Chi si ferma è perduto

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Chi si ferma è perduto
Chi si ferma e perduto.png
L'usciere Napoleone (Enzo Petito) e i ragionieri Colabona (Peppino De Filippo) e Guardalavecchia (Totò)
Titolo originale Chi si ferma è perduto
Lingua originale italiano
Paese di produzione Italia
Anno 1960
Durata 97 min
Colore B/N
Audio sonoro
Genere comico
Regia Sergio Corbucci
Soggetto Bruno Corbucci, Giovanni Grimaldi, Mario Guerra, Luciano Martino, Dino De Palma
Sceneggiatura Bruno Corbucci, Giovanni Grimaldi, Mario Guerra, Luciano Martino, Dino De Palma
Produttore Emo Bistolfi
Produttore esecutivo Renato Tonini
Casa di produzione Titanus
Fotografia Marco Scarpelli
Montaggio Dolores Tamburini
Musiche Gianni Ferrio
Scenografia Franco Lolli
Costumi Dina Di Bari
Trucco Marcella Favella, Pierantonio Mecacci, Piero Mecacci
Interpreti e personaggi
« Non mi fermo né al primo, né al secondo, né al terzo ostacolo, perché... come dice quell'antico detto della provincia di Chiavari? "Chi si ferma è perduto!" »
(Il ragionier Guardalavecchia)

Chi si ferma è perduto è un film del 1960 di Sergio Corbucci, con Totò, Peppino De Filippo, Aroldo Tieri, Mario Castellani e Lia Zoppelli.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

I ragionieri Antonio Guardalavecchia e Giuseppe Colabona sono impiegati presso la filiale di Napoli della ditta Pasquetti, una società di trasporti. Il loro capoufficio è Cesare Santoro, superiore molto severo che non tollera l'atteggiamento poco professionale dei due impiegati. Al culmine dell'ennesimo rimprovero riservato a Colabona e Guardalavecchia davanti a un impiegato neoassunto, il catanese Donato Cavallo, Santoro minaccia di trasferirli in Sardegna.

L'improvvisa morte del capoufficio dà inizio a una spietata "guerra per la successione" tra Colabona e Guardalavecchia, lotta i cui segnali si manifestano già al funerale di Santoro, durante il quale Guardalavecchia tiene un discorso che ricorda quello di Marco Antonio nel Giulio Cesare di William Shakespeare (anche per i nomi dell'oratore, Antonio, e del defunto commemorato, Cesare).

« Amici, concittadini, colleghi! Porgetemi le orecchie vostre! Vengo per seppellire Cesare e non per lodarlo, e per dare a Cesare quel che è di Cesare, dato che da vivo non gliel'abbiamo mai potuto dare... chi mai avrà il coraggio di sostituirlo? Chi mai avrà l'ardire, la presunzione, la sfrontatezza, di occupare quella bella e tanto spaziosa scrivania? »
(Il discorso di Antonio)

Mentre gli aspiranti capoufficio stanno litigando per decidere chi deve sedersi alla scrivania di Santoro, l'usciere del palazzo che ospita la ditta, Napoleone, consegna loro una lettera in cui viene annunciato l'imminente arrivo dell'ispettore generale dei trasporti M. Rossi, il quale deciderà circa la successione al vertice dell'agenzia di Napoli. Colabona e Guardalavecchia s'introducono nottetempo in ufficio e distruggono i propri fascicoli, contenenti la documentazione sulle proprie note caratteristiche, la quale li avrebbe condannati al sicuro trasferimento in Sardegna. Dopodiché si organizzano, separatamente e l'uno all'insaputa dell'altro, per garantirsi un occhio di riguardo da parte dell'ispettore. Mentre Colabona decide di attendere il Rossi alla stazione per accoglierlo con un mazzo di fiori, Guardalavecchia assolda il violento Cavicchioni per inscenare sul treno una finta aggressione ai danni dell'ispettore Rossi in modo che Guardalavecchia possa intervenire a difenderlo, guadagnandosi la sua ammirazione.

Il caso vuole che sullo stesso treno si trovino due M. Rossi: Matteo Rossi, l'ispettore incaricato di decidere del futuro della dirigenza presso la ditta Pasquetti, e Mario Rossi, un ignaro ispettore scolastico. Guardalavecchia e Cavicchioni salgono sul treno alla stazione di Formia e mettono in atto il loro piano, ma nei confronti di Mario Rossi, l'ispettore sbagliato. Alla stazione d'arrivo, Guardalavecchia si allontana con l'ispettore scolastico, invitandolo a casa propria senza rendersi conto dell'equivoco, mentre Colabona accoglie il vero ispettore dei trasporti. Giunti a casa Guardalavecchia, l'ispettore Mario Rossi viene accolto dalla moglie del ragioniere, Italia, e incontra la loro figlia Iole, maestra elementare, di cui s'innamora.

La mattina seguente, l'ispettore Matteo Rossi giunge nella sede della ditta e Guardalavecchia, non sapendo chi egli sia, lo accoglie in malo modo. Una volta scoperto l'equivoco, Guardalavecchia, tornato a casa, manda via con una scenata l'incolpevole Mario Rossi.

Per cercare di rimediare all'infelice primo approccio con l'ispettore, Guardalavecchia comincia a mostrarsi estremamente zelante sul lavoro e accusa Colabona di essere uno iettatore. Per dimostrare queste accuse, Guardalavecchia dà vita a finti incidenti ai danni dell'ispettore Rossi. La sua strategia, però, si rivelerà controproducente, in quanto Rossi si mostrerà molto timoroso nei confronti dei "poteri" di Colabona, e quest'ultimo cercherà di stare al gioco per sfruttare le calunnie a suo vantaggio. Per mettere nuovamente in cattiva luce il suo "nemico", Guardalavecchia contatta la vistosa Adua, un'amica di Cavicchioni, affinché si presenti in ufficio e insceni una situazione piccante coinvolgendo l'ignaro Colabona.

Qualche giorno dopo, viene organizzato un ricevimento per festeggiare il cinquantentario della fondazione della sede napoletana della ditta Pasquetti, a cui interviene anche il presidente, il Grande Ufficiale Amilcare Pasquetti. Nell'occasione, l'ispettore Matteo Rossi ritrova la moglie di Colabona, Teresa, con la quale ha avuto in passato una storia d'amore, interrotta bruscamente dagli eventi della seconda guerra mondiale. Guardalavecchia vede confabulare i due e teme che Colabona stia utilizzando l'avvenenza di sua moglie. Per rimediare, decide di iniziare a corteggiare la sorella del presidente, Giulia Pasquetti. Il corteggiamento culmina in una "scena del balcone" in versi, simile a quella di Romeo e Giulietta, ancora di Shakespeare.

« Ma piano! Quale luce vedo da quel balcone? Quella finestra è l'Oriente, e Giulietta è la promozione! »
(La "scena del balcone" tra il ragionier Guardalavecchia e Giulia Pasquetti)

Il giorno dopo Guardalavecchia invita Giulia a Villa Lolita, un albergo molto equivoco consigliatogli da Donato Cavallo. Quella stessa sera, Mario Rossi e Iole decidono di trovarsi nel medesimo albergo, per mettere in scena un finto incontro amoroso volto a far credere ai genitori di Iole, i coniugi Guardalavecchia, attirati con un biglietto, di trovarsi di fronte al "fatto compiuto". Anche Matteo Rossi e Teresa Colabona si accordano per un incontro clandestino nello stesso luogo, la stessa sera, sempre su consiglio di Cavallo, anch'egli intenzionato a recarsi alla villa con Adua.

A Villa Lolita si ritrovano così tutti i protagonisti della storia, inclusi Colabona e Amilcare Pasquetti, che vogliono cogliere in flagrante Guardalavecchia e Giulia. L'omonimia porta Matteo Rossi, Teresa e Iole a trovarsi tutti nella stessa camera, dove vengono sorpresi da Guardalavecchia. Infine, nella stanza arrivano Colabona, il commendator Pasquetti, Adua, Mario Rossi e Italia, la moglie di Guardalavecchia, generando tutta una serie di equivoci. Il film termina con Colabona e Guardalavecchia a bordo del traghetto che li conduce verso la Sardegna, ma una scritta annuncia che i due ci resteranno poco e verranno spediti ben presto in Congo...

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