Il cappotto (film)

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Il cappotto
Ilcappotto fotodiscena.jpg
Renato Rascel ne “Il cappotto”.
Paese di produzione Italia
Anno 1952
Durata 85 min
107 min (edizione restaurata)
Colore B/N
Audio sonoro
Genere commedia, drammatico
Regia Alberto Lattuada
Soggetto dall'omonimo racconto di Nikolaj Gogol
Sceneggiatura Alberto Lattuada, Luigi Malerba, Cesare Zavattini, Giorgio Prosperi. Luigi Malerba, Leonardo Sinisgalli.
Produttore Faro Film
Distribuzione (Italia) Titanus
Fotografia Mario Montuori
Montaggio Eraldo Da Roma
Musiche Felice Lattuada
Scenografia Gianni Polidori
Costumi Dario Cecchi
Interpreti e personaggi

Il cappotto è un film del 1952 diretto da Alberto Lattuada,

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Pavia, anni '30. Lo scrivano Carmine De Carmine, impiegato presso il Comune, conduce una vita assai modesta. Abita in una camera a pensione; lavora con impegno e diligenza, ma viene continuamente mortificato dal suo capo-ufficio (il Segretario generale del Comune) e dal Sindaco, un ambizioso e corrotto politicante, nonché marito infedele. Inoltre, il suo magro stipendio non gli permette di comprare il cappotto nuovo di cui avrebbe bisogno.

Un giorno, casualmente, incontra per strada una donna bella ed elegante che, ritenendolo un mendicante, gli dona una discreta somma. Grazie a questo denaro, Carmine riesce finalmente ad ordinare ad un sarto un cappotto su misura, con bavero di pelliccia. I soldi non sono del tutto sufficienti, ma bastano per un acconto.

Intanto, il Segretario generale si accorda con alcuni imprenditori: concederà loro degli appalti in cambio di denaro. Carmine assiste per caso ad un colloquio compromettente tra loro e il Segretario, per tenerselo buono, gli promette un cospicuo premio di produttività.

Il cappotto è pronto e gli sta a pennello. Carmine lo indossa con grande soddisfazione, passeggiando per tutta la città (seguito a distanza dal sarto, orgogliosissimo del suo lavoro).

Alla sera di Capodanno, sempre indossando il suo prezioso acquisto, si reca al ricevimento organizzato dal Segretario generale. Lì, rivede la stessa bellissima donna che gli aveva regalato del denaro. Carmine ignora che lei è in realtà l'amante del Sindaco. Alticcio per i numerosi brindisi, fa un discorso a favore dei poveracci che viene accolto con molta freddezza dai partecipanti. Ma prima di andare via, fa un giro di valzer con la bella donna.

Giulio Stival (il Sindaco) e Renato Rascel (Carmine De Carmine) in una scena de "Il cappotto".

Finita la festa, Carmine si avvia verso casa alticcio e felice perché adesso finalmente si sente un uomo realizzato, ma strada facendo viene aggredito da un vagabondo che lo deruba del cappotto. Disperato, chiede aiuto ma si trova di fronte all'indifferenza della gente (vigili, poliziotti, funzionari comunali) e soprattutto del Sindaco, che si rifiuta di aiutarlo.

Avvilito e disperato, Carmine patisce un esaurimento nervoso che lo debilita fino alla morte.

Di qui in poi il film cambia registro, passando dal drammatico-patetico al grottesco-leggero seguendo la vendetta post-mortem di Carmine. Questi dapprima disturba con il suo funerale una pomposa cerimonia pubblica officiata dal Sindaco; poi ritorna come fantasma per le strade della città a reclamare giustizia, terrorizzando i cittadini con la sua voce e divertendosi a spogliarli dei loro soprabiti nelle fredde e nebbiose serate d'inverno. In seguito, si reca a casa dell'amante del Sindaco per sorprendere i due, disturbando la loro intimità. Ed infine, appare al Sindaco e lo spaventa, fino a spingerlo ad un tardivo pentimento.

Altre notizie[modifica | modifica wikitesto]

Genesi del film[modifica | modifica wikitesto]

“Il cappotto” è tratto da un omonimo racconto di Gogol. In una intervista apparsa sulla rivista "Cinema"[1] Lattuada così spiega la sua scelta: «Mi sono rivolto ad uno scrittore classico russo perché i caratteri del suo racconto sono caratteri universali ed esemplari e quindi i valori della storia raccontata da Gogol sono validi in qualunque parte del mondo ed in qualunque tempo [cioè] la tirannia e la cecità burocratica». Ma l'origine del film risale anche a prima, quando nel 1950, a Messina, ad opera di un gruppo di appassionati di cinema che faceva capo all'avvocato Enzo Curreli, era stata costituita una società di produzioni cinematografiche, la "Faro film", inizialmente dedita alla realizzazione di documentari[2].

Questa società, dotata di un capitale sociale di 1.300.000 lire[3], ricavò notevoli proventi dalla sua attività ed il successo commerciale indusse i soci ad intraprendere la strada dei lungometraggi. Ma non si trattava soltanto di affaristi: Lattuada[4] li definirà «abbastanza ricchi, ma digiuni di cinema; dei grandi lettori, che amavano Gogol e volevano trasferirlo al cinema». Inizialmente la "Faro film" aveva contattato il regista Comencini[5], ma questa possibile collaborazione, dopo un mese di trattative, sfumò per disaccordi sul soggetto e sulle modalità di sceneggiatura.

L'incarico passò quindi a Lattuada che proprio nel 1952 aveva abbandonato per contrasti con il titolare Gualino la casa di produzione "Lux" per la quale il regista aveva lavorato sin dal 1945[6]; la collaborazione tra il regista milanese ed i produttori siciliani proseguì poi anche successivamente quando Lattuada, soddisfatto dei rapporti, realizzerà con essa anche l'episodio da lui diretto del film "L'amore in città"[7].

Il regista milanese era reduce dal cospicuo risultato commerciale della sua ultima fatica: «Il successo internazionale di "Anna"[8] – scrive Claudio Camerini[9] - consente a Lattuada di mettere in cantiere la sua opera più importante».

Renato Rascel in una scena de "Il cappotto". Diversi critici videro nella sua interpretazione alcune similitudini con Chaplin.

La sceneggiatura[modifica | modifica wikitesto]

Esistono differenti versioni intorno agli effettivi autori della sceneggiatura, al di là dei molti nomi che appaiono ufficialmente nei titoli di testa. Lo stesso Lattuada ricorda[10] che «Zavattini figurò nei crediti perché aveva partecipato a delle conversazioni di sceneggiatura abbastanza lunghe, ma senza mai scrivere niente». Molti anni dopo, ancora il regista scriverà[11] che «alla sceneggiatura lavorò Luigi Malerba e collaborarono Prosperi e Sinisgalli, grosso nome dell'ambiente letterario di allora, che però si limitò ad alcune chiacchierate con noi». Giordano Corsi, uno dei soci della “Faro film” ricorda invece[12] che «in realtà il testo della sceneggiatura fu in gran parte scritto da Giorgio Prosperi, i nomi di Zavattini e di Sinisgalli furono più che altro inseriti per aumentare il prestigio del cast».

Differenze ed analogie tra racconto e film[modifica | modifica wikitesto]

In una intervista apparsa su "Cinema"[13] Lattuada menzionò alcune delle principali differenze apportate al racconto dello scrittore russo. «Al testo originale, per necessità di condotta spettacolare, sono state apportate molte modifiche: una idea nuova aggiunta è quella del funerale dell'impiegato (…) Questa sequenza che precede il finale è totalmente una invenzione interpolata nel racconto». Ed ancora: «Nella riduzione cinematografica l'accento non è caduto sul facile trucco di esibire il fantasma del protagonista». Tuttavia, prosegue il regista «lo sforzo costante è stato quello di essere fedelissimo allo spirito del racconto, non smentirne mai il tono semplice, dimesso ed umanissimo, rispettare gli snodi fondamentali della storia».

La produzione[modifica | modifica wikitesto]

Gli interni del film furono girati presso gli stabilimenti romani della "Titanus" alla Farnesina, mentre per gli esterni la troupe si trasferì a Pavia. Inizialmente, nella prima versione della sceneggiatura la città individuata per tale scopo era Lucca, che poi diventò genericamente "una città del nord" ed, infine , dopo aver rinunciato a ricostruire in studio una città immaginaria, fu scelta Pavia, anche in funzione degli altri impegni professionali di Rascel, che stava recitando in un teatro di Milano, e poteva così raggiungere più facilmente il "set"[14]. «Mia fu la scelta di Pavia – ha precisato Lattuada[15]» Il regista ricordò anche[16] che a Cannes «ricevetti i complimenti della delegazione dell'URSS per la scelta della ambientazione».

Le riprese iniziarono il 5 gennaio 1952 e terminarono nel marzo dello stesso anno. Inaspettatamente quell'anno a Pavia non nevicò – le neve era un elemento essenziale della ambientazione scenografica - e «tutta la neve che si vede nel film è artificiale, a tonnellate[17]». La produzione fu diretta da Bianca Lattuada, sorella del regista, il quale coinvolse nel film anche il padre, Felice Lattuada, autore delle musiche.

La presentazione del film[modifica | modifica wikitesto]

Alberto Lattuada e Renato Rascel alla presentazione de "Il cappotto" al Festival di Cannes del 1952.

Il film, prima di essere distribuito in Italia[18] fu presentato in diversi palcoscenici internazionali, tra cui il Festival di Cannes, nel maggio del '52. In una corrispondenza apparsa su "La (nuova) Stampa"[19] si dà notizia di una «caldissima accoglienza da parte di un pubblico vibrante al delicato umorismo elegiaco di questa nuova opera, tra le più alte sinora realizzate dal regista». È il critico Guido Aristarco, anch'egli presente a Cannes per conto della rivista "Cinema"[20], a svelare alcuni retroscena, in base ai quali si desume che il film e Rascel sfiorarono la premiazione: «Per Lattuada si batterono André Lang ed altri membri della giuria. Visto vano ogni loro tentativo, ottennero in cambio che all'Italia fosse assegnato il diploma per la migliore selezione[21]». E, sempre secondo Aristarco, Rascel «dovette cedere all'ultimo momento di fronte a Marlon Brando, attore di straordinaria forza in "Viva Zapata!"».

Oltre che a Cannes, "Il cappotto" partecipò con successo a numerose altre rassegne cinematografiche. Fu segnalato come «migliore film presentato» alla "Quindicina del film italiano" che si tenne nella località belga fiamminga di Knokke le Zoute nel mese di agosto 1952[22] ed ancora prima era stato «molto ammirato ed applaudito[23]» nel corso di una proiezione a Londra, alla presenza del regista. Il film fu poi selezionato tra le dieci pellicole destinate ad essere proiettate durante la "Settimana del Cinema Italiano" che si tenne dal 6 al 12 ottobre a New York presso la "Little Carnegie Hall"[24]. In precedenza era stato anche presentato al Festival del Cinema di Edimburgo.

In Italia la prima rappresentazione in pubblico si tenne al Cinema "Metropolitan" di Montecatini Terme il 3 ottobre 1952[25], e nello stesso periodo, "Il cappotto" fu uno dei due film italiani[26] selezionati per rappresentare l'Italia alla "Settimana internazionale del cinema" organizzata al Teatro Nuovo di Torino in occasione del Secondo “Salone Internazionale della Tecnica.[27]”. Per esigenze distributive, la pellicola iniziò poi a circolare effettivamente nelle sale a partire dal dicembre del 1952.

Il protagonista[modifica | modifica wikitesto]

"Il cappotto" si basa sulla notevole interpretazione drammatica di Renato Rascel, per molti inattesa trattandosi di un attore che proveniva dal mondo della rivista leggera ed il cui nome era, talora con qualche sospetto, associato dai critici a film frivoli e disimpegnati. Infatti, a seguito di una visita al "set" di Pavia, mentre il film era in lavorazione, Ezio Colombo[28] lo definiva «uno strano attore di rivista, giunto allo schermo attraverso la porta meno nobile del nostro cinema, con la fioritura delle cosiddette pellicole comiche, la cui ricetta è composta dalla carne di una qualsiasi Pampanini, [anche se] sugli altri comici Rascel ha un apprezzabile vantaggio, di non ricorrere mai al colpo basso della volgarità pornografica». Per Colombo «Lattuada ha scelto Rascel con un gesto coraggioso, con un intuito di primordine ed un acuto spirito di osservazione». «Nel periodo tra il 1950 ed il 1952 – ha scritto Vittorio Spinazzola[29] [Rascel] fu travolto dalle richieste di mediocri registi che puntarono esclusivamente sul facile effetto visivo delle sue caratteristiche fisiche (…) Solo una delle sue prova di interprete, "Il cappotto", contraddice a questa inclinazione al tenero, tra lezioso e lagnoso».

«Inizialmente – scrive Cosulich[30] - Lattuada pensa a Totò, ma scarta l'idea perché non è sicuro di poterlo domare, controllare, di riuscire a modificare il suo personaggio, ormai troppo definito e troppo amato, così com'era, dal pubblico. (…) Ne “Il cappotto” la tiritera ingarbugliata, labirintica per cui Rascel andava famoso si attagliano perfettamente al personaggio che egli deve interpretare». Curiosamente lo stesso Rascel raccontò di essere stato vittima, durante uno spettacolo teatrale cui prendeva parte, del furto di un cappotto nuovo[31].

«Ho voluto io Renato Rascel – dirà poi Lattuada molti anni dopo[32] - perché aveva l'aria di un topolino furbo, per questo ho deciso di provarlo con un paio di baffetti (…) il mio modello, nell'usarlo come attore comico, era un po' Chaplin, ma soprattutto Buster Keaton; Rascel era abbastanza libero (fu lui a proporre la scena del valzer con la Yvonne Sanson), ma anche controllato da me nella recitazione».

Renato Rascel riceve il Nastro d'argento 1952-1953 quale migliore attore per la sua interpretazione de "Il cappotto".

Il richiamo a Chaplin sarà poi evocato da diversi commentatori. Secondo Ettore Zocaro[33] «Lattuada lo chiamò intuendo le sue possibilità drammatiche. (…) Il successo filmico fu confortato dagli applausi di Cannes e dagli elogi della maggior parte della critica, che lo salutò come una rivelazione definendolo "creatura charlottiana", un "Candido" della nostra era che si aggira alla maniera di un eroe di Cervanntes. Altri, dopo Lattuada, hanno cercato di mettere a frutto questo suo filosofeggiare». E fu lo stesso Rascel, l'anno successivo, cimentandosi per la prima (ed ultima) volta con la regia, a cercare il "bis" de "Il cappotto" quando diresse ed interpretò "La passeggiata"[34], ma senza riuscire a replicare il successo de "Il cappotto"[35].

Dopo aver sfiorato la premiazione a Cannes, l'interpretazione di Rascel ebbe alfine il riconoscimento del "Nastro d'argento" quale miglior attore protagonista nella stagione 1952-1953 con la motivazione della «estrosa collaborazione data al regista Alberto Lattuada nel comporre il personaggio principale del film "Il Cappotto"».

Risultati commerciali[modifica | modifica wikitesto]

"Il cappotto" riscosse un buon risultato di pubblico, oltreché di critica, registrando un incasso di circa 440 milioni di lire[36]. Questo esito commerciale situò il film nelle prime quindici pellicole, quanto ad incassi, tra le 143 prodotte in Italia ed immesse in circolazione nelle sale cinematografiche durante il 1952[37]. Campione di incassi in quell'anno fu "Don Camillo" di Duvivier che totalizzò circa un miliardo e mezzo di lire di introiti, una somma straordinaria, per quei tempi, per un solo film. Ma, subito dopo, la seconda posizione veniva occupata dal già ricordato (v. nota 8) "Anna"[38].

Critiche e commenti[modifica | modifica wikitesto]

Per molti commentatori e critici cinematografici "Il cappotto" resta una delle più significative tra le opere di Alberto Lattuada; per alcuni il suo capolavoro.

Le critiche contemporanee[modifica | modifica wikitesto]

«È il film più intelligente di Lattuada – scrisse Arturo Lanocita[39] - che sia il più riuscito ed il più compatto è da discutere, ma è certo che questo regista, di educazione e di gusto letterari, ha ritrovato ne "Il cappotto" la sua più spontanea ispirazione, strappandosi alle due tendenze che artificiosamente gli si erano incrostate addosso: il calligrafismo ed il realismo». Ed ancora: «governato da una regia sottile e sorvegliatissima, ha splendidi esterni offerti dalla fotogenica Pavia, ed è interpretato da Rascel con una aderenza esemplare al personaggio. Sarà difficile d'ora in poi – concludeva il critico – pensare alla schiavitù del burocrate chiuso nel guscio di una esistenza meschina senza rivedere idealmente nell'espressione pavida del volto di Rascel quella dell'uomo nato e vissuto nel segno della sconfitta».

In una corrispondenza da Cannes de "La (nuova) Stampa"[40], il film viene definito «la più alta [opera- n.d.r.] realizzata sinora dal regista de "Il Mulino del Po" (…) "Il cappotto" è il capolavoro della discrezione: esso non grida mai, mormora, allude, suggerisce. Appare come un pastello di tonalità grigio rosate. E raggiunge i suoi migliori effetti che non sono meramente sentimentali, ma piuttosto di un lirismo trattenuto e patetico. "Il cappotto" è un'opera difficile che poteva anche naufragare se Lattuada, malgrado la sua indiscussa bravura tecnica, non fosse stato anche sorretto da una ispirazione, talora forse un poco gracile, ma sempre assai seria e profonda. (…) Renato Rascel ha avuto con questo film la sua vera occasione poetica e ne è stato interamente degno».

A Cannes era presente anche il critico Guido Aristarco ed anche lui commentò[41] positivamente l'opera. Pur osservando che «il film eccede nel finale: scostandosi da Gogol, quando mostra l'uomo importante del tutto pentito e pronto a cambiare vita», egli ritiene che «L'opera rimane comunque considerevole e reca il segno evidente dell'apporto costruttivo di Zavattini, in genere in tutta la costruzione del protagonista, interpretato da Renato Rascel, il quale, diretto con attenzione estrema, si rivela di grandi possibilità espressive».

Renato Rascel e Giulio Calì (il sarto).
Yvonne Sanson (Caterina) e Giulio Stival (il sindaco).
Renato Rascel ne "Il cappotto" sorprese coloro che lo vedevano solo come attore di rivista leggera.

I commenti all'estero[modifica | modifica wikitesto]

A seguito della presentazione del film, ancor prima della circolazione in Italia, a molte platee internazionali, "Il cappotto" annoverò anche diverse, ed in genere positive, critiche da parte di commentatori stranieri, molti dei quali riprendono il tema dell'analogia con Chaplin. Se ne trova una traccia in un articolo apparso su "La (nuova) Stampa Sera"[42], nel quale vengono riportate alcune valutazioni. «"Il cappotto" fu – secondo G Mauriac del "Figaro Littéraire" – la sola vera rivelazione del Festival di Cannes. Un attore ammirevole, Renato Rascel, che si ispira a Chaplin, con una delicatezza ed una invenzione nuovissima». Il noto critico francese Georges Sadoul scrisse su l'"Écran français": «Questo bellissimo adattamento de "Il cappotto" è perfettamente interpretato da Rascel che si rifà alla migliore tradizione chapliniana. La raffinata messa in scena ha il merito di non perdere mai la contemporaneità ed il calore umano».

Elogi anche dalla critica inglese: «Non abbiamo trovato – scrisse il "Daily Telegraph" – nulla di più impressionante del film di Lattuada, trasportato sullo schermo con un successo completo». D'accordo anche il "Times":«"Il cappotto" è commovente e triste, sensibile e divertente e ricorda qualcosa di Chaplin». Infine, secondo la "Flandre Liberale" (quotidiano belga) «Lattuada ha realizzato un vero capolavoro, nessun errore di gusto. Benché italianizzato, lo stile di Gogol è rimasto in gran parte nel film. L'interpretazione è prodigiosa, Rascel è quasi un nuovo Chaplin».

I commenti successivi[modifica | modifica wikitesto]

«Uno dei film più riusciti di Lattuada – secondo il Mereghetti[43] - che, liberatosi della influenza neorealistica, rivela tutto il suo pessimismo velato di malinconia. Al successo del film contribuisce non poco l'interpretazione di Rascel, altrove attore mediocre, che invece qui oscilla magistralmente tra patetico e grottesco».

«"Il cappotto" – ha scritto C. Cosulich[44] - riafferma due altri temi centrali e ricorrenti di Lattuada: la solitudine dell'uomo e l'erotismo (come elemento di frustrazione). Qui ritroviamo la Sanson, la cui carnalità giunonica si contrappone alla meschinità fisica di De Carmine». In sostanza, quindi, un altro personaggio nella «lunga galleria degli "umiliati ed offesi", in fondo non molto dissimile dal dannunziano "Giovanni Episcopo"».

In alcuni commenti torna anche il tema dell'appartenenza o meno al filone neorealista, un elemento ricorrente nella critica cinematografica riguardante la produzione italiana dei primi anni '50. Ad esempio Claudio Camerini[45] ritiene che «"Il cappotto" è uno dei primi film italiani d'autore a svincolarsi completamente dal nodo neorealista. Negli ultimi anni una gran parte della produzione nazionale intraprende una riflessione su un modo di fare cinema – appunto quello neorealista - che mostra i primi segni di deperimento. A testimonianza di questo primo accenno di cambiamento restano alcuni film, realizzati tra il '51 ed il '52[46], che mi muovono tra l'intercettazione della tradizione neorealistica e la proposta di nuovi modelli».

Al contrario, secondo Carlo Lizzani[47] «"Il cappotto", così denso di dati simbolici, sembrava voler dare (…) una alternativa alla linea della cronaca pura, ma nella sostanza non si distanziava dalla vena fondamentale del neorealismo e non era lontano dagli altri film di Lattuada per ispirazione e per stile».

«Film cattivo – ha scritto Giuseppe Turroni[48], acre, ha ritmi meno sciolti di quelli che rendono tipico il Lattuada più carico di sensi erotici, ha inquadrature lente, una musica triste, una fotografia stupenda, un senso del tempo e della memoria davvero eccezionale (…) film di ricerca, di improvvise folgorazioni e di cadenze a volte trattenute. "Il cappotto" è considerato da molti il capolavoro di Lattuada».

«Film delicatissimo – sostiene invece il "Catalogo Bolaffi" – soffuso di tenera e malinconica poesia, dove l'umorismo e la satira si fondono con l'osservazione minuta e commossa di un ambiente e di un paesaggio». Anche secondo il "Catalogo" il film «si pone tra le opere più riuscite e sensibili del regista, forse il suo capolavoro». Per il "Morandini"[49] la regia di Lattuada «raffredda la dimensione patetica e melodrammatica del racconto di Gogol e ne accentua razionalmente quella ironica e satirica in una equilibrata coesistenza tra realistico e fantastico».

Un ritratto di Gogol

Lino Micciché[50] osserva che «la polemica sociale che appare una costante tematica nel Lattuada del periodo riaffiora dunque come il motivo portante de "Il cappotto", che coniuga assieme la satira della burocrazia e quella del potere, la denuncia della miseria e quella dell'intrallazzo politico, la disperazione con cui un umile difende la propria dignità e la sordità con cui la gerarchia sociale schiaccia chi non sa o non può difendersi. In pochi film del cinema italiano post bellico la rappresentazione dell'ingiustizia sociale è così dura, aspra, inconciliabile».

Gli altri film tratti da “Il cappotto”[modifica | modifica wikitesto]

Nella storia del cinema Lattuada non è stato il solo ad ispirarsi al racconto di Gogol. Il critico francese Georges Sadoul[51] elenca altre tre versioni cinematografiche, di certo meno note di quella italiana: la prima fu girata in URSS nel 1926, con il titolo "Simel" [Cappotto] opera dei registi russi Kozincev e Trauberg. Segue un "Le manteau", coproduzione franco tedesca (R.D.T.) del 1951, ad opera del regista Marceau, della durata di soli 50 minuti. Infine, nel 1961, un secondo "Simel", anch'esso di produzione URSS, diretto da Batalov.

Il restauro del film[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1995 il Museo nazionale del Cinema di Torino, presso il quale era custodito il nitrato originale della pellicola, ha proceduto al restauro del film per garantirne la conservazione. Questo intervento è stato sostenuto finanziariamente dalla "Associazione Philip Morris progetto Cinema". In occasione del restauro della pellicola, queste due istituzioni hanno anche curato la pubblicazione, presso l'editore Lindau, di una monografia[52] avente lo stesso titolo del film, nella quale sono contenuti numerosi interventi e memorie di coloro che, ad iniziare da Alberto Lattuada, lavorarono, in diversi ruoli, per la realizzazione dell'opera.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Pubblicata sul numero 86 del 15 maggio 1952 del quindicinale, pagina 259.
  2. ^ In quegli anni, grazie a particolari provvidenze governative, la realizzazione di documentari era diventata particolarmente redditizia e nacquero quindi molte iniziative di produzione in tal senso.
  3. ^ Una ricostruzione della nascita della "Faro film" è contenuta nel libro "Il cappotto" edito in occasione del restauro del film – vedasi bibliografia – pagina 23 e segg.
  4. ^ Ancora nel libro "Il Cappotto" citato.
  5. ^ Circostanza riferita nel citato libro "Il cappotto" – vedasi bibliografia – che riporta documenti custoditi presso l'archivio Zavattini, pagina 227 e segg.
  6. ^ Questa circostanza è narrata nel libro "I film di Alberto Lattuada" di C.Cosulich – vedasi bibliografia – pagina 53 e seg.
  7. ^ Così in "Storia del Cinema Italiano" – vedasi bibliografia – pagina 439 e segg.
  8. ^ In base ai dati elaborati da Pietro Cavallo nel suo libro "Viva l'Italia" – vedasi bibliografia – pagina 397, il film, interpretato dalla "diva" Silvana Mangano, incassò quasi un miliardo di lire, arrivando secondo nella classifica degli introiti di quell'anno.
  9. ^ nella sua monografia "Lattuada" – vedasi bibliografia – pagina 37 e segg.
  10. ^ Nel citato libro "I film di Alberto Lattuada" – vedasi bibliografia – pagina 55.
  11. ^ Nel citato libro "Il cappotto" – vedasi bibliografia – pagina 21.
  12. ^ Nel suo contributo al libro "Il cappotto" – vedasi bibliografia – pagina 26.
  13. ^ Nel citato numero 86 del 1952.
  14. ^ L'evoluzione nella scelta della "location" è descritta nei documenti presenti nell’Archivio Zavattini, e viene riportata nel libro "Il cappotto", citato, pag. 228.
  15. ^ Nel citato libro "Il cappotto", pagina 21.
  16. ^ Dichiarazione pubblicata nel libro di Camerini – vedasi bibliografia – pagina 37 e seg.
  17. ^ Dal contributo di Franco Mirabile, addetto alla produzione, pubblicato nel libro "Il cappotto", pag. 23.
  18. ^ Ottenne il visto di censura solo il 17 giugno 1952.
  19. ^ Pubblicata a firma P.G.C. [Piero Gadda Conti] sul numero del 9 maggio 1952, consultato presso l'archivio on line del quotidiano.
  20. ^ Corrispondenza pubblicata sul già citato numero 86/53 del quindicinale.
  21. ^ La selezione italiana per il Festival di Cannes del 1952 comprendeva, oltre a "Il cappotto", "Umberto D." di De Sica e Zavattini, "Guardie e ladri" di Steno e Monicelli e "Due soldi di speranza" di Castellani, che alla fine si aggiudicò il "Gran Premio" della Giuria ex aequo con "Otello" di Orson Welles.
  22. ^ Articolo di M.G.[Mario Gromo] su "La (nuova) Stampa" del 14 agosto 1952, consultato presso l'archivio on line del quotidiano.
  23. ^ Secondo la corrispondenza di R.A. apparsa su "La (nuova) Stampa" del 21 giugno 1952, consultato presso l'archivio on line del quotidiano.
  24. ^ Notizia nella rivista "Cinema", numero 95 del 1 ottobre 1952.
  25. ^ Circostanza riferita nel citato libro "Il cappotto" che si basa su carte dell'archivio Zavattini – vedasi bibliografia – pag. 227.
  26. ^ Il secondo fu "Altri tempi" di Blasetti.
  27. ^ Notizia su"La (nuova) Stampa" del 27 settembre 1952, consultato presso l'archivio on line del quotidiano.
  28. ^ Il suo resoconto compare sul numero 80 del 15 febbraio 1952 della rivista "Cinema"
  29. ^ Nel suo libro "Cinema e pubblico" – vedasi bibliografia – pag. 99.
  30. ^ Nel citato libro "I film di Alberto Lattuada" – vedasi bibliografia – pagina 55.
  31. ^ L’episodio è raccontato nel libro "Tutto Rascel" – vedasi bibliografia – pagina 10.
  32. ^ Nell'articolo da lui scritto per il libro "Il cappotto" – vedasi bibliografia – pagina 19 e segg.
  33. ^ Che, all'interno del citato libro "Il cappotto" – vedasi bibliografia – pagina 187 e segg., dedica al comico romano un ritratto.
  34. ^ Anch'esso tratto da un racconto di Gogol, "La prospettiva".
  35. ^ Il film, anch'esso supportato da un nutrito stuolo di sceneggiatori, tra cui, oltre all'immancabile Zavattini, c'erano Diego Fabbri, Giorgio Prosperi, Enzo Curreli, portò a casa un incasso non superiore ai 150 milioni.
  36. ^ Su questo dato concordano sia il "Catalogo Bolaffi" – vedasi bibliografia che il "Dizionario del Cinema Italiano" – vedasi bibliografia.
  37. ^ La classifica delle pellicole in base agli incassi è contenuta nel citato libro "Viva l'Italia" – vedasi bibliografia – pagina 397.
  38. ^ Per la precisione "Il cappotto" risulta 14.mo nella classifica per incassi, superando sia quel "Due soldi di speranza" di Castellani, (piazzato al 17.mo posto) che aveva sconfitto il film di Lattuada al festival di Cannes, sia altre pellicole di valore come, ad esempio "Il brigante di Tacca del Lupo" di Germi o "Processo alla città" di Zampa. Ma il campione di incassi di quell'anno fu Totò che, mettendo insieme ben tre pellicole uscite sugli schermi nello stesso anno ("Totò a colori", "Totò e le donne" e "Totò e i re di Roma"), riuscì ad assommare l'eccezionale – per quei tempi – incasso complessivo di poco meno di 1 miliardo e 700 milioni di lire.
  39. ^ Sul "Corriere della Sera" del 5 dicembre 1952, consultato presso archivi bibliotecari, recensendo la pellicola in occasione della sua "prima" milanese.
  40. ^ A firma P.G.C. [Paolo Gadda Conti] e pubblicata sul numero del 5 maggio 1952, consultato presso l'archivio on line del quotidiano.
  41. ^ Sul numero 86/53 della rivista 2Cinema", vedasi bibliografia.
  42. ^ numero del 4 novembre 1952, consultato presso l'archivio on line del quotidiano.
  43. ^ Nel "Dizionario dei film" – vedasi bibliografia.
  44. ^ Nel libro citato "I film di Alberto Lattuada" – vedasi bibliografia – pagina 53 e segg.
  45. ^ Nella sua monografia sull'opera del regista – vedasi bibliografia – pagg 37 e segg.
  46. ^ Secondo Camerini i film che testimoniano questa trasformazione stilistica sono, tra l'altro, oltre a "Il cappotto", "Europa '51"”, "Lo sceicco bianco"”, "Bellissima"”, "Umberto D.", "Roma ore 11", "Due soldi di speranza".
  47. ^ Nel libro "Il cinema italiano" – vedasi bibliografia – pag. 181.
  48. ^ Nel suo saggio "Alberto Lattuada" – vedasi bibliografia – pag.48.
  49. ^ Edizione 2008 – vedasi bibliografia.
  50. ^ Nella sua prefazione al più volte citato libro "Il cappotto"– vedasi bibliografia – pag 32 e segg.
  51. ^ Nel suo "Dizionario dei film" – vedasi bibliografia.
  52. ^ A cura di Lino Micciché, vedasi bibliografia.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Opere citate nella voce (in ordine cronologico):

  • Rivista quindicinale "Cinema", in particolare il n°80 del 15 febbraio 1952 ed il n°86 del 15 maggio 1952.(consultabili presso l'archivio on line della IULM (URL: http://holmes.iulm.it/riviste.asp?cat=4).
  • Ornella Levi (a cura di), Catalogo Bolaffi del Cinema Italiano, Torino, Bolaffi, 1967. ISBN non esistente
  • Georges Sadoul, Dizionario dei film, Firenza, Sansoni, 1968-1990, ISBN 88-383-1115-3.
  • Vittorio Spinazzola, Cinema e pubblico. Spettacolo filmico in Italia (1945-1965), Milano, Bompiani, 1974. ISBN non esistente
  • Giuseppe Turroni, Alberto Lattuada, Milano, Moizzi, 1977.ISBN non esistente
  • Carlo Lizzani, Il cinema italiano, Roma, Editori Riuniti, 1979.ISBN non esistente
  • Claudio Camerini, Lattuada, Firenze, Il Castoro cinema, 1982.ISBN non esistente
  • Callisto Cosulich, I film di Alberto Lattuada, Roma, Gremese, 1985, ISBN 88-7605-187-2.
  • Roberto Chiti e Roberto Poppi, Dizionario del Cinema Italiano – volume II°(1945-1959), Roma, Gremese, 1991, ISBN 88-7605-548-7.
  • Giancarlo Governi e Giuditta Saltarini (a cura di), Tutto Rascel, Roma, Gremese, 1993, ISBN 88-7605-775-7.
  • Lino Micciché, Il cappotto di Alberto Lattuada: la storia, lo stile, il senso, Torino, Pubblicato in occasione del restauro del film da: Associazione Philip Morris progetto Cinema e Museo nazionale del Cinema di Torino presso Lindau Editore, 1995, ISBN 88-7180-126-1.
  • Paolo Mereghetti, Il Mereghetti 2000, Milano, Baldini & Castoldi, 1999, ISBN 88-8089-718-7.
  • AA. VV., Storia del Cinema Italiano, volume VIII° (1949-1953), Venezia - Roma, Marsilio e Fondazione Scuola Nazionale Del Cinema, 2003, ISBN 88-317-8209-6. in particolare i capitoli:
    • Alberto Lattuada, battitore libero di Callisto Cosulich (pagina 439 e seguenti).
    • Registi esordienti di Sergio Toffetti (pagina 478 e seguenti).
  • Laura, Luisa e Morando Morandini, Il Morandini 2008, Bologna, Zanichelli, 2007. ISBN non esistente}
  • Pietro Cavallo, Viva l’Italia. Storia, cinema ed identità nazionale (1932-1962), Napoli, Liguori, 2009, ISBN 978-88-207-4914-9.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

  • [1] sito dedicato all'attore cantante Renato Rascel
  • [2] sito ufficiale del Museo Nazionale del Cinema di Torino
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