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Lingua piemontese

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Piemontese
Piemontèis
Parlato in Italia Italia
Argentina Argentina
Paesi Bassi Paesi Bassi
Regioni Piemonte Piemonte, eccetto comuni walser di Valsesia e Ossola, Novarese orientale, Novese, Ovadese, Tortonese e Verbano-Cusio-Ossola (nelle aree arpitane e occitane e nell'Alta Val Tanaro, il piemontese è parlato accanto rispettivamente a francoprovenzale, occitano e ligure)
Lombardia Lombardia (Lomellina occidentale)
Valle d'Aosta Valle d'Aosta (bassa valle)
Liguria Liguria (nord dello spartiacque alpino in provincia di Savona)
Locutori
Totale 2.000.000 ca. di parlanti, più 1.000.000 di competenza passiva[1]
Tassonomia
Filogenesi Lingue indoeuropee
 Romanze
  Galloromanze
   Galloitaliche
    Piemontese
Statuto ufficiale
Ufficiale in Italia Italia, lingua regionale del Piemonte[2]
Codici di classificazione
ISO 639-2 roa
ISO 639-3 pms (EN)
Glottolog piem1238 (EN)
Linguasphere 51-AAA-of
Estratto in lingua
Dichiarazione universale dei diritti umani, art. 1
"Tùit j'uman a nasso lìber e autretaj për dignità e drit. A l'han ëd rason e 'd cossiensa e as compòrto antra 'd lor scond në spìrit ëd fradlansa."
Piemontèis.jpg
Mappa linguistica approssimativa del Piemonte

La lingua piemontese[3][4] (nome nativo piemontèis, /pjemʊŋ'tɛjz/) è un sistema linguistico romanzo appartenente al gruppo delle lingue gallo-italiche parlate nell'Italia settentrionale.

Il piemontese è una lingua di forte raccordo tra il lombardo e l'occitano, ma possiede anche caratteristiche lessicali, fonetiche e morfo-sintattiche peculiari, che lo distinguono con una certa intensità all'interno del continuum, e lo differenziano nettamente dall'italiano[5] e dal francese, lingue a cui è sovente associato per via della storia linguistica e della posizione geo-storica del Piemonte.

Nella regione Piemonte sono state utilizzate storicamente ben otto lingue, di cui l'unica che prende il nome di "piemontese" non è altro che la sola tra le autoctone che è centrata e racchiusa quasi interamente nella suddivisione amministrativa.

Dal punto di vista genealogico, il piemontese deriva dalla lingua latina innestata sugli idiomi celtici e celto-liguri dopo l'occupazione romana del Piemonte, con successivi contatti e apporti dalle lingue prossime e da quelle adottate come ufficiali.

Il piemontese deve ritenersi una lingua regionale o minoritaria ai sensi della Carta europea delle lingue regionali o minoritarie che, all'articolo 1 afferma che per «lingue regionali o minoritarie si intendono le lingue [...] che non sono dialetti della lingua ufficiale dello Stato»[6]. È riconosciuto fra le lingue minoritarie europee dal 1981 (Rapporto 4745 del Consiglio d'Europa) ed è inoltre censito dall'UNESCO (Atlante mondiale delle lingue in pericolo) tra le lingue meritevoli di tutela.

Il 15 dicembre 1999 il Consiglio Regionale del Piemonte ha ufficialmente riconosciuto il piemontese quale lingua regionale del Piemonte[2], mentre nel 2015 ha lanciato la versione in piemontese del suo sito ufficiale.[7] Il Piemontese è parte della memoria storica della colonizzazione gringa della Pampa argentina.[8]

Come lingua scritta il piemontese si usa fin dal XII secolo (Sermoni subalpini), ma una vera koinè per uso letterario si è sviluppata solo nel Settecento, epoca che ha visto la nascita di una letteratura a carattere nazionale che ha toccato poco per volta tutti i generi: dalla lirica al romanzo, alla tragedia e all'epica.[9].
La grafia piemontese si basa sulla tradizione del Settecento; nel Novecento ha goduto di una standardizzazione più precisa e completa, che ha dato un non piccolo contributo alla stabilità e all'unità della lingua, aiutando a codificare anche alcune varietà orali che hanno avuto tradizioni letterarie scarse o assenti.

Pur non essendo regolato ufficialmente da nessuna istituzione, il piemontese è materia di ricerca del Centro Studi Piemontesi - Ca dë Studi Piemontèis, fondato a Torino da Renzo Gandolfo, che conduce ricerche sulla lingua, la letterature e le sue varietà, ed organizza i Rëscontr antërnassionaj per attirare allo studio della lingua altri accademici occidentali.

Diffusione e limiti[modifica | modifica wikitesto]

In Piemonte si parlano 6 tipi linguistici differenti. Di conseguenza, l'area in cui si parla lingua piemontese, pur essendo piuttosto vasta, non coincide con l'intera superficie della regione Piemonte.[10] Tutta la provincia del VCO, amministrativamente piemontese, è infatti di parlata lombarda, eccetto Formazza e Macugnaga, che sono colonie di lingua walser, come anche Alagna e Rimella in Valsesia.

La Provincia di Novara è invece interessata dal confine tra il piemontese e il lombardo. L'ultima fascia di comuni che porta in modo variabile i tratti piemontesi è quella compresa tra il corso della Sesia e le colline novaresi, e comprende tutti i comuni della riva sinistra (da Romagnano a Langosco, passando per Carpignano, Recetto, Vinzaglio) che sono gli ultimi comuni classificabili come piemontesi prima di cedere il passo al lombardo.

Questi comuni sono gli ultimi che praticano l'enclisi dei pronomi con i participi passati, la vocalizzazione della "L" (come càud vs. cald dal latino CALIDU), la sesta persona indicativa in -o (lor i canto vs. lor i càntan), i dittongamenti piemontesi (candèila, sèira e non "candèla, sèra" o candira, sira, tipici lombardi) mentre immediatamente a est compaiono con forza tratti lombardi come la conservazione delle occlusive intervocaliche che in piemontese cadono (dismentigà vs. dësmentié), gli infinitivi terminanti per consonante (vess, scriv), il tipo pronominale luu/lee al posto di cëll/cëlla oltre ad usi lessicali tipicamente lombardi (mett e non più il piemontese buté, trà e non più il piemontese campé, botelia e non più il piemontese bota).

Lingue autoctone della provincia di Alessandria

     ceppo piemontese

     ceppo ligure

     tortonese

Di contro al valsesiano, che è il dialetto più lombardo del piemontese (conserva infatti alcune occlusive intervocaliche, il pronome dativo-locativo ghë anziché il tipo lenito piemontese jë/ië, usa frequentemente la negazione lombarda mia, e possiede ovvie vicinanze nel lessico), alcuni tratti piemontesi si rinvengono nel Cusio e a Novara, residui tuttavia in un tipo di parlate già lombardo (tra questi, la vocalizzazione della L, diffusa in Cusio e nell'Alto-Novarese, la quarta persona terminante per -oma, il plurale femminile terminante per vocale, i dimostrativi del tipo col, cost che iniziano per ['kʊ-], localmente anche l'esito palatizzato in "-é" del latino -ARE, invece dell'"-à" che è dominante nel tipo lombardo, e i giorni della settimana piemontesi non terminanti per "dì").

Verso sud, il Po segna il confine tra piemontese e lombardo. Si trovano tratti piemontesi anche nella Lomellina occidentale, in particolare per la coniugazione verbale a Candia e Breme, ma subito ad est i tratti lombardi sono in tutto dominanti, a parte la caduta di alcune occlusive intervocaliche che compare ancora. Si ha di fatto un dialetto piemontese che conserva alcune occlusive (il valsesiano) e un dialetto lombardo che le fa cadere alla piemontese (il lomellino occidentale). In ogni caso coincidono con questo tratto del Po da Casale a Valenza le isoglosse della vocalizzazione di L, della negazione post-verbale nen(t) ( in Lomellina) e dell'uso del verbo travajà contro il lombardo lavorà. Si noti che in questa zona su entrambe le sponde, sia quella lomellina che quella monferrina, l'infinitivo derivato da -ARE non è palatizzato alla piemontese.

In provincia di Alessandria sono presenti forti interferenze fra tre ceppi: piemontese, ligure ed emiliano. Il limite del piemontese è posto all'incirca lungo il corso della Scrivia e quello dell'Orba, lungo i quali s'interrompono in modo abbastanza improvviso i tratti che caratterizzano il monferrino come piemontese: rispetto al tortonese l'assenza della coniugazione in consonante (scrivi vs. scriv), il plurale femminile vocalico e non adesinenziale (ël dòni vs. i donn), la seconda persona singolare vocalica e non adesinenziale (ti it canti vs. ti it cant), e rispetto alle varietà di tipo ligure la concomitanza di vocali finali al maschile (es.: binel/binej vs. binello/binelli) e il trattamento ligure dei nessi consonantici latini PL-, BL- e FL- (pian, bianch e fior vs. cian, gianco e sciô). Esistono dialetti liguri con vocali finali ma con un trattamento più gallo-italico di tali nessi.[11] Ne risulta che le città di Novi Ligure e Ovada, oltre alle valli Scrivia, Borbera e alte valli del Curone e del Grue si parla ligure (sono passate ad Alessandria solo dal Decreto Rattazzi del 1859).

Descrizione del Piemonte e della Liguria occidentale, secondo la Legge 482/99 e Chambra d'Oc, confrontata con la descrizione del medesimo settore secondo gli studi linguistici totali o parziali effettuati nella zona dagli anni '70 del sec. XX a oggi.

Per un breve tratto da Molare a Pareto il confine linguistico segue quello amministrativo, mentre più a ovest si apre un'ampia zona di transizione compresa nella provincia di Savona costituita dall'alta Val Bormida, che tratta i tre nessi latini alla ligure (cian, gianch, sciô), possiede le vocali finali solo sporadicamente nei plurali (piemontèis pl.: piemontèixi) e possiede una fonetica ligure arcaica e fortemente rotacizzata, ma frammista a forti influenze piemontesi nella morfo-sintassi e nel lessico (negazione post-verbale nàint, prima coniugazione in "-é", lessico come buté, travajé). Più nettamente ligure è l'Alta Val Tanaro da Pievetta di Priola a monte, per via della combinazione tipicamente ligure dei nessi e delle vocali finali al maschile[12], mentre sono monregalesi arcaiche Viola e Pamparato (CN), e sono piemontesi alto-langaroli Bagnasco, Massimino (SV) e i paesi dell'alta Langa, dove si possono ancora incontrare due tratti recessivi di transizione: la palatizzazione ligure di PL in C dolce e i fonemi [ʃ], [ts] e [dz] nelle posizioni tipiche del ligure arcaico[13].

A ovest il dominio linguistico piemontese si arresta prima del crinale alpino e del confine con la Francia: nelle valli cuneesi occidentali, nelle valli saluzzesi e nelle valli valdesi della provincia di Torino si parlano varietà di provenzale cisalpino, che presentano gradualmente alcuni tratti tipici transalpini (per questo è di recente uso il termine di valli occitane). A Coazze, nei dintorni di Susa, nelle tre Valli di Lanzo, in alta valle Orco e in Val Soana si parlano varietà collegate in modo più o meno stretto con i parlari arpitani della Valle d'Aosta e della Savoia.

Il carattere delle parlate alpigiane, sebbene sia già accomunabile ai tipi transalpini, presenta varie elementi endemici di transizione con il piemontese, per esempio il pronome mi al posto dell'occitano ieu, oppure la comparsa molto graduale di plurali sigmatici (la fnetrelo pl. la fnetrela e non subito las fnetrelas) e di nessi consonantici (nelle valli valdesi compare la forma ['kjaw] per il latino CLAVE, che è intermedia tra il nesso conservato occitano ['klaw] e il nesso palatizzato piemontese ['tʃaw] ciav). Inoltre nel corso del Novecento le trasformazioni che hanno interessato la società di montagna hanno giocato a sfavore dei patois locali, tanto che il piemontese di koiné per un breve periodo alla fine del Novecento è stato la lingua più parlata fino alla cresta alpina, finché non è stato l'italiano a sovrapporsi e indebolire entrambe.

Per i movimenti socio-economici dei secoli passati, è comune incontrare il piemontese di koiné anche nei principali centri del fondovalle valdostano fino ad Aosta.[14][15]

Varietà e koiné[modifica | modifica wikitesto]

Suddivisione[modifica | modifica wikitesto]

L'area linguistica di tipo piemontese presenta alcune variazioni su temi fonetici, morfo-sintattici e lessicali, dovute ad asincronie più o meno vistose, od originati dal contatto che solo alcuni dialetti hanno avuto con le lingue adiacenti. I tratti che solo alcuni dialetti condividono con il lombardo si irraggiano dalla Lombardia alla Dora Baltea (nel quadrante nord-est) e dalla Provincia di Pavia al Monferrato (nel quadrante sud-est). I tratti coerenti con il franco-provenzale sono molto scarsi e recessivi, e si concentrano in Val di Susa e Canavese. I tratti di contatto con l'occitano coinvolgono la pianura occidentale, compresa la città di Torino. L'ampia regione collinare del basso Piemonte presenta l'articolo o, i rotacismi in [ɹ] evanescente, forti velarizzazioni della [a] e altri tratti coerenti con il ligure di natura quasi esclusivamente fonetica.

Sono state proposte varie suddivisioni, in particolare quella di Biondelli 1853 appare superata in molti punti. Biondelli divideva in "pedemontano", "valdese", "alpigiano", "canavesano" e "monferrino". Modernamente i gruppi "alpigiano" e "valdese" sono attribuiti alle lingue transalpine tout-court, mentre il canavesano, nell'accezione moderna, non comprende più il vercellese ed il biellese, come sosteneva Biondelli. Il raggruppamento dialettale più condiviso è tripartito in:

Le definizioni classiche per i due settori del piemontese sono Alto-Piemontese (per quello occidentale) e Basso-Piemontese (per quello orientale) in riferimento al corso del fiume Po[16]. La koiné, essendo fondamentalmente una lingua comune e letteraria è considerata spesso al di sopra di questi gruppi, sebbene sia a base torinese e quindi occidentale/alto-piemontese.

Tratti differenti[modifica | modifica wikitesto]

Il piemontese orientale è una varietà foneticamente più evoluta dell'occidentale.

L'evoluzione fonetica più vistosa è il passaggio a [dʒ] e/o [tʃ] di ciò che in occidente termina per [-jt], [-jd] o [t]. Per esempio làit, tùit occidentali diventano lacc, tucc orientale, frèid occidentale diventa fregg o frecc orientale, lét occidentale diventa lecc orientale. In linea di massima si tratta di un automatismo, ma presenta alcune eccezioni o differenze ulteriori, per esempio neuit diventa regolarmente neucc nel quadrante sud-est, ma nócc nel quadrante nord-est, per influenza lombarda. Un'altra influenza lombarda si ritrova quando l'occidentale veuid in oriente diventa veuj. Altre parole usate anche in Piemonte orientale ma di derivazione occidentale non presentano il fenomeno, quindi deuit rimane uguale sia ad est sia ad ovest.

Una differenza forte a questo riguardo riguarda alcune parole di uso comune, che in piemontese orientale seguono il lombardo fin dalla traccia latina: vegg e eugg (vecchio e occhio) derivano dal trattamento alla lombarda di nessi tardo-latini VEGL- e EUGL-, che in piemontese occidentale hanno avuto un ulteriore passaggio in VEIL- E EUIL-, sul modello transalpino.

In tutto il piemontese orientale le -e a fine di parola pronunciate ad ovest diventano -i: sia le <-e> degli infinitivi di seconda coniugazione (essi, scrivi e non esse, scrive), sia le <-e> dei plurali femminili (dòni o fomni e non dòne o fomne), sia le <-e> delle seconde e quinte persone verbali. Questo tratto basso-piemontese è tuttavia precoce, tanto che già a Torino è presente per gli infinitivi e le seconde persone verbali, ma non per i plurali femminili. Si può osservare la forte evoluzione fonetica anche da tratti più circoscritti, per esempio in Monferrato le lenizioni vocaliche sono più stringenti (dman e non doman, cla e non cola), e nel Monferrato ma anche nelle Langhe la pronuncia della [y] si è tanto ristretta da ruotare in una [i]. Questa rotazione si è prestata ad ulteriori variazioni, come nell'alto monferrino (buta>bita>béita ['byta]>['bita]>['bejta]).

Una variazione morfologica che divide nettamente est ed ovest è la coniugazione indicativa imperfetta dei verbi irregolari. In occidente è in uso la gamma di desinenze <-(as)ìa> o <-(is)ìa>, mentre in oriente è utilizzata la stessa gamma <-ava>/<-iva> dei verbi regolari. Per i verbi "fare, dare, stare, andare, dire, avere, sapere" l'imperfetto occidentale è fasìa, dasìa, stasìa, andasìa, disìa, avìa, savìa mentre l'imperfetto orientale è fava, dava, stava, andava, diva, ava, sava, quest'ultimo pronunciato con A velare (<ä>, [ɑ, ɔ]) nelle aree prossime alla Liguria.

Comuni a tutto il piemontese orientali sono anche alcune differenze sul lessico, per esempio è in uso il tipo pianze invece di pioré, il tipo spussé invece di fiairé, il tipo dòna invece di fomna, il tipo fradel invece di frel. Esiste poi una fascia molto vicina al confine linguistico che non fa uso della negazione pa. Talvolta alla scomparsa di pa corrisponde l'uso del mia lombardo come negazione secondaria.

L'oriente, essendo più frammentato dell'occidente, contiene altri tratti diffusi però solo in zone circoscritte e non comuni a tutta l'area.

Il canavesano è un dialetto gallo-italico che si confronta con il dialetto piemontese occidentale, in quanto concorda con esso sui temi fonetici contrapposti al piemontese orientale. Concorda con il resto del piemontese sulla maggior parte del lessico, ed ha sempre avuto un rapporto socio-linguistico con il torinese paragonabile a quello dei patoé delle vallate. I parlanti di canavesano praticano storicamente la diglossia tra piemontese di koiné e canavesano.

Presenta alcuni esiti fonetici concordi con il franco-provenzale, come per esempio l'esito ['wɛ] laddove il piemontese ha ['ɔj] (doèra e non dòira) e l'esito ['ɛ] laddove il piemontese ha ['aj] (per esempio fêt e non fàit, uêre e non vàire). Il canavesano adotta il carattere speciale <ê> per marcare proprio questa modifica del dittongo ài in e aperta. Tale grafema è necessario nello scritto per distinguere le coppie minime omofone che si vengono a creare in canavesano, come lét (letto) e lêt (latte).

Altra differenza dal piemontese è la conservazione delle R finali che il resto del piemontese ha perso (ciocher e non cioché, avèir e non avèj)

Tuttavia la variazione più improvvisa del canavesano risiede nell'infinitivo di prima coniugazione -ar, che diverge sia dal dialetto valdostano confinante, sia dal torinese e dal biellese, che presentano tutti l'infinitivo <-é>. Il dialetto a cui si raccorda questa caratteristica è il trinese, parlato al di là della Dora Baltea in una porzione della Provincia di Vercelli corrispondente in massima parte con i circondari del Principato di Lucedio, che fa da ponte tra l'<-ar> canavesano e l'<-à> basso monferrino, che a sua volta è in continuità all'<-à> lomellino e quindi lombardo. Sono invece coerenti con il dialetto valdostano la quarta e sesta persona di tutti i verbi, che terminano in <-en> (atono), invece che <-oma> e <-o> (per esempio nijêtr e cànten invece di nojàitr i contoma, nijêtr e fen invece di nojàitr i foma).

Koiné[modifica | modifica wikitesto]

La koiné piemontese (dal greco "lingua comune"), basata su una gamma di tratti torinesi, si è affermata con una certa stabilità tra il Settecento e la metà del Novecento, come codice regionale di prestigio. Questo processo di koinizzazione non è l'unico che si è verificato tra le lingue d'Italia non ufficiali, ma quello piemontese ha dimostrato un certo vigore a cui hanno contribuito l'alta omogeneità del dialetto della pianura occidentale ed il crescente ruolo strategico, politico e commerciale di Torino. La koiné parlata in ogni caso è un fatto distinto dal "piemontese letterario". Quest'ultimo è infatti un registro illustre derivato dalle classi sociali medio-alte e utilizzato nella produzione scritta. La koiné parlata che ha avuto realmente presa sulla regione era caratterizzata come una varietà media di torinese "piccolo borghese", scevra di peculiarità lessicali e in fase di italianizzazione da alcuni decenni. Il dialetto occidentale, con il triplice ruolo di lingua illustre, lingua comune e dialetto numericamente maggioritario, ha avuto una influenza variabile sui principali centri industriali, commerciali, amministrativi e culturali - dove si parlano varietà piemontesi differenti da quella di Torino - e i cui abitanti assumono caratteri torinesi che poi estendono al circondario. È così che le proprietà dei dialetti locali che non coincidono con i tratti di koiné vengono giudicate come rurali o arcaiche dai parlanti di dette comunità, che tendereanno a ridurle fino alla loro recessione[17].

Ciò è stato riscontrato a vario grado a Vercelli, Biella ed Asti, mentre Ivrea, Pinerolo, Lanzo e Susa (provincia di Torino) risultano ormai compatti con il torinese. Vi è poi una vasta zona di pianura, che comprende tre delle "sette sorelle" della Provincia di Cuneo (ovverosia Saluzzo, Cuneo e Savigliano) in cui si parla un dialetto (noto perlopiù come "alto-piemontese") che non si discosta molto dal torinese, fatta eccezione per alcune caratteristiche fonetiche e morfologiche, coincidenti in larga parte con le sue fasi più antiche[18][19].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Fra le lingue neo-latine il Piemontese, nella sua storia, è una delle lingue che si sono maggiormente semplificate. Verso la fine del XVII secolo il passato remoto e il trapassato remoto erano già completamente estinti[20], successivamente è caduto l'articolo prima dell'aggettivo possessivo[21] e si sono sviluppate forme più semplici con indicativo e condizionale in alternativa all'uso del congiuntivo, soprattutto dei suoi tempi composti.[22] Successivamente, con la massiccia penetrazione dell'italiano, il lessico italiano ha influenzato quello più proprio piemontese e così parole come per esempio ancreus, pertus, parpajo',frel, seure, barba, magna e adret sono state rispettivamente sostituite da profond[23], beucc, farfala, fratel, sorela, zìo, zìa e àbil.

Nel secolo XVIII venne stampata la prima grammatica della lingua piemontese (in piemontese: gramàtica piemontèisa) ad opera del medico Maurizio Pipino presso le Stamperie Reali (1783); però era incompleta. L'unica versione di una certa completezza è quella di Arturo Aly Belfàdel, pubblicata a Noale nel 1933. La Gramàtica Piemontèisa di Camillo Brero è scritta interamente in piemontese ed è ancora oggi un riferimento per la lingua letteraria.

Oggi sono disponibili diverse risorse sulla rete: un dizionario consultabile online[24] e alcune grammatiche, fra cui spicca una trilingue (in piemontese, italiano e inglese)[25]. Sulla rete la lingua piemontese si è ritagliata piccoli spazi in cui viene usata soprattutto per iscritto, contribuendo quindi a un avvicinamento di alcune persone a scrivere nella corretta grafia della koinè. Fra i pochi alfabetizzati si verifica inoltre un processo denominato dai linguisti ausbauization, o più semplicemente purismo, per cui si tende all'uso di parole autoctone o di derivazione francese, evitando l'uso di italianismi. Alcuni esempi possono essere malfè e belfè al posto di dificil e facil, oppure belavans invece di purtròp o ancora nopà al posto di anvece. Un grande lavoro di ricerca e di riabilitazione del lessico più proprio del piemontese è partito con l'opera dei Brandé e prosegue tuttora. Un altro fenomeno a cui si assiste soprattutto nella Wikipedia piemontese, è quello della codifica di nuove parole per definire oggetti di recente invenzione. Per esempio per parlare di uno schermo piatto si è adottata la parola ecran o per definire il mouse si usa la parola rat, che vuol dire per l'appunto topo.[26] Un ulteriore fenomeno è quello sempre più marcato di includere le varianti in un'unica Dachsprache (dal tedesco "lingua-tetto") invece di tenerle divise. La lingua tetto accetta tutte le parole a prescindere dalla loro precisa provenienza geografica all'interno del territorio in cui si parla piemontese. All'interno della lingua tetto non sarà più tipicamente astigiano parlare di un ragazzo con la parola fanciòt, ma l'obiettivo sarà quello di rendere utilizzata e compresa la parola fanciòt da tutti gli alfabetizzati di ogni provenienza.[27]

Caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

Fonetica[modifica | modifica wikitesto]

  • Il gruppo latino delle occlusive -CT diventa –it-, come in francese: NOCTEM > neuit; LACTEM > làit.
  • Le consonanti latine occlusive non sonore /p/, /t/, /k/, subiscono un indebolimento o perfino cadono: FORMICAM > furmìa; APRILEM > avril.
  • I nessi sillabici CE- CI- GE- GI-, che in latino sono velari /k/-/g/, diventano fricative alveolari /s/: CINERE > sënner; CENTUM > sent; oppure affricata alveopalatale /dz/: GINGIVA > zanzivia.
  • A piacere, si può usare la ë prostetica (come un tempo la i- in italiano, oggi desueta) dinanzi a tutte le parole che iniziano per s + consonante o gruppi consonantici difficili, se la parola precedente termina con consonante: un grand ëscritor, sinch ëstèile; quatr ëfnoj; i son ëstàit.

Morfologia e sintassi[modifica | modifica wikitesto]

Sostantivi e aggettivi[modifica | modifica wikitesto]

  • in alcune varianti in certi casi Il singolare e il plurale dei nomi maschili sono identici: ël cit / ij cit; ël prèive / ij prèive, è l'articolo a stabilire il numero del sostantivo. in altre varianti il plurale maschile è vocalico.[28]
  • Nella proposizione comparativa, per esprimere il secondo termine di paragone si usa "che" e non "di": cost lìber a l'é pì bel che 'l tò.
  • Gli aggettivi numerali ordinali si fermano a sest o setim, oltre si usa la forma col che a fa eut, col ch'a fa neuv, col ch'a conta des, col ch'a conta óndes, oppure il numero semplice Luis XIV > Luis quatòrdes

Pronomi personali[modifica | modifica wikitesto]

  • La frase piemontese affermativa usa obbligatoriamente il pronome personale soggetto atono (con o senza presenza del pronome personale soggetto tonico), il che dà origine ad una struttura grammaticale aliena tanto all'italiano quanto al francese (Mi) i son.
  • Nelle forme interrogative può essere utilizzata una particella interrogativa enclitica (e in questo caso in genere scompare il pronome verbale) Veus-to deje deuit a sossì?.
  • Per esprimere i casi locativo e dativo si aggiungono spesso particelle dative e locative ai pronomi verbali I-i son ansima; I-j diso; sebbene la pronunzia spesso vari in modo appena percettibile, la differenza tra locativo i e dativo j viene espressa nella forma scritta.
  • Spesso il pronome personale oggetto viene raddoppiato. Es: "mi ha detto" = a m'ha dime.
  • I complementi clitici nei tempi composti si pospongono al verbo: i l'hai faje; a l'ha dijlo.

Pronomi ed avverbi interrogativi[modifica | modifica wikitesto]

  • Le interrogative introdotte da avverbio o pronome necessitano spesso dell'uso del pronome "che". Altrettanto gli avverbi e i pronomi delle frasi affermative: chi ch'a l'é? = chi è?; quand ch'i rivo = quando arrivo; chi ch'a l'ha dimlo = chi me lo ha detto.

Verbi[modifica | modifica wikitesto]

  • Persiste in piemontese occidentale , ma non in quello orientale la desinenza sigmatica latina, come anche nel friulano (-S) della seconda persona singolare verbale, che invece cade in italiano:
    • nella desinenza della seconda persona singolare del presente indicativo negli ausiliari e nei verbi irregolari: it ses; it vas; it l'has; it sas.
    • nella desinenza della seconda persona singolare del futuro di tutti i verbi: it cantras; it sernras...
    • nella desinenza della seconda persona singolare di ogni modo e tempo nella costruzione della forma interrogativa con il relativo pronome: càntës-to?; fas-to?; parlàvës-to?...
  • La negazione si pone dopo il verbo o l'ausiliare: i mangio nen; i l'hai nen mangià.
  • Si preferisce porre il modo finito del verbo (forma esplicita) in luogo dell'infinito: so di scrivere male = i sai ch'i scrivo mal.
  • Esiste un imperativo negativo (assente in italiano, ove si usa la forma infinita) Fa nen lolì!
  • Si adoperano spesso gli infiniti sostantivati in luogo del sostantivo italianizzato: es: il battito del cuore = ël bate dël cheur; una bella parlata = un bel parlé; un'andatura sostenuta = un bel andé'.
  • Le forme italiane "sono io, sei tu..." si possono trasformare in a l'é mi, a l'é ti. Es: sono io che l'ho comprato = a l'é mi ch'i l'hai catalo. In tutti i casi, non è meno corretto dire i son mi ch'i l'hai catàlo, it ses ti ch'it l'has catàlo.
  • In luogo del participio presente (che è molto desueto) e del gerundio, per evidenziare la continuità dell'azione, si suole adoperare l'espressione esse 'n camin che.... es.: Dove stai andando? = Anté ch'it ses an camin ch'it vas? Il sole morente sul fiume = ël sol an camin ch'a meuir an sël fium. In piemontese è molto scorretto dire sto andando = i ston/stagh andanda, che è un calco dell'italiano comparso nel secondo Novecento (la dizione corretta è i so'n camin ch'i vado).
  • Quando il futuro è già evidenziato da un complemento di tempo il verbo resta al presente: doman i rivo = domani arriverò.
  • In piemontese il tempo verbale che in italiano corrisponde al passato remoto è scomparso dall'uso fin dall' ottocento. Viene usato al suo posto il passato prossimo: Una settimana fa andai, si traduce na sman-a fa i son andàit. Al limite se si tratta di tempi molto remoti si utilizza il trapassato prossimo: Ci andai dieci anni fa diventa I j'era andaie ch'a l'é des agn. Questa caratteristica è così profonda che anche nel parlare in Italiano i piemontesi utilizzano molto raramente il passato remoto.

Preposizioni[modifica | modifica wikitesto]

  • La preposizione articolata "nel" seguita dalla data o dall'epoca, si sostituisce con dël: nel 1783 = dël 1783. Questo avviene però solo in alcune varianti. Più frequente è l'uso di 'nt'ël 1783.

Grafia e fonologia[modifica | modifica wikitesto]

L'attuale grafia del piemontese è stata introdotta negli anni trenta dallo scrittore e letterato subalpino Pinin Pacòt. Esistevano altri tipi di grafie, ancora oggi saltuariamente usate. L'alfabeto piemontese è costituito da 25 lettere, 4 in più rispetto a quello italiano (ë, j, n- e ò) con cui condivide la maggior parte delle caratteristiche; vi sono 8 vocali (a, e, ë, i, ò, o, ó e u), le restanti lettere sono tutte consonanti; esiste anche il gruppo vocalico eu che è sempre tonico e si pronuncia con suono unico, esattamente secondo la pronuncia francese (es.: reusa, "rosa" in italiano; oppure cheur, "cuore"; oppure feu, "fuoco"; oppure cheuse, "cuocere"). La sua trascrizione fonetica è ø.

La pronuncia di ogni lettera è uguale a quella italiana con le seguenti eccezioni:

e senza accento, in sillaba chiusa (cioè in sillaba dove la e è seguita da consonante), si pronuncia aperta (ɛ) (es.: pento, "pettine"; oppure mercà, "mercato"), mentre in sillaba aperta (cioè in sillaba che finisce con la e), si pronuncia chiusa (e) (es.: pera, "pietra"; oppure lese, "lèggere");

è con accento grave, ha sempre suono aperto (ɛ), più aperto rispetto alla pronuncia della e aperta in italiano (es.: enèrgich, "energico"; oppure përchè, "perché" in italiano; oppure cafè, "caffè");

é con accento acuto, ha sempre suono chiuso (e) (es.: , "fare"; caté, "comprare"; lassé, "lasciare");

ë detta "semimuta", ha uno suono stretto (ə), appena pronunciato, simile a quello della pronuncia dell'articolo francese "le" (es.: fërté, "strofinare"; chërde, "credere"; fëtta, "fetta"), viene detta anche tersa vocal piemontèisa ("terza vocale Piemontese");

o senza accento, si pronuncia come la u in italiano (u) (es.: Piemont, "Piemonte"; conté, "raccontare"; sol, "sole" (sostantivo); mon(ch), "mattone"). Nelle antiche grafie "non standard" si scriveva ou oppure u oppure ô e talora anche ö;

ò con accento grave, si pronuncia come la o aperta in italiano (ɔ), in piemontese è sempre tonica (es.: dòp, "dopo"; còla, "colla"; oppure fòrt, "forte"). Nelle antiche grafie "non standard" era sempre scritta o;

ó con accento acuto è utilizzata nei rari casi in cui l'accento tonico cade sul suono o (l'italiana "u") in parole in cui è necessario segnalare l'accento. Se venisse utilizzo l'accento grave verrebbero confusi i foni e si pronuncerebbe ɔ. (es.: "róndola", "rondine"; "ragó", "ragù");

u senza accento, si pronuncia come la u in francese o come la ü in tedesco (y) (es.: butir, "burro"; muraja, "muro"; curt, "corto"; tuf, "afa"). Nelle antiche grafie "non standard" talvolta appariva scritta ü ed in rari casi û;

c ha sempre suono dolce davanti ad i oppure e (es.: cel, "cielo"; ciòca, "campana"); per rendere il suono duro davanti ad i oppure e si interpone la lettera h (es.: schers, "scherzo"; chitara, "chitarra"); davanti alle altre vocali ha sempre il suono duro (es.: còl, "collo"; cossa, "zucca"); a fine parola se ha suono duro si aggiunge la lettera h (es.: strach, "stanco"; tòch, "pezzo"; pacioch, "fango"), se invece ha suono dolce si raddoppia la c (es.: sbrincc, "spruzzo"; oppure baricc, "strabico");

g ha sempre suono dolce davanti ad i oppure e (ʤ) (es.: gent, "gente"; giust, "giusto"); per rendere il suono duro davanti ad i oppure e si interpone la lettera h (es.: ghërsin, "grissino"; ghignon, "antipatia"); davanti alle altre vocali ha sempre il suono duro (es.: gat, "gatto"; gòj, "gioia"); a fine parola se ha suono duro si aggiunge la lettera h (es.: lagh, "lago"; borgh, "borgo"), se invece ha suono dolce si raddoppia la g (es.: magg, "maggio"; oppure assagg, "assaggio" in italiano);

j si pronuncia come la i iniziale di "ieri" in italiano (j) (es.: braje, "pantaloni"; oppure cavej, "capelli"), ha talora valore etimologico e di solito sostituisce il gruppo gl in italiano (es.: feuje, "foglie"; fija, "figlia");

n può avere pronuncia dentale, come in italiano, o faucale, cioè con suono nasale simile alla pronuncia della n (ŋ) nella parola italiana "fango"; il primo si ha sempre quando si trova all'inizio di una parola (es.: nas, "naso"; nos, "noce"), il secondo si ha quando si trova alla fine di una parola (es.: pan, "pane"; can, "cane"); per indicare la pronuncia dentale a fine parola la n viene raddoppiata (es.: ann, "anno"; pann, "panno"; afann, "affanno");

n- ha pronuncia esclusivamente faucale, cioè con suono nasale simile alla pronuncia della n nella parola italiana "fango" (ŋ), e si usa per indicare il suono faucale in corpo di parole (es.: lun-a, "luna"; sman-a, "settimana"; galin-a, "gallina");

s ha suono duro, con pronuncia detta sorda (s), ad inizio di parola (es.: supa, "zuppa"; sòco, "zoccolo"), dopo consonante in corpo di parola (es.: sensa, "senza"; lòsna, "fulmine"); ha invece suono dolce, con pronuncia detta sonora (z), in fine di parola (es.: nas, "naso"; tornavis, "cacciavite"), o tra due vocali in corpo di parola (es.: reusa, "rosa"; frisa, "briciola"); in caso di S sorda in fine di parola o tra due vocali la S si scrive doppia (es.: rossa, "rossa"; fossal, "fosso"; bass, "basso"; poss, "pozzo"); si tenga presente che in piemontese la S, anche quando è scritta SS per conferirle il suono sordo, non si pronuncia mai doppia.

z si pronuncia sempre come la s dell'italiano "rosa",ad eccezione della parola '"arvetze" (in italiano:arrivederci) che pronuncia con la Z dell'italiano "pizza",se no normalmente in piemontese non esiste il suono della Z italiana (es.: zanziva, "gengiva"; monze, "mungere");

v ha una pronuncia simile alla u della parola italiana "paura" (w), quando si trova in posizione finale di parola (es.: ativ, "attivo"; luv, "lupo"; euv, "uovo"); negli altri casi mantiene la stessa pronuncia della v in italiano (v) (es.: lavé, "lavare"; oppure savèj, "sapere").

Esistono anche gruppi di lettere con specifiche caratteristiche di pronuncia:

s-c si pronuncia con la successione dei due suoni distinti di s e c (st͡ʃ) (es.: s-cet, "schietto"; s-cianché "strappare"); tale scrittura sottolinea che in Piemontese non esista il gruppo sc della lingua italiana;

e dittonghi:

au, ua, ue e ui con a, e ed i toniche, cioè accentate, si pronunciano come in italiano, ovvero con la pronuncia della u (w) come in italiano (es.: quàder, "quadro"; guèra, "guerra"; quìndes, "quindici");

ùa, ùe, ùi e iù'; in questi dittonghi la u tonica ha la normale pronuncia piemontese (es.: crùa, "cruda"; sùit, "asciutto"; fiùsa, "fiducia").

Accentazione[modifica | modifica wikitesto]

Si segna l'accento tonico sulle sdrucciole (stiribàcola), sulle tronche uscenti in vocale (parlè, pagà, cafè), sulle piane uscenti in consonante (quàder, nùmer), sul dittongo ei se la e è aperta (piemontèis, mèis), sul gruppo ua quando la u vale ü (batùa), e su gruppi di i più vocale alla fine di una parola (finìa, podrìo, ferìe). L'accento si segna anche in pochi altri casi isolati dove non occorrerebbe per regola o per indicare eccezioni (tèra, amèra dove la e di sillaba aperta dovrebbe essere chiusa mentre è aperta) e può facoltativamente segnarsi sulla e delle finali -et, -el per indicarne il grado di apertura (bochèt, lét). L'accento serve inoltre a distinguere alcune coppie di omografi (sà =verbo, sa =questa, là= avverbio, la =articolo).

Grammatica[modifica | modifica wikitesto]

Il problema maggiore quando è stata scritta la prima grammatica piemontese era quello di giungere alla fissazione di una grafia chiara, semplice e rispondente sia alla storia sia alla struttura fonetica e morfologica della lingua e delle sue varietà.

La maggiore differenza tra l'italiano e il piemontese consiste nel fatto che il latino ha avuto nel Piemonte alterazioni ben maggiori che in Toscana: le parole piemontesi sono più brevi (es.: in piemontese si dice fnoj, maslè, plè, tajè che corrispondono all'italiano finocchio, macellaio, pelare, tagliare pur derivano tutte dal latino fenuculum, camellarius, pilare, taliare). I nessi latini cl e gl hanno dato luogo a c e g palatali: da clamare abbiamo ciamé e da glanda abbiamo gianda, mentre in italiano si dicono chiamare e ghianda. Il nesso ct è passato a it (lactem=lait) come in francese, mentre in italiano si dice tt (latte). Il piemontese ha nove suoni vocalici (i o è è u eu ë a ò) di cui tre non trovano corrispondenza nei sette italiani. In seguito alla caduta delle vocali di fine parola, non esiste distinzione tra il singolare e il plurale dei nomi maschili, eccetto per quelli terminanti in -l. Inoltre alcune parole che in italiano sono maschili hanno assunto il genere femminile in piemontese: la fior (il fiore), la sal (il sale), la mel (il miele), la ram (il rame), eccetera. Alcune parole possono essere usate sia al maschile, sia al femminile, sono principalmente fenomeni atmosferici o entità astratte ''la/ël càud'' (il caldo), ''la/ël frèid'' (il freddo), ''la/ël bin'' (il bene), ''la/ël mal'' (il male). ''A fa na granda càud'' ("fa un gran caldo"), ''Am veul tanta bin'' ("Mi ama tanto, mi vuole tanto bene").

Articolo[modifica | modifica wikitesto]

Di solito posto davanti ad un sostantivo, talvolta aiuta a definirlo per caso o genere; può essere determinativo o indeterminativo, maschile o femminile, singolare o plurale.

Tipo Genere Numero Articolo Esempi
Determinativi Maschile Singolare ël ('l)
lë (l')
ël can; ciamé'l can
lë scolé; l'aso
Plurale ij ('j)
jë (j')
ij can; ciamé'j can
jë scolé; j'aso
Femminile Singolare la
(l')
la stòria
l'ongia
Plurale le
(j')
le stòrie
j'onge
Indeterminativi Maschile Singolare un ('n)
në (n')
un can; ciamé'n can
në scolé; n'aso
Plurale ëd ('d)
dë (d')
ëd can; ciamé'd can
dë scolé; d'aso
Femminile Singolare na
na (n')
na stòria; n'ongia
Plurale ëd ('d)
dë (d')
dë stòrie; d'onge

Verbi[modifica | modifica wikitesto]

In grassetto sono le forme regolari della norma letteraria, comuni a gran parte del dominio linguistico piemontese. Le altre sono forme locali, riportate con coerenza ortografica rispetto alla norma letteraria. La pluralità di forme (in generale sempre molto simili tra loro) è dovuta al fatto che alcune parlate piemontesi siano rimaste a uno stato più arcaico (come il canavesano) ed altre siano evolute più in fretta della lingua letteraria o abbiano subito influenze lombarde o liguri.

Verbi ausiliari

Verbo esse ("essere")

mi i son
ti it ses / ti it sèi
chiel/chila (cel/cëlla, lu/le) a l'é / o l'é
noi/nojàutri/nojàitr i soma / a soma / i sen
voi/vojàutri/vojàitr i seve / i sèi
lor/loràutri/loràitr a son / i én

Verbo avèj ("avere")

mi i l'hai / mi i l'heu / mi i l'ho / mi i j'ho
ti it l'has /ti it hèi
chiel/chila (cel/cëlla, lu/le) a l'ha
noi/nojàutri/nojàitr i l'oma /a l'oma / a l'en
voi/vojàutri/vojàitr i l'eve / i l'èi
lor/loràutri/loràitr a l'han

Verbi regolari

Prima coniugazione: Verbo canté ("cantare")

mi i cant / canto
ti it cante
chiel/chila (cel/cëlla, lu/le) a canta
noi/nojàutri/nojàitr i cantoma / i canten
voi/vojàutri/vojàitr i cante
lor/loràutri/loràitr a canto / i canto

Seconda coniugazione: Verbo lese ("leggere")

mi i les / leso
Ti it lese
chiel/chila (cel/cëlla, lu/le) a les
noi/nojàutri/nojàitr i lesoma / I lesen
voi/vojàutri/vojàitr i lese
lor/loràutri/loràitr a leso / i leso

Terza coniugazione: Verbo finì("finire")

mi i finisso / finiss
ti it finisse
chiel/chila (cel/cëlla, lu/le) a finiss
noi/nojàutri/nojàitr i finioma
voi/vojàutri/vojàitr i finisse
lor/loràutri/loràitr a finisso / i finisso

Letteratura[modifica | modifica wikitesto]

La prima testimonianza della formazione del volgare piemontese è ritrovata nella Chiesa di Santa Maria Maggiore a Vercelli ed è un mosaico del pavimento risalente al 1040. La seconda in ordine di tempo è l'iscrizione simile del 1106 nella Chiesa di Sant'Evasio a Casale Monferrato. La prima testimonianza consistente sono i "Sermon Supalpengh" (Sermoni subalpini) del 1150, conservati nella Biblioteca Nazionale di Torino, sono ventidue sermoni completi come commento alla liturgia scritti appositamente per la formazione dei cavalieri templari nelle 26 roccaforti piemontesi. Nel XII e XIII secolo presso le corti dei Marchesi di Saluzzo, Monferrato e Savoia, come presso le corti francesi, vengono accolte schiere di cantastorie chiamati "trovatori" che cantavano sui temi dell'amore cortese. L'unico cantastorie piemontese di cui ci sono arrivate delle opere è Nicoletto da Torino (Nicolet ëd Turin). Nei secoli successivi il piemontese inizia ad affermarsi come lingua amministrativa al posto del latino usato fino ad ora. Oltre alla letteratura religiosa quindi, vengono scritti in piemontese anche documenti ufficiali come atti notarili, carte commerciali, statuti di corporazioni e confraternite e brani storici, alcuni sono arrivati fino a oggi. Si sviluppa anche il teatro piemontese, principalmente con argomento religioso.

Con il diffondersi della cultura umanista, anche il piemontese vanta un autore importante, Giovan Giorgio Alione (Giangiòrs Alion d'Ast, 1460-1529), che in piemontese scrive la sua "Opera Iocunda", una raccolta di dieci divertenti farse. A partire dal XVII secolo il passato remoto e il trapassato remoto si estinguono definitivamente, così come nel corso della sua evoluzione il piemontese ha semplificato la gran parte dei verbi irregolari latini, infatti oggi fra tutte e tre le coniugazioni dei verbi del piemontese ci sono appena diciotto verbi irregolari più i loro composti. Dal XVII secolo la letteratura piemontese diventa più consistente perché è l'espressione di una nazione. La letteratura religiosa del Seicento è rappresentata dalle opere "Ël Gelind" e "La Nativtà". In questo periodo nasce un tipico genere poetico piemontese, il "tòni". I tòni del periodo più importanti sono "La canson ëd Madòna Luchin-a", "La canson dij dësbaucià", "La canson ëd la baleuria" e "La canson dël tramué 'd Sant Michel". Della fine del 600 è la commedia "Ël Cont Piolèt" del marchese Carlo Giuseppe Giovan Battista Tana (Carl Giambatist Tan-a d'Entraive) e da questa importante opera si afferma il teatro in piemontese.

Nel Settecento il piemontese era prima lingua per tutte le classi sociali, tanto da venire utilizzato come lingua di corte, di celebrazione liturgica e d'insegnamento didattico.[29] Mentre nelle corti settecentesche d'Europa - addirittura a San Pietroburgo - si parla francese, a Torino no: questo in conseguenza del sentimento antifrancese dei piemontesi dovuto alle vicissitudini politiche. Il medico Maurizio Pipino (Maurissi Pipin) nel 1783 teorizza la lingua piemontese e ne scrive una grammatica, pronta per l'uso scolastico.
La letteratura viene anche usata per incentivare il sentimento nazionale: vengono quindi scritti componimenti poetici su argomenti di guerra per esaltare le gesta dell'esercito piemontese che resisteva alle pressioni dei francesi, per esempio il famoso "L'arpa dëscordà" (L'arpa discordata) sull'assedio di Torino del 1706. Trattano altri temi più divertenti Ignazio Isler (Ignassi Isler) nel suo "Cansoniè", raccolta di 54 tòni e Vittorio Amedeo Borrelli (Vitòrio Amedé Borej) nei suoi sonetti e tòni. Giuseppe Ignazio Antonio Avventura (Gep Antònio Ignassi Ventura) scrive composizioni di critica alla società contenenti idee rivoluzionarie, così come Edoardo Ignazio Calvo (Edoard Calv). Quest'ultimo è un personaggio molto singolare: medico, introduce il vaccino a Torino e in Piemonte. La sua polemica antifrancese viene espressa solo in piemontese e assume toni a volte satirici a volte drammatici e l'amore per la sua terra occupata da Napoleone lo ascrive al romanticismo. Il celebre Vittorio Alfieri (Vitòrio Alfé), letterato viaggiatore, ha scritto solo due sonetti in piemontese come difesa da un attacco personale che gli era stato rivolto, preoccupandosi invero di attenuare gli influssi piemontesi e francesi nel suo destreggiarsi con l'idioma toscano.

Nella prima metà dell'Ottocento nel Parnas Piemonteis, raccolta letteraria pubblicata annualmente, vengono raccolte tutte le nuove proposte letterarie e la piccola patria piemontese si stringe attorno alle sue favole e alle sue fiabe tradizionali di Giuseppe Arnaud (Gep Arnaud): i valori proverbiali della società produttiva vengono sintetizzati in racconti brevi e con fini morali, e sono spesso antiche tradizioni orali che solo ora vengono trascritte in lingua letteraria. Questo genere rientra sempre nel romanticismo e può essere paragonato per tipologia e grazia, ma non per dimensione e successo, al ruolo che i fratelli Grimm hanno avuto nella Germania di quel periodo. Nella seconda metà dell'Ottocento il piemontese diventa l'unica lingua possibile per i realisti subalpini: le storie di tutte le classi sociali (baròt, bajet, travet e sgnor, contadini, soldati, impiegati e aristocratici) vengono ritratte in commedie, sonetti e prose (anche romanzi), di cui la più celebre e di successo è stata Le miserie 'd monsù Travet, sulla vita di uno scapestrato impiegato di Torino che per sfuggire a vessazioni e pregiudizi della borghesia preferisce l'indipendenza del fare il libero professionista di classe bassa, il fornaio. Contemporaneamente la poesia d'amore in piemontese sviscera i sentimenti più profondi di molti autori e la semplicità dell'amore adolescenziale.

Ma già a fine Ottocento inizia a emergere un fattore che via via si ingigantirà sempre di più: autori come Arrigo Frusta (Arrigh Frusta) si rivendicano: non si sentono più al sicuro come piemontesi in Piemonte, sentono l'arrivo dell'italiano e Torino declassata a provincia di confine come minacce alla loro identità. Ancora sentono la forte necessità di preparare la lingua a resistere alla minaccia: L'Aso e Ij Brandè sono riviste e giornali pubblicati per anni interamente in piemontese. Giuseppe Pacotto (Pinin Pacòt) porta avanti nella prima metà del Novecento intensi studi filologici e si codifica con maggiore precisione grafia e grammatica. Questa corrente, che si può definire "della decadenza" dura ancora oggi e raccoglie tutta la produzione più elevata in lingua piemontese. Il filone si è adattato e potenziato con i riferimenti ai fatti che hanno rapidamente deteriorato l'identità piemontese come l'Unità d'Italia, il fascismo e la massiccia immigrazione nel periodo del Miracolo economico. Antonio Bodrero (Tòni Baudrìe) ed altri hanno riscoperto e usato nei loro componimenti parole difficili, ripulendo la lingua dall'influenza italiana per rivendicarne l'originalità. Parallelamente sono andate avanti le pubblicazioni e le rappresentazioni di commedie in lingua, nei teatri e nelle televisioni locali, e anche le raccolte di racconti, proverbi e saggi letterari. La musica è per lo più goliardica e folcloristica e non ha più spessore letterario, come invece potevano avere i testi di Gipo Farassino. Il genere del romanzo è rimasto disperso per gran parte del Novecento, con rare traduzioni di classici stranieri. Nella seconda metà degli anni 2000 Luigi Dario Felician (Luis Dario Felissian) ha pubblicato due romanzi in piemontese: Turin Ligera e Pa gnente ëd dròlo, nè!.

Proverbi piemontesi[modifica | modifica wikitesto]

  • A Sant Andréa a-i passa la fòrsa ma pa l'envéa!.

A Sant'Andrea passa la forza ma non la voglia! (si dice di un uomo anziano a cui piace ancora guardare le giovani fanciulle)

  • La fiòca 'd dzembrin, a va pa pì a la fin.

La neve di dicembre non va più alla fine (dura molto perché congela)

  • A basta 'n soris për fesse n'amis.

Basta un sorriso per farsi un amico.

  • Un nemis a l'é tròp e sent amis a basto nen.

Un nemico è troppo e cento amici non bastano.

  • Pat ciàir, amicissia longa.

Patti chiari, amicizia lunga.

  • Can ch'a bàula (o anche "giapa" invece di "bàula") a mòrd nen.

Can che abbaia non morde.

  • A caté quatr euj, a vende un.

A comprare ci vogliono quattr'occhi, a vendere ne basta uno.

  • Chi a va pian, a va san e a va lontan.

Chi va piano, va sano e va lontano.

  • A basta nen avèj ëd sòld, a venta dcò savèj-je spende.

Non basta avere i soldi, bisogna anche saperli spendere.

  • A son ij sòld ch'a fan la guèra.

Sono i soldi che fanno la guerra.

  • Ij vej a fan guèra, ij mort a fan tèra.

I vivi fanno la guerra i morti fanno terra.

  • Tut a ven a taj, fin-a j'unge për plé l'aj.

Tutto è utile, perfino le unghie per pelare l'aglio.

  • Chi a fa com che ël prèive a dis a va an paradis, chi a fa com che ël prèive a fa a l'infern a va.

Chi fa come dice il prete va in paradiso, chi fa come fa il prete va all'inferno.

  • La lenga a l'ha gnun òss, ma s'ij fa rompi.

La lingua non ha ossa ma se le fa rompere (Chi parla troppo o a sproposito)

I giorni della settimana[modifica | modifica wikitesto]

Italiano Piemontese
Lunedì Lùn-es
Martedì Màrtes
Mercoledì Mèrcol
Giovedì Giòbia
Venerdì Vënner
Sabato Saba
Domenica Dumìnica

I mesi[modifica | modifica wikitesto]

Italiano Piemontese
gennaio Gené
febbraio Fërvé o Fervé
marzo Mars
aprile Avril
maggio Magg
giugno Giugn
luglio Luj
agosto Aost (o Agost)
settembre Stèmber (o Stèmbre)
ottobre Otober (o Otobre)
novembre Novèmber (o Novèmbre)
dicembre Dzèmber (o Dezèmbre)

Numerali[modifica | modifica wikitesto]

Numero Piemontese Numero Piemontese
1 un 30 tranta
2 doi 40 quaranta
3 tre 50 sinquanta
4 quatr 60 sessanta
5 sinch 70 stanta
6 ses 80 otanta
7 set 90 novanta
8 eut 100 sent
9 neuv 101 sent e un
10 des 200 dosent
11 óndes 300 tërsent
12 dódes 400 quatsent
13 tërdes 500 sinchsent
14 quatòrdes 600 sessent
15 quìndes 700 setsent
16 sëddes 800 eutsent
17 disset 900 neuvsent
18 disdeut 1000 mila
19 disneuv
20 vint

Alcune particolarità:

  1. Nonostante la scrittura sia la stessa il numerale un /ʏŋ/ viene pronunciato in modo diverso dall'articolo indeterminativo un /əŋ/
  2. Esiste inoltre una forma femminile del numerale '1', un-a /ʏŋa/, che ancora una volta è diverso (questa volta anche nella forma scritta) dall'articolo na

Parole piemontesi comparate con altre lingue[modifica | modifica wikitesto]

Piemontese Italiano Lombardo Francese Spagnolo Rumeno Catalano Portoghese Latino Ladino (nones) Sardo Corso
cadrega sedia cadrega chaise silla scaun cadira cadeira sella/cathedra ciadriègia / sc'iagna cadrea/cadìra sedia
pijé/ciapé prendere (pigliare) ciappà prendre (agafar) coger a lua prendre pegar capere/prendere ciapar leare piglià
seurte uscire (sortire) sortì/vegnì foeu sortir salir a ieși sortir/eixir sair exire nar fuer bessire escì/surtì
droché/casché/tombé cadere, cascare borlà giò/crodà/drocà tomber caer a cădea caure cair cadere crodàr ruere cascà
ca/meison casa maison casa casă casa casa casa ciasa domo casa
brass braccio brasc bras brazo braț braç braço bracchium brac' bratzu bracciu
nùmer numero numer nombre/numéro número număr nombre número numerus nùmer nùmeru numaru
pom (o poma) mela pomm/pomma pomme manzana măr poma maçã malum pom mela mela
travajé lavorare lavorà travailler trabajar a lucra treballar trabalhar laborare/operari lauràr triballare/trabagliare travaglià
crava capra cavra chèvre cabra capră cabra cabra capra ciaura craba capra
scòla scuola scoeula école escuela școală escola escola schola scuela iscola scola
bòsch legno legn bois madera lemn fusta madeira lignum leign linna legnu
monsù signore scior/sciùr monsieur señor domn senyor senhor dominus sior sennore sgiò
madama signora sciora/sciùra madame señora doamnă senyora senhora domina siora sennora madama
istà estate estaa été verano vară estiu verão aestas istà istiu istate
ancheuj oggi incoeu aujourd'hui hoy astăzi avui/hui hoje hodie ancuei oe/oie oghje
dman (o doman) domani doman/dumàn demain mañana mâine demà amanhã cras doman crasa dumani
jer ieri in ier hier ayer ieri ahir ontem heri alièri deris eri
tastè assaggiare saggià/tastà/provà goûter probar a gusta tastar provar degusto tastar assazzare/tastare assaghjà/gustà

Il piemontese ha molte parole che derivano dall'italiano e dal francese, ma ha anche delle parole diverse dai loro equivalenti nelle due lingue.

Italiano Français Piemontèis
attuale actuel dël di d'ancheuj
ricordare rappeler ten-e da ment
Dio, Nostro Signore Dieu Nosgnor
giorno, dì jour di
in altre parole c'est-à-dire visadì
in più de plus an dzorpì
possedere, avere posséder avèj
prendere, pigliare prendre pijé
successione, sequenza suite sequensa
un punto di vista un point de vue na mira
usare, adoperare utiliser dovré
lavorare travailler travajé
pulire nettoyer storcionè, polidè, netiè
computer ordinateur elaborator/ordinator[30]

Somiglianze tra il piemontese e il francese (e differenze con l'italiano)[modifica | modifica wikitesto]

Piemontese Francese Italiano
Alman allemand tedesco
Amusé amuser divertire
Ambrassé embrasser abbracciare
Anlevé enlever Allevare
Antamné entamer incominciare
Anvìa envie voglia
Apelé appeler chiamare
Apress après dopo
Aragn araignée ragno
Arlev relève ricambio
Arsòrt ressort molla
Articiòch artichaut carciofo
Asard hasard caso
Atrapé attraper prendere
Avion avion aereo
Bassin bassin bacinella
Becheria boucherie macelleria
Bergé berger pastore
Bisò bijou gioiello
Blaga blague scherzo
Bòita boite scatola
Bòsch bois legno/bosco
Brisé briser rompere
Bogé bouger muovere
Bonet bonnet cappello
Boneur bonheur felicità
Cassé casser rompere
Caté acheter comprare
Chité quitter lasciare
Cher char carro
Chen-a chaîne catena
Ciresa cerise ciliegia
Clavié clavier tastiera
Còfo coffre forziere
Corbela corbeille cesto
Crajon crayon matita
Cress crèche asilo nido
Cogé coucher coricare
Complenta complaint lamentazione
Darmage dommage danno
Dëscroché décrocher sganciare
Dësrangé déranger disturbare
Dont dont di cui/del quale
Dròlo drôle strano
Drapò drapeau bandiera
Scren écran schermo
Euvra œuvre opera
Fat fade insipido
Fasson façon modo
Folar foulard fazzoletto da collo
Foslëtta fusée missile
Lapìn lapin coniglio
Lingeria lingerie biancheria
Logé loger alloggiare
Gravé graver imprimere
Grimassa grimace smorfia
Làit lait latte
Lerma larme lacrima
Madama madame signora
Marié marier sposare
Meis mois mese
Menagi menage gestione
Mersì/grassie merci grazie
Minusié menuisier falegname
Mitoné mitonner cuocere a fuoco lento
Magion maison casa
Mucioar mouchoir fazzoletto
Monsù monsieur signore
Mojen moyen mezzo
Monté monter salire
Mòt mot parola
Novod neveu nipote
Pais pays paese
Pia pie gazza ladra
Plenta plainte querela
Po'is pois pisello
Possé pousser spingere
Rainura rayure graffio
Rangé arranger aggiustare
Regret regret dispiacere
Reid raid rigido
Ridò rideau tenda
Roa roue ruota
Sabòt sabot zoccolo
Sagrin chagrin preoccupazione
Salada salade insalata
Salòp sale sporco
Assiëtta assiette piatto
Spurì pourri appassito/marcio
Soagnà soigné curato
Strop troupeau gregge/mandria
Sombr sombre scuro
Tèit toit tetto
Tisòire ciseaux forbici
Tramblé trembler tremare
Travaj travail lavoro
Tricoté tricoter lavorare a maglia
Tombé tomber cadere
Utiss outil attrezzo
Viage voyage viaggio
Vitura voiture auto/vettura
Zibié gibier selvaggina

Lingue autoctone del Piemonte amministrativo[modifica | modifica wikitesto]

Le lingue e le varietà dialettali parlate in Piemonte appartengono a tre diversi gruppi della famiglia romanza. Il walser è un idioma appartenente al gruppo germanico.

  • Gruppo gallo-italico
    • Lingua piemontese
      • piemontese occidentale (che ha la caratteristica di essere un'area molto compatta dal punto di vista grammaticale e lessicale)
        • dialetto valsusino (parlato a Cumiana e in Valsusa fino al capoluogo della valle, è zona influenzata dal patois o ex-patoisant, l'articolo "ël" in valsusino è "o")
        • dialetto torinese/cuneese (centro della koiné e base del piemontese letterario, è molto uniforme, ma a Saluzzo si sono conservate forme antiche dell'Alto-Piemontese)
        • dialetto basso-langhetto/roerino (che ha per centri Alba e Bra, è in tutto analogo al torinese/cuneese, ma presenta il rotacismo della L in Ř)
        • dialetto alto-langhetto (sempre analogo al cuneese/torinese, ma oltre al rotacismo del basso-langhetto presenta anche la variazione della A [:a] in Ä [:ɑ])
      • piemontese orientale (non è separabile dal piemontese occidentale, con il quale è coerente negli aspetti più importanti, ma è una zona più disordinata, ove si disperdono molti dei francesismi occidentali e si presentano in modo incostante alcuni elementi fonetici, lessicali e morfologici lombardi, emiliani, e in Val Bormida liguri)
        • dialetto basso monferrino (raccoglie i dialetti di Trino, Casale Monferrato e Valenza, che sono i soli dialetti piemontesi con l'infinito della I coniugazione in -à
        • dialetto astigiano (è come il basso monferrino, ma presenta la negazione pa e altre cose ancora occidentali; da molto tempo ha perso i suoi rotacismi della L)
        • dialetto alto monferrino (è il dialetto parlato nella Val Bormida, in tutte le sue ramificazioni; nella parte compresa in provincia di Savona presenta tratti liguri)
        • dialetto alessandrino (dialetto urbano, ha presa su pochi comuni intorno ad Alessandria, foneticamente affine al piacentino, ma tipologicamente monferrino)
        • dialetto biellese (conta dei tratti peculari, per esempio le consonanti lombarde "sc" e "sg" e arcaiche metafonie, ma mantiene un contatto forte con la koiné)
        • dialetto vercellese (presenta di più alcuni elementi lombardi e di meno alcuni elementi torinesi che invece raggiungono Biella, ma non è diverso dal biellese)
        • dialetto valsesiano e novarese occidentale (l'ultimo dialetto riconducibile alla lingua piemontese prima dell'area definitivamente lombardofona).
      • canavesano (molto arcaico, ha il duplice carattere di regredire in favore del torinese e di aderire lessicalmente ad esso, ma di divergere improvvisamente nella grammatica)
    • Lingua lombarda (nella variante occidentale)
      • dialetto ossolano (soprattutto sulle sponde del Verbano è affine al varesotto; il contatto con il Piemonte linguistico è molto blando).
      • novarese (influenzato dal piemontese soprattutto su alcuni particolari lessicali (es. i giorni della settimana), il dialetto urbano è molto vicino al milanese, mentre nelle campagne circostanti si ritrovano tutti i caratteri della transizione tra piemontese orientale e lombardo occidentale).
      • Un dialetto molto divergente compare a Borgomanero e ricompare, staccato geograficamente, sulla riva del Ticino presso Galliate. Un crogiolo di elementi lombardi e piemontesi si ritrovano in mezzo a una serie di caratteristiche fonetiche e sintattiche incompatibili con entrambe le lingue. Alcuni legami fonetici tra questo dialetto non codificato si possono ritrovare nel dialetto bustocco, che tuttavia non è direttamente adiacente dal punto di vista geografico.
    • Lingua emiliano-romagnola (gruppo emiliano)
    • Lingua ligure
  • Gruppo franco-provenzale
  • Gruppo occitano
  • Gruppo germanico

Determinante è stato il ruolo delle lingue piemontesi nella formazione in epoca medievale dei cosiddetti dialetti gallo-italici di Basilicata (Potenza, Picerno, Tito, ecc.), e dei cosiddetti dialetti gallo-italici (o altoitaliani) della Sicilia (Aidone, Piazza Armerina, Nicosia, San Fratello ecc.).[35]

Piemontese d'Argentina[modifica | modifica wikitesto]

Cartello trilingue in spagnolo, italiano e piemontese a San Francisco, Córdoba (Argentina)

Il piemontese d'Argentina, chiamato anche localmente Piemontèis, fa parte tuttora della memoria storica della colonizzazione gringa della Pampa Argentina, e tutti i discendenti di piemontesi ne hanno un ricordo più o meno recente. Non esistono censimenti sul numero attuale di parlanti, i quali sono presenti sia nelle province di Buenos Aires, La Pampa e Entre Ríos, sia soprattutto nelle province di Santa Fe e Córdoba, dove costituiscono una quota importante della popolazione, e dove il piemontese ha avuto un ruolo sociale notevole, accanto allo spagnolo, in particolare nelle vaste praterie a sud del Mar Chiquita, intorno alla città di San Francisco, dove è stato per un certo tempo lingua maggioritaria, appresa per necessità anche dalle minoranze non-piemontòfone che si insediavano nella zona.

Dal punto di vista linguistico il piemontese d'Argentina è aderente al piemontese occidentale, sebbene sia scevro di alcune influenze italiane più recenti e abbia in cambio ricevuto apporti spagnoli dal contatto con la lingua ufficiale argentina. Oltre al piemontese della pianura occidentale (la base della koiné), non è chiaro se altre varietà piemontesi siano sopravvissute in Argentina.[36]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Allasino et al. 2007: le cifre sono una stima che deriva dall'applicazione della percentuale del campione studiato alla popolazione maggiorenne.
  2. ^ a b Consiglio Regionale del Piemonte - Ordine del Giorno n. 1118 (PDF), Gioventura Piemontèisa. URL consultato il 31 gennaio 2016.
  3. ^ Gianrenzo P. Clivio, Dichiarazione per la lingua piemontese, La Slòira, n. 2, 1999
  4. ^ Giuliano Gasca Queirazza e Renzo Gandolfo in Il patrimonio linguistico del Piemonte, Torino, 2001
  5. ^ Censin Pich, Guiu Sobiela-Caanitz, La lingua piemontese
  6. ^ La Carta è stata firmata il 25 giugno 1992 ed è entrata in vigore il 1º marzo 1998 (l'Italia l'ha firmata il 27 giugno 2000 ma non l'ha ancora ratificata)
  7. ^ Piemontèis - Consiglio regionale del Piemonte
  8. ^ Marco Giolitto, Pratiche linguistiche e rappresentazioni della comunità piemontese d'Argentina, Education et Sociétés Plurilingues n°9 - Dicembre 2000
  9. ^ Camillo Brero, Storia della letteratura piemontese, Torino, Ed. Piemonte in bancarella, 1983
  10. ^ Lingue del Piemonte: conoscerle per tutelarle, patrimonilinguistici.it, 27 luglio 2016.
  11. ^ Dove si parla piemontese in provincia di Alessandria, Sergio Garuzzo in Poeti in piemontese della Provincia di Alessandria 1861-2010, Ca dë Studi Piemontèis, Torino 2011
  12. ^ Alta Val Tanaro, Duberti 2013
  13. ^ Il dialetto di Mombarcaro, Duberti 2011
  14. ^ Davide Ricca, Dialetti piemontesi, Treccani.it. URL consultato il 22 gennaio 2015.
  15. ^ Michele Loporcaro, Profilo linguistico dei dialetti italiani, Editori Laterza, Roma-Bari, 2009, pagg. 94, 95
  16. ^ Glottolog
  17. ^ Riccardo Regis, Koinè dialettale, dialetto di koinè, processi di koinizzazione, Rivista italiana di dialettologia. URL consultato il 21 gennaio 2015.
  18. ^ Gaetano Berruto, Profilo dei dialetti italiani 1: Piemonte e Valle d'Aosta, Pacini editore, Pisa, 1974, pp. 10-11
  19. ^ Tullio Telmon, Profili linguistici delle regioni italiane: Piemonte e Valle d'Aosta, Editori Laterza, Roma-Bari, 2001, p. 55
  20. ^ Piemontèis
  21. ^ Piemontèis
  22. ^ Piemontese/Costruzione ipotetica - Wikibooks, manuali e libri di testo liberi
  23. ^ pms:Ancreus
  24. ^ Vocabolari Italian Piemonteis
  25. ^ Piemontese
  26. ^ http://www.maurotosco.net/maurotosco/Publications_files/TOSCO_FrenchMorph%26DeitalPiem.pdf
  27. ^ Terza Lezione
  28. ^ bernardino bondelli, saggio sui dialetti galloitalici.
  29. ^ Dov'è finito il piemontese
  30. ^ pms:Elaborator
  31. ^ Bernardino Biondelli, Saggio sui dialetti Gallo-italici, archive.org. URL consultato l'11 maggio 2014.
  32. ^ Fabio Foresti, Dialetti emiliano romagnoli, Treccani.it. URL consultato il 27 febbraio 2014.
  33. ^ Fabio Foresti, Profilo linguistico dell'Emilia-Romagna, Editori Laterza, Bari, 2010, pag. 120
  34. ^ Giacomo Devoto, Gabriella Giacomelli, I dialetti delle regioni d'Italia, Sansoni Università. URL consultato il 27 febbraio 2014.
  35. ^ Fiorenzo Toso, Le minoranze linguistiche in Italia, Il Mulino, Bologna 2008, p. 137.
  36. ^ Marco Giolitto, Pratiche linguistiche e rappresentazioni della comunità piemontese d'Argentina, Education et Sociétés Plurilingues n° 9 - Dicembre 2000 (PDF)

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Bibliografia sui dialetti gallo-italici § Piemonte.
  • Introduzione al piemontese
    • Francesco Rubat Borel, Mauro Tosco, Vera Bertolino, Il piemontese in tasca, Assimil, Chivasso 2006.
  • Studi generali
    • Amedeo Clivio e Gianrenzo P. Clivio (a cura di), Bibliografia ragionata della lingua regionale e dei dialetti del Piemonte e della Valle d'Aosta, e della letteratura in piemontese, Centro Studi Piemontesi/Ca dë Studi Piemontèis, Torino 1971
    • Antonio Bodrero(Barba Tòni), Roberto Gremmo, L'oppressione culturale italiana in Piemonte, Ed. Bs, Ivrea(To) 1978
    • Gianrenzo P. Clivio, Il Piemonte, in I dialetti italiani, UTET, Torino 2002, pp. 151–195
    • AAVV, Il Piemonte linguistico, Museo Nazionale della Montagna, Torino 1995;
    • AAVV, Il patrimonio linguistico del Piemonte, Consiglio Regionale del Piemonte, Torino 2001
    • AAVV, Conoscere il piemontese, Viglongo, Torino 1980;
    • Enrico Allasino, Consuelo Ferirer, Sergio e Tullio Telmon, Le lingue del Piemonte (PDF), Quaderni di Ricerca, Torino, IRES Piemonte, 2007.
  • Dizionari
    • Piemontese/italiano
      • Maurizio Pipino Vocabolario piemontese, Stamperia reale, Torino 1783
      • Vittorio di Sant'Albino, Gran dizionario piemontese, UTET, Torino 1859 (in edizione anastatica L'Artistica, Savigliano 1993 - considerato il classico dei dizionari piemontesi)
      • Michele Ponza, Vocabolario piemontese-italiano, Stamperia Reale, Torino 1830-33; quinta edizione, Lobetti-Bodoni, Pinerolo 1859 (edizione anastatica L'Artistica, Savigliano 1982
      • Camillo Brero, Vocabolario piemontese-italiano e italiano-piemontese, Il Punto, Torino 2002, ristampa da Piemonte in Bancarella, Torino 1976-1982 (allegata la grammatica del Brero)
      • Gianfranco Gribaudo, Ël neuv Gribàud. Dissionari piemontèis, Daniela Piazza, Turin 1996
      • Gianfranco Gribaudo, Pinin e Sergio Seglie, Dissionari piemontèis, terza edizione ampliata, Ij Brandé-Editip, 1973
    • Piemontese/francese
      • Louis Capello di Sanfranco, Dictionnaire portatif Piémontais-Français, Turin 1814
    • Piemontese/spagnolo
      • Luis Rebuffo, Diccionario Castellano-Piamontés y Piamontés-Castellano, Asociación Familia Piamontesa, Rosario 1966
      • Luis Rebuffo, Manual para aprénder Piamontés, Asociación Familia Piamontesa, Rosario 1971.
    • Piemontese/tedesco
    • Piemontese/ebraico
    • Piemontese/altre lingue
      • Casimiro Zalli, Dissionari piemontèis, italian, latin e fransèis, Carmagnola 1815 (seconda edizione del 1830)
  • Grammatiche moderne
    • Camillo Brero, Gramàtica piemontèisa, Musicalbrandé, Turin 1967
    • Camillo Brero, Remo Bertodatti, Grammatica della lingua piemontese, Piemont-Euròpa, Torino 1988
    • Costantino Vercellino Compendio storico della lingua piemontese", Retico Edizioni, Borriana 1997.
    • Camillo Brero, Sintassi dla lenga piemontèisa, Piemont-Euròpa, Turin 1994
    • Guido Griva, Grammatica della lingua piemontese, Viglongo, Torino 1980
    • Bruno Villata, La lenga piemontèisa, Lòsna & Tron, Montréal 1995
    • Michela Grosso, Grammatica della lingua piemontese, Nòste Rèis-Libreria Piemontese, Torino 2002
  • Dialetti piemontesi
    • Alba, Langhe e Roero
      • Primo Culasso, Silvio Viberti, Rastlèiře. Vocabolari d'Ařba, Langa e Roé, Gribaudo, Savian 2003
    • Alessandria
      • Sergio Garuzzo/Sergi Garuss, Vocabolari e gramàtica do Lissandren, ULALP, Lissandria 2003
    • Asti
      • Giancarlo Musso, Gramática astësan-a, Gioventura Piemontèisa, Ast 2004
    • Biellese
      • Piemontèis ëd Biela. Abecedare, gramàtica e sintassi, literatura, glossare, Ël Sol ëd j'Alp, Borian-a 2000
    • Canavese occidentale
      • Lotte Zörner, I dialetti canavesani di Cuorgné, Forno e dintorni, CORSAC, Cuorgnè 1998
    • Vercelli
      • Dino Serazzi, Nino Carlone, Vocabolario vercellese, Vercelli 1997
  • Studi scientifici
    • Gianrenzo P. Clivio, Storia linguistica e dialettologia piemontese, Centro Studi Piemontesi/Ca dë Studi Piemontèis, Torino 1976
    • Rëscontr anternassional dë studi an sla lenga e la literatura piemontèisa, atti da III a VIII (1986-1991) e da X a XV (1993-1998), tenuto ad Alba, Quincinetto, Torino e Ivrea
    • Convegno internazionale sulla lingua e la letteratura del Piemonte, atti 1997 e 2000, tenuti a Vercelli, VercelliViva, Vercelli 1997 e 2000
    • Gaetano Berruto, sezione Piemonte e Valle d'Aosta in Profilo dei dialetti italiani, 1 a cura di Manlio Cortelazzo, Pacini, Pisa 1974
  • Atlanti linguistici
    • Atlante linguistico ed etnografico dell'Italia e della Svizzera meridionale (AIS)
    • Atlante Linguistico Italiano (ALI)
    • Atlante Linguistico ed Etnografico del Piemonte Occidentale (ALEPO)
  • Letteratura
    • Gianrenzo P. Clivio, Profilo di storia della letteratura in piemontese, Centro Studi Piemontesi/Ca dë Studi Piemontèis, Torino 2002;
    • Giuliano Gasca Queirazza, Gianrenzo P. Clivio, Dario Pasero, La letteratura in piemontese. Dalle origini al Settecento, Centro Studi Piemontesi/Ca dë Studi Piemontèis, Torino 2003;
    • Gianrenzo P. Clivio, Dario Pasero, La letteratura in piemontese. Dalla stagione giacobina alla fine dell'Ottocento, Centro Studi Piemontesi/Ca dë Studi Piemontèis, Torino 2004
    • Renzo Gandolfo, Camillo Brero, Giuseppe Pacotto, La letteratura in piemontese dalle origini al Risorgimento, Casanova, Torino 1967;
    • Renzo Gandolfo, Camillo Brero, La letteratura in piemontese dal Risorgimento ai giorni nostri, Centro Studi Piemontesi/Ca dë Studi Piemontèis, Torino 1972;
    • Camillo Brero, Storia della letteratura piemontese, 3 voll., Piemonte in bancarella, Torino 1981-1983;
    • Giovanni Tesio, Albina Malerba, Poeti in piemontese del Novecento, Centro Studi Piemontesi/Ca dë Studi Piemontèis, Torino 1990.
  • Canzoni popolari
    • Costantino Nigra, Canti popolari del Piemonte, Einaudi, Torino 1974 (Loescher, Torino 1888);
    • Roberto Leydi (a cura di), Canzoni popolari del Piemonte. La raccolta inedita di Leone Sinigaglia, Diakronia, Vigevano 1998

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