Totò e i re di Roma

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Totò e i re di Roma
Totò e i re di Roma.JPG
Ercole Pappalardo sostiene l'esame di licenza elementare
Paese di produzione Italia
Anno 1951
Durata 100 min
Colore B/N
Audio sonoro
Genere comico
Regia Steno, Mario Monicelli
Soggetto Anton Čechov (racconti La morte dell'impiegato e Esami di promozione)
Sceneggiatura Ennio De Concini, Dino Risi, Steno, Mario Monicelli
Produttore Golden Films-Humanitas Film, Roma
Fotografia Giuseppe La Torre
Montaggio Adriana Novelli
Musiche Nino Rota
Scenografia Alberto Tavazzi
Costumi Giuliano Paci
Interpreti e personaggi

Totò e i re di Roma è un film del 1951 diretto da Steno e Mario Monicelli. È l'unico film in cui Totò e Alberto Sordi recitano insieme, e il titolo, che sembra non aver nulla che fare con la storia, si riferisce a una domanda che viene proposta a Totò durante l'esame per la licenza elementare.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Ercole Pappalardo lavora come archivista capo al Ministero. È in attesa della meritata promozione, che lo aiuterebbe a mantenere in modo più dignitoso la sua numerosa famiglia (composta dalla moglie e ben cinque figlie), e della tanto agognata nomina a cavaliere.

Un giorno viene chiamato, assieme al suo superiore, il Cavalier Capasso, dal ministro in persona, "Sua Eccellenza" Langherozzi-Schianchi, perché si metta a totale disposizione di un suo conterraneo, del quale il ministro vuole avere il consenso in vista delle prossime elezioni. L'uomo con cui il Pappalardo si deve confrontare è un pedantissimo maestro elementare, il professor Palocco, che pretende dall'archivista capo il ritrovamento di una pratica riguardante il trasferimento di un pappagallo già appartenuto a un defunto musicista del suo paesello, di cui il Palocco è un grande estimatore, ed eventualmente anche il ritrovamento del pennuto stesso.

Qualche ora più tardi, mentre si trova sul loggione di un teatro assieme al collega Ferruccio, il Pappalardo starnutisce inavvertitamente e colpisce proprio il Ministro, che si trova seduto nelle poltrone poste in parallelo al loggione. Lo starnuto viene interpretato come uno sputo ed il suo autore, il povero Pappalardo, viene identificato dall'odioso Palocco. Da quel momento, l'archivista capo tenta in tutti i modi di scusarsi con Sua Eccellenza, ma la presenza del Palocco da un lato e i controproducenti suggerimenti di Ferruccio dall'altro, fanno solo peggiorare la situazione.

Scoperto che il pappagallo di cui il Palocco cercava notizie è morto da tempo (fucilato dai partigiani perché intento a cantare "Giovinezza"!), il Pappalardo decide di prenderne un altro e farlo passare per quello richiesto. Ma, ancora una volta, la sfortuna si accanisce contro l'impiegato, poiché la sera in cui l'uomo invita il ministro e Palocco in casa sua per mostrargli il pappagallo, quest'ultimo (che ha memorizzato le varie imprecazioni di Pappalardo) insulta Sua Eccellenza, che, arrabbiatissimo, minaccia di vendicarsi. Sempre su suggerimento di Ferruccio, Pappalardo scrive allora una lettera di scuse al Langherozzi-Schianchi, ma peggiora ulteriormente la sua posizione perché il ministro si rende conto della totale ignoranza dell'archivista, che infatti è persino privo della licenza elementare. Per non fargli perdere il posto di lavoro, il suo superiore gli consiglia di conseguire almeno quel primo titolo di studio.

Ercole cerca di prepararsi al meglio ma all'esame di licenza elementare sbaglia quasi tutte le risposte (una delle domande riguarda i re di Roma, e a questa si riferisce il titolo del film). La commissione vorrebbe bocciarlo, ma dopo un accorato discorso dell'archivista comprende la situazione tragica dell'esaminando e decide di ammetterlo ugualmente; sennonché, un attimo prima che l'archivista se ne vada, entra nell'aula il presidente di commissione, che la sfortuna vuole sia proprio l'odiato Palocco.

L'uomo ridicolizza Pappalardo e lo boccia, cosa che spinge l'archivista ad esplodere in un vero e proprio pestaggio ai danni della commissione. Consapevole d'aver ormai perduto il posto al ministero, il Pappalardo decide di morire per dar poi in sogno alla moglie dei numeri da giocare al lotto.

Dopo avere scoperto che anche l'altro mondo è dominato da uffici e carte bollate, il Pappalardo riesce a ottenere in modo illecito i numeri e a comunicarli in sogno alla moglie. Poco dopo viene portato al cospetto di Dio, che intende punirlo per il gesto. Tuttavia, quando il Padreterno viene a conoscenza del fatto che Pappalardo è stato per trent'anni impiegato al ministero, lo manda subito in Paradiso. La voce fuoricampo, nell'ultima scena del film, recita che quello era stato il sogno di Ercole Pappalardo, lasciando il dubbio su quale parte della storia sia stata solo sognata dal protagonista.

Censura[modifica | modifica wikitesto]

Il titolo originale sarebbe dovuto essere E poi dice che uno..., con riferimento a una frase pronunciata spesso da Totò durante il film: "E poi dice che uno si butta a sinistra...!". Nella scena dell'interrogazione, quando Alberto Sordi chiede a Totò il nome di un pachiderma, si sente la risposta con una voce diversa, che risponde "Bartali!". Il movimento labiale dell'attore già tradisce la cosa, e inoltre la risposta di Sordi, "Vedo che Lei non ha perso l'abitudine d'insultare i suoi superiori!", rende ancor più evidente la manomissione del copione originario. Il tono è infatti fortemente sdegnato, e poi quel "superiore" non può riferirsi al ciclista. Leggendo infatti il labiale di Totò, si può capire che pronuncia "De Gasperi!".[1]

Critica[modifica | modifica wikitesto]

  • Scriveva Ugo Zatterin (Il Giornale d'Italia, 19 ottobre 1952):

« Ieri Rascel chiedeva ispirazione a Gogol per proporci in una equivoca chiave d'umorismo il dramma del piccolo impiegato; oggi lo stesso dramma ce lo propone Totò sulla scorta, nientemeno, di Čechov e in una chiave anche più apertamente farsesca. Čechov, però, in questo film è presente solo con lo schema esteriore e molto travisato di due suoi racconti fusi insieme, e ancora una volta a predominare nella vicenda e a improntarla di sé è unicamente Totò con i suoi caratteristici atteggiamenti comici e il suo facile spirito parodistico. [...] Naturalmente questa paradossale conclusione e le situazioni che abbastanza disordinatamente la precedono sono vistosamente condite di facili spunti ispirati alla più convenzionale contingenza politica e alla parodia di un certo costume burocratico; ad essi si alternano momenti di più sommessa polemica [...] ».

« Con Totò e i re di Roma i due registi sono rientrati negli schemi deprecati e il comico napoletano è tornato alla sua ormai scontata maniera farsesca e marionettistica. Con un'attenuante, però: che questo film – come già Guardie e ladri – sì discosta, sul piano del contenuto, dai soliti pasticci a base di gambe nude (in verità, ci sono anche le gambe nude, ma ad esse è riservato un posto marginale). Nei titoli di testa si legge il nome di Cechov: un semplice pretesto. Se negli autori c'era, per caso, la vaga intenzione di erigere una specie di contraltare a Il cappotto (1952) di Lattuada (dove l'origine letteraria è Gogol), contrapponendo al copista Rascel l'archivista Totò, essa è miseramente fallita [... ] ».

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ R. Polese, Totò, il governo e le forbici della censura, « Corriere della Sera », 28 gennaio 2005.

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