale) e nell'accumulo e successiva modificazione (aggregazione, ossidazione e/o glicosilazione) delle lipoproteine a bassa densità (LDL) nell'intima delle arterie, due eventi che si influenzano a vicenda.

L'accumulo delle LDL è dovuto non solo all'aumento della permeabilità dell'endotelio funzionalmente o anatomicamente danneggiato, ma anche al loro legarsi ai costituenti della matrice extracellulare dell'intima; legame che aumenta il tempo di residenza in loco delle lipoproteine. Un fattore importante che causa un aumento della matrice connettivale intimale (ispessimento dell'intima) è rappresentato dall'attrito della corrente sanguigna sulla superficie vasale (stress emodinamico), che è particolarmente accentuato in corrispondenza delle ramificazioni e delle curvature dei vasi, sedi che risultano particolarmente predisposte alla sviluppo delle lesioni aterosclerotiche.

La disfunzione/attivazione endoteliale, ad opera dei fattori di rischio cardiovascolare, è seguita dall'adesione e migrazione di monociti e linfociti T nell'intima in risposta all'espressione sulla superficie endoteliale di molecole adesive (Selettine, VCAM-1, ICAM-1) e ai segnali chemiotattici (MCP-1) emessi dall'endotelio danneggiato (vedi endotelio: fisiologia dell'endotelio).

Stressossidativo.jpg

I macrofagi fagocitano le lipoproteine infiltrate ed ossidate nell'intima e a causa dell'impossibilità di metabolizzare il colesterolo contenuto nelle LDL si trasformano nelle cosiddette cellule schiumose (o spumose), che caratterizzano le strie lipidiche (fatty streaks). La secrezione di citochine e di fattori di crescita, principalmente di derivazione macrofagica, induce la migrazione delle cellule muscolari lisce dalla media nell'intima, dove proliferano, si differenziano nel fenotipo “sintetico” e sintetizzano matrice extracellulare, determinando la trasformazione delle fatty streak nelle lesioni avanzate. Alla crescita delle lesioni può contribuire l'adesione di piastrine all'intima denudata e il formarsi di trombi intramurali, conseguenti alla erosione/ulcerazione delle placche aterosclerotiche.

Quindi, nella patogenesi dell'aterosclerosi intervengono l'endotelio, i leucociti, le cellule muscolari lisce e le piastrine e rivestono un ruolo fondamentale l'infiltrazione lipidica della parete arteriosa e l'azione meccanica del flusso sanguigno sulle pareti dell'arteria.

Questa teoria unificata dell'aterosclerosi è il frutto di una lunga serie di teorie patogenetiche, ciascuna delle quali ha di volta in volta posto l'attenzione su l'uno o l'altro dei molteplici fattori patogenetici, a cominciare dalle teorie della “insudazione” [Virchow (1856), Anitchkov e Chalatov (1913)] e della “incrostazione” [Rokitansky (1842), Duguid (1946)] fino ad arrivare alle più recenti teorie della “risposta alla lesione endoteliale” (Ross e Glomset, 1973 e 1986) o della “risposta alla ritenzione” di K. J. Williams e I. Tabas (1995), nella quale viene attribuita maggiore importanza come fenomeno iniziale delle lesioni all'intrappolamento delle LDL nell'intima, piuttosto che ad un iniziale danno endoteliale.

Patogenesi aterosclerosi.jpg

Contrariamente alla prima formulazione dell'ipotesi della “risposta al danno endoteliale” (Ross e Golmset,1973), oggi è generalmente accettato che l'inizio dell'aterosclerosi non richieda un danno endoteliale nella forma di desquamazione focale, con denudamento dell'intima e adesione piastrinica. Piuttosto, un evento precoce dell'aterogenesi è identificato nell'alterazione funzionale (disfunzione) dell'endotelio da parte delle noxae patogene. La compromissione della attività endocrino-paracrina dell'endotelio è responsabile della disfunzione endoteliale. L'alterazione funzionale si manifesta con l'espressione di molecole adesive alla superficie cellulare e con la secrezione di sostanze biologicamente attive (citochine, fattori di crescita, radicali liberi), che sono responsabili dell'adesione dei leucociti, ma anche di turbe delle proprietà emostatiche dell'endotelio, della permeabilità alle proteine plasmatiche e del controllo del tono vasale.

Anche se la disfunzione riguarda tutte le funzioni endoteliali, la diagnosi di disfunzione endoteliale avviene valutando solo alcuni aspetti significativi di essa, come l'entità della vasodilatazione endotelio-dipendente nelle coronarie o nelle arterie brachiali, utilizzando l'infusione intra-arteriosa di agonisti ed antagonisti endoteliali come il L. NMMA, inibitore della sintesi di ossido nitrico (NO), a dosi che non determinano effetti sistemici, oppure misurando la vasodilatazione flusso-indotta. Il termine “attivazione endoteliale” designa un tipo di disfunzione endoteliale caratterizzato dall'acquisizione (per effetto di vari stimoli, citochine in primo luogo) di nuove proprietà funzionali ed antigeniche riguardanti soprattutto l'interazione con i leucociti (De Caterina: European Heart Journal 2003, 5 (Suppl. A), A15).

Ruolo delle LDL ossidate[modifica | modifica wikitesto]

Il ruolo fondamentale nello sviluppo della reazione infiammatoria cronica dell'intima è svolto dalla ossidazione delle LDL, che restano intrappolate nella matrice extracellulare dello spazio subendoteliale. L'ossidazione delle LDL è dovuta ad enzimi e metaboliti ossidanti prodotti dalle cellule della parete arteriosa, soprattutto dai monociti-macrofagi reclutati nell'intima in conseguenza del danno endoteliale a varia eziologia.

Inizialmente, si ha la perossidazione della componente lipidica delle LDL, che interferisce scarsamente sull'interazione delle LDL con il recettore ApoB-E (o LDL-R); tali MM-LDL (LDL minimamente ossidate) sono “cavalli di Troia” (Hajjar: Journal of Biological Chemistry 1997, 272,22975), fisicamente simili alle LDL, ma con un carico di macromolecole bioattive, che viene introdotto nella cellula con la endocitosi delle MM-LDL.

Nelle fasi successive, si generano prodotti dei lipidi perossidati e prodotti aldeidici (malondialdeide, MDA; 4-idrossinonenale), che possono modificare covalentemente la componente proteica delle LDL; queste OX-LDL “sabotatori cellulari” non vengono più riconosciute da LDL-R, ma si legano agli "scavenger receptors" (SR: SR-A, CD36 e CD68). Poiché gli SR non sono soggetti a regolazione a feedback-negativo,

le OX-LDL non solo introducono nelle cellule che le fagocitano 

macromolecole attive, ma in aggiunta causano l'accumulo intracellulare di esteri del colesterolo, responsabile della trasformazione in cellule schiumose o foam cells, caratteristiche del tessuto aterosclerotico.

L'interazione con i corrispondenti recettori LDL-R e SR (e la conseguente generazione di messaggeri intracellulari, in particolare i radicali liberi dell'ossigeno o ROS) e l'introduzione nella cellula di prodotti ossidati sono la base biochimica dell'azione patogena delle LDL. Le OX-LDL attivano nelle cellule (endotelio, macrofagi, cellule muscolari lisce), alcuni fattori di trascrizione (es. NF-κB), che inducono l'espressione di geni che codificano per molecole adesive, citochine e fattori di crescita e che danno l'avvio alla risposta infiammatoria.

Ad esempio, nell'endotelio, i geni per le molecole adesive ICAM-1, VCAM-1 ed E selettina, per il fattore chemiotattico MCP-1 e per il Fattore Tessutale sono sotto il controllo del fattore di trascrizione redox-sensibile NF-κB. Kume N nel 1991 ha suggerito che le cellule endoteliali assorbono le OX-LDL attraverso una via recettoriale che non coinvolge gli scavenger receptors. Sawamura, T., N. Kume, e altri nel 1997 hanno identificato il primo recettore delle cellule endoteliali per le Ox-LDL, che è stato denominato LOX-1 (lectinlike Ox-LDL receptor-1).

Gli studi sperimentali hanno attestato che le LDL ossidate possiedono numerose attività biologiche sulle cellule della parete arteriosa, inclusa un'azione citotossica diretta e un'azione mitogena su cellule muscolari lisce, macrofagi, fibroblasti e cellule endoteliali. Nell'endotelio inducono l'espressione di molecole adesive per i leucociti; stimolano la produzione di sostanze chemiotattiche (che in parte rimangono legate alla superficie endoteliale e in parte sono liberate nel subendotelio) e favoriscono la sintesi di fattori di crescita per i monociti/macrofagi e per le cellule muscolari lisce; stimolano la sintesi di PAI-1 (plasminogen activator inhibitor-1) e di fattore tessutale, promuovendo la coagulazione; stimolano la produzione di endotelina e inibiscono quella di NO, inibendo la vasodilatazione endotelio-dipendente. Sui macrofagi esercitano un effetto chemiotattico diretto; determinano la trasformazione in cellule schiumose; stimolano la produzione di citochine, fattori di crescita e metalloproteasi. Nelle cellule muscolari lisce inducono la sintesi di MCP-1. Infine le LDL ossidate attivano le piastrine e ne provocano l'aggregazione.

Note[modifica | modifica wikitesto]

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