Totò e Carolina

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Totò e Carolina
Totò e carolina.jpg
Una scena del film
Titolo originale Totò e Carolina
Lingua originale italiano
Paese di produzione Italia
Anno 1955
Durata 80 minuti (versione censurata), 93 minuti (versione restaurata del 1999)
Colore bianco e nero
Audio sonoro
Rapporto 1.33:1
Genere commedia
Regia Mario Monicelli
Soggetto Ennio Flaiano
Sceneggiatura Age, Furio Scarpelli, Rodolfo Sonego, Mario Monicelli
Produttore Antonio Altoviti
Casa di produzione Rosa Film (Roma)
Distribuzione (Italia) Variety Film (1955)
Fotografia Domenico Scala, Luciano Trasatti
Montaggio Adriana Novelli
Musiche Angelo Francesco Lavagnino
Scenografia Piero Gherardi
Costumi Piero Gherardi
Trucco Giuliano Laurenti
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani

Totò e Carolina è un film del genere commedia drammatica, girato tra il 1952 e il 1953 e uscito nel 1955, diretto da Mario Monicelli.

Trama[modifica | modifica sorgente]

Durante una retata della polizia a Villa Borghese, l'agente Antonio Caccavallo, vedovo con figlio e padre a carico, arresta insieme ad altre donne di vita anche Carolina. In realtà la ragazza è solo scappata di casa perché incinta. Caccavallo l'aveva trovata nei pressi del luogo della retata, e pur essendo autista della pattuglia, aveva preso una avventata iniziativa. Il povero poliziotto è obbligato così dal suo Commissario a riportarla al paese di origine, e consegnarla ai parenti, che si mostreranno scandalizzati per la gravidanza imprevista. Liquidare la pratica Carolina si rivelerà più complicata del previsto, anche a causa della ritrosia della ragazza che già capisce di essere reietta dalla sua stessa gente. Ciononostante Carolina in qualche modo riesce a confidarsi e a legare con il poliziotto, di cui comprende gli obblighi professionali, e non le serba rancore nonostante gli faccia passare non pochi guai (tenta di scappare, ma anche di suicidarsi rischiando di uccidere anche lui). Alla fine, mentendo ai suoi superiori circa il buon esito della missione, Caccavallo se ne farà carico accogliendola a casa sua, dove da tanto tempo mancava una presenza femminile.
Nella scena conclusiva, dopo che Caccavallo aveva detto al Commissario: "Si troverà un fesso che se la prende", segue la domanda di Carolina che aspettava in strada, la quale chiede "Dove andiamo?". Caccavallo risponde: "A casa di un fesso", che racchiude da una parte il suo essere compassionevole e la sua carenza di affetti, e dall'altra il fallimento come tutore della legalità.

Censura[modifica | modifica sorgente]

« Se a un comico tolgono la possibilità di fare la satira che gli resta? Al film migliore che ho interpretato, Totò e Carolina, hanno fatto 82 tagli... Hanno persino voluto la soppressione del nome del mio personaggio che si presentava dicendo: "Caccavallo, agente dell'Urbe".[1] »
(Antonio De Curtis)

La pellicola fu soggetta a numerosissime censure per via del fatto che l'interpretazione di Totò, secondo la visione dei censori dell'epoca, avrebbe sminuito e ridicolizzato il ruolo degli agenti di Polizia. Tali e tanti furono i tagli, le modifiche, e gli stravolgimenti voluti dalla censura che degli originali 2600 metri di pellicola si arrivò ad una versione di soli 2386, dopo ben tre bocciature da parte della commissione di censura.

I primi problemi sorsero già in fase di presentazione della sceneggiatura, ancora intitolata Addio a Carolina, il 29 agosto 1953, prima dell'inizio delle riprese del film. La Direzione generale dello spettacolo espresse subito forti riserve, i censori studiarono la sceneggiatura e formularono un risoluto parere negativo. La motivazione comprendeva il seguente testo:

« Pur sotto l'influsso di un affettuoso realismo nostrano, si è concentrato tutto il fuoco della vicenda sulla figura macchiettistica di un nostro agente di PS, aspirante alla promozione a brigadiere, che, per una sua gaffe dovuta a eccesso di zelo, si trova impelagato in tutta una serie di peripezie che, pur denotando un certo substrato umano, sembrano destinate più a solleticare il riso della platea che a suscitarne un'autentica commozione. [...] L'attuale lavoro è tutto imperniato sulla figura pignolesca, gretta e ignorante di un agente di pubblica sicurezza [...] il nulla osta per le pellicole da rappresentarsi in pubblico non può essere rilasciato quando si tratti della riproduzione di scene, fatti e soggetti offensivi del decoro e del prestigio delle istituzioni o autorità pubbliche, dei funzionari e agenti della forza pubblica...[2] »

Inoltre, per la morale italiana dell'epoca, appariva molto sconveniente che un agente di Polizia s'interessasse delle sorti di una futura ragazza madre, fin poi ad accoglierla in casa propria, essendo vedovo con figlio e padre a carico.

La prima modifica accertata apportata al copione fu il cambio del cognome del protagonista che da Callarone passò ad un più "comico" e irreale Caccavallo, per dare alla storia un deciso tono da farsa, ed evitare riferimenti alla cronaca.[3]

Mario Monicelli il regista della pellicola, che dovette sottostare alle numerose modifiche e omissioni imposte dalla censura al suo film.

Iniziate le riprese del film, a quel punto intitolato Totò e Carolina, in fase di lavorazione vennero eliminate altre scene, come quella nella quale Totò alla caserma dei carabinieri tentava di convincere il maresciallo a prendere in custodia Carolina, e quella dove discuteva della gravidanza indesiderata della ragazza.

Concluse le riprese nel gennaio '54, il film passò al montaggio, e nel febbraio seguente fu ripresentato alla commissione di censura per il nulla osta. Cinque giorni dopo, arrivò la seconda bocciatura con le medesime motivazioni della volta precedente: "offensivo della morale, del buon costume, della pubblica decenza, nonché del decoro e prestigio delle forze di Polizia".[4]

Il regista Monicelli, che aveva già avuto brutte esperienze in passato con la censura per Totò e i re di Roma, acconsentì allora a tagliare un'altra scena, dove il parroco del paese tentava di dare in moglie Carolina a un vinaio scapolo tacendo della gravidanza di lei, e ad accorciare la scena iniziale della retata a Villa Borghese, ma il giudizio negativo fu ribadito anche in fase d'appello il 12 marzo 1954.

Dopo l'ennesima bocciatura il film iniziò a diventare un caso sulla stampa che si chiedeva il perché di tanto accanimento. Esasperato, Monicelli effettuò altri tagli, eliminando tutti i riferimenti al comunismo presenti nella pellicola (la modifica più celebre è relativa al canto degli operai sul camion che intralcia il passaggio della jeep di Totò e Carolina, che, grazie a un secondo doppiaggio, passa da Bandiera rossa al più moderato Inno dei lavoratori, e poi infine al patriottico Di qua e di là dal Piave).[5] Ma nemmeno questo bastò e il film fu respinto ancora dalla censura.

Ne seguirono ulteriori tagli, soppressione di parti di dialoghi, l'eliminazione di riferimenti al suicidio che "solo i ricchi possono permettersi di attuare"; prima che, finalmente, nel marzo 1955, al film sia concesso il visto censura. Ma anche così censurato, fu imposta una dicitura da far apparire in sovraimpressione: dopo i titoli titoli di testa si legge infatti un'avvertenza, fortemente voluta dall'allora capo del governo Scelba, che fa un "doveroso" distinguo fra l'interpretazione di un semplice attore che interpreta un ruolo di fantasia (quasi ridicolizzando Totò, citandolo personalmente) e le mansioni di chi davvero lavora nella pubblica sicurezza. Il testo della sovraimpressione recita:

« Il personaggio interpretato da Totò in questo film appartiene al mondo della pura fantasia.

Il fatto stesso che la vicenda sia vissuta da Totò, trasporta il tutto in un mondo e su un piano particolare.
Gli eventuali riflessi nella realtà non hanno riferimenti precisi, e sono sempre riscattati da quel clima dell'irreale che non intacca minimamente la riconoscenza e il rispetto che ogni cittadino deve alle forze di Polizia. »

Uscito nelle sale così pesantemente menomato, il film non riscosse particolare successo di critica e pubblico. Fu riscoperto nel corso dei decenni, anche grazie al restauro e al reintegro di alcune delle scene eliminate ritrovate negli archivi per l'edizione in formato DVD. Resta la sua importanza dal punto di vista storico come esempio di cosa era la censura in Italia nel corso degli anni cinquanta.

Doppiaggio[modifica | modifica sorgente]

Per via della censura anche il doppiaggio subì delle anomale modifiche. Maurizio Arena doppiato da Massimo Turci nella prima versione dice ad Annamaria Ferrero che lo invita a scappare insieme : "Io le guardie le conosco, sò carogne !". Non potendo più chiamare carogne le guardie, questa frase fu ridoppiata da Sergio Tedesco in questo modo : "Io le guardie le conosco, sò dritte !". Il passaggio dalla prima alla seconda voce si sente chiaramente.

Altri tecnici[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Anile, Alberto. Totò proibito, Lindau, 2005, pag. 83, ISBN 88-7180-527-5
  2. ^ Annibale Scicluna, giudizio preventivo su Addio a Carolina, 9 settembre 1953.
  3. ^ Anile, Alberto. Totò proibito, Lindau, 2005, pag. 88, ISBN 88-7180-527-5
  4. ^ Giudizio della Commissione di censura su Totò e Carolina, 22 febbraio 1954.
  5. ^ Anile, Alberto. Totò proibito, Lindau, 2005, pag. 94, ISBN 88-7180-527-5

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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