Operazione San Gennaro

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Operazione San Gennaro
TotòeManfrediSanGennaroOperation.JPG
Dudù (Nino Manfredi) e don Vincenzo (Totò) in una scena del film
Paese di produzione Italia, Francia, Germania Ovest
Anno 1966
Durata 98 min
Colore colore
Audio sonoro
Genere commedia
Regia Dino Risi
Soggetto Ennio De Concini, Dino Risi
Sceneggiatura Ennio De Concini, Dino Risi, Adriano Baracco, Nino Manfredi
Produttore Turi Vasile per Ultra Film - Roma / Lyre - Paris / Roxy Film - Munchen
Distribuzione (Italia) Interfilm
Fotografia Aldo Tonti
Montaggio Franco Fraticelli
Musiche Armando Trovajoli
Scenografia Luigi Scaccianoce
Costumi Maurizio Chiari
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani

Operazione San Gennaro è un film del 1966 diretto da Dino Risi, con Totò, Nino Manfredi, Senta Berger, Harry Guardino, Mario Adorf e Dante Maggio.

Trama[modifica | modifica sorgente]

Jack, Maggie e Frank sono tre ladri statunitensi, giunti a Napoli per rubare il tesoro di San Gennaro.

Senza svelare i loro piani chiedono aiuto a una vecchia gloria nel campo dei furti, don Vincenzo detto "il fenomeno", che però è in galera (sebbene goda di una grande autorità tra gli altri detenuti e tra i secondini) e consiglia ai tre di rivolgersi ad Armandino Girasole, detto "Dudù". Questi è a capo di una sgangherata banda composta da Ciccillo, suo assistente, il "Barone", un uomo con il cuore a destra, "Agonia", guidatore di carri funebri e il "Capitano", il "tecnico" della squadra. Inizialmente Jack non informa Dudù delle sue reali intenzioni, ma gli chiede soltanto un aiuto per realizzare un grosso colpo.

Il primo tentativo fallisce miseramente sul nascere perché, dopo che Dudù si trattiene per ore a una festa di matrimonio, la banda, coinvolta nei festeggiamenti, perde il bulimico Frank, che muore per indigestione in seguito a un'abbuffata di cozze. Con la morte di Frank, Jack è costretto ad informare Dudù del suo piano: impadronirsi del leggendario tesoro, del valore di 30 miliardi di lire. Dudù e la sua banda tentennano davanti a una proposta che non solo è difficile da attuare, ma che appare sacrilega. Decidono così di chiedere il permesso al santo, interpretando come un suo assenso un raggio di sole che, dopo la pioggia, ne illumina la statua. Le intenzioni di Dudù sono comunque sublimate dal desiderio di tenere tutto il tesoro per sé e usarne una parte per portare benefici alla città. Egli propone all'americano di effettuare il colpo durante la serata finale del Festival di Napoli, per poter approfittare così di una città semideserta e distratta dall'attesissima manifestazione canora.

Alla data stabilita la banda si rimette in azione. Agonia e il "Capitano" (che ha preso il posto di Jack come tecnico della banda) si aprono un varco nelle fogne con dei modernissimi laser, apparecchi a ultrasuoni ed esplosivo, ma, per via della soffiata di un uomo con il braccio ingessato, che vuole vendicarsi per essere stato escluso dal colpo, la polizia si trova nella zona dell'esplosione e li arresta. Dudù, Jack e Maggie, dopo aver oltrepassato con un rudimentale espediente un muro e dei fili elettrici, si ritrovano bloccati nella cripta della chiesa del tesoro e, in un gesto di rabbia, Jack picchia i pugni sul muro, udendo qualcuno che dice "avanti" e accorgendosi che c'è una porta. Entrano e trovano Ciccillo, che spiega di essere entrato tranquillamente dalla porta della chiesa che il custode ha dimenticato aperta. Riescono a impossessarsi rocambolescamente del tesoro protetto da un cristallo antiproiettile, ma poco dopo Jack e Maggie traggono in inganno Dudù e fuggono con il bottino. Dopo uno sgangherato inseguimento tra le vie e budelli del centro, la donna, per non dover spartire il malloppo, uccide Jack e ne fa precipitare l'auto in mare.

Dudù e Ciccillo assistono al recupero dell'auto dalle acque del porto, convinti che tutti e due siano finiti a mare con il tesoro, ma poco dopo vengono a sapere da Concettina, la fidanzata di Dudù, che Maggie non è morta e sta anzi per partire dall'aeroporto di Capodichino. Con una folle corsa in auto fra i vicoli di Napoli Dudù raggiunge l'aeroporto e appena prima della partenza riesce letteralmente a strappare il tesoro che Maggie si è cucita addosso. Nulla può però contro Mamma Assunta, la madre adottiva infuriata per il furto sacrilego, che coinvolge addirittura l'arcivescovo di Napoli. Sarà quest'ultimo che Dudù, come da lui in origine architettato, pensa un falso vescovo, a prelevarlo personalmente all'aeroporto e a condurlo con la sua auto in mezzo alla folla in festa per la processione di San Gennaro. Dudù tenta all'ultimo momento di sottrarsi con la borsa contenente il bottino ma, stretto dalla folla e scambiato da tutti come l'eroico salvatore del tesoro, non può far altro che restituirlo alla città.

Commento[modifica | modifica sorgente]

Il film è improntato a un tipico stile da commedia all'italiana, e fa il verso al filone, in voga all'epoca, dei film sui colpi perfetti organizzati scientificamente (caper movie). L'idea geniale che ne ha fatto il successo è l'immediato contrasto tra la nervosa organizzazione della troupe americana, e la flemmatica capacita risolutiva dello sgangherato gruppo. Si può dire che per certi versi rappresenti una sorta di versione napoletana de I soliti ignoti, di qualche anno precedente, pur con un andamento della trama completamente diverso. Anche qui, infatti, una banda raccolta alla meno peggio, composta da elementi tutt'altro che professionisti, si getta in un'impresa decisamente superiore alle proprie capacità. La differenza sta nel fatto che, dopo varie situazioni rocambolesche e grottesche, il colpo riesce; la banda si impadronisce del tesoro ma, con un finale a sorpresa e didascalico, alla fine il tesoro è loro malgrado restituito e addirittura il capobanda finisce per essere considerato l'eroe che ha sventato il furto. E anche in questo caso, come nel film di Monicelli, la banda fa ricorso ad un vecchio esperto del settore, interpretato, come ne I soliti ignoti, da Totò. Un brillante Nino Manfredi, che si avviava alla sua più felice maturità artistica, dà una egregia prova di sé, attorniato da attori di livello, come Senta Berger, Mario Adorf, oltre allo stesso Totò.

Curiosità[modifica | modifica sorgente]

  • Le canzoni presentate al Festival di Napoli dell'anno cui si riferisce il film (1966), che è possibile ascoltare come sottofondo in alcune scene sono:
  • Per la cronaca, a vincere il festival di quell'anno fu Bella, cantata da Sergio Bruni e Robertino, come annunciato con euforia da "Il barone". In realtà proprio sulle canzoni del Festival, nel film c'è un anacronismo, perché una delle canzoni (Ce vo' tiempo) non fu ammessa tra le finaliste, e quindi non avrebbe potuto essere trasmessa nella serata finale insieme alle altre due (che invece furono tra le finaliste), mentre la canzone interpretata da Sergio Bruni che viene ascoltata nella cripta attraverso la radio, non è quella vincitrice, ma Sole 'e vierno, il cui titolo scorre anche sui titoli di coda.
  • La scena del banchetto nuziale è stata girata a Villa Campolieto a Ercolano, famosa villa vesuviana progettata dal Vanvitelli. Ben distante dal centro di Napoli, dove la scena ha inizio esternamente.
  • L'esterno e l'interno della chiesa per la scena della richiesta a san Gennaro sono stati girati nella chiesa dei Girolamini.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Scheda su AntonioGenna.net - IL MONDO DEI DOPPIATORI

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