Augusto
| Cesare Augusto | |
|---|---|
| Imperatore romano | |
| Nome originale | Gaius Octavius (alla nascita) Gaius Iulius Caesar Octavianus (dopo l'adozione) Imperator Caesar Divi filius Augustus (dopo l'ascesa al potere imperiale) |
| Regno | 16 gennaio 27 a.C. – 19 agosto 14 d.C. |
| Tribunicia potestas | 37 anni consecutivi,[1][2] dal 1º luglio 23 a.C.[3] |
| Titoli | Augustus nel 27 a.C., Pontifex maximus (dopo la morte di Marco Emilio Lepido nel 13 a.C.),[4][5] Pater Patriae nel 2 a.C.[6] e praefectus moribus (nel 19 a.C. e rinnovatagli nel 12 a.C.[7]) |
| Salutatio imperatoria | 21 volte:[2] la prima nel 40 a.C.,[8] poi nel 36 a.C. (2ª),[8][9] 33 a.C. (3ª[10]), 31 a.C. (4ª),[11] 30 a.C. (5ª[12]), 27 a.C. (6ª),[8] 26 a.C. (7ª),[8][13] 21 a.C. (8ª),[8] 19 a.C. (9ª[14] e 10ª[8]), 16 a.C. (11ª),[15] 10 a.C. (12ª),[16] 8 a.C. (13ª),[17] 7 a.C. (14ª),[18] 3 a.C. (15ª),[19] 2 (16ª),[20] 6 (17ª), 8 (18ª),[21] 9 (19ª),[21][22] 11 (20ª),[23] 13 (21ª).[24] |
| Nascita | 23 settembre 63 a.C.[25] Roma (ad Capita Bubula)[25] |
| Morte | 19 agosto 14 (75 anni) Nola |
| Sepoltura | Mausoleo di Augusto |
| Predecessore | carica creata (Repubblica romana) |
| Successore | Tiberio |
| Coniuge | Clodia Pulcra[26] (43–40 a.C.) Scribonia[26] (40–38 a.C.) Livia Drusilla[26] (38 a.C.–14) |
| Figli | Giulia maggiore[27] Adottivi: Lucio Cesare[28] Gaio Cesare[28] Marco Vipsanio Agrippa Postumo (poi ripudiato e mandato in esilio)[29] Tiberio[29] Marco Claudio Marcello |
| Gens | Ottavia |
| Gens d'adozione | Giulia |
| Dinastia | Giulio-claudia |
| Padre | Gaio Ottavio[30] Gaio Giulio Cesare (adottivo) |
| Madre | Azia maggiore[31] |
| Consolato | 13 volte (date a.C.):[2][32] 43 a.C. (il I, a soli vent'anni) 33 (II) 31 (III) 30 (IV, inaugurato in Asia) 29 (V, inaugurato a Samo) 28 (VI) 27 (VII) 26 (VIII, inaugurato a Tarraco) 25 (IX, inaugurato a Tarraco) 24 (X) 23 (XI) 5 (XII) 2 (XIII) |
| Proconsolato | 40 a.C. - 33 a.C. in Spagna e Gallia |
| Princeps senatus | dal 28 a.C. e associato con l'imperatore romano fino al dominato |
| Pontificato massimo | dal 13 a.C., dopo la morte di Marco Emilio Lepido |
Cesare Augusto (in latino Caesar Augustus; Roma, 23 settembre 63 a.C.[33] – Nola, 19 agosto 14), nato Gaio Ottavio (Gaius Octavius) e conosciuto anche solo come Ottaviano o Augusto, fu il fondatore dell'Impero romano e suo primo imperatore. Il suo governo durò 41 anni (dal 27 a.C. al 14 d.C.), risultando uno dei più longevi.
Dopo l'assassinio di Giulio Cesare (15 marzo 44 a.C.), dal testamento del dittatore si scoprì che Gaio Ottavio era stato indicato erede e figlio adottivo. Il nuovo Cesare, insieme a Marco Antonio e a Marco Emilio Lepido, instaurò il Secondo triumvirato, una magistratura ufficiale (a differenza del Primo triumvirato tra Cesare, Crasso e Pompeo, che aveva avuto carattere esclusivamente privato). Tale soluzione non fece che lenire i sintomi di uno scontro per il potere che aveva ormai natura personale e che andava al di là della struttura istituzionale dell'antica Repubblica. Ritiratosi Lepido, rimasero in due a contendersi il potere universale: Ottaviano e Antonio. Il primo aveva centrato il suo potere in Occidente e, in particolare, a Roma, mentre il secondo, desideroso di coprirsi di fama e di portare avanti gli ultimi intendimenti di Cesare, con la preparazione di una campagna contro l'Impero partico, in Oriente. Ottaviano fu abile nel propagandare a Roma l'immagine di un Marco Antonio, un tempo valoroso generale, ora traviato dalle alleanze orientali e mutatosi in despota; dal canto suo, Ottaviano si presentava come conservatore delle tradizioni repubblicane. Lo scontro si risolse alla battaglia di Azio del 31 a.C. e poi in Egitto, dove Antonio e poi la regina Cleopatra, sua più importante alleata orientale, si suicidarono.
Nel 27 a.C., Ottaviano rimise le cariche nelle mani del Senato; in cambio ebbe un imperio proconsolare che lo rese capo dell'esercito; il Senato romano gli conferì il titolo onorifico di Augustus,[34] cioè "degno di venerazione e di onore". Il suo nome ufficiale fu da quel momento Imperator Caesar Divi filius Augustus (nelle epigrafi IMPERATOR·CAESAR·DIVI·FILIVS·AVGVSTVS).[35]
Augusto volle essere identificato come l'artefice del ripristino della Repubblica romana, dei costumi degli antenati (il mos maiorum) e, soprattutto, come il portatore della pax romana, cioè quel clima di pace e di ordine che imponeva su tutto l'impero di Roma le stesse leggi, la stessa lingua e un'unica economia. Questa idea di Roma come trionfatrice universale venne creata attraverso un uso accorto delle immagini, l'abbellimento della città, la tutela degli intellettuali che celebravano il principato (la forma di governo caratteristica dell'età augustea), la riqualificazione del Senato e dell'ordine degli equites. La storiografia contemporanea si è occupata dell'eredità storica di Augusto, oggetto di iperboliche ridefinizioni durante il ventennio fascista.[36]
Lo stesso Augusto volle lasciare di sé un'immagine eroica nelle Res gestae e consapevolmente sostenne Virgilio in questa celebrazione nell'Eneide: durante la sua vita, Augusto aveva evitato di attribuirsi appellativi divini, ma subito dopo la sua morte fu subito considerato figlio di Dio.[37] L'attributo Augustus indicava un riconoscimento religioso e in seguito ebbe anche quello di princeps. Alcuni storici, come Seneca il Vecchio, Seneca il Giovane, Sallustio, Svetonio e Appiano, rimarcano anche le proscrizioni, la conquista astuta del potere e la politica autocratica di Augusto come elementi caratteristici di questa fase della storia romana. Augusto contribuì enormemente a fare di Roma la meraviglia dei secoli. Rimodellò l'Urbe lasciando la frase: "Ho trovato una città di mattoni, ne lascio una di marmo". In architettura Roma arrivò a uno splendore elevatissimo.
Dal punto di vista amministrativo, le riforme di Augusto furono importanti e durature. Attribuì le province non pacificate a legati imperiali scelti da lui stesso, lasciando le altre a proconsoli di rango senatorio; tutti però rispondevano all'imperatore. Augusto tenne per sé l'Egitto, sotto il governo di un suo prefetto. Riformò il sistema fiscale e monetario. Riorganizzò l'amministrazione della città di Roma, attribuendo ad alti funzionari statali la cura dell'urbanistica, la responsabilità dell'approvvigionamento alimentare e la gestione delle acque.
Augusto restò al potere sino alla morte e il suo principato fu il più lungo della Roma imperiale.[38][39]
L'età di Augusto ha rappresentato un momento di svolta nella storia di Roma e il definitivo passaggio dal periodo repubblicano al principato. La rivoluzione dal vecchio al nuovo sistema politico contrassegnò anche la sfera economica, militare, amministrativa, giuridica e culturale.
Fonti e storiografia
[modifica | modifica wikitesto]Le principali fonti per la vita e il ruolo di Augusto e degli altri membri della famiglia imperiale sono rappresentate dalle biografie di Svetonio (Vite dei dodici Cesari), oltre ad Appiano di Alessandria (Historia Romana), Aurelio Vittore (De Caesaribus), Cassio Dione (Historia Romana), Tacito (Annales), Velleio Patercolo (Historiae Romanae ad M. Vinicium consulem libri duo) e lo stesso Augusto (Res gestae divi Augusti).
Contesto storico
[modifica | modifica wikitesto]L'astro di Augusto sorge nel contesto del cesaricidio alle idi di Marzo (44 a.C.). Giulio Cesare aveva concentrato nella propria persona una quantità mai vista di poteri. Nel 46 a.C., aveva ottenuto la dittatura rei publicae constituendae, cioè per la riforma dello Stato, per 10 anni. Tra 46 e 44 a.C., il numero dei senatori fu portato da 600 a 900 membri e vi furono immessi molti cesariani, ricchi cavalieri e nuovi elementi anche borghesi da tutte le aree della romanità, e ciò per favorire la carriera politica dei sostenitori del dittatore. Tra 45 e 44 a.C., Cesare ricoprì il consolato per la quarta e la quinta volta, e, verso la fine di febbraio, fu fatto dictator perpetuus ('dittatore a vita').[40]
L'enorme potere raccolto da Cesare e certi atteggiamenti suoi e di alcuni sostenitori portarono alla diffusione di un forte malcontento tra i senatori.[41] Nei primi mesi del 44 a.C., Cesare stava preparando una campagna militare contro l'Impero partico per ristabilire in Asia l'egemonia romana, compromessa dalla dura sconfitta subita da Crasso nel 53 a.C. alla battaglia di Carre. Quando a Roma si sparse la voce di un oracolo che vaticinava la sconfitta dei Parti per mano di un re, si mise in moto una congiura, ordita da Marco Giunio Bruto, Caio Cassio Longino e Decimo Bruto. Il 15 marzo del 44 a.C. Cesare fu ucciso alla Curia Pompeia, dove doveva presiedere una seduta del Senato.[42]
Il gruppo dei cesaricidi aveva lasciato in piedi alcuni importanti cesariani, primi tra tutti Marco Emilio Lepido, che nel 49 a.C. aveva fatto eleggere Cesare dittatore e a cui era destinato il governo della Gallia Narbonese e della Spagna Citeriore, e Marco Antonio, collega di consolato di Cesare nel 44 a.C. e suo fidato collaboratore. I cesaricidi non seppero esprimere una reale alternativa al dittatore.[43]
Antonio volle portare avanti una politica di compromesso, facendo ottenere l'amnistia ai congiurati e la ratifica degli atti del dittatore, che ottenne anche funerali di Stato. Furono confermate le assegnazioni delle province anche ai cesaricidi: era ad esempio previsto che Decimo Bruto governasse in Gallia Cisalpina. Ad Antonio doveva invece andare la Macedonia, luogo di concentrazione delle truppe inviate contro i Parti.[43]
Antonio ottenne da Calpurnia, ultima moglie di Cesare, il testamento e altri documenti del dittatore. I funerali furono condotti da Antonio in modo da dare voce alla rabbia popolare per l'assassinio, tanto che i cesaricidi ritennero di abbandonare l'Urbe. Antonio fece passare tutta una serie di progetti di legge, spacciandoli per volontà del dittatore, sulla scorta delle carte private in suo possesso, e assumendo la veste di suo erede politico.[43]
Cesare non aveva avuto che un figlio naturale maschio, cioè Tolemeo Cesare, avuto con Cleopatra. Nel testamento, Cesare indicava un suo pronipote di appena 18 anni, Gaio Ottavio, erede dei suoi beni e figlio adottivo. La sorella di Cesare, Giulia minore, era nonna di Ottavio.[43]
Biografia
[modifica | modifica wikitesto]Origini
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Data la caratura del personaggio, sulle origini del futuro Augusto sopravvivono diverse tradizioni concorrenti.[44] Nato Gaio Ottavio, era figlio dell'omonimo Gaio Ottavio, uomo d'affari che aveva ottenuto, primo della gens Octavia (ricca famiglia di Velitrae, l'odierna Velletri),[45][46] cariche pubbliche e un posto in Senato (era quindi un homo novus).[47][48] La madre, Azia maggiore, proveniva invece da una famiglia da parecchie generazioni di rango senatorio e dagli illustri natali: era infatti imparentata sia con Cesare sia con Pompeo.[49] Azia era più precisamente figlia di Giulia minore, sorella di Cesare, e di Marco Azio Balbo; il futuro Augusto, pertanto, era pronipote di Cesare.[31]
Secondo una tradizione, Gaio Ottavio nacque a Roma nove giorni prima delle calende di ottobre, prima dell'alba, in quella parte del Palatino denominata ad Capita Bubula («teste di bue»), dove, dopo la sua morte, sarebbe stato costruito un santuario a lui dedicato.[25] Svetonio aggiunge che inizialmente abitò nei pressi del Foro Romano, sopra le "scale degli orefici", nella casa che era stata dell'oratore Gaio Licinio Calvo, nei pressi della Velia.[50] L'individuazione del Palatino come luogo di nascita potrebbe derivare dal desiderio di associare Augusto ad un luogo centrale per l'identità della nuova Roma, uno spazio che poi, in occasione della sua deificazione post mortem, gli sarebbe stato consacrato. Esiste infatti anche una tradizione concorrente, che lo vede nascere a Velitrae, nella casa di famiglia.[44]
In seguito, si trasferì sul Palatino, in una casa ugualmente modesta (la Domus Augustea), che era appartenuta all'oratore Quinto Ortensio Ortalo, di non grande ampiezza e priva di lusso, visto che le colonne dei suoi portici, piuttosto basse, erano di pietra del Monte Albano, mentre nelle stanze non c'erano né marmo né mosaici. Dormì nella stessa camera per più di quarant'anni, anche d'inverno, sebbene considerasse poco adatto alla sua salute il clima invernale di Roma.[50]
Al suo nome, Gaio Ottavio, fu aggiunto Turino quando era fanciullo (Gaius Octavius Thurinus), soprannome posto in ricordo del padre Ottavio, vittorioso contro gli schiavi fuggitivi nella regione di Thurii.[51]
A circa quattro anni perse il padre (nel 59 a.C.). A dodici anni circa pronunciò l'orazione funebre (laudatio funebris) per sua nonna Giulia (nel 52 o nel 51 a.C.).[44][48][52] Svetonio racconta di un episodio avvenuto in questo periodo: Cicerone, mentre accompagnava Gaio Giulio Cesare in Campidoglio, raccontò agli amici di aver fatto un sogno la notte precedente. Nel sogno aveva visto un fanciullo dai nobili lineamenti, che scendeva dal cielo appeso a una catena d'oro e si fermava davanti alle porte del Campidoglio, dove Giove gli consegnava una frusta. Quando Cicerone vide Gaio Ottavio, che lo zio Cesare aveva fatto venire a un sacrificio, disse che era proprio lui il ragazzo apparsogli in sogno.[46]
Quattro anni dopo, all'età di sedici anni, indossò la toga virile[46] e ottenne alcune ricompense militari in Africa, in occasione del trionfo del prozio Gaio Giulio Cesare, pur non avendo partecipato, per la giovane età, alla guerra civile del 49-45 a.C.. Quando poi lo zio partì per la Spagna per combattere contro i figli di Pompeo, lo seguì, sebbene ancora convalescente da una grave malattia. Raggiunse Cesare con una scorta ridotta, dopo aver percorso strade infestate da nemici e dopo un naufragio. Si fece subito apprezzare dallo zio per il coraggio dimostrato. Dopo aver portato a termine anche la guerra in Spagna, Cesare, che progettava una campagna militare prima contro i Daci e poi contro i Parti, lo inviò ad Apollonia (Illyricum), dove poté dedicarsi allo studio.[52][53]
Svetonio racconta che durante il soggiorno ad Apollonia, Gaio Ottavio era salito insieme al fedele amico, Marco Vipsanio Agrippa, all'osservatorio dell'astrologo Teogene. Fu Agrippa a consultarlo per primo, ricevendo splendide previsioni sulla sua vita futura, quasi incredibili. Gaio Ottavio, temendo di essere considerato di origini oscure, preferì inizialmente non fornire i dati relativi alla propria nascita, ma dopo numerose preghiere, acconsentì. Teogene allora si alzò dal suo seggio e lo adorò. Per questo motivo Gaio Ottavio ebbe così tanta fiducia nel proprio destino da far pubblicare il suo oroscopo e coniare una moneta d'argento con il segno del Capricorno, suo ascendente: in epoca imperiale si dava più importanza all'ascendente piuttosto che al segno di nascita (la Bilancia per Gaio Ottavio).[46]
Designazione a erede di Cesare e rientro a Roma
[modifica | modifica wikitesto]Si narra che poco prima di venire assassinato, Cesare avesse nominato Gaio Ottavio magister equitum in seconda,[54] accanto a Marco Emilio Lepido, in vista della grande spedizione d'Oriente che stava preparando contro i Parti, inviandolo appena diciottenne ad Apollonia a verificare i preparativi per la futura guerra. È qui che Gaio Ottavio fu informato del cesaricidio del 15 marzo 44 a.C. e di essere stato adottato per testamento dal prozio come figlio ed erede. Pur restando indeciso sul da farsi, se chiamare in aiuto le legioni orientali o lasciar perdere, preferì desistere da un'impresa tanto temeraria e tornare a Roma a reclamare i suoi diritti.[52] Ancora Svetonio racconta di un episodio curioso:
A Roma, nei giorni successivi al cesaricidio, la situazione politica era ovviamente assai complicata: Marco Antonio decise di accogliere la proposta di Cicerone di un'amnistia da accordare ai cesaricidi, avanzata per cercare di ripristinare un pacifico corso politico. Nel mentre, un folto gruppo di senatori anziani promosse l'iniziativa di richiamare Gaio Ottavio, l'erede designato, a Roma.[55]
Sbarcato a Brindisi, dove ricevette il benvenuto dalle legioni di Cesare lì acquartierate in attesa della spedizione in Oriente, Gaio Ottavio si impossessò dei circa 700 milioni di sesterzi di denaro pubblico destinati alla guerra contro i Parti, che utilizzò per acquisire ulteriore favore tra i soldati e tra i veterani di Cesare stanziati in Campania.
Giunto nella capitale nell'aprile del 44 a.C.[55], Gaio Ottavio rivendicò la sua eredità, nonostante le esitazioni della madre Azia e l'opposizione del patrigno Lucio Marcio Filippo (così Nicola Damasceno, 52-53[44]).[52] Marco Antonio, vero erede politico di Cesare, certamente sorpreso della designazione di Gaio Ottavio, cercò di impedire che questi accedesse al patrimonio di Cesare (così Cicerone, Filippiche, 2.71[44]), mentre Cicerone cercò di ottenerne il favore (Epistulae ad familiares, 11.20.1[44]).
L'adozione per testamento non corrispondeva ad una vera e propria adozione, ma Gaio Ottavio si presentò ugualmente come figlio di Cesare. Nel testamento, Cesare aveva posto come condizione che il giovane facesse proprio il suo nome.[44] Secondo la consuetudine, il giovane assunse il nomen gentilizio (Iulius) e il cognomen (Caesar) del padre adottivo, omettendo però di aggiungere come tradizione un secondo cognome derivato della gens di provenienza aggettivata in -anus, divenendo così Gaio Giulio Cesare (Gaius Iulius Caesar).[51] Il nome Ottaviano venne generalmente diffuso dalla propaganda degli avversari politici, ma non risulta nei documenti ufficiali e fu poi promosso dalla storiografia moderna.[44]
Come erede principale di Cesare, Ottaviano aveva diritto a tre quarti delle sue ricchezze. Assieme a lui erano stati nominati eredi Lucio Pinario e Quinto Pedio, cui spettava il restante quarto del patrimonio di Cesare; solo Ottaviano, però, poté prendere, in quanto unico figlio adottivo, il nome del defunto, divenendo così Gaio Giulio Cesare Ottaviano. Cesare lasciava, inoltre, agli abitanti di Roma trecento sesterzi ciascuno, oltre ai suoi giardini lungo le rive del Tevere (gli Horti Caesaris).[56]
La presenza di Ottaviano a Roma mise Marco Antonio in una difficile posizione; l'erede designato, infatti, si diede al doppio gioco: in pubblico invocava la vendetta, ma in privato cercava di ottenere l'appoggio di Cicerone e di altri membri del Senato. Ottaviano e Antonio ingaggiarono un confronto a chi fosse più fedele alla memoria di Cesare. Antonio, che al momento del cesaricidio era console, cercò di operare sul controllo delle legioni, assumendo il comando in Macedonia, e di contenere il potere militare dei cesaricidi. Egli, inoltre, denunciò l'amnistia ai cesaricidi e incolpò Cicerone e i suoi alleati di averla favorita.[55] Anche se forte della posizione di console, Antonio scontava un confronto impari con Ottaviano in quanto erede designato giunto a Roma a piangere la morte del padre adottivo. Antonio era poi bersaglio delle invettive di Cicerone, tanto nei discorsi al Senato quanto nelle orazioni scritte e fatte circolare tra la classe dirigente romana.[44]

Ottaviano era giunto a Roma dopo che i cesaricidi avevano già lasciato la città da più di un mese, grazie all'amnistia concessa dal console superstite, Antonio. Il giovane Ottaviano si affrettò a rivendicare il nome adottivo, dichiarando pubblicamente di accettare l'eredità del padre e chiedendo pertanto di entrare in possesso dei beni familiari. Antonio, che in qualità di console e capo della fazione cesariana deteneva in quel momento il controllo del patrimonio, procrastinò il versamento, adducendo la necessità di attendere che una lex curiata del Senato ratificasse il testamento del defunto. Ottaviano decise allora, impegnando i propri beni, di anticipare al popolo le somme che Cesare aveva lasciato nel suo testamento e di eseguire i giochi per la vittoria di Farsalo. Ottenne così che molti dei cesariani si schierassero dalla sua parte contro Antonio, suo diretto avversario nella successione politica a Cesare.
I senatori, e in particolare Cicerone, vedevano in quel momento Gaio Ottavio come un principiante inesperto, data la giovane età (e così Antonio, che lo riteneva un ragazzo "di tutto debitore al nome" del padre),[57] pronto ad essere manovrato dall'aristocrazia senatoria. Cicerone apprezzava l'indebolimento della posizione di Antonio e approvò la ratifica del testamento, riconoscendo a Ottaviano lo status di erede legittimo di Giulio Cesare. Con il patrimonio di Cesare ora a sua disposizione, Ottaviano poté quindi reclutare in giugno un esercito privato di circa 3 000 veterani, garantendo a ciascuno di loro un salario di 500 denari, mentre Marco Antonio, ottenuta con legge speciale (lex de permutatione provinciarum) l'assegnazione, al termine del suo anno consolare, della Gallia cisalpina già affidata al propretore Decimo Bruto, si accingeva a portare guerra ai cesaricidi per recuperare il favore della fazione cesariana. In quest'occasione, Cicerone scriveva ad Attico, manifestando certezza sulla fedeltà di Ottaviano alla causa repubblicana, sicuro della possibilità di sfruttare le potenzialità di quel giovane rampollo per eliminare Antonio,[58] uscito indenne (con grave dispiacere dell'oratore) dalle Idi.[59] Tacito commenterà che in quell'occasione l'erede di Cesare simulò soltanto la fedeltà al partito neo-pompeiano comandato in quel momento da Cicerone, con l'idea di trarre profitto dalla situazione.[60]
Primi contrasti con Antonio e battaglie di Forum Gallorum e Modena
[modifica | modifica wikitesto]Tra il 5 e il 19 settembre del 44 a.C., Ottaviano si occupò personalmente di organizzare i ludi per la vittoria del prozio (ludi Victoriae Caesaris) che i magistrati incaricati non osavano celebrare. In seguito, per riuscire a portare a termine altri suoi progetti, sebbene fosse patrizio ma non ancora senatore, si presentò come candidato a sostituire un tribuno della plebe appena deceduto. La sua candidatura incontrò l'opposizione del console Antonio, sul cui appoggio il giovane Ottaviano contava, ma che evidentemente aspirava a ottenere una grossa ricompensa. Questa prima incomprensione con Antonio lo indusse a passare dalla parte degli ottimati.[61]
Quando, in ottobre, l'appoggio del Senato a Ottaviano si fece più forte, con Cicerone che tuonava con le sue Filippiche contro Antonio, questi decise di riprendere il controllo della situazione, richiamando in Italia le legioni stanziate in Macedonia. Di fronte a quella minaccia, Ottaviano a novembre richiamò i veterani di Cesare a lui fedeli, ottenendo ben presto anche la diserzione di due delle legioni macedoni di Antonio, la IIII Macedonica e la Martia, appena sbarcate.
Fallito per l'opposizione del Senato (Cicerone era infatti sicuro della fedeltà del giovane) il tentativo di far dichiarare Ottaviano hostis publicus per aver reclutato un esercito senza averne l'autorità (in realtà sarà Antonio a essere indicato come nemico dello Stato avendo preso d'assedio illegalmente un legittimo propretore), il console decise allora di accelerare i tempi dell'occupazione della Cisalpina, in modo da garantirsi una posizione di forza per l'anno successivo. Ricevuto il rifiuto da parte di Decimo Giunio Bruto Albino, uno dei cesaricidi, alla cessione della Cisalpina, Antonio, grazie al consenso del Senato, poté marciare su Mutina (Modena), dove strinse d'assedio Bruto.[61]
Intanto, Ottaviano provò, su consiglio di alcuni ottimati, ad assoldare alcuni sicari perché uccidessero Antonio, ma scoperto il suo tentativo, credendosi a sua volta in pericolo, arruolò una buona parte dei veterani di Cesare, facendo loro grandi largizioni per ottenerne l'aiuto.[61] Il 1º gennaio del 43 a.C., giorno dell'insediamento dei nuovi consoli, i cesariani Aulo Irzio e Gaio Vibio Pansa Cetroniano, il Senato decretò l'abrogazione della legge che assegnava ad Antonio la Gallia Cisalpina e ordinò a questi di cessare immediatamente gli attacchi a Decimo Bruto. Ottenutone un netto rifiuto, i consoli vennero incaricati di marciare contro Antonio assieme a Ottaviano, cui venne conferito eccezionalmente l'imperium di pretore, sì da legalizzare la condizione del suo esercito privato.[61]
Il 14 aprile e il 21 aprile Antonio venne sconfitto alla battaglia di Forum Gallorum e alla battaglia di Modena, nelle quali, però, rimasero uccisi i due consoli Irzio e Pansa. Ottaviano prese parte personalmente ai combattimenti del 21 aprile all'interno del campo di Antonio e alla fine rimase unico comandante delle legioni repubblicane.[62]
Svetonio aggiunge che corse voce allora che fosse stato Ottaviano a far uccidere Irzio e Pansa, in modo da rimanere, una volta messo in fuga Antonio e tolti di mezzo entrambi i consoli, unico padrone degli eserciti vincitori. Cicerone riporta che, al termine della battaglia di Forum Gallorum, Pansa si era ritirato al campo ferito, ma ancora in vita.[63] Una lettera a Cicerone scritta da Servio Sulpicio Galba, testimone oculare della battaglia, tace su eventuali ferite a danno del console.[64] Nel resoconto di Appiano, l'altro console, Irzio, risulta invece morto durante l'assalto al campo di Antonio, ma questa notizia è sospetta, in quanto è quasi certo che Appiano abbia attinto all'autobiografia perduta di Augusto.[65]
La morte di Pansa sembrò talmente sospetta che Glicone, il suo medico, fu messo in prigione con l'accusa di aver lavato la ferita con il veleno. Aquilio Nigro sostenne, infine, che nella confusione della battaglia l'altro console, Irzio, fosse stato ucciso dallo stesso Augusto.[62] E quando venne a sapere che Antonio, dopo la sconfitta, era stato accolto da Marco Emilio Lepido e che anche altri comandanti, insieme ai loro eserciti, si stavano avvicinando al partito a lui avverso, abbandonò la causa degli ottimati.[66] La tesi del complotto di Ottaviano sembra essere sostenuta anche da Tacito, che scrive:
Tornato a Roma con l'esercito, infatti, malgrado la giovane età (aveva soli vent'anni), Ottaviano si fece eleggere console suffetto[32] assieme a Quinto Pedio, ottenendo compensi per i suoi legionari e facendo approvare dal Senato la lex Pedia de interfectoribus Caesaris ('legge Pedia sugli assassini di Cesare') del 19 agosto 43 a.C., che, istituendo un tribunale speciale, decretava l'esilio dei cesaricidi.[44] In tal modo i consoli poterono rifiutarsi di portare ulteriore soccorso a Decimo Bruto, che, in fuga, venne infine ucciso nella Cisalpina da un capo gallo fedele ad Antonio. Svetonio racconta che:
Sconfitto, Antonio si rifugiò in Gallia, dove si unì a Marco Emilio Lepido, allora governatore della Gallia Narbonensis. I due condussero poi le proprie forze in Italia.[44]
Il secondo triumvirato
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Dalla sua nuova posizione di forza, divenuto legalmente capo dello Stato romano, Ottaviano prese contatti con il principale sostenitore di Antonio, il pontefice massimo Marco Emilio Lepido, già magister equitum di Cesare, con l'intenzione di ricomporre i dissidi interni alla fazione cesariana. Con gli auspici di Lepido, ottenne dunque che fosse organizzato un incontro segreto a tre con Antonio nei pressi di Bononia. Da quel colloquio privato nacque un accordo a tre, tra lui, Antonio e Lepido[67] della durata di cinque anni. Si trattava del secondo triumvirato, riconosciuto legalmente dal Senato il 27 novembre del 43 a.C. con la lex Titia de triumviris rei publicae constituendae ('legge Tizia sui triumviri per il riordino dello Stato'), in cui veniva creata la speciale magistratura dei triumviri rei publicae constituendae consulari potestate, ovvero 'triumviri per il riordino dello Stato con potere consolare'. Questo accordo sarebbe poi stato esteso per altri cinque anni, fino al 33 a.C.
La lex Titia istituiva il triumvirato come una magistratura ordinaria, che dava ad Ottaviano, Lepido e Antonio il diritto di convocare il Senato e il popolo, di promulgare editti e di indicare i candidati alle magistrature. Il patto prevedeva inoltre la divisione dei territori romani: Antonio conservava la Gallia Cisalpina e la Gallia Comata; a Lepido andavano la Gallia Narbonese e la Spagna; ad Ottaviano toccarono l'Africa, la Sicilia e la provincia Sardinia et Corsica. La porzione riservata ad Ottaviano era la peggiore: Sicilia e Sardegna erano infestate dai pirati di Sesto Pompeo (figlio di Pompeo Magno), a cui il Senato, nel periodo di incertezze della guerra di Modena, aveva attribuito il comando delle forze navali. Le scorrerie delle bande di Pompeo mettevano a rischio la stessa sopravvivenza di Roma, privandola di regolare vettovagliamento. L'Oriente era invece in mano dei cesaricidi Bruto e Cassio.[68]
I triumviri redassero delle liste di proscrizione, sull'esempio di Silla, contro gli assassini e gli oppositori di Cesare (o degli stessi triumviri): ciò condusse alla confisca dei beni e all'uccisione di centinaia di senatori e cavalieri, tra cui lo stesso Cicerone, che pagò le Filippiche rivolte contro Antonio.[68] Storici successivi, come Velleio Patercolo (2.66.1) e Svetonio (Augustus, 27.1) cercarono di sottrarre Augusto dalla responsabilità di queste morti e di quella di Cicerone in particolare.[44] A Roma e in Italia si scatenò quindi una caccia all'uomo senza eguali e in molti casi più feroce e indiscriminata di quella operata dopo la vittoria di Silla su Gaio Mario.[senza fonte] Molte furono le vittime illustri: ben 300 senatori caddero sotto i colpi degli assassini e 2 000 cavalieri ne seguirono la sorte.[48]
Altra barbarie decisa dai triumviri fu l'uso di appendere ai rostri del foro le teste dei nemici uccisi e di dare una ricompensa proporzionale a chi le portava: 25 000 denari agli uomini liberi, 10 000 agli schiavi con l'aggiunta della manomissione e dell'ottenimento della cittadinanza.[senza fonte]
Anche attraverso le confische dei beni dei proscritti, i triumviri avevano sistemato le proprie finanze e poterono concentrarsi su di un attacco a Oriente. Si preparò dunque la guerra contro Bruto e Cassio.[68]
La lotta per il potere tra Antonio e Ottaviano aveva ancora esito incerto. La divinizzazione di Cesare (gennaio del 42 a.C.) promosse la figura di Antonio, nella qualità di flamen di questo nuovo culto; d'altra parte, Ottaviano poté dichiararsi Divi filius ('figlio di un dio'), come mostrato in diverse monete coniate a partire dal 40 a.C. ca.[44][48]
Lasciati Munazio e Lepido a Roma, Antonio e Ottaviano partirono per la Grecia.[68]
La battaglia di Filippi
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Nell'ottobre del 42 a.C., i due triumviri si scontrarono con Bruto e Cassio, e li sconfissero in due scontri a Filippi, nella Macedonia orientale.[67] I due anticesariani trovarono la morte suicidandosi.[69] La battaglia fu vinta soprattutto per merito di Antonio e la parte di Ottaviano non fu certo gloriosa visto che Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis historia, afferma che "alla battaglia di Filippi [Ottaviano] cadde malato, fuggì e si nascose per tre giorni in una palude". Svetonio, per parte sua, riferisce: "il suo campo venne preso dal nemico e riuscì a scappare a stento, rifugiandosi dalla parte dove si trovava l'esercito di Antonio".[67] La versione ufficiale fu che Ottaviano era stato esortato a fuggire in un sogno avuto dal suo medico.[70]
La vittoria sui cesaricidi innalzò il prestigio soprattutto di Antonio, il che si avvertì nell'equilibrio della nuova spartizione. I triumviri, infatti, trovandosi ora padroni dei territori orientali, procedettero ad una redistribuzione delle province: a Lepido furono lasciate la Numidia e l'Africa, ad Antonio, oltre alle Gallie (con la Gallia Cisalpina che, dal 42 a.C., non era più una provincia), andò tutto l'Oriente romano, da cui aveva in mente di preparare un attacco all'Impero partico.[71] Ad Ottaviano spettarono l'Italia, la Sicilia, Sardinia et Corsica e le Spagne. Essendo state congedate tutte le legioni tranne undici, ad Ottaviano spettavano due compiti onerosi: assegnare terre italiche ai veterani e liberare il Mediterraneo da Sesto Pompeo, che muoveva la sua flotta dalla Sicilia, raggiunto dai superstiti delle proscrizioni e di Filippi.[71]
Riassetto della classe dirigente
[modifica | modifica wikitesto]Le proscrizioni, la guerra civile e lo scontro finale a Filippi avevano avuto, tra le conseguenze, anche un assai significativo ridimensionamento della classe dirigente di orientamento conservatore. Diverse famiglie della più antica aristocrazia romana si estinsero. Si formò una nuova aristocrazia, dal peso politico assai inferiore, perché composta da elementi delle municipalità italiche, figure che dovevano tutto ai triumviri. Le stesse municipalità assistettero a profonde epurazioni, che videro la rimozione dei magnati locali e la loro sostituzione con personaggi di fiducia dei triumviri, provenienti soprattutto dall'esercito. La composizione dell'élite romana cambiò radicalmente: i rapporti di dipendenza politica e personale assunsero una nuova rilevanza e rappresentarono un tassello fondamentale per la definitiva crisi della Repubblica e l'evoluzione verso il regime imperiale.[68]
Le terre italiche per i veterani di Filippi e il Bellum Perusinum
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Ottaviano fu dunque incaricato di confiscare terre in Italia da destinare ai veterani della battaglia di Filippi. Il compito era assai complesso: non restavano infatti più terre all'ager publicus ed erano state individuate diciotto città italiche a cui confiscare terreni, colpendo gli interessi di piccoli e medi proprietari. Le conseguenti rivolte furono cavalcate dall'allora console Lucio Antonio, fratello di Marco Antonio, affiancato dalla cognata Fulvia; nel 41 a.C., il console si ribellò ad Ottaviano, pretendendo che anche ai veterani del fratello fossero distribuite terre in Italia (oltre che ai 170 000 veterani di Ottaviano). Lucio si asserragliò a Perusia (Perugia) e fu però assediato. Sconfitto Lucio nel cosiddetto Bellum Perusinum ('guerra di Perugia') nel 40 a.C., la città fu abbandonata al saccheggio.[44][71]
Svetonio racconta che durante l'assedio di Perugia, mentre stava facendo un sacrificio non molto distante dalle mura cittadine, Ottaviano per poco non fu ucciso da un gruppo di gladiatori che avevano compiuto una sortita dalla città.[72] Non si può provare che Antonio fosse a conoscenza delle azioni del fratello; dopo la sconfitta di Lucio,[72] tanto Antonio come Ottaviano decisero di non dare troppo peso all'accaduto (Lucio Antonio fu risparmiato e perfino inviato in Spagna come governatore).[49]
Contemporaneamente a questi fatti, il legato di Antonio in Gallia, un certo Quinto Fufio Caleno, morì e le sue legioni passarono dalla parte di Ottaviano, che poté appropriarsi di nuove province del rivale. Svetonio aggiunge:
La pace di Brindisi
[modifica | modifica wikitesto]Sesto Pompeo si era intanto impossessato anche di Sardegna e Corsica. Ottaviano, timoroso di un avvicinamento tra questi e Antonio, sposò Scribonia, sorella di Lucio Scribonio Libone (suocero di Sesto Pompeo): da questa donna Ottaviano ebbe la sua unica figlia, Giulia.[27][49][71] Nell'estate del 40 a.C., Antonio, preoccupato dalle manovre di Ottaviano, cercò di sbarcare a Brindisi con l'aiuto di Sesto Pompeo, ma la città gli chiuse le porte. I soldati di ambedue le fazioni si rifiutarono di combattere e i triumviri, pertanto, misero da parte le discordie.
Gli accordi matrimoniali tra Ottaviano e Pompeo non impedirono a quest'ultimo di avanzare intese ad Antonio, che questi però rifiutò.[48] Con la mediazione di Caio Asinio Pollione e Caio Cilnio Mecenate, antoniano il primo, consigliere di Ottaviano il secondo, i due triumviri decisero di incontrarsi e finirono per accordarsi.[71]
Con il trattato di Brindisi (settembre o ottobre del 40 a.C.) si venne a una nuova divisione delle province: ad Antonio restò l'Oriente romano da Scutari, compresa la Macedonia e l'Acaia; a Ottaviano l'Occidente compreso l'Illirico; a Lepido, ormai fuori dai giochi di potere, l'Africa e la Numidia.[49] Il patto fu sancito con il matrimonio tra Antonio, da poco vedovo di Fulvia, e la sorella di Ottaviano, Ottavia minore.[71] L'illusoria atmosfera di riconciliazione fu catturata dal poeta Virgilio nelle Bucoliche (IV ecloga). A Roma, Ottaviano consolidava il consenso della plebs attraverso l'operato di Marco Vipsanio Agrippa e le sue migliorie alle infrastrutture urbane.[44]
Il conflitto con Sesto Pompeo
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Sesto Pompeo, vistosi per nulla considerato a Brindisi, riprese le sue azioni di disturbo nel Mediterraneo, continuando a compromettere le forniture di grano a Roma. Antonio dovette nuovamente tornare dalla Grecia per incontrarsi con Ottaviano, nel 39 a.C., a Miseno (vedi Pace di Miseno). Ottaviano dovette riconoscere il possesso di Sicilia, Sardegna e Corsica a Pompeo, il quale otteneva inoltre la carica di augure, la promessa di un futuro consolato e l'impegno di Antonio a cedergli il Peloponneso. Gli esuli fuggiti dalle proscrizioni, dalle confische o da Filippi e passati con Pompeo ottennero l'amnistia. Pompeo, dal canto suo, si impegnò a garantire la ripresa dei rifornimenti a Roma. Antonio, però, tardò a cedergli il Peloponneso e, nel 38 a.C., Pompeo riprese le sue azioni di disturbo sul mare.[73]
Il pirata stava diventando un alleato scomodo e Ottaviano decise di disfarsene: ripudiò Scribonia e sposò Livia Drusilla, madre del futuro imperatore Tiberio e in attesa di un secondo figlio (Druso). Pompeo perse Sardegna e Corsica per mano di un suo luogotenente, che lo tradì e passò con Ottaviano. Si arrivò così a una prima serie di scontri per il dominio sulla Sicilia non particolarmente felici per Ottaviano: la flotta preparata per invadere l'isola fu infatti distrutta sia da Pompeo sia da un violento fortunale.[49][73] Ottaviano fu costretto a invocare l'aiuto di Antonio: ottenne rinforzi con l'accordo di Taranto del 37 a.C., che sancì anche il rinnovo del triumvirato, scaduto alla fine del 38 a.C. Secondo l'accordo, Antonio avrebbe fornito 120 navi da guerra ad Ottaviano e questi avrebbe ricambiato con 20 000 legionari per la campagna partica.[73]
Nel 36 a.C., grazie ad Agrippa, Ottaviano riuscì a porre fine alla guerra con Sesto Pompeo. Quest'ultimo, grazie anche ad alcuni rinforzi inviati da Antonio, fu infatti sconfitto definitivamente alla battaglia di Nauloco, il che risolse anche il problema degli approvvigionamenti all'Urbe.[5][44]
Ancora Svetonio racconta di altri episodi curiosi di questa guerra contro Pompeo:
La Sicilia cadde e Sesto Pompeo fuggì in Oriente, dove poco dopo fu assassinato dai sicari di Antonio.[49]
A quel punto, però, Ottaviano dovette far fronte alle ambizioni di Lepido, il quale riteneva che la Sicilia dovesse toccare a lui e, rompendo il patto di alleanza, mosse per impossessarsene con ventidue legioni. Sconfitto però rapidamente, dopo che i suoi soldati lo abbandonarono passando dalla parte di Ottaviano, Lepido fu infine confinato al Circeo, pur conservando la carica pubblica di pontifex maximus.[5]
Antonio in Oriente
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territori egizi pre-37 a.C.
territori egizi dal 37 a.C.
territori egizi dal 34 a.C.
territori egizi acquisiti solo formalmente
territori di Marco Antonio
regni clienti di Marco Antonio
Dopo la battaglia di Filippi, Marco Antonio concentrò i propri sforzi in Oriente, cercando di proseguire sulla linea di Giulio Cesare e programmando una campagna contro l'Impero partico, vendicando così il disastro della battaglia di Carre e la morte di Crasso.[74]
Per prima cosa, Antonio si preoccupò di aggiustare le proprie finanze, tassando pesantemente le comunità asiatiche, accusate di aver appoggiato i cesaricidi. Al contempo, il triumviro cercò l'alleanza di sovrani orientali, in particolare quella del regno ellenistico d'Egitto, dal 305 a.C. in mano alla dinastia tolemaica. L'Egitto, allora governato dalla regina Cleopatra VII (nominalmente insieme a Tolomeo XV, il figlio di Giulio Cesare), era eccezionalmente ricco e, in particolare, era in grado di fornire un'immensa produzione cerealicola.[74]
Nel 41 a.C., Antonio convocò Cleopatra a Tarso (in Cilicia), ma la regina lo convinse a passare l'inverno con lei in Egitto. Dall'unione tra Antonio e Cleopatra nacquero due gemelli. I due poi si separarono per poi incontrarsi solo tre anni dopo.[74]
Nella primavera del 40 a.C., i Parti travolsero i generali antoniani in Siria e conquistarono Asia minore e Giudea. Antonio, costretto a ritornare in Italia in relazione alla guerra di Perugia, vi si trattenne per stipulare gli accordi di Brindisi e per sposare Ottavia, la sorella di Ottaviano, con cui partì per Atene nella seconda metà del 39 a.C.[74]
Verso la fine del 39 a.C., il generale antoniano Publio Ventidio Basso si oppose validamente all'avanzata partica; nel 38 a.C., fu fatto governatore della Siria e in questa veste arginò un ulteriore tentativo, riuscendo a ricacciare i Parti al di là dell'Eufrate. Nel 37 a.C., l'Impero partico si ritrovò invischiato in una crisi dinastica, ma Antonio non poté approfittarne, essendo a Taranto per il rinnovo del triumvirato.[74]
Dopo Taranto, Antonio tornò in Oriente, lasciando Ottavia in Italia. Cercò a quel punto di mettere a punto un riassetto dei domini orientali, attraverso l'attribuzione di territori romani a principi a lui fedeli. Nell'autunno del 37 a.C. poté incontrare Cleopatra e riconobbe i gemelli avuti da lei. In questo frangente, assegnò all'Egitto parte della Cilicia, la Fenicia, la Celesiria, parte dell'Arabia e forse anche Cipro. Augusto, a Roma, non tardò ad approfittare di queste scelte, dipingendole come scandalose e diffamando Antonio.[74]
Nella primavera del 36 a.C. Antonio diede finalmente avvio alla sua campagna partica. Attaccò l'impero avversario da nord, attraverso il Regno di Armenia, e giunse ad assediare Fraata, nella Media Atropatene (odierno Azerbaigian). L'assedio fallì, perché i Parti erano riusciti a distruggere le macchine romane nell'avanzata. Con l'inverno alle porte, Antonio dovette ritirarsi, subendo gravi perdite. Nel 35 a.C., Antonio preparò un ulteriore attacco all'Armenia e alla Partia per l'anno successivo. Detronizzò il subdolo re armeno Artavaside II e ne occupò il regno, ma questo fu il solo risultato dell'iniziativa.[74]
Sempre nel 35 a.C. si era intanto giunti, tra Ottaviano e Antonio, ad una rottura insanabile. Dopo la ritirata dalla rovinosa campagna partica, Antonio assisté all'arrivo di appena 70 navi da guerra delle 250 offerte ad Ottaviano in base agli accordi di Taranto del 37 a.C. per il rinnovo del Triumvirato. Al contempo, invece dei 20 000 legionari promessi, Ottaviano inviò la sorella Ottavia, accompagnata da 2 000 uomini. Era un'ovvia provocazione, ma Antonio abboccò, respingendo Ottavia. Fu facile, a quel punto, per Ottaviano dipingersi come parte offesa, con Antonio che, per colpa di un'amante orientale, cacciava la legittima moglie romana.[75]
La conquista dell'Armenia fu celebrata da Antonio ad Alessandria. Il triumviro confermò i domini orientali assegnati a Cleopatra e al figlio, indicato come unico vero erede di Cesare, e attribuì ai gemelli avuti con Cleopatra altri territori conquistati.[76]
Fine del triumvirato
[modifica | modifica wikitesto]Dopo l'eliminazione graduale di tutti i contendenti nell'arco di sei anni, da Bruto e Cassio, a Sesto Pompeo e Lepido, la situazione rimase nelle sole mani di Ottaviano in Occidente e di Antonio in Oriente, portando un inevitabile aumento dei contrasti tra i due triumviri, ciascuno troppo ingombrante per l'altro, tanto più che i successi ottenuti nelle campagne militari di Ottaviano in Illirico (35-33 a.C.) e contro Lepido non erano stati compensati da Antonio in Oriente, impegnato in una disastrosa campagna contro i Parti, da cui conseguì il Regno di Armenia.
Ottaviano ottenne un nuovo consolato, il secondo, nove anni dopo il primo (nel 33 a.C.) e un terzo, un anno dopo il secondo (nel 31 a.C.).[32] Alla sua scadenza, nel 33 a.C., il triumvirato non venne rinnovato (durò infatti dieci anni[1]). Ottaviano e Antonio, inoltre, non erano più legati da vincoli di sangue, visto che il primo aveva divorziato da Scribonia (parente di Antonio) nel 39 a.C. e il secondo aveva ripudiato Ottavia (sorella di Ottaviano) per congiungersi con Cleopatra VII, regina dell'Egitto tolemaico.
Guerra con Antonio e vittoria ad Azio
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Il conflitto era ora inevitabile. Mancava solo il casus belli, che Ottaviano trovò nel testamento di Antonio, in cui risultavano le sue decisioni di lasciare i territori orientali di Roma a Cleopatra e ai suoi figli, compreso Cesarione, figlio di Gaio Giulio Cesare.[77] Svetonio ricorda infatti, riferendosi al 32 a.C.:
Svetonio aggiunge che Antonio scriveva ad Augusto in modo confidenziale, quando non era ancora scoppiata la guerra civile tra loro:
In seguito, quando fece dichiarare nemico pubblico Antonio, gli rimandò i suoi parenti e i suoi amici, tra cui i consoli Gaio Sosio e Gneo Domizio Enobarbo.[77] Poi il Senato di Roma dichiarò guerra a Cleopatra, ultima della dinastia tolemaica di Egitto, sul finire del 32 a.C. Antonio e Cleopatra furono sconfitti nella battaglia di Azio, del 2 settembre 31 a.C.[77][78] Approfittando dei venti, con sessanta navi da guerra rimaste la regina fuggì in Egitto e la decisione di Antonio di seguirla danneggiò il morale delle truppe. La coppia si riunì e inviò un'ambasciata ad Ottaviano, chiedendo che il trono d'Egitto andasse alla discendenza della regina e che Antonio potesse trasferirsi ad Atene per vivervi da privato cittadino. Ottaviano rifiutò e anzi propose a Cleopatra di abbandonare o di assassinare Antonio.[79] Nella primavera del 30 a.C., Ottaviano attraversava la Siria, mentre Gaio Cornelio Gallo avanzava in Cirenaica. Il 1º agosto del 30 a.C. Augusto entrò ad Alessandria e Antonio si tolse la vita. Cleopatra e Ottaviano si incontrarono: il sospetto di poter essere condotta a Roma la indusse a uccidersi (il 10 o il 12 agosto).[79]
Come ricorda Cornelio Nepote, nella sua biografia di Tito Pomponio Attico (XX), "ognuno dei due desiderava essere a capo non solo di Roma ma del mondo intero".[44] Questo conflitto insanabile per il dominio universale tra due uomini che pure si stimavano amici, ma dalle nature opposte, è ricordato anche nella tragedia Antonio e Cleopatra di William Shakespeare (1607/1608)[80], in cui ad Ottaviano, alla notizia della morte di Marco Antonio, è fatto dire:
I have followed thee to this, but we do lance
Diseases in our bodies. I must perforce
Have shown to thee such a declining day
Or look on thine. We could not stall together
In the whole world. But yet let me lament
With tears as sovereign as the blood of hearts
That thou my brother, my competitor
In top of all design, my mate in empire,
Friend and companion in the front of war,
The arm of mine own body, and the heart
Where mine his thoughts did kindle—that our stars
Unreconciliable should divide
«O Antonio, ti ho braccato fin qui, ma è necessario
Incidere il cancro che abbiamo nel corpo.
Io dovevo per forza o mostrate a te
Un simile tramonto, o contemplare il tuo:
Non potevamo abitare insieme
Nel grande mondo. Lascia però che io lamenti
Con lacrime sovrane come il sangue dei cuori
Che tu, mio fratello, mio socio
Nei supremi disegni, mio collega nell'impero,
Amico e compagno sul fronte della guerra,
Braccio del mio stesso corpo, e cuore
In cui il mio alimentava i suoi moti –
Che le nostre stelle abbiano, inconciliabili,
Troncato così la nostra eguaglianza.»
Riassetto dell'Egitto
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Dopo Azio, Ottaviano non solo ordinò di uccidere il figlio di Cleopatra, Cesarione (la cui paternità veniva attribuita dalla regina a Cesare),[77] ma decise di annettere l'Egitto (30 a.C.), compiendo l'unificazione dell'intero bacino del Mediterraneo sotto Roma, e facendo di questa nuova acquisizione la prima provincia imperiale, governata da un proprio rappresentante, il prefetto d'Alessandria ed Egitto.[83] L'imperium di Ottaviano su questa provincia venne probabilmente sancito da una legge comiziale già nel 29 a.C., due anni prima della messa in opera del nuovo assetto provinciale. Svetonio racconta che in questa circostanza, quando si trovava ancora ad Alessandria, Ottaviano:
Per la storiografia moderna più datata, la nuova forma di governo riservata alla provincia d'Egitto ebbe origine dal tentativo di compensare la popolazione indigena della perdita del loro monarca-dio (il faraone) con la nuova figura del princeps;[84] in realtà, la scelta di Ottaviano di porre a capo della nuova provincia un prefetto plenipotenziario (figura che derivava direttamente dal prefetto della città tardo-repubblicana), il cosiddetto praefectus Alexandreae et Aegypti, titolo ufficiale attribuito al neo-governatore collegato alla soppressione della bulè di Alessandria, fu dettata dal contesto in cui avvenne la conquista del paese: la guerra civile, ragioni di ordine strategico-militare nella lotta fra le due factiones tardo-repubblicane pro-Occidente o pro-Oriente, l'importanza del grano egiziano[83] per l'annona di Roma e, non da ultimo, il tesoro tolemaico. L'aver potuto, infatti, mettere le mani sulle risorse finanziarie dei Tolomei consentì ad Ottaviano di pagare molti debiti di guerra, nonché decine di migliaia di soldati che in tanti anni di campagne lo avevano servito, disponendone l'insediamento in numerose colonie[85] sparse in tutto il mondo romano.[86] Svetonio aggiunge che Ottaviano:
Da Ottaviano ad Augusto
[modifica | modifica wikitesto]Ottaviano era divenuto, di fatto, il padrone assoluto dello Stato romano, anche se formalmente Roma era ancora una repubblica e Ottaviano stesso non era ancora stato investito di alcun potere ufficiale, dato che la sua potestas di triumviro non era stata più rinnovata: nelle Res gestae riconosce di aver governato in questi anni per consensum universorum ("per consenso generale"), avendo per questo motivo ricevuto una sorta di perpetua tribunicia potestas[1] (certamente un fatto extra-costituzionale).[88][89]
Finché questo consenso continuò a comprendere l'appoggio leale degli eserciti, Ottaviano poté governare al sicuro e la sua vittoria costituì, di fatto, la vittoria dell'Italia sul vicino Oriente, la garanzia che mai il dominio romano avrebbe potuto trovare altrove il suo equilibrio e il suo centro al di fuori di Roma.
L'epoca delle guerre civili era comunque conclusa. Nelle parole di Svetonio:



Il Senato conferì progressivamente ad Ottaviano onori e privilegi, ma il problema che egli doveva risolvere consisteva nella trasformazione della sostanza dei rapporti istituzionali, lasciando intatta la forma repubblicana. I fondamenti del reale potere vennero individuati nell'imperium e nella tribunicia potestas: il primo, proprio dei consoli, conferiva a chi ne era titolare il potere esecutivo, legislativo e militare, mentre la seconda, propria dei tribuni della plebe, offriva la facoltà di opporsi alle decisioni del Senato, controllandone la politica grazie al diritto di veto. Ottaviano cercò di ottenere tali poteri evitando di alterare le istituzioni repubblicane e dunque senza farsi eleggere a vita console e tribuno della plebe, ed evitando inoltre la soluzione cesariana (Giulio Cesare era stato eletto, prima annualmente e poi a vita, dictator). La carica di dittatore gli fu infatti offerta, ma egli prudentemente la rifiutò:
Egli considerò il titolo di dominus ('signore') come un grave insulto e sempre lo respinse con vergogna.
Svetonio racconta che un giorno, durante una rappresentazione teatrale alla quale assisteva, un mimo esclamò: O dominum aequum et bonum! («O signore giusto e buono!»). Tutti gli spettatori approvarono esultanti, quasi che l'espressione fosse rivolta ad Augusto, ma egli, non solo pose fine a queste adulazioni con un gesto e lo sguardo, ma il giorno seguente emise anche un severo proclama che vietasse ulteriori piaggerie. Egli, infine, non permise che lo chiamassero dominus né i figli o i nipoti, che fosse per gioco o in tono serio.[90] Ancora Svetonio racconta che Ottaviano:
Nel 27 a.C., Ottaviano restituì formalmente nelle mani del Senato e del popolo romano i poteri straordinari assunti per la guerra contro Cleopatra, ricevendo in cambio il titolo di console da rinnovare annualmente, una potestas con maggiore auctoritas rispetto agli altri magistrati (consoli e proconsoli), poiché aveva diritto di veto in tutto l'Impero, a sua volta non assoggettato ad alcun veto da parte di qualunque altro magistrato;[91] l'imperium proconsulare decennale, rinnovatogli poi nel 19 a.C., sulle cosiddette province "imperiali" (compreso il controllo dei tributi delle stesse), vale a dire le province dove fosse necessario un comando militare, ponendolo di fatto a capo dell'esercito;[92] il titolo (su proposta di Lucio Munazio Planco) di Augusto,[51] cioè "degno di venerazione e di onore". Scrive a questo proposito Svetonio:[93]
Tale titolo sancì la sua posizione sacra, che si fondava sul consensus universorum di Senato e popolo romano. Gli furono inoltre attribuiti il titolo di princeps ("primo cittadino") e il diritto di condurre trattative con chiunque volesse, compreso il diritto di dichiarare guerra o stipulare trattati di pace con qualunque popolo straniero.[94]
Questi poteri decretarono che le province fossero divise in senatorie, rette da magistrati eletti dal Senato, e imperiali, rette da magistrati sottoposti al diretto controllo di Augusto; faceva eccezione l'Egitto, retto da un prefetto di rango equestre, munito di un imperium delegato da Augusto ad similitudinem proconsulis. L'imperium consentì ad Augusto di assumere direttamente il comando delle legioni stanziate nelle province non pacatae e di avere così costantemente a disposizione una forza militare a garanzia del proprio potere, nel nesso inscindibile tra esercito e comandante, così come definito dalla riforma di Gaio Mario, ormai vecchia di quasi un secolo. L'imperium gli garantiva inoltre la gestione diretta dell'amministrazione e la facoltà di emanare decreta, decisioni di carattere giurisdizionale, ed edicta, decisioni di carattere legislativo.
Sotto il controllo del Senato restarono le truppe di stanza nelle province senatoriali, le quali furono rette da un proconsole o propretore. Formalmente, il Senato avrebbe potuto in qualunque momento emanare un senatus consultum, limitando o revocando del tutto i poteri conferiti.
Nel 23 a.C. ad Augusto fu conferita a vita la tribunicia potestas[1], che secondo alcuni gli era già stata attribuita a partire dal 28 a.C. Tale potestas divenne la vera base costituzionale del potere imperiale: comportava infatti l'inviolabilità della persona e il diritto di intervenire in tutti i rami della pubblica amministrazione, e ciò senza i vincoli repubblicani della collegialità della carica e della durata annuale. Particolarmente significativo fu il diritto di veto, che garantì ad Augusto la facoltà di bloccare qualunque iniziativa legislativa che considerasse pericolosa per la propria autorità. Nello stesso anno l'imperium di cui già godeva divenne imperium proconsulare maius et infinitum, in modo da comprendere anche le province senatorie: tutte le forze armate dello Stato romano dipendevano ora da lui.[95]
Ancora, gli furono conferite nuove onorificenze negli anni successivi. Nel 13 a.C., quando il pontefice massimo Lepido morì, Ottaviano assunse anche questa carica, divenendo capo religioso dello Stato.[4][96][97]
Nell'8 a.C. fu emanata la lex Iulia maiestatis, con cui per la prima volta venne punita l'offesa alla "maestà" dell'imperatore, in seguito foriera di conseguenze negative per tutto il periodo successivo. Per finire, nel 2 a.C., anno dell'inaugurazione del tempio di Marte Ultore e del Foro di Augusto, gli fu conferito il titolo onorifico di Pater Patriae ('padre della patria').[6]
Il principato
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L'ambizione di Augusto era quella di essere fondatore di un optimus status, facendo rivivere le più antiche tradizioni romane e nel contempo tenendo conto delle problematiche dei tempi. Il mantenimento formale dell'apparato repubblicano, nel quale fu introdotto il nuovo concetto della personale auctoritas del princeps ('primo fra pari'), permise di risolvere i conflitti per il potere vissuti nell'ultimo secolo della Repubblica. Egli non schiacciò affatto l'antica aristocrazia, ma le affiancò, in una più vasta cerchia del privilegio, il ceto degli uomini d'affari e dei funzionari, organizzati nell'ordine equestre, i cui membri furono spesso utilizzati dall'imperatore per controllare l'attività degli organi repubblicani e per il governo delle province imperiali.[98]
Ottaviano, una volta ricevuti i necessari poteri da parte di Senato e Popolo romano, cominciò ad assumere misure atte a dare all'Italia e alle province il sospirato benessere dopo oltre un decennio di guerre civili: riordinò il cursus honorum delle magistrature repubblicane, ne creò di nuove (come la figura del curator o quella del praefectus Urbis[99]), ripristinò la carica magistratuale del censor,[99] aumentò il numero dei pretori[99] e promosse leggi che frenavano il diffondersi del celibato e incoraggiavano la natalità, emanando la lex Iulia de maritandis ordinibus del 18 a.C. e la lex Papia Poppaea del 9 d.C. (a completamento della prima legge).
La Pax Augusta
[modifica | modifica wikitesto]Con l'avvento del principato di Augusto, iniziò un lungo periodo di pace interna. Restavano da pacificare la Spagna e alcune zone della Gallia, e l'imperatore portò a termine il compito con decisione, guidando alcune campagne personalmente e affidandone altre ad Agrippa. Da quel momento, gli eserciti furono impegnati solo nell'allargare i confini dell'Impero. Per decreto del Senato, nel 17 a.C. si celebrò l'inizio di una nuova epoca, un nuovo saeculum di pace e si riprese la tradizione dei ludi saeculares, che durante la repubblica si erano tenuti ogni cent'anni. Per celebrare questo grande momento, nel 9 a.C. fu costruito al Campo Marzio un grande altare alla Pace di Augusto, l'Ara Pacis Augustae.
Politica interna
[modifica | modifica wikitesto]Politica sociale e di moralizzazione
[modifica | modifica wikitesto]I disordini che ancora affliggevano Roma dopo la fine della guerra civile furono in gran parte ridimensionati dalla nuova politica autoritaria del princeps. Augusto represse il brigantaggio, mettendo posti di guardia, comandando ispezioni e sciogliendo tutte le associazioni (collegia), con l'eccezione di quelli più antichi.[100]
Considerando importante conservare la purezza della razza romana, fu molto restio nel concedere la cittadinanza romana, ponendo anche precise regole riguardo all'affrancamento degli schiavi.[101]
Riorganizzò l'ordine senatorio, nettandolo da quegli elementi giudicati deformi et incondita turba. Ne ridusse poi il numero alla cifra di un tempo, pari a 600, e gli restituì l'antica dignità attraverso due selezioni: la prima era generata dai senatori stessi, in quanto ognuno sceglieva un collega; la seconda era operata dallo stesso princeps e dal fedele Marco Vipsanio Agrippa.[102] Elevò poi il censo senatoriale, portandolo da ottocentomila a un milione e duecentomila sesterzi, e diede la differenza ai senatori che non ne avevano abbastanza.[103]
Fece bruciare le liste dei vecchi debitori dell'aerarium, spesso utilizzate per accuse calunniose, e combatté le liti temerarie.[100]
Politica religiosa
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Quanto alla politica religiosa, la crisi della religione romana, cominciata in tarda età repubblicana, fu in parte arrestata dagli interventi di Augusto, il quale cercò di recuperare le tradizioni in disuso.[104]
Rispettò i culti religiosi stranieri, ma solo quelli di antica tradizione.[105]
Amministrazione della giustizia
[modifica | modifica wikitesto]Anche la giustizia e il diritto romano vennero riformati, con iniziative tese ad evitare che i delitti rimanessere impuniti a causa di ritardi. Alle tre decurie di giudici ne aggiunse una quarta, seppure di censo inferiore, chiamata «dei ducenari»,[106] con il compito di giudicare riguardo a importi inferiori.[100] I processi in appello a Roma, vennero affidati a un pretore urbano, quelli in provincia a consoli anziani, preposti dall'imperatore a questo genere di funzione.[107]
Lo stesso Augusto giudicava con assiduità e, qualche volta, anche di notte. Emise sentenze con il massimo scrupolo, ma, stando a Svetonio, anche con estrema indulgenza.[107][108]
Il princeps ritoccò alcune leggi, altre le rifece completamente, come la lex Iulia de adulteriis coercendis (tra il 18 e il 16 a.C.[109]) e la lex Iulia de maritandis ordinibus[110], con provvedimenti tesi a frenare il diffondersi del celibato e incoraggiare la natalità.[111]
Amministrazione dell'Italia e di Roma
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Augusto divise l'Italia in undici regioni arricchendola di nuovi centri. Svetonio e le Res gestae divi Augusti parlano della fondazione di ben 28 colonie.[85][112][113] Il princeps riconobbe, in un certo modo, l'importanza di queste colonie, attribuendo loro diritti pari a quelli di Roma, permettendo ai decurioni delle colonie di votare, ciascuno nella propria città, per l'elezione dei magistrati di Roma, facendo pervenire il loro voto nell'Urbe il giorno delle elezioni.[85]
Augusto privilegiò l'Italia rispetto alle province, costruendovi una fitta rete di strade e dotando le città di numerose strutture pubbliche (fori, templi, anfiteatri, teatri, terme)[114] e di uffici per la raccolta dei tributi.[85] L'economia italica era florida: agricoltura, artigianato e industria ebbero una notevole crescita, che permise l'esportazione dei beni verso le province. L'incremento demografico fu rilevato da Augusto tramite tre censimenti.[1]
Augusto fece di Roma una monumentale città di marmo, migliorò l'approvvigionamento idrico con la costruzione di due nuovi acquedotti[115] e creando un corpo di tre curatores aquarum; la città fu divisa in 14 regiones per meglio amministrarla; furono istituiti cinque curatores riparum et alvei Tiberis per proteggere Roma da eventuali inondazioni;[114] curò personalmente gli approvvigionamenti di cibo necessari alla popolazione della capitale, con la creazione del praefectus annonae e di due praefecti frumenti dandi (di rango senatorio) per somministrare i sussidi; incrementò, infine, il livello di sicurezza cittadina, ponendo a salvaguardia dell'Urbe tre nuove prefetture: la praefectura vigilum per far fronte agli incendi di Roma;[116][114] la praefectura urbi al fine di mantenere l'ordine pubblico; la guardia pretoriana (cohortes praetoriae), quale guardia personale del princeps.[117]
Opere pubbliche
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Sotto il suo governo vennero spese ingenti somme di denaro per fornire Roma di riserve di grano, acqua e di corpi di polizia,[116] e per l'erezione o il restauro di pubblici edifici.
Numerosi furono, infatti, gli edifici, le opere pubbliche e i monumenti celebrativi costruiti o restaurati durante il suo principato:
Basterebbe ricordare, a titolo d'esempio:
- la costruzione di un nuovo foro, accanto al Foro di Cesare, che includeva anche il tempio di Marte Ultore;[118]
- la monumentalizzazione dell'area del Campo Marzio, attuata con la collaborazione di Agrippa, attraverso la costruzione del Mausoleo dinastico, dell'Ara Pacis, dei Saepta Iulia assieme al Diribitorium, del Pantheon e delle Terme di Agrippa, oltre al Teatro di Marcello, alla Basilica di Nettuno e ai due portici di Ottavia[118] e di Filippo. Presso il teatro di Marcello fece completare il tempio di Apollo Sosiano;
- la costruzione, nel Foro Romano, del Tempio del Divo Giulio, di uno o due archi trionfali[118], dell'arco di Gaio e Lucio Cesari presso una ricostruita Basilica Emilia, di una nuova tribuna con i rostri delle navi vinte nella battaglia di Azio.
- La creazione, tramite acquisti e nuove costruzioni, della Domus Augustea presso il Palatino, il primo palazzo imperiale, formato da una parte privata e una pubblica, e da un tempio ad Apollo presso la domus stessa. Sempre di questo complesso facevano parte il portico delle Danaidi e l'area Apollinis;
- edifici funzionali quali il Macellum Liviae sull'Esquilino, i tre acquedotti Aqua Iulia, Aqua Virgo e Aqua Alsietina, oltre a un nuovo ponte sul Tevere, grazie soprattutto al coordinamento di Agrippa.[118]
Tra le opere principali fatte da Augusto, Svetonio ricordò anche il portico di Livia e il tempio di Giove Tonante.
Amministrazione provinciale
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Nel 27 a.C., riorganizzò le province da un punto di vista fiscale e amministrativo, delegando l'amministrazione delle province nel seguente modo:
- Per sé stesso, tenne le cosiddette province non pacificate[119] ovvero quelle in cui erano stanziate le legioni, con il fine di giustificare il potere sull'esercito. Erano dette imperiali e affidate ai legati Augusti pro praetore di rango senatorio. Faceva eccezione l'Egitto, in cui venne riconfermato il praefectus Alexandreae et Aegypti. Per l'aspetto tributario, tali province erano affidate a procuratores Augusti; le entrate andavano a confluire sulla neonata cassa del principe, il fiscus.
- Le rimanenti province, quelle di più antica costituzione (pacate) e prive di stanziamenti legionari (tranne che per la provincia d'Africa), vennero lasciate al governo delle promagistrature tradizionali (proconsules).[119] Tali province presero poi il nome di provinciae Populi Romani. I tributi venivano raccolti dai quaestores e confluivano nell'aerarium, l'antica cassa dello Stato romano.
- Altri distretti, di minori dimensioni e importanza, non elevati al rango di provincia e nei quali erano stanziate solo truppe ausiliare, furono affidati a ufficiali, col titolo di prefetti civitatum. Questi distretti dipendevano dal legato della provincia (o dell'esercito) più vicino: così la prefettura di Giudea dipendeva dal legato di Siria e le prefetture alpine dal legato dell'esercito germanico.
Creò, inoltre, nuovi e numerosi municipi e colonie, al fine di portare avanti l'opera di romanizzazione nelle province.[85][120] Nel 25 a.C. (in occasione della vittoria dei Romani sui Salassi), per volere dell'imperatore Augusto, venne fondata Augusta Praetoria (l'attuale Aosta). Durante il suo regno, venne fondata Iulia Augusta Taurinorum, (l'attuale Torino). Per quanto riguarda Bononia (Bologna), che era colonia di veterani di Antonio, Augusto ne confermò lo statuto, venendo onorato come padre della città (Storia di Bologna, 2005, A. Donati, G. Sassatelli editori). Creò inoltre il cosiddetto cursus publicus, vale a dire il servizio imperiale di posta che assicurava gli scambi all'interno dell'Impero romano.
Amministrazione finanziaria
[modifica | modifica wikitesto]| Denario | |
|---|---|
| Denario raffigurante Augusto imperatore |
Augusto riorganizzò l'amministrazione finanziaria dello Stato romano. Attribuì infatti un salario e una gratifica di congedo a tutti i soldati dell'esercito imperiale (sia ai legionari sia agli ausiliari); assegnò un salario (salaria) per il servizio pubblico per tutti i rappresentanti del Senato, per poi estenderlo gradualmente anche alle magistrature ordinarie. La magistratura di tipo repubblicano fu retribuita con indennizzi e cibaria, piuttosto che con salaria. Costituì inoltre il fiscus (ovvero la cassa delle entrate dell'imperatore), accanto al vecchio aerarium, che rimase la cassa principale (affidata dal 23 a.C. a due pretori, non più a due questori),[121] ma Augusto fu autorizzato ad attingere da esso le somme necessarie per tutte le funzioni amministrative e militari. L'imperatore, di fatto, poteva dirigere la politica economica di tutto l'impero e assicurarsi che le risorse fossero equamente distribuite in modo che le popolazioni sottomesse potessero considerare il governo di Roma una benedizione, non una condanna. Creò infine un aerarium militare per i compensi da dare ai veterani.[122]
Promosse, quindi, la rinascita economica, del commercio e dell'industria attraverso l'unificazione dell'area mediterranea, debellando completamente la pirateria e migliorando la sicurezza lungo le frontiere e internamente alle province. Creò una fitta rete stradale con un ottimo livello di manutenzione (affidandole alla cura dei suoi generali, che dovettero farle ripavimentare con l'argento dei loro bottini),[114] istituendo numerosi curatores viarum per la manutenzione delle strade in Italia e nelle province; nuovi porti commerciali e nuove attrezzature portuali come moli, banchine, fari; finanziò l'escavazione di canali e nuove esplorazioni (a volte anche militari oltreché commerciali) in terre lontane come l'Etiopia, la penisola arabica (fino all'attuale Yemen), le terre dei Garamanti, dei Germani del fiume Elba e l'India. In questa maniera restaurò la pax romana in tutto l'impero.[123]
Inoltre, nel 23-15 a.C., riordinò il sistema monetario, fissando i cambi tra la moneta aurea (1/40 di libbra) equivalente a 25 denari d'argento e a 100 sesterzi di rame, che restò praticamente immutato per due secoli.[124]
E infine, sappiamo che concesse numerosi congiaria, vale a dire distribuzioni di grano gratuite alla popolazione di Roma, o prestiti a tassi agevolati, come ci tramanda Svetonio:
Caratteristiche demografiche, economiche e sociali dell'Impero romano sotto Augusto
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Al tempo di Augusto l'Impero romano dominava su una popolazione di circa 55 milioni di persone (di cui 8-10 in Italia) su una superficie di circa 3,3 milioni di chilometri quadrati. Rispetto ai tempi moderni, la densità era piuttosto bassa: 17 abitanti per chilometro quadrato, i tassi di mortalità e natalità molto elevati e la vita media non superava i 20 anni. Solo un decimo della sua popolazione viveva nelle sue 3 000 città, più in particolare: 3 milioni circa abitavano nelle quattro città più grandi (Roma, Cartagine, Antiochia e Alessandria), di questi almeno un milione abitava nell'Urbe. Secondo calcoli approssimativi il prodotto interno lordo di quell'Impero era a quell'epoca attorno ai 20 miliardi di sesterzi e caratterizzato da vertiginose concentrazioni di ricchezze. Il reddito annuale dell'imperatore era attorno ai 15 milioni di sesterzi, quello dei 600 senatori ammontava a circa 100 milioni (0,5% del PIL), il 3% dei percettori di redditi godeva del 25% delle ricchezze prodotte. L'Italia, centro dell'Impero augusteo, godeva di una posizione privilegiata: grazie alle nuove conquiste di Augusto poteva disporre di nuovi grandi mercati di approvvigionamento (grano, in primo luogo, proveniente dalla Sicilia, dall'Africa, dall'Egitto) e di nuovi mercati di sbocco per le proprie esportazioni di vino e olio; le terre confiscate alle popolazioni sottomesse erano immense e dalle province arrivavano tributi in moneta e in natura (bottini di guerra, milioni di schiavi, tonnellate d'oro).[114][125]
Riorganizzazione dell'esercito
[modifica | modifica wikitesto]Augusto riorganizzò l'esercito legionario e ausiliario, distribuendolo nella province.[122] Introdusse un esercito permanente di volontari, disposti a servire inizialmente per sedici anni, e poi per vent'anni dal 6, unicamente dipendente da lui; istituì un cursus honorum anche per coloro che aspiravano a ricoprire i più alti incarichi nella gerarchia dell'esercito, con l'introduzione di generali professionisti, non più comandanti inesperti mandati allo sbaraglio nelle province di confine; creò l'aerarium militare.[122]
Delle legioni sopravvissute alla guerra civile, 28 rimasero dopo Azio, e 25 dopo la disfatta di Teutoburgo; vennero istituite le ali di cavalleria e le coorti di fanteria (o misti) di auxilia provinciali, traendoli da volontari non-cittadini, desiderosi di diventare cittadini romani al termine della ferma militare (della durata di 20-25 anni). In totale erano circa 340 000 uomini, di cui 140 000 servivano nelle legioni. Furono formate anche le coorti pretoriane e urbane (di Roma, Cartagine, Lione e d'Italia) e dei Vigili di Roma;[114] la flotta imperiale divisa in squadre a Ravenna, Miseno[122] (in precedenza posta a Portus Iulius presso Pozzuoli[5]) e Forum Iulii, e quelle provinciali di Siria ed Egitto, e le flottiglie fluviali su Reno, Danubio e Sava.[126]
Politica estera
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Quasi a dispetto dell'indole apparentemente pacifica di Augusto, il suo principato fu più travagliato da guerre di quanto non lo siano stati quelli della maggior parte dei suoi successori. Solo Traiano e Marco Aurelio si trovarono a lottare contemporaneamente su più fronti, al pari di Augusto. Sotto Augusto, infatti, furono coinvolte quasi tutte le frontiere, dall'oceano settentrionale fino alle rive del Ponto, dalle montagne della Cantabria fino al deserto dell'Etiopia, in un piano strategico preordinato che prevedeva il completamento delle conquiste lungo l'intero bacino del Mediterraneo e in Europa, con lo spostamento dei confini più a nord lungo il Danubio e più a est lungo l'Elba (in sostituzione del Reno).[127]
Le campagne di Augusto furono effettuate con il fine di consolidare le conquiste disorganiche dell'età repubblicana, le quali rendevano indispensabili numerose annessioni di nuovi territori. Mentre l'Oriente poté rimanere più o meno come Antonio e Pompeo lo avevano lasciato, in Europa fra il Reno e il Mar Nero fu necessaria una nuova riorganizzazione territoriale in modo da garantire una stabilità interna e, contemporaneamente, frontiere più difendibili.[128]
Gli storici contemporanei si sono spesso trovati d'accordo nel negare le qualità militari di Augusto, insistendo sul fatto che raramente egli andò personalmente sui campi di battaglia.[129] Aurelio Vittore, ricordando una tradizione antica, diede di questo principe un ritratto più lusinghiero. Egli si dimostrò, invece un abilissimo uomo politico e geniale stratega,[130] forse l'esatto contrario di ciò che fu Annibale: validissimo generale e tattico, ma con una dubbia visione politico-strategica del suo tempo, accecata dall'odio per i Romani.
Prima di tutto, Augusto in persona si dedicò, con l'aiuto di Agrippa, a portare a compimento una volta per tutte la sottomissione di quelle "aree interne" all'impero non ancora conquistate completamente, a partire dalla parte nord-ovest della penisola iberica, che ormai creava problemi da decenni e che fu condotta sotto il dominio romano, dopo una serie di pesanti campagne militari in Cantabria durate dieci anni (dal 29 al 19 a.C.). In seguito venne conquistato l'interno arco alpino, per dare maggior sicurezza interna ai valichi e alle relazioni fra Gallia e Italia. Le azioni nell'area furono numerose e spesso combinate su più fronti. I figliastri di Augusto, Druso e Tiberio, nel 15 a.C., sottomisero la Rezia, Vindelicia e Vallis Poenina, con un'operazione "a tenaglia", il primo proveniente dal Brennero e il secondo dalla Gallia.[128][131]

Ma fu la frontiera dell'Europa continentale che preoccupò Augusto più di ogni altro settore strategico. Essa comprendeva due settori principali: quello danubiano e quello renano. Dal 29 al 19 a.C. si procedette ad azioni combinate insieme ai re "clienti" traci, contro le popolazioni pannoniche, mesie, sarmatiche, getiche e bastarne fino ai confini macedoni. Il primo a intraprendere campagne nell'area balcanica fu il proconsole di Macedonia, Marco Licinio Crasso, in quale batté ripetutamente le popolazioni di Mesi, Triballi, Geti e Daci (nel 29 e 28 a.C.). A partire poi dal 14 al 9 a.C. i legati di Dalmazia e Macedonia, sotto l'alto comando prima di Agrippa[132] e poi di Tiberio, domarono Scordisci (sottomessi da Tiberio nel 12 a.C.[133]), Dalmati e Pannoni e respinsero le scorrerie di Bastarni, Sarmati e Daci d'oltre Danubio, mentre Pannonia e Dalmazia furono finalmente condotte sotto il dominio romano. Fu solo in seguito alla soppressione della rivolta durata per ben tre anni nell'area dell'Illirico romano (dal 6 al 9), che Tiberio poté fissare definitivamente il confine al fiume Drava.[128][134]

Le popolazioni germaniche avevano più volte tentato di passare il Reno: nel 38 a.C. (anno in cui gli alleati germani, Ubi, furono trasferiti in territorio romano)[135] e nel 29 a.C. i Suebi, mentre nel 17 a.C. i Sigambri, insieme a Usipeti e Tencteri (clades lolliana).[136] Augusto ritenne fosse giunto il momento di annettere la Germania, come aveva fatto suo padre Gaio Giulio Cesare con la Gallia. Desiderava portare i confini dell'Impero romano più a est, dal fiume Reno al fiume Elba. Il motivo era di ordine prettamente strategico, più che di natura economico-commerciale. Si trattava infatti di territori acquitrinosi e ricoperti da interminabili foreste ma il fiume Elba avrebbe ridotto notevolmente i confini esterni dell'impero.[128][131]
Toccò al figliastro di Augusto, Druso maggiore, il gravoso compito di operare in Germania. Le campagne che si susseguirono furono numerose, discontinue, e durarono per circa un ventennio dal 12 a.C. al 6 portando alla costituzione della nuova provincia di Germania con l'insediamento di numerose installazioni militari a sua difesa. Tutti i territori conquistati in questo ventennio furono però definitivamente compromessi quando nel 7 Augusto inviò in Germania Publio Quintilio Varo, sprovvisto di doti diplomatiche e militari, oltreché ignaro delle genti e dei luoghi. Nel 9 un esercito di 20 000 uomini composto da tre legioni venne massacrato nella selva di Teutoburgo, portando alla definitiva perdita di tutta la zona tra il Reno e l'Elba.[49][128][131]
La presenza di Augusto in Oriente subito dopo la battaglia di Azio, nel 30-29 a.C. e dal 22 al 19 a.C., oltre a quella di Agrippa fra il 23-21 a.C. e ancora tra il 16-13 a.C., dimostrava l'importanza di questo settore strategico. Fu necessario raggiungere un modus vivendi con la Partia, l'unica potenza in grado di creare problemi a Roma in Asia Minore. Per questi motivi la politica di Augusto si differenziò in base a due aree strategiche dell'Oriente antico.[128][137]
A occidente dell'Eufrate, dove Augusto provò a inglobare alcuni Stati vassalli, trasformandoli in province, come la Galizia di Aminta nel 25 a.C., o la Giudea di Erode Archelao nel 6; rafforzò vecchie alleanze con re locali, divenuti "re clienti di Roma", come accadde ad Archelao, re di Cappadocia, ad Asandro re del Bosforo Cimmerio, e a Polemone I re del Ponto,[138] o ai sovrani di Emesa e Iturea.[137][139]
A oriente dell'Eufrate, in Armenia, Partia e Media, Augusto ebbe come obbiettivo quello di ottenere la maggiore ingerenza politica senza intervenire con dispendiose azioni militari. Ottaviano mirò infatti a risolvere il conflitto con i Parti in modo diplomatico, con la restituzione nel 20 a.C., da parte del re parto Fraate IV, delle insegne perdute da Crasso nella battaglia di Carre del 53 a.C. Augusto avrebbe potuto rivolgersi contro la Partia per vendicare le sconfitte subite da Crasso e da Antonio, al contrario ritenne invece possibile una coesistenza pacifica dei due imperi, con l'Eufrate come confine per le reciproche aree di influenza. Di fatto entrambi gli imperi avevano più da perdere da una sconfitta, di quanto potessero realisticamente sperare di guadagnare da una vittoria. Infatti, durante tutto il suo lungo principato, Augusto concentrò i suoi principali sforzi militari in Europa. Il punto cruciale in Oriente era, però, costituito dal Regno d'Armenia che, a causa della sua posizione geografica, era da un cinquantennio oggetto di contesa fra Roma e la Partia. Egli mirò a fare dell'Armenia uno Stato-cuscinetto romano, con l'insediamento di un re gradito a Roma, e se necessario imposto con la forza delle armi, come avvenne nel 2 quando, di fronte a una possibile invasione romana dell'Armenia, Fraate V riconobbe la preminenza romana davanti a Gaio Cesare, mandato in missione da Augusto.[137]

La frontiera meridionale africana, per finire, poneva problemi diversi nei suoi settori orientale e occidentale.[140]
A oriente, dopo la conquista nel 30 a.C., l'Egitto divenne la prima provincia imperiale, retta da un prefetto di rango equestre, il prefetto d'Egitto, a cui Ottaviano aveva delegato il proprio imperium sul paese, con ben tre legioni di stanza (III Cyrenaica, VI Ferrata e XXII Deiotariana). L'Egitto costituì negli anni seguenti una base di partenza strategica per spedizioni lontane; il primo prefetto, Cornelio Gallo, dovette reprimere un'insurrezione nel Sud dell'Egitto, Elio Gallo esplorò l'Arabia Felix, Gaio Petronio si spinse in direzione dell'Etiopia (25-22 a.C.) fino alla sua capitale.[128][141]
A occidente la provincia d'Africa e la Cirenaica conobbero due guerre: fra il 32 e il 20 a.C. contro i Garamanti dell'attuale Libia, mentre fra il 14 a.C. e il 6 fu la volta dei Nasamoni della Tripolitania, dei Musulami della regione di Theveste, dei Getuli e dei Marmaridi delle coste mediterranee centrali.[128][142]
I Romani intuirono che il compito di governare e di civilizzare un gran numero di genti contemporaneamente era pressoché impossibile, e che sarebbe risultato più semplice un piano di annessione graduale, lasciando l'organizzazione provvisoria affidata a principi nati e cresciuti nel paese d'origine. Nacque quindi la figura dei re clienti, la cui funzione era quella di promuovere lo sviluppo politico ed economico dei loro regni, favorendone la civilizzazione e l'economia. Augusto, infatti, dopo essersi impadronito per diritto di guerra (belli iure) di numerosi regni, quasi sempre li restituì agli stessi governanti a cui li aveva sottratti oppure li assegnò a principi stranieri.[143] Riuscì anche a unire all'Impero i re alleati attraverso legami di parentela. Si preoccupò di questi regni come se fossero parte del sistema provinciale imperiale, giungendo ad assegnare a principi troppo giovani o inesperti un consigliere, in attesa che crescessero e maturassero; allevando ed educando i figli di molti re, affinché molti di loro tornassero nei loro territori a governare come alleati del popolo romano.[143] In seguito, quando i regni raggiungevano un livello di sviluppo accettabile, essi potevano essere incorporati come nuove province o parti di esse. Le condizioni di Stato vassallo-cliente erano, dunque, di natura transitoria.
Tale disegno politico fu applicato all'Armenia, alla Giudea (fino al 6), alla Tracia, alla Mauretania e alla Cappadocia. A questi re clienti fu lasciata piena libertà nell'amministrazione interna, e probabilmente non furono tenuti a pagare tributi regolari, ma dovevano provvedere a fornire truppe alleate al bisogno oltre a concordare preventivamente la loro politica estera con l'imperatore.[144]
Il complesso delle riforme in età augustea
[modifica | modifica wikitesto]Augusto, nei decenni di principato, introdusse riforme d'importanza cruciale per i successivi tre secoli:[145]
- riformò il cursus honorum di tutte le principali magistrature romane, ricostruendo la nuova classe politica e aristocratica, e formando una nuova classe dinastica;
- riordinò il nuovo sistema amministrativo provinciale anche grazie alla creazione di numerose colonie – ventotto nella sola Italia – [85][112] e municipi che favorirono la romanizzazione dell'intero bacino del Mediterraneo;
- riorganizzò le forze armate di terra (con l'introduzione di milizie specializzate per la difesa e la sicurezza dell'Urbe, come le coorti urbane, i vigiles[116][114] e la guardia pretoriana) e di mare (con la formazione di nuove flotte in Italia e nelle province);
- riformò il sistema di difesa dei confini imperiali, acquartierando in modo permanente legioni e auxilia in fortezze e forti lungo l'intero limes;
- fece di Roma una città monumentale con la costruzione di numerosi nuovi edifici, avvalendosi di un collaboratore come Marco Vipsanio Agrippa;
- favorì la rinascita economica e il commercio, grazie alla pacificazione dell'intera area mediterranea, alla costruzione di porti, strade,[114] ponti e a un piano di conquiste territoriali senza precedenti,[146] che portarono all'aerarium immense e insperate risorse (basti pensare al tesoro tolemaico o al grano egiziano, alle miniere d'oro dei Cantabri o quelle d'argento dell'Illirico);
- promosse una politica sociale più equa verso le classi meno abbienti, con continuative elargizioni di grano e la costruzione di nuove opere di pubblica utilità (come terme, acquedotti[115] e fori);
- diede nuovo impulso alla cultura, grazie anche all'aiuto di Mecenate;
- introdusse una serie di leggi a protezione della famiglia e del mos maiorum chiamate leges Iuliae;
- riordinò il sistema monetario (23-15 a.C.), che rimase praticamente immutato per due secoli;
- ristabilì nel calendario l'ordine introdotto da Giulio Cesare, che era stato sconvolto con le guerre civili, dando poi il proprio soprannome al mese Sestile invece che a quello di settembre, in cui era nato, perché durante il Sestile era divenuto per la prima volta console e aveva ottenuto grandi vittorie.[96]
Letteratura latina
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Allo sforzo politico di Augusto si affiancò l'elaborazione in tutti i campi di una nuova cultura, di impronta classicistica, che fondesse gli elementi tradizionali in nuove forme consone ai tempi. Poeti e letterati contribuirono nell'essere i portavoce del programma civico e politico del princeps;[147][148] successivamente subentrò una fase dove le energie spirituali andarono spegnendosi e dove prevalse una letteratura accademica, intesa come mero esercizio retorico, priva di quei contenuti morali e civili necessari.[149]
Augusto si avvalse dell'aiuto dei letterati dell'epoca per rielaborare il mito delle origini di Roma, andando a prefigurare una nuova età dell'oro che trovò come principali interpreti, autori come Virgilio, Orazio, Livio, Ovidio, Properzio e Vario Rufo, facenti parte del cosiddetto "circolo letterario di Mecenate".[148][150][151] A quest'ambiente letterario appartenne anche Gaio Cornelio Gallo, che fu sia poeta sia uomo politico: come tale divenne il primo Prefetto di Alessandria e d'Egitto.
A fianco, vi era poi un altro circolo, quello "di Messalla", che ruotava attorno alla figura aristocratica di Marco Valerio Messalla Corvino, e che raccoglieva poeti di ispirazione bucolica ed elegiaca, in antitesi con gli interessi civili dei poeti di Mecenate.[152] Di questo secondo circolo facevano parte Tibullo,[153] Ligdamo e la poetessa Sulpicia; egli era legato anche da amicizia con Orazio e Ovidio. Messalla a suo tempo era stato un valoroso generale e collaboratore di Ottaviano, che si ritirò a vita privata dopo il 27 a.C. Questo circolo, in antitesi con quello di Mecenate, rinunciò all'impegno morale e civico, a favore di un'ispirazione idilliaca, agreste ed elegiaca.[154]

L'età di Augusto è considerata uno fra i più importanti e fiorenti periodi della storia della letteratura mondiale per numero di ingegni letterari, dove i principi programmatici e politici di Augusto erano appoggiati dalle stesse aspirazioni degli uomini di cultura del tempo.[147] Del resto la politica a favore del primato dell'Italia sulle province, la rivalutazione delle antiche tradizioni, accanto a temi come la santità della famiglia, dei costumi, il ritorno alla terra e la missione pacificatrice e aggregante di Roma nei confronti degli altri popoli conquistati, furono temi cari anche ai letterati di quell'epoca.[150]
I tempi erano ormai maturi perché la letteratura latina sfidasse quella greca, che allora veniva considerata insuperabile. Nella generazione successiva, sotto il principato di Augusto, fiorirono i maggiori poeti di Roma: Orazio, che primeggiò nella satira e nella lirica, emulava i lirici come Pindaro e Alceo, Virgilio, che si distinse nel genere bucolico, nella poesia didascalica e nell'epica, rivaleggiava con Teocrito, Esiodo e addirittura Omero; e poi ancora Ovidio, maestro del metro elegiaco, e Tito Livio nella storiografia.
Lo stesso Augusto fu un letterato dalle molteplici capacità: scrisse in prosa e in versi, dalle tragedie agli epigrammi[155] fino alle opere storiche. Coltivò l'eloquenza fin dalla prima giovinezza, con grande passione e impegno.[156]
Letteratura greca
[modifica | modifica wikitesto]Vissero in epoca augustea Dionigi di Alicarnasso (autore delle Antichità romane, pubblicata dal 7 a.C), Strabone (autore de la Geografia, iniziata sotto Augusto e finita sotto Tiberio) e Diodoro Siculo (autore della Bibliotheca historica, terminata quando Augusto era ancora Ottaviano, tra il 36 a.C. e il 30 a.C.). Tra gli altri si ricordano: gli eruditi Giuba II, Didimo Calcentero, Aristonico d'Alessandria e Teone; i grammatici Tirannione, Trifone di Alessandria, Tolomeo di Ascalona e Trasillo di Mende; gli storici Timagene e Nicola Damasceno; i retori Cecilio di Calacte, Dionisio Attico ed Ermagora Carione; i poeti Crinagora di Mitilene, Antipatro di Tessalonica, Marco Argentario e Filistione; il medico Anassilao di Larissa; i filosofi Senarco di Seleucia, Nestore di Tarso e Atenodoro Cananita. L'oratoria greca di età augustea è dominata dagli «Apollodorei» (da Apollodoro di Pergamo, precettore di Augusto) e dai «Teodorei» (da Teodoro di Gadara, maestro di Tiberio). In filosofia fu attiva la Scuola dei Sextii. Sono talvolta datati all'età di Augusto il Trattato del Sublime, il carme su Roma della poetessa Melinno e alcuni romanzi greci, ma occorre ricordare che la datazione di queste opere oscilla anche di secoli.
Il problema della successione al principato
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La successione, che toccò alla fine a Tiberio, al termine del suo principato, fu una delle più grandi preoccupazioni della vita di Augusto. Ottaviano, che in gioventù ebbe come fidanzata la figlia di Publio Servilio Vatia Isaurico, sposò nel 42 a.C. la figliastra di Antonio, Clodia Pulcra, una volta riconciliatosi con lui. L'anno successivo (41 a.C.), ripudiò Clodia per sposare prima Scribonia e, poco dopo, si innamorò di Livia Drusilla (appartenente a una delle più illustri famiglie patrizie romane), moglie di un certo Tiberio Claudio Nerone. Dopo la vittoria di Perugia (40 a.C.), Ottaviano riuscì a imporre loro il divorzio, mentre Livia era ancora gravida del secondogenito, Druso, e la sposò (fine del 39 a.C.), portando nella sua nuova casa sia la figlia, Giulia, avuta da Scribonia,[27] sia il primogenito di Livia, Tiberio. Svetonio racconta che egli non ebbe nessun figlio da Livia, benché lo desiderasse moltissimo. Lei ebbe una gravidanza, ma il bambino nacque prematuramente.[27]
Per alcuni anni Augusto sperò di avere come erede il nipote Marco Claudio Marcello, figlio di sua sorella Ottavia, al quale, nel 25 a.C., diede in moglie la figlia, Giulia,[27][157] suscitando, però, il malumore di Agrippa, che per questo motivo fu allontanato da Roma. Due anni più tardi Marcello moriva (23 a.C.) e Ottaviano fu costretto a richiamare Agrippa, costringendolo a divorziare da Claudia Marcella maggiore (figlia anch'ella della sorella Ottavia), per dargli in moglie la giovanissima Giulia, ormai vedova di Marcello da due anni.[27]
Agrippa apparve, così, suo successore designato in caso di morte prematura, facendo ormai parte della famiglia Giulia. Nel 18 a.C., infatti, ad Agrippa fu conferito l'imperium proconsulare maius (come quello di Augusto) per cinque anni, e la tribunicia potestas,[1] per quanto egli non avesse gli stessi poteri di Augusto, né la sua auctoritas.

Nel 20 a.C. Giulia diede al marito un primo figlio, Gaio,[158] e un secondo nel 17 a.C., Lucio, entrambi adottati da Augusto.[27][28][159]
In quegli anni, intanto, andavano distinguendosi i due figli di Livia, Tiberio, e Druso,[160] quest'ultimo si dice fosse preferito da Augusto perché figlio naturale del princeps, come suggerisce Svetonio:
Con la morte di Agrippa, nel 12 a.C.,[161] e poi quella prematura di Druso in Germania nel 9 a.C. (che sconvolse così tanto Augusto da spingerlo a spostarsi nel cuore dell'inverno a Ticinum (Pavia), per accogliere le spoglie di Druso[162]), la successione sarebbe ricaduta sui due figli di Giulia e di Agrippa, Gaio Cesare e Lucio Cesare,[28] mentre Tiberio fu costretto da Augusto a separarsi dalla moglie Vipsania Agrippina, per sposare la figlia dell'imperatore, Giulia, vedova di Agrippa.[27][163] In caso di morte prematura del princeps, Tiberio doveva prenderne il posto fino a quando i giovani Gaio e Lucio non fossero cresciuti.
Questo matrimonio si rivelò infelice e costituì la causa non ultima del volontario esilio di Tiberio a Rodi (dal 6 a.C. al 2), tanto più che Augusto vedeva nei due figli adottivi i futuri eredi. Ma la sorte fu favorevole a Tiberio. Giulia, la cui condotta formava argomento di pubblico scandalo, fu allontanata dal padre da Roma (2 a.C.),[164] e pochi anni dopo i due Cesari morivano: Lucio nel 2 a Marsiglia, mentre si apprestava a raggiungere la Spagna, e Gaio nel 4, per i postumi di una ferita mai guarita, mentre si apprestava a tornare a Roma dall'Oriente.[165] Ad Augusto non restava che Tiberio.
Il 26 giugno del 4 Augusto annunciò la sua decisione: adottava Marco Vipsanio Agrippa Postumo (poco dopo ripudiato e mandato in esilio), l'ultimo figlio ancora in vita di Agrippa e Giulia, e Tiberio.[29]
Gaio Cesare[28] (a quest'ultimo conferì in seguito la tribunicia potestas[1]). Benché quest'ultimo avesse già un figlio, Druso minore, Augusto lo costrinse ad adottare il nipote prediletto, Germanico Giulio Cesare (figlio del fratello di Tiberio, Druso maggiore, morto in Germania nel 9 a.C., e di Antonia minore, figlia di Ottavia minore e Marco Antonio).[166] Germanico era di un solo anno più vecchio rispetto al figlio di Tiberio, perciò aveva precedenza nella successione.[167] Tiberio diventò così il nuovo imperatore di Roma alla morte di Augusto nel 14, dando origine alla dinastia giulio-claudia.
Morte e testamento
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Secondo quanto racconta Svetonio, vi sarebbero stati, infine, segni evidenti che ne preannunciarono la sua morte e la sua divinizzazione. Mentre stava compiendo la cerimonia della lustratio nel Campo Marzio, davanti al popolo romano, un'aquila gli volò più volte attorno; subito dopo si diresse verso il vicino tempio, sedendosi sulla prima lettera del nome di Agrippa. Visto ciò chiese a Tiberio, suo collega, di pronunciare i voti per la lustratio successiva, poiché non se la sentiva di pronunciare ciò che non poteva mantenere in futuro.[168]
Sempre in questo stesso periodo un fulmine fece cadere dall'iscrizione della sua statua la prima lettera del suo nome; gli venne annunciato che sarebbe vissuto solo cento giorni da questo evento, pari al numero indicato dalla lettera "C", e che sarebbe stato divinizzato poiché «aesar», ovvero quanto rimaneva della parola «Caesar», in lingua etrusca, significa «Dio».[168]
Augusto allora, dopo aver disposto che Tiberio partisse per l'Illyricum, si mise in viaggio per accompagnarlo fino a Benevento. Giunto ad Astura, si imbarcò di notte, per approfittare del vento favorevole, ma cominciò ad avere attacchi di dissenteria.[168] Costeggiò, quindi, i lidi della Campania e fece il giro delle isole vicine, fermandosi per quattro giorni a Capri. Qui assistette agli esercizi degli efebi, in virtù di un'antica istituzione. Fece anche servir loro un banchetto in sua presenza, permettendo loro di divertirsi senza freni, saccheggiando i cesti di frutta, di cibo e altre cose che faceva lanciare. Sapendo che era ormai prossimo alla morte, non volle privarsi di alcun divertimento. In seguito passò da Napoli e, sebbene continuasse a soffrire al ventre, seguì il concorso quinquennale di ginnastica istituito in suo onore. Poi accompagnò Tiberio fino al luogo stabilito nei pressi di Benevento. Sulla strada del ritorno la sua malattia si aggravò, tanto da costringerlo a fermarsi a Nola. Qui chiese a Tiberio di tornare indietro, e con lo stesso si trattenne in un lungo colloquio segreto.[169]
L'ultimo giorno della sua vita, chiese uno specchio, si fece sistemare i capelli e, chiamati i suoi amici, chiese loro se avesse ben recitato la commedia della vita, aggiungendo la tradizionale formula conclusiva:[170]
«Se la commedia è stata di vostro gradimento, applaudite e tutti insieme manifestate la vostra gioia.»
Li congedò tutti e improvvisamente spirò tra le braccia di Livia, dicendole:[170]
«Livia, vivi nel ricordo del nostro matrimonio, e addio!»

Ebbe una morte dolce, come aveva sempre auspicato. Prima di morire mostrò un solo segno di delirio mentale, quando si lamentò di essere trascinato da quaranta giovani. In effetti fu un presagio, poiché proprio quaranta soldati pretoriani lo portarono sulla piazza pubblica.[170] Morì nella stessa camera in cui spirò il padre, Gaio Ottavio, durante il consolato dei due Sesti, Pompeo e Appuleio, quattordici giorni prima delle calende di settembre (19 agosto 14), alla nona ora del giorno, alla veneranda età di quasi settantasei anni (mancavano trentacinque giorni al suo compleanno).[171]
Il suo corpo venne trasportato da Nola a Roma. Ebbe due orazioni funebri: una di Tiberio davanti al tempio del Divo Giulio, l'altra di Druso, il figlio di Tiberio, dall'alto dei rostri antichi. Subito dopo i senatori lo portarono a spalla fino al Campo Marzio dove venne cremato. Un vecchio pretoriano giurò di aver visto salire al cielo il fantasma di Augusto, subito dopo la sua cremazione. I personaggi più influenti dell'ordine equestre, in tunica, senza cintura, a piedi nudi, deposero i suoi resti nel mausoleo a lui dedicato, fatto costruire tra la via Flaminia e la riva del Tevere durante il suo sesto consolato, avendo poi aperto al pubblico i boschetti e le passeggiate da cui era circondato.[171] In seguito le ceneri dei suoi successori, della dinastia giulio-claudia, vennero qui deposte. Sappiamo però da Svetonio che Augusto vietò, nel suo testamento, che sua figlia Giulia e sua nipote, Giulia anche lei, venissero deposte anch'esse nel suo sepolcro, dopo la loro morte.[172]
Augusto aveva redatto il suo testamento un anno e quattro mesi prima di morire. Lo aveva scritto su due fogli e lo aveva depositato presso le Vergini Vestali, che lo consegnarono unitamente ad altri tre rotoli anch'essi sigillati. Questi documenti furono aperti e letti in Senato. Egli aveva designato come eredi:[172]
- di primo grado, Tiberio, per la metà più un sesto, la moglie Livia Drusilla per un terzo, e l'obbligo di portare il suo nome;[172]
- di secondo grado, Druso minore, figlio di Tiberio, per un terzo, Germanico Giulio Cesare e i suoi tre figli maschi (Druso Cesare, Nerone Cesare e Gaio Cesare) per le parti restanti;[172]
- di terzo grado, alcuni parenti e numerosi amici.[172]
Lasciò poi allo Stato e al popolo romano quaranta milioni di sesterzi (43 500 000 sesterzi secondo Tacito), alle tribù tre milioni e mezzo, ai pretoriani mille sesterzi ciascuno, cinquecento a ciascun soldato delle coorti urbane e trecento ai legionari. Ordinò poi che questa somma fosse pagata senza ritardo, avendola tenuta come sua riserva personale.[172] Fece anche altri lasciti, dove alcuni non superavano i ventimila sesterzi. Stabilì che tutte queste cifre fossero pagate entro un anno e dichiarò che i suoi eredi non avrebbero preso più di centocinquanta milioni di sesterzi. Si giustificò infine sul totale del lascito, scrivendo che, sebbene negli ultimi venti anni i testamenti degli amici gli avessero lasciato mille e quattrocento milioni di sesterzi, questi erano stati spesi per la maggior parte per il bene della Res publica, insieme ai suoi due patrimoni e le altre eredità.[172]
Res Gestae
[modifica | modifica wikitesto]Augusto lasciò alla sua morte un dettagliato resoconto delle sue opere: le Res Gestae Divi Augusti. Svetonio in particolare racconta che una volta morto, lasciò tre rotoli, che contenevano:
- il primo, disposizioni per il suo funerale,
- il secondo, un riassunto delle opere, da incidere su tavole in bronzo e da collocare davanti al suo mausoleo,
- il terzo: la situazione dell'Impero. Quanti soldati erano sotto le armi e dove erano dislocati, quanto denaro era nell'aerarium e quanto nelle casse imperiali, oltre alle imposte pubbliche.[172]
Il testo dell'opera è tramandato da un'iscrizione, sia in latino sia in traduzione greca, rinvenuta nel 1555. Era incisa sulle pareti del tempio, dedicato alla città di Roma e ad Augusto, situato ad Ancyra (l'odierna Ankara, la capitale della Turchia) e pertanto è stata denominata Monumentum Ancyranum. Altre copie, molte delle quali sono giunte frammentarie, dovevano essere incise sulle pareti dei templi a lui dedicati.
In uno stile volutamente stringato e senza concessioni all'abbellimento letterario, Augusto riportava gli onori che gli erano stati via via conferiti dal Senato e dal popolo romano per i servizi da lui resi; le elargizioni e i benefici concessi con il suo patrimonio personale allo Stato, ai veterani di guerra e alla plebe; i giochi e le rappresentazioni dati a sue spese; infine gli atti da lui compiuti in pace e in guerra.
Il documento non menziona il nome dei nemici e neppure quello di qualche membro della sua famiglia, con l'eccezione dei successori designati: Marco Vipsanio Agrippa, Gaio Cesare e Lucio Cesare, oltre al futuro imperatore Tiberio.
Trionfi
[modifica | modifica wikitesto]Il princeps ottenne nel corso degli anni ovazioni e trionfi:
Titolatura
[modifica | modifica wikitesto]Nel 23 a.C. gli fu riconosciuta la tribunicia potestas (che mantenne poi a vita[1]) e l'Imperium proconsulare a vita;[173] mentre nel 12 a.C. divenne Pontefice massimo con la morte di Marco Emilio Lepido.[4][96]
Scarre[174] riporta il numero degli anni in cui gli fu conferita la tribunicia potestas (dal 23 a.C.), data ufficiale in cui ottenne il potere tribunizio a vita dal Senato[175], con auctoritas superiore a qualsiasi altra magistratura e base costituzionale del potere imperiale.
Aspetto fisico
[modifica | modifica wikitesto]Secondo quanto riportato da Gaio Svetonio Tranquillo nelle Vite dei Cesari, Augusto aveva occhi chiari e nitidi, denti piccoli e mal tenuti, capelli castano chiaro dorato leggermente ricci e tenuti corti, orecchie non troppo grandi e il naso dritto leggermente aquilino. Non era inoltre particolarmente alto, ma aveva comunque un corpo molto proporzionato.[176]
Nome
[modifica | modifica wikitesto]Nel corso della sua vita, Augusto ebbe modo di cambiare più volte il suo nome. Si riportano di seguito i nomi utilizzati nelle varie fasi della sua vita:
- Il nome alla nascita del futuro Augusto era Gaius Octavius,[177] omonimo del padre biologico Gaio Ottavio da Velletri. Svetonio gli attribuisce in origine il cognomen Thurinus, che tuttavia non sembra essere mai stato usato.[178] Cassio Dione cita Kaipias come altro, poco attestato, cognomen di Augusto.[179] Nel periodo compreso tra la nascita e l'adozione da parte di Cesare, gli storici si riferiscono a lui come "Ottavio" (o Ottaviano).
- L'8 maggio 43 a.C., in seguito all'adozione testamentaria da parte di Cesare, il suo nome ufficiale divenne Gaius Iulius Caesar[177] o, in forma completa con la filiazione, Gaius Iulius C. f. Caesar (Gaio Giulio Cesare figlio di Gaio).[180] Il cognomen aggiuntivo, come era di prassi dopo un'adozione, era Octavianus, ma Augusto non l'ha mai utilizzato e i suoi contemporanei lo chiamavano in questo periodo Caesar, anche se altri, tra cui Cicerone, usarono chiamarlo Octavianus.[181] Anche la letteratura scientifica moderna usa per il periodo della sua ascesa (44 - 27 a.C.) prevalentemente il nome di Octavianus o Ottaviano, per differenziarlo sia da Gaio Giulio Cesare sia dal suo ruolo successivo di Augusto.
- Nel gennaio del 42 a.C., dopo la deificazione ufficiale di Cesare, Augusto aggiunse al nome Divi Filius, diventando Gaius Iulius Caesar Divi Filius Imperator.[177][182][183]
- Nel 40 o nel 38 a.C. sostituì il praenomen Gaius e il nomen Iulius con Imperator, diventando Imperator Caesar Divi Filius.[177] Contemporaneamente, usò Caesar, originariamente un cognomen, al posto del gentilizio "Iulius", cosicché il nome divenne Imperator Caesar Divi filius.[184] L'assunzione del titolo di Imperator come praenomen avvenne forse già nel 41 a.C. e comunque non dopo il 31 a.C.[184][185]
- Il 16 gennaio 27 a.C., dopo la vittoria di Azio, assume il titolo onorifico di Augustus conferitogli dal Senato, cosicché il nome assunse la forma Imperator Caesar Divi filius Augustus.[184] Il nome di Augusto è usato dagli storici per riferirsi a lui nel periodo compreso tra il 27 a.C. e la sua morte. Il nome Augusto assieme a quello di Cesare divenne sin dall'inizio del principato con il suo successore Tiberio parte sostanziale della titolatura imperiale.[186] Al contrario Imperator non fu usato dai primi successori di Augusto come praenomen.
- Al momento della morte, il nome e la sua titolatura erano: Imperator Caesar Divi filius Augustus, Pontifex Maximus, Co(n) s(ul) XIII, Imp(erator) XXI, Trib(unicia) pot(estate) XXXVII, P(ater) p(atriae)[177] (in italiano: "Imperatore Cesare, figlio del divo,[187] Augusto, Pontefice massimo,[4] 13 volte console, 21 volte imperatore,[188] 37 volte detentore della Tribunicia potestas, Padre della patria").
- Dopo la sua consacrazione nel 14 il suo nome ufficiale divenne Divus Augustus Divi filius.[189]
Monetazione
[modifica | modifica wikitesto]Eredità culturale
[modifica | modifica wikitesto]Ascendenza
[modifica | modifica wikitesto]| Genitori | Nonni | Bisnonni | Trisnonni | ||||||||||
| … | … | ||||||||||||
| … | |||||||||||||
| … | |||||||||||||
| … | … | ||||||||||||
| … | |||||||||||||
| Gaio Ottavio | |||||||||||||
| … | … | ||||||||||||
| … | |||||||||||||
| … | |||||||||||||
| … | … | ||||||||||||
| … | |||||||||||||
| Augusto | |||||||||||||
| Marco Azio Balbo | … | ||||||||||||
| … | |||||||||||||
| Marco Azio Balbo | |||||||||||||
| Pompea Lucilia | Sesto Pompeo | ||||||||||||
| Lucilia | |||||||||||||
| Azia maggiore | |||||||||||||
| Gaio Giulio Cesare | Gaio Giulio Cesare | ||||||||||||
| … | |||||||||||||
| Giulia minore | |||||||||||||
| Aurelia Cotta | Lucio Aurelio Cotta | ||||||||||||
| Rutilia | |||||||||||||
Note
[modifica | modifica wikitesto]- 1 2 3 4 5 6 7 8 Svetonio, Augustus, 27.
- 1 2 3 Res Gestae, 4.
- ↑ AE 2001, 1012; CIL XI, 367; CIL II, 4712 (p XLVIII, 992); CIL III, 10768 (p 2328,26).
- 1 2 3 4 Cassio Dione, LIV, 27.2.
- 1 2 3 4 Svetonio, Augustus, 16.
- 1 2 Svetonio, Augustus, 58.
- ↑ Cassio Dione, LIV, 10.5 e 30.1.
- 1 2 3 4 5 6 Fasti triumphales.
- ↑ Ottaviano trionfò su Sesto Pompeo a Nauloco nel 36 a.C.
- ↑ Ottaviano si meritò la 3º salutatio imperatoria per i successi conseguiti in Illirico: Svetonio, Augustus, 22.
- ↑ Ottaviano ottenne una nuova salutatio imperatoria per la vittoria di Azio: Svetonio, Augustus, 22.
- ↑ Ottaviano nel 29 a.C. celebrò un triplice trionfo: per la Dalmazia, Azio e la conquista dell'Egitto (Svetonio, Augustus, 22).
- ↑ CIL VI, 40306 databile a dopo il 23 a.C.
- ↑ Cassio Dione, LIV, 8, 1. Velleio Patercolo, II, 91. Livio, 141. Svetonio, Augustus, 21; Tiberius, 9. RIC Augustus, I, 510; Sutherland Group VIIa; RSC 298; RPC I 2218; BMCRE 703 = BMCRR East 310; BN 982-3 and 985; CNR 809/2.
- ↑ RIC Augustus I 367 (databile al 16 a.C.); RSC 348; BMCR 99 = BMCRR Rome 4490; BN 368-71.
- ↑ CIL III, 3117 databile al 10 a.C. per imperator XII.
- ↑ CIL V, 3325. AE 1954, 88. AE 1981, 547 = AE 1984, 584. AE 1984, 583; Cassio Dione, LIV, 31.4; Syme 1993, p. 106.
- ↑ AE 1951, 205; CIL II, 4917; CIL II, 4923; AE 1959, 28; AE 1967, 185; AE 1973, 323 databile al 6 a.C.; AE 1980, 610; AE 1987, 735; Cassio Dione, LV, 6.4-5.
- ↑ AE 1997, 1495. AE 1997, 1496. CIL II, 4776. CIL II, 4868. CIL II, 6215.
- ↑ Cassio Dione, LV, 10a.5-7.
- 1 2 Cassio Dione, LVI, 17.
- ↑ Svetonio, Tiberius, 17.
- ↑ CIL XI, 367. Miliari Hispanico 1.
- ↑ AE 2001, 1012; Velleio Patercolo, II, 122, 2.
- 1 2 3 Svetonio, Augustus, 5.
- 1 2 3 Svetonio, Augustus, 62.
- 1 2 3 4 5 6 7 8 Svetonio, Augustus, 63.
- 1 2 3 4 5 Svetonio, Augustus, 64.
- 1 2 3 Svetonio, Augustus, 65.
- ↑ Svetonio, Augustus, 3.
- 1 2 Svetonio, Augustus, 4.
- 1 2 3 Svetonio, Augustus, 26.
- ↑ Il preciso giorno di nascita è oggetto di controversie: altre date proposte sono il 22 o il 24 settembre, mentre Keplero, nel 1599, propose il 17 luglio del calendario giuliano (cfr. Lewis, p. 310).
- ↑ Cassio Dione, LIII, 16, 8.
- ↑ In italiano Imperatore Cesare, figlio del Divo (Giulio), Augusto.
- ↑ Mario Mazza, Augusto in camicia nera. Storiografia e ideologia nell'era fascista, in Revista de Historiografía (RevHisto), Universidad Carlos III de Madrid, 27, 27 novembre 2017, p. 125, DOI:10.20318/revhisto.2017.3966.
- ↑ Canfora 2015.
- ↑ Svetonio, Augustus, 8 riferisce che Ottaviano rimase padrone assoluto di Roma per 44 anni, dalla morte di Marco Antonio avvenuta in Egitto nel 30 a.C.
- ↑ Mazzarino, pp. 73 ss.
- ↑ Geraci e Marcone, p. 151.
- ↑ Geraci e Marcone, p. 152.
- ↑ Geraci e Marcone, p. 153.
- 1 2 3 4 Geraci e Marcone, p. 154.
- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 Cooley.
- ↑ Svetonio, Augustus, 1.
- 1 2 3 4 Svetonio, Augustus, 94.
- ↑ Svetonio, Augustus, 2-3 e 98.
- 1 2 3 4 5 Grant.
- 1 2 3 4 5 6 7 Wells.
- 1 2 Svetonio, Augustus, 72.
- 1 2 3 Svetonio, Augustus, 7.
- 1 2 3 4 Svetonio, Augustus, 8.
- ↑ Così in Velleio Patercolo, 2.59.3-4 (cfr. Cooley).
- ↑ Cassio Dione, XLIII, 51.7.
- 1 2 3 Welch.
- ↑ Plutarco, Cesare, 68; Svetonio, Caesar, 83.
- ↑ Cicerone, Philippicae, XIII; da una lettera di Antonio a Irzio, inviata in copia a Cicerone e letta da questi pubblicamente in Senato.
- ↑ Cicerone, Ad Atticum, XV, 12, 2
- ↑ Canfora 2007, pp. 72-73.
- ↑ Tacito, Annales, I, 10
- 1 2 3 4 Svetonio, Augustus, 10.
- 1 2 Svetonio, Augustus, 11.
- ↑ Cicerone, Philippicae, XIV, 26.
- ↑ Cicerone, Ad familiares, X, 30
- ↑ Appiano, Guerre civili, III, 71.
- ↑ Svetonio, Augustus, 12.
- 1 2 3 Svetonio, Augustus, 13.
- 1 2 3 4 5 Geraci e Marcone, p. 156.
- ↑ Levi 1994, p. 143 sgg.
- ↑ Velleio Patercolo, II, 70.
- 1 2 3 4 5 6 Geraci e Marcone, p. 157.
- 1 2 Svetonio, Augustus, 14.
- 1 2 3 Geraci e Marcone, p. 158.
- 1 2 3 4 5 6 7 Geraci e Marcone, p. 159.
- ↑ Geraci e Marcone, pp. 159-160.
- ↑ Geraci e Marcone, p. 160.
- 1 2 3 4 Svetonio, Augustus, 17.
- ↑ François Chamoux, Marco Antonio: ultimo principe dell'oriente greco, Milano, Rizzoli, 1988, ISBN 88-18-18012-6, p. 254 sgg.
- 1 2 Fischer-Bovet.
- ↑ (EN) Isabelle Vignier, The tragic in William Shakespeare's Antony and Cleopatra, su lsj.org.
- ↑ Testo originale da The Folger Shakespeare.
- ↑ Edizione Feltrinelli, ISBN 88-07-82033-1, traduzione di Agostino Lombardo, p. 227.
- 1 2 Svetonio, Augustus, 18.
- ↑ Mazzarino, pp. 66-67.
- 1 2 3 4 5 6 Svetonio, Augustus, 46.
- ↑ Giovanni Geraci, Genesi della provincia romana d'Egitto, Bologna, Clueb, 1982; Tim Cornell e John Matthews, Atlante del Mondo Romano, Novara, De Agostini, 1984, pp. 72-73; Scullard, vol. II, p. 257 (nella sola Italia furono fondate 28 nuove colonie).
- ↑ Si tratta di Nicopolis Actia, fondata sul promontorio settentrionale del Golfo di Ambracia, oggi presso Prevesa (cfr. (EN) Nicopolis Actia, in Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.).
- ↑ Mazzarino, p. 68 sgg.
- ↑ Syme 1962, pp. 313-458.
- ↑ Svetonio, Augustus, 53.
- ↑ Tacito, III, 56.
- ↑ Cassio Dione, LIV, 10, 5; Tacito, XII, 41, 1.
- ↑ Augustus, 7.
- ↑ Cambridge Ancient History, p. 50 sgg.
- ↑ Cassio Dione, LIII, 32, 5-6; Syme 1993, p. 107 sgg.
- 1 2 3 Svetonio, Augustus, 31.
- ↑ Mazzarino, p. 78; Scullard, vol. II, p. 264; Cambridge Ancient History, p. 30.
- ↑ Ruffolo, p. 75.
- 1 2 3 Svetonio, Augustus, 37.
- 1 2 3 Svetonio, Augustus, 32.
- ↑ Svetonio, Augustus, 40.
- ↑ Svetonio, Augustus, 35.
- ↑ Svetonio, Augustus, 41.
- ↑ Svetonio, Augustus, 31.
- ↑ Svetonio, Augustus, 93.
- ↑ Il termine di ducenario si riferisce al reddito annuale di un funzionario pubblico, pari a 200.000 sesterzi.
- 1 2 Svetonio, Augustus, 33.
- ↑ Svetonio, Augustus, 56.
- ↑ Svetonio, Augustus, 71.
- ↑ Svetonio, Augustus, 34.
- ↑ Svetonio, Augustus, 34.
- 1 2 Res Gestae, 28.
- ↑ Sull'identificazione delle 28 colonie augustee d'Italia, cfr. M. Lilli, L'Italia romana delle regiones, 2004.
- 1 2 3 4 5 6 7 8 Svetonio, Augustus, 30.
- 1 2 Svetonio, Augustus, 42.
- 1 2 3 Strabone, V, 3, 7.
- ↑ Cambridge Ancient History, p. 77 sgg.; Le Bohec, op. cit., p. 28.
- 1 2 3 4 Svetonio, Augustus, 29.
- 1 2 Svetonio, Augustus, 47.
- ↑ Cambridge Ancient History, p. 74 sgg.
- ↑ Svetonio, Augustus, 36.
- 1 2 3 4 Svetonio, Augustus, 49.
- ↑ Mazzarino, p. 91 sgg.; Cambridge Ancient History, p. 66 sgg.
- ↑ Ruffolo, p. 74.
- ↑ Ruffolo, pp. 24-25.
- ↑ Yann Le Bohec, L'esercito romano, Roma, Carocci, 1992, p. 33 sgg.
- ↑ Syme 1993, pp. 104-105; Anna Maria Liberati e Francesco Silverio, Organizzazione militare: esercito (Vita e costumi dei Romani antichi, vol. 5), Roma, Quasar, 1988; Ronald Syme (1933). Some notes on the legions under Augustus. Journal of Roman Studies 23: pp. 21-25; Svetonio, Augustus, 20.
- 1 2 3 4 5 6 7 8 Nardi, pp. 92-112.
- ↑ André Piganiol, Histoire de Rome, Paris, Presses Universitaires de France, 1939, p. 225; Paul Petit, Histoire générale de l'Empire romain, Paris, Éditions du Seuil, 1974, p. 32.
- ↑ Aurelio Vittore, De Caesaribus, I, 1.
- 1 2 3 Maxfield, pp. 159-163.
- ↑ Cassio Dione, LIV, 28.2.
- ↑ Velleio Patercolo, II, 39, 3. Cassio Dione, LIV, 31, 3. András Mócsy, Pannonia and Upper Moesia, p. 25; Ronald Syme (1971). Augustus and the South Slav Lands. Danubian Papers, p. 21; Lentulus and the Origin of Moesia, p. 44.
- ↑ Maxfield, pp. 191-192.
- ↑ Strabone, IV, 3, 4 (Gallia).
- ↑ Con riferimento all'episodio del 17 a.C. confronta: Floro, II, 30, 23-25; Cassio Dione, LIV, 20; Velleio Patercolo, II, 97; Svetonio, Augustus, 23; Tacito, I, 10.
- 1 2 3 Kennedy, pp. 304-309.
- ↑ Cassio Dione, LIII, 25; LIV, 24.
- ↑ Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche XV, 10.
- ↑ Daniels, p. 247.
- ↑ Daniels, pp. 247-250.
- ↑ Daniels, pp. 262-264.
- 1 2 Svetonio, Augustus, 48.
- ↑ Svetonio, Augustus, 60.
- ↑ Simpatico il giudizio che ne dà Giorgio Ruffolo: «Di solito, dopo Augusto, gli imperatori hanno compiuto la loro metamorfosi nel senso più ovvio della patologia del potere: dalla normale virtù alla follia criminale. Lui la percorse a ritroso: da gangster a padre della patria. Da questa canaglia sbocciò infatti il fondatore di uno dei più gloriosi regimi della storia» (Ruffolo, p. 73).
- ↑ Augusto fu infatti capace di circondarsi di validi generali come: l'amico e genero Marco Vipsanio Agrippa, i figliastri Tiberio e Druso, e un alto numero di altri aristocratici come Gaio Senzio Saturnino, Marco Vinicio, Lucio Domizio Enobarbo, Lucio Calpurnio Pisone, Marco Valerio Messalla Messallino Marco Plauzio Silvano, Aulo Cecina Severo, Gaio Vibio Postumo, Marco Emilio Lepido, Tito Publio Carisio, Sesto Appuleio, Publio Silio Nerva, Antistio Vetere, Gneo Cornelio Lentulo l'Augure, Sesto Elio Catone, ecc.
- 1 2 Svetonio, Augustus, 89.
- 1 2 Perelli, p. 178.
- ↑ Perelli, p. 176.
- 1 2 Perelli, p. 177.
- ↑ Gaio Cilnio Mecenate apparteneva all'ordine equestre. Era un uomo di raffinata cultura che ebbe rapporti di vera amicizia con i letterati del suo "circolo". Dava loro aiuti materiali, proteggeva, lasciando loro una certa libertà di ispirazione, pur indirizzandoli verso quei principi che costituivano la base della propaganda augustea.
- ↑ Perelli, p. 214.
- ↑ Tibullo, Corpus Tibullianum, I, 7; Panegirico di Messalla, III, 7.
- ↑ Perelli, p. 181.
- ↑ Marco Valerio Marziale ne attesta uno in Epigrammaton libri, XI, 20, vv. 3-8.
- ↑ Svetonio, Augustus, 84.
- ↑ Cassio Dione, LIII,27,5; Syme 1993, p. 64. Per gli onori concessi a Marcello vedi: Cassio Dione, LIII, 28, 3-4; Syme 1962, pp. 342-343.
- ↑ Cassio Dione, LIV, 8, 5.
- ↑ Cassio Dione, LIV, 18, 1; Syme 1993, pp. 129-130.
- ↑ Cassio Dione, LIV, 33, 5; 34, 3.
- ↑ Cassio Dione, LIV, 28.2-3.
- ↑ La "Domus" di Augusto nell'iscrizione di Pavia, su emeroteca.braidense.it.
- ↑ Cassio Dione, LIV, 31.1-2.
- ↑ Svetonio, Augustus, 65; Cassio Dione, LV, 10, 12-16.
- ↑ Svetonio, Augustus, 65, 1; Tiberius, 15, 2; Cassio Dione, LV, 10a, 6-10; Velleio Patercolo, II, 102, 3-4; Syme 1993, pp. 145-146. Tiberio tornò dall'esilio poco prima della morte di Lucio, nel 2; vedi Svetonio, Tiberius, 14, 1; 15, 1; 70,2; Cassio Dione, LV, 10a,10; Velleio Patercolo, II, 103,1-3.
- ↑ Svetonio, Augustus, 65, 1; Tiberius, 15, 2; Velleio Patercolo, II, 102,3-103,2; Syme 1993, p. 146.
- ↑ Syme 1993, p. 146.
- 1 2 3 Svetonio, Augustus, 97.
- ↑ Svetonio, Augustus, 98.
- 1 2 3 Svetonio, Augustus, 99.
- 1 2 Svetonio, Augustus, 100.
- 1 2 3 4 5 6 7 8 Svetonio, Augustus, 101.
- ↑ Cassio Dione, LIII, 32, 5-6.
- ↑ Scarre, p. 17.
- ↑ Svetonio, Augustus, 27.
- ↑ Svetonio, Augustus, 79.
- 1 2 3 4 5 Scarre, p. 17.
- ↑ Svetonio, Augustus, 7,1. Svetonio specifica di averlo letto in un busto che aveva regalato a un imperatore del suo tempo (Traiano o Adriano?). Inoltre afferma che Marco Antonio lo usava come espressione del suo disprezzo. Svetonio non è sicuro dei motivi per cui il giovane Gaius Octavius avesse il cognomen Thurinus. Dà due possibilità: avrebbe potuto indicare l'origine della famiglia dal territorio di Thurii (gli Ottavi tuttavia venivano probabilmente da Velitrae) oppure essere in collegamento con una vittoria di suo padre nella regione Thurina. Tuttavia questa ipotesi è messa in dubbio da (DE) Francis X. Ryan, Kaipias. Ein Beiname für Augustus, in Studia humaniora Tartuensia, vol. 6, annotazione 2, 2005, pp. 1-4, ISSN 1406-6203 sulla base della epigrafe CIL VI, 41023, che non menziona nessuna vittoria corrispondente.
- ↑ Cassio Dio 45,1,1: Ὀκτάουιος Καιπίας. In questo caso sono state cercate diverse interpretazioni come, ad esempio, un'inesatta traslitterazione di Copiae (il nome latino di Thurii) in greco. Ryan vede in questo caso un collegamento con il segno zodiacale di Augusto (Capricornus). Questo raro cognomen Caipias è stato trovato tra le altre cose, in un altare del I secolo a.C. nella cripta della chiesa dei francescani di Montefalco, così che la famiglia degli Ottavi potrebbe essere collegata all'Umbria.
- ↑ Con C. f. per Gaii filius ("figlio di Gaius"). cfr. anche la descrizione di Appiano come "Cesare figlio di Cesare" (De bellis civilibus 3,11,38). Cicerone, ad Atticum 14,12, riferisce che già prima dell'accettazione pubblica della sua adozione chiamava sé stesso Caesar, il che è confermato da Cassio Dione 45,3. Una forma intermedia Octavius Caesar si può trovare in Appiano (De bellis civilibus 4,8,31 segg.) per l'anno 43 a.C., ma non è considerata storicamente rilevante ed è vista in qualche modo come un falso.
- ↑ Per questo motivo Octavianus nella ricerca è stato posto prevalentemente tra parentesi: C. Iulius C. f. Caesar (Octavianus) (cfr. anche Syme: The Roman Revolution (1933), p. 307 segg. e 322 segg.; Hubert Cancik: Zum Gebrauch militärischer Titulaturen im römischen Herrscherkult und im Christentum. In: Heinrich von Stietencron: Der Name Gottes. Düsseldorf 1975, p. 112–130, qui: p. 113 segg.).
- ↑ Jo-Ann Shelton, As the Romans Did (Oxford University Press, 1998), 58.
- ↑ A volte: Gaius Iulius Divi Iuli(i) filius Caesar. Anche in questo caso è discutibile la tradizione di Cassio Dione 47,18,3, che Ronald Syme non segue, Imperator Caesar. A study in nomenclature, in: Historia 7, 1958, p. 172–188. Andreas Alföldi (Der Einmarsch Octavians in Rom, August 43 v. Chr., in Hermes 86, 1958, pp. 480–496) data le prime monete con DIVI IVLI•F• und DIVI•F• all'anno 43 a.C., dopo che Ottaviano ebbe il controllo della zecca capitolina. Questo punto di vista è sostenuto da Nicola Damasceno (FGrHist 18,55) e Appiano (De bellis civilibus 3,11,38), dove è chiarito che Ottaviano tendeva a sostenere la sua azione politica con una consacrazione religiosa.
- 1 2 3 cfr. Ronald Syme: Imperator Caesar. A study in nomenclature. In: Historia 7 (1958), pp. 172–188.
- ↑ Luciana Aigner Foresti, Antichità classica, Milano, Jaca Book, 1993, p. 215, ISBN 88-16-43908-4.
- ↑ Caesar nella titolatura imperiale, specialmente in quella del primo Augusto, evocava con cautela una dimensione personale, storica, senza porre troppo l'accento sulla posizione sociale e politica. Augustus (come il titolo di pater patriae) si avvicina al mito fondatore di Roma (v. Quirino e Romolo).
- ↑ In questo caso si intende il dittatore Giulio Cesare, divinizzato (Divus Iulius). La titolatura (la componente del nome) Divi filius ("figlio del Dio") fu usata da tutti gli imperatori che erano figli di un divus, così per esempio Tiberio come Divi Augusti filius e Tito come Divi Vespasiani filius.
- ↑ La cifra allegata XXI indica le vittorie, che Augusto stesso o i suoi legati hanno ottenuto sotto il suo comando. Imperator è in questo caso non il titolo di un ufficio, ma un vero praenomen, come a dire un "Nome del potere" (Syme e Béranger, in: Cancik 1975). La prima "acclamazione imperatoria" di Ottaviano ebbe luogo nel 43 a.C. dopo la sua vittoria su Antonio preso Mutina.
- ↑ Singoli templi e altari erano presenti in Italia e nelle Province per un culto di Augusto come Dio durante la sua vita, oltre al culto del Genius Augusti, non come Divus Augustus, ma come Divi filius, oppure come Divus Iulius (Ittai Gradel: Emperor Worship and Roman Religion. Oxford 2002).
Bibliografia
[modifica | modifica wikitesto]Fonti antiche
[modifica | modifica wikitesto]- Appiano di Alessandria, Historia Romana (Ῥωμαϊκά), pp. libri III e IV. URL consultato il 28 novembre 2012 (archiviato dall'url originale il 20 novembre 2015). Versione in inglese
- Augusto, Res Gestae Divi Augusti. Vedi anche CIL III, p 0774.
- Sesto Aurelio Vittore, De Caesaribus.
- Sesto Aurelio Vittore, De viris illustribus Urbis Romae.
- Cassio Dione Cocceiano, Historia Romana, pp. libri XLV-LVI. Versione in inglese
- Eutropio, Breviarium ab Urbe condita.

- Fasti triumphales. Testo in latino: AE 1930, 60. Versione in inglese qui.
- Floro, Epitomae de Tito Livio, pp. libro II.
Versione in inglese qui 
- Tito Livio, Periochae.

- Plinio il Vecchio, Naturalis historia.

- Strabone, Geografia (Γεωγραφικά).
. Versione in inglese qui. - Gaio Svetonio Tranquillo, Vite dei Cesari, pp. libri I-II-III.

- Publio Cornelio Tacito, Annales, pp. libro I.
Versione in inglese qui. - Velleio Patercolo, Historiae Romanae ad M. Vinicium consulem libri duo, pp. libro I.
. Versione in inglese qui.
Fonti moderne
[modifica | modifica wikitesto]- AA.VV., Augusto. Catalogo della mostra (Roma, ottobre 2013-febbraio 2014; Parigi, marzo-luglio 2014), a cura di Eugenio La Rocca, Roma, 2013, ISBN 978-88-370-9607-6.
- AA.VV., L'Impero romano da Augusto agli Antonini, in Storia del mondo antico, VIII, Milano, Garzanti-Il Saggiatore, 1975.
- Luciano Canfora, La prima marcia su Roma, Roma-Bari, Laterza, 2007, ISBN 978-88-420-8368-9.
- Luciano Canfora, Augusto: figlio di Dio, Roma, Laterza, 2015, ISBN 978-88-581-1927-3.
- (EN) Alison Cooley, Augustus, Roman emperor, 63 BCE–14 CE, in Oxford Classical Dictionary, 2022.
- Charles Daniels, Africa, in John Wacher (a cura di), Il mondo di Roma imperiale. La formazione, Roma & Bari, Laterza, 1989, ISBN 88-420-3418-5.
- (EN) Christelle Fischer-Bovet, Cleopatra VII, 69–30 BCE, in Oxford Classical Dictionary, 2023.
- Giovanni Geraci e Arnaldo Marcone, Storia romana, Firenze, Le Monnier, 2004, ISBN 88-00-86082-6.
- (EN) Michael Grant, Augustus, in Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
- David Kennedy, L'oriente, in John Wacher (a cura di), Il mondo di Roma imperiale. La formazione, Roma & Bari, Laterza, 1989.
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- (EN) Anne-Marie Lewis, Augustus and his horoscope reconsidered, in Phoenix, vol. 62, n. 3/4, 2008.
- Valerie A. Maxfield, L'Europa continentale, in John Wacher (a cura di), Il mondo di Roma imperiale. La formazione, Roma & Bari, Laterza, 1989.
- Santo Mazzarino, L'Impero romano, I, Roma-Bari, Laterza, 1973, ISBN 88-420-2401-5.
- Carlo Nardi, Cesare Augusto, Siena, Liberamente, 2009, ISBN 978-88-6311-064-7.
- Luciano Perelli, Storia della letteratura latina, Paravia, 1969, ISBN 88-395-0255-6.
- Giorgio Ruffolo, Quando l'Italia era una superpotenza, Torino, Einaudi, 2004, ISBN 978-88-06-17514-6.
- Giovanni Salmeri, Augusto, in Storia della civiltà europea a cura di Umberto Eco, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2014.
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- Antonio Spinosa, Augusto il grande baro, Milano, Mondadori, 1996, ISBN 88-04-41041-8.
- Ronald Syme, La rivoluzione romana, Torino, Einaudi, 1962.
- Ronald Syme, L'aristocrazia augustea, Milano, Rizzoli, 1993, ISBN 88-17-11607-6.
- (EN) Kathryn Welch, Antonius, Marcus (2), Roman consul and triumvir, 83–30 BCE, in Oxford Classical Dictionary, 2023.
- Colin Wells, L'impero romano, Bologna, Il Mulino, 1995, ISBN 88-15-04756-5.
Altri progetti
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Collegamenti esterni
[modifica | modifica wikitesto]- Augusto, Gaio Giulio Cesare Ottaviano, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
- M. A. L., En. M. e A. M. C., AUGUSTO, Gaio Giulio Cesare Ottaviano, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1930.
- Mario Attilio Levi, AUGUSTO, Gaio Giulio Cesare Ottaviano, in Enciclopedia Italiana, I Appendice, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1938.
- Augusto, Gaio Giulio Cesare Ottaviano, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010.
- (IT, DE, FR) Augusto, su hls-dhs-dss.ch, Dizionario storico della Svizzera.
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- (LA) Opere di Augusto, su PHI Latin Texts, Packard Humanities Institute.
- (EN) Opere di Augusto, su Open Library, Internet Archive.
- (FR) Pubblicazioni di Augusto, su Persée, Ministère de l'Enseignement supérieur, de la Recherche et de l'Innovation.
- (EN) Opere riguardanti Augusto, su Open Library, Internet Archive.
- (EN) Augusto, in Catholic Encyclopedia, Robert Appleton Company.
| Controllo di autorità | VIAF (EN) 18013086 · ISNI (EN) 0000 0001 2122 7317 · SBN CFIV021587 · BAV 495/51125 · CERL cnp00971385 · ULAN (EN) 500058949 · LCCN (EN) n79033006 · GND (DE) 118505122 · BNE (ES) XX1026401 (data) · BNF (FR) cb12326866z (data) · J9U (EN, HE) 987007258176205171 · NSK (HR) 000056773 · NDL (EN, JA) 00650422 · CONOR.SI (SL) 21712995 |
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