Amici miei

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Amici miei
Amici miei.jpg
I cinque amici del gruppo: (da sinistra) 'il Necchi' (Duilio Del Prete), 'il Melandri' (Gastone Moschin), 'il Perozzi' (Philippe Noiret), 'il Sassaroli' (Adolfo Celi) e 'il Mascetti' (Ugo Tognazzi).
Paese di produzione Italia
Anno 1975
Durata 140 min
Colore colore
Audio sonoro
Rapporto 1.85:1
Genere commedia
Regia Mario Monicelli
Soggetto Pietro Germi, Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Tullio Pinelli
Sceneggiatura Pietro Germi, Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Tullio Pinelli
Produttore Carlo Nebiolo
Fotografia Luigi Kuveiller
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Carlo Rustichelli
Scenografia Lorenzo Baraldi
Costumi Giuditta Mafai
Trucco Franco Di Girolamo
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani

Amici miei è un film italiano del 1975 diretto da Mario Monicelli.

Il progetto del film apparteneva a Pietro Germi, che non ebbe però la possibilità di realizzarlo a causa della sua prematura scomparsa[2]. Nei titoli di testa del film, infatti, si è voluto rendere omaggio all'autore con la scritta «un film di Pietro Germi», cui segue solo successivamente «regia di Mario Monicelli».

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Il film (quale apertura della trilogia) segue le avventure di quattro inseparabili amici d'infanzia fiorentini sulla cinquantina che affrontano i loro disagi con scherzi a danno di malcapitati. Il conte Raffaello Mascetti è un nobile decaduto che, dopo aver scialacquato due eredità (la sua e quella della moglie), è costretto a vivere dapprima ospite degli amici poi in uno scantinato (il cui fitto, a sua insaputa, è per due terzi corrisposto proprio dagli amici). Rambaldo Melandri è un anonimo architetto alla perenne ricerca di una donna, per la quale sarebbe anche disposto ad abbandonare i suoi amici, salvo ravvedersi all'ultimo momento.

Giorgio Perozzi (voce narrante del film) è un redattore capo di cronaca che cerca di sfuggire la disapprovazione per la sua poca serietà e il disprezzo per le avventure extraconiugali che il figlio (terribilmente serio e accigliato, l'esatto opposto del padre) e la moglie gli riservano. Guido Necchi gestisce con la moglie Carmen (molto più impegnata di lui sul lavoro) un bar con sala da biliardo, puntuale covo d'incontro del gruppo d'amici. Ai quattro amici di sempre si aggiunge, nel corso della narrazione, il professor dottor Alfeo Sassaroli, brillante primario ospedaliero annoiato dalla professione e proprietario di una clinica in collina, che diventerà in breve uno dei pilastri del gruppo e sotto la cui spinta le bravate prenderanno nuova vitalità.

All'inizio del film, il redattore Perozzi stacca da lavoro all'alba, senza la minima intenzione di tornare a casa a dormire, con l'idea di voler scappare via con i suoi migliori amici in occasione di una giornata che non ci sarebbe mai più stata. Passa a prendere l'architetto Melandri, il conte Mascetti che non fa altro che preoccupare la moglie per le sue impulsioni, e il barista Necchi, intervenuto a causa di una beffa dei tre ad un vigile urbano; passeranno in seguito a prendere il chirurgo Sassaroli, che verrà narrato dal Perozzi con un flashback (che segue). Allora i quattro, il Perozzi, il Mascetti, il Melandri e il Necchi finiscono ricoverati alla Clinica in collina del Sassaroli, per un incidente dovuto a una mai narrata "zingarata".

Melandri ha improvvisamente trovato la sua anima gemella in Donatella, la moglie del primario Sassaroli, che non esita a cederla a lui, con la pretesa di cedergli anche le due figlie, il cane Birillo e la governante. Dopo diversi giorni di assenza dagli amici, il Melandri confessa loro di non aver buoni rapporti col Sassaroli ultimamente, allora li invita a una cena in famiglia, durante la quale il Sassaroli non fa altro che criticare le condizioni della famiglia fuori dai suoi standard. Dopo una lite con il Sassaroli, il Melandri decide a malincuore di lasciare Donatella e per sfogarsi vanno tutti e cinque alla Stazione di Santa Maria Novella a fare la memorabile "zingarata" degli schiaffi ai passeggeri sui treni in partenza.

Nel corso del film i cinque colpiscono chiunque si presti alle ferocissime burle da loro chiamate "zingarate", dall'irruzione in una festa in una villa di perfetti sconosciuti, durante la quale il Necchi ha uno dei suoi celebri colpi di genio (avendo assolutamente bisogno del bagno preferisce usufruire del vasino del bambino), alla messinscena che fa temere agli abitanti di un paesello (ambientato a Calcata) la distruzione delle case e della chiesa per la costruzione di un'autostrada. Qui il Mascetti ha da tempo una relazione con Titti, una ragazza figlia di un colonnello in pensione. Dopo svariati appuntamenti (anche in casa degli amici) il padre di Titti li scopre e decide di spifferare tutto ad Alice, la moglie del Mascetti, la quale ha capito il perché degli strani comportamenti del marito, e una notte tenta di asfissiarsi col gas insieme al marito e alla figlia.

Lui capisce che la cosa è stata più forte di lui e organizza un appuntamento per troncare definitivamente con Titti. Arrivano fino al punto di coinvolgere Righi, un anziano pensionato, cliente del bar del Necchi, che colpisce l'attenzione degli amici per sua abitudine di consumare pasticceria a sbafo, credendo di non esser notato; verrà coinvolto in una lunghissima ed elaborata burla, in cui viene convinto ad entrare in una presunta banda di estorsori in lotta con i Marsigliesi. Qui Carmen, la moglie del Necchi, avverte di spifferare tutto al Righi nel caso il marito non la smettesse di assentarsi continuamente, ed è allora che i cinque si mettono all'opera per la conclusione: l'incontro decisivo con i Marsigliesi si tiene in un cantiere abbandonato e dopo lo scontro viene ordinato al Righi di allontanarsi il più possibile.

Terminata la giornata tutti decidono di finire la zingarata e di andare a casa, ma il Perozzi viene colpito da un infarto e muore sotto gli occhi degli amici, della moglie e del figlio Luciano, che sembrano essere alquanto indifferenti. Anche in punto di morte è pronto a beffare il confessore, ma la tristezza dei suoi amici non proibirà loro di continuare ad esorcizzare la paura della morte e della vecchiaia incombente con una memorabile zingarata. La scena finale si ha durante il funerale del Perozzi alla Chiesa di Santo Spirito a Firenze, dove sopraggiunge nuovamente il Righi (ancora ignaro della beffa), convinto che il defunto sia stato eliminato da loro per tradimento.

Produzione[modifica | modifica wikitesto]

Cast[modifica | modifica wikitesto]

Il cast prevedeva originariamente la partecipazione di Marcello Mastroianni nel ruolo del nobile decaduto, mentre Ugo Tognazzi doveva interpretare il giornalista.[3] Tuttavia Mastroianni rifiutò la parte perché riteneva che nei film corali la sua prestazione venisse sempre superata dagli altri attori co-protagonisti. La parte del nobile decaduto fu proposta allora da Monicelli a Raimondo Vianello, ma anche Vianello oppose un rifiuto.[4] Il personaggio fu allora assegnato a Tognazzi, e per la parte del giornalista fu ingaggiato Philippe Noiret.

Luoghi di ripresa[modifica | modifica wikitesto]

  • La villa del chirurgo Sassaroli è situata a Firenze in direzione del piazzale Michelangelo, in via Machiavelli.[5]
  • La casa del conte Mascetti è tutt'oggi uno scantinato condominiale in piazza dell'Isolotto, a Firenze.[5]
  • Il bar del Necchi era realmente un bar in via dei Renai a Firenze. Il bar non esiste più da molto tempo e nello stesso fondo che fu il "Bar Necchi" si trova un noto locale fiorentino.[5]
  • La "strage di San Valentino" si è tenuta dove sorge l'attuale Mandela Forum.[5]
  • L'hotel dove il conte Mascetti sorprende Titti a letto con un'altra donna è il rinomato Hotel Porta Rossa, anche se in realtà per la camera si è usata una stanza che nulla c'entra con tale struttura.[5]
  • La clinica del Sassaroli si trova a Pescia ed è l'istituto Elena Guerra sito in via Lucchese.

Distribuzione[modifica | modifica wikitesto]

Il film è uscito nelle sale italiane il 15 agosto 1975.[6]

Colonna sonora[modifica | modifica wikitesto]

Il 10 settembre 2007 è stata pubblicata la colonna sonora originale del film Amici miei in formato CD Audio, composta da Carlo Rustichelli e prodotta dalla Cinevox.[7]

Tracce[modifica | modifica wikitesto]

  1. Amici miei
  2. Al trani
  3. Un giorno amaro
  4. Una partita a carte
  5. Una bravata
  6. Luna park delle illusioni
  7. ... e lo scherzo finisce
  8. Un gioco di tristezza
  9. Amici miei (2)
  10. Bella figlia dell'amore
  11. Amici sempre
  12. Un goccio di tristezza (2)
  13. Amici miei (3)
  14. Al trani (2)
  15. Amici miei (4)
  16. Bella figlia dell'amore (versione film)
  17. Amici miei (5)
  18. Amici miei (versione cantata)

Critica[modifica | modifica wikitesto]

Unitamente ad altre famose pellicole dello stesso periodo, segna l'inizio di un ciclo nuovo e conclusivo di quel genere cinematografico meglio conosciuto come commedia all'italiana. L'amarezza, il disincanto, la fine delle illusioni di benessere e le tensioni sociali che caratterizzano l'Italia degli inizi degli anni settanta fanno la loro comparsa anche in questo genere comico e di costume. La risata piena si vela di tratti malinconici e tristi, i personaggi rimangono comici ma diventano amari e patetici. Scompaiono definitivamente il lieto fine e il finale leggero o comunque umoristico e lasciano il posto alla precarietà di una condizione umana spesso senza prospettiva.

Monicelli riprende in questa pellicola il tema della amicizia virile che aveva già trattato in alcuni film precedenti (I soliti ignoti, La grande guerra, L'armata Brancaleone) e che tornerà a trattare in lavori successivi. Il vincolo, la vitalità e la complicità del gruppo vengono proposti come risposta alle minacce esistenziali provenienti dall'ambiente, dal lavoro, dalla famiglia stessa. I membri del piccolo gruppo di amici vivono la contraddizione di una vita normale verso la quale sono assolutamente attratti (Melandri cerca insistentemente una donna, Mascetti si abbandona costantemente ai sogni di nobiltà, Perozzi vive pericolose avventure extra-coniugali) ma è fondamentalmente l'appartenenza alla banda che supplisce, con le sue dinamiche goliardiche, alla carenza delle quali sono vittime, fornendo così una soluzione, una via di fuga. Il gruppo reagisce nei confronti di ogni singolo membro che tenta di intraprendere una via solitaria e mette in atto tutta una serie di iniziative, compreso il dileggio, per ricondurlo a sé. Anche la morte, estremo atto solitario di Perozzi, viene vissuta in questa ottica e su questa originalità si accende il finale del film.

Riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

Ispirazione alla realtà[modifica | modifica wikitesto]

Nel documentario Ritratto di mio padre (2010) di Maria Sole Tognazzi[8], Monicelli ha rivelato a quest'ultima, che per ideare gran parte degli scherzi (le "zingarate"), gli autori si erano ispirati a fatti realmente accaduti o aneddoti ben noti a Firenze, negli anni precedenti all'epoca in cui fu girato il film.

In particolare il personaggio del "Conte Mascetti" fu concepito basandolo su un nobiluomo locale, ancora vivente al tempo della realizzazione della pellicola, che in gioventù aveva sperperato un ingente patrimonio personale compiendo più volte il giro del mondo con alcuni amici da lui mantenuti, e infine rientrato nel capoluogo toscano con un orso al guinzaglio, ma ridotto in miseria.

Inoltre il regista ricorda di aver conosciuto nella vita reale un'altra persona, che ispirò la gag della Supercazzola, in grado di eseguire alla perfezione quest'ultima, nonché decisamente meglio di come fu concepita dagli sceneggiatori.

Influenze e citazioni[modifica | modifica wikitesto]

  • Nel film ha origine il termine supercazzola[9], utilizzato nel gergo comune per indicare un giro di parole privo di alcun senso, fatto allo scopo di confondere le idee al proprio interlocutore.
  • La scena degli schiaffi alla stazione è stata omaggiata da Paolo Villaggio nel film Fantozzi alla riscossa, con la sola differenza che il treno è in arrivo e non in partenza: per questo Fantozzi verrà poi malmenato dai passeggeri infuriati. La scena è riciclata anche nel cinepanettone A spasso nel tempo dove, nella Firenze del Quattrocento, Christian De Sica, Massimo Boldi e Marco Messeri tirano schiaffi alle persone affacciate nelle carrozze.
  • La scena finale del film, in cui viene celebrato il funerale del Perozzi, ha ispirato la realizzazione del cortometraggio L'ultima zingarata di Federico Micali[10].
  • Il gigantesco Birillo del film si chiamava nella realtà Bob del Soccorso (detto Brandy) ed era un famoso campione San Bernardo di proprietà del Dr. Antonio Morsiani di Bagnara di Romagna (il più importante allevatore della razza). All'epoca delle riprese il cane aveva 7 anni ed era già una star cinematografica. Molto equilibrato e bonario di carattere richiese una controfigura (un suo nipote molto focoso e più incontrollabile di nome Ivo del Soccorso) nella scena in cui il Melandri, alle 5 del mattino, si fa trascinare dall'enorme cane che deve fare pipì. Nella scena degli schiaffi alla stazione, girata in parte con viaggiatori reali, il vero Birillo, coinvolto emotivamente dai "suoi" amici "umani", travolge nella corsa diverse persone che ingombravano il marciapiede.

Galleria di immagini[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Uno spezzone del film in cui si può vedere Bernard Blier doppiato da Corrado Gaipa
  2. ^ Biografia di Pietro Germi, italica.rai.it. URL consultato il 9 novembre 2010.
  3. ^ Mario Monicelli, Lorenzo Codelli, L'arte della commedia, a cura di Lorenzo Codelli, Edizioni Dedalo, 1985, p. 95, ISBN 88-220-4520-3.
  4. ^ Conversazione con Mario Monicelli, UgoTognazzi.com. URL consultato il 6 maggio 2012.
  5. ^ a b c d e Le location esatte di "Amici miei"
  6. ^ Date di uscita per Amici miei (1975), Internet Movie Database. URL consultato il 7 gennaio 2012.
  7. ^ Colonna sonora - Amici miei, MyMovies. URL consultato il 9 novembre 2010.
  8. ^ (EN) scheda del documentario sul sito IMDb [1].
  9. ^ «La Supercazzola», Tognazzi e la sua vita nel cinema in Corriere della Sera, 20 aprile 2006, p. 15. URL consultato il 9 novembre 2010.
  10. ^ Iacopo Gori, L'ultima zingarata di Firenze, il tributo ad Amici miei (quello vero) in Corriere.it, 6 giugno 2010. URL consultato il 29 dicembre 2010.

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