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Alceo

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(GRC)

« Οἶνος, ὦ φίλε παῖ, καὶ ἀλάθεα »

(IT)

« Eh, mio caro ragazzo, in vino veritas! »

(Fr. 366 Lobel-Page, tr. it. di F.M. Pontani[1])
Alceo.

Alceo (in greco Ἀλκαῖος, Alkâios, latino Alcaeus; Mitilene, 630 a.C. circa[2]560 a.C. circa) è stato un poeta greco antico, vissuto tra il VII e il VI secolo a.C.[3].

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Alceo, nato da famiglia aristocratica, fu implicato, insieme ai suoi fratelli, Kikis e Antimenida, nelle controverse vicende di Mitilene. Proprio Kikis e Antimenida riuscirono, insieme a Pittaco (uno di quelli che la tradizione ricomprenderà fra i Sette Sapienti), nel 612 a.C.[2], a rimuovere il tiranno Melancro (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, I, 74)[4], della famiglia dei Cleanattidi[5], dando così la stura a violenti scontri fra gli aristocratici e il popolo.[6] Quando, successivamente, Mìrsilo prese il potere, il giovane Alceo, che aveva ordito con altri di rovesciarne il governo, scoperta la congiura (forse denunziata dallo stesso Pittaco), fu costretto all'esilio nella città di Pirra.[7] Alla morte del tiranno Alceo poté far ritorno in patria intonando un canto di giubilo (Fr. 332 Lobel-Page): «Era ora! Bisogna prendere la sbornia. Si beva a viva forza: è morto Mìrsilo».[8] Ma, già nel 600 a.C., Pittaco, il commilitone di Alceo durante la battaglia del Sigeo contro Atene per il possesso della regione Achilitide[4], col quale condivise le amarezze della sconfitta e della fuga, ruppe il patto di «non tradire mai e di giacere morti, in una coltre di terra, uccisi dai tiranni, o ucciderli, e scampare da tanti mali il popolo» (Fr. 129 Lobel-Page)[9], divenendo aisymnètes (αίσυμνήτης), sorta di «tirannide elettiva» (Aristotele, Politica, III, 14, 1285a), succedendo così a Mìrsilo[6][10]: «È d'un ramo bastardo, Pittaco. E l'hanno fatto tiranno d'uno Stato maledetto e senza nerbo. Per acclamazione» (Fr. 348 Lobel-Page). E contro Pittaco Alceo (Vite dei filosofi, II, 46)[11], l'amico di un tempo, lancia strali tesi ad evocare la sua abietta esistenza, chiamandolo il «panciuto» (φύσκων), perché «era pingue e carnoso» o il «piedi slargati spazzanti la terra» (σαράπους), perché «aveva i piedi piatti e li trascinava per terra» (Vite dei filosofi, I, 81)[12], con l'esito di un nuovo esilio, questa volta in Egitto e, forse, in Tracia. Dall'esilio Alceo fece ritorno solo quando Pittaco, prima di lasciare la carica di «capo supremo del popolo» (αίσυμνήτης), decise di perdonare tutti i suoi nemici (Diogene Laerzio in Vite dei filosofi, I, 76, tramanda la seguente notizia: «Eraclito [...] afferma che, avendo in suo potere Alceo, lo rimandò libero con queste parole: ‘Il perdono è superiore alla vendetta’»)[13]. Così Alceo, ormai stanco e amareggiato, trovò consolazione solo nel vino, riuscendo in questo modo a dimenticare ogni pena (Fr. 346 Lobel-Page: «Il vino! Ecco il dono d'oblio»). Alceo morì in tarda età, occupato solo dall'incombenza di versare sul «capo, che ha sofferto tanto, [...] l'unguento» (Fr. 50 Lobel-Page).[14][6]

La presunta passione di Alceo per Saffo[modifica | modifica wikitesto]

Alceo e Saffo in un vaso a figure rosse.

La letteratura antica testimonia di un legame biografico fra Alceo e Saffo, sua conterranea. Tuttavia – come fa notare Canfora – il rapporto fra i due «rischia di essere inquinato da una tradizione romanzesca», benché «la fondatezza di tali connessioni non [possa] essere negata a priori»[15]. In particolare, il legame fra i due poeti sarebbe suffragato da due testimonianze, peraltro controverse. La prima fonte è costituita da alcuni versi di Alceo (Fr. 384 Lobel-Page: «Crine di viola, eletta, dolceridente Saffo»)[16] riportati nel secolo II dell'èra volgare da Efestione nel suo Manuale di metrica (14, 4)[15]. Canfora osserva che le ultime parole del verso (μελλιχόμειδε Σαπφοι) possono anche essere rese con una differente separazione letterale (μελλιχομειδες Απφοι), la quale, attestata da Efestione stesso, sembra preferibile, stando all'orientamento del Maas[15]. Nel caso in cui la versione preferibile fosse davvero μελλιχομειδες Απφοι, allora il nome non sarebbe più quello di Saffo, bensì quello di Απφοι o, secondo lo Pfeiffer, Αφροι (mentre la grafia per Saffo sarebbe, stando a Maas, Ψαπφοι)[15]. Il secondo testimone della passione di Alceo per Saffo si rinviene nella Retorica di Aristotele (1367a), ove, richiamando il frammento ora inserito nella raccolta Lobel-Page come 137[17], è detto: «Ci si vergogna dicendo, facendo e progettando cose turpi; come anche Saffo ad Alceo che diceva: ‘Vorrei parlare, ma mi trattiene il pudore’, rispose: ‘Se tu avessi desiderio di cose nobili o belle, e se la lingua non si muovesse a dire qualcosa di cattivo, la vergogna non ti coprirebbe gli occhi, ma parleresti intorno a una cosa che fosse giusta’»[18]. È comunque possibile – nota Canfora – che Aristotele «sottintenda che la sua citazione deriva da un'opera in cui Saffo e Alceo figuravano come personaggi e che non intenda menomamente citare autentici frammenti dei due poeti»[19]. Anche Ermesianatte mostra di conoscere le vicende sfortunate dell'amore di Alceo per Saffo. Nella sua raccolta elegiaca, Leonzio, egli infatti scrive: «Sai bene Alceo di Lesbo a quante baldorie dovette sobbarcarsi, cantando il suo delizioso desiderio di Saffo» (Ateneo, XIII, 598B, vv. 47-49)[19]. Il legame biografico fra i poeti, infine, sarebbe anche dimostrato da alcune opere vascolari precedenti la composizione della Retorica aristotelica, ma – conclude Canfora – queste testimonianze non sono altro che «un segno dell'accanimento con cui si è elucubrato sulla biografia» degli autori[19].

La poetica[modifica | modifica wikitesto]

Secondo il Colonna «Alceo è il combattente esemplare, l'uomo di parte che tutto sacrifica al suo ideale politico»[20]. Così i suoi versi sono caratterizzati dalla preoccupazione per la patria, i quali non mancano di colpire con «gli strali del disprezzo e del sarcasmo quelli che odia»[20]. Ma la poesia di Alceo non è esclusivamente civile, essa esprime, oltreché l'amore per i giovani putti, mai melenso, ma «intonato [al] clima di ruvidezza guerriera»[20], il «senso della natura»[21]. La produzione poetica della vecchiezza, invece, venuto meno l'ardore politico, è volto alla celebrazione «dell'unico amico che non lo ha mai tradito, che lo ha sorretto nei momenti più tristi, senza nulla chiedere: il frutto inebriante di Dioniso[21].

Le liriche di Alceo furono riordinate in età alessandrina dai grammatici Aristofane di Bisanzio ed Aristarco di Samotracia, i quali le sistemarono in dieci libri, disponendole per argomento[20].

La raccolta comprende:

  • Inni (Ύμνοι): Inno ad Apollo (di cui rimane solo il primo verso, ma possiamo ricavare la parafrasi da un'orazione di Imerio)[21], Inno ad Hermes (di cui rimane solo la prima strofa) e Inno ai Dioscuri (che ha un precedente nel XXXIII inno omerico e un seguito nel XXII idillio di Teocrito);
  • Peana;
  • Carmi della lotta civile (Στασιωτικά μέλη, stasiotikà mèle), cioè canti politici e d'indole battagliera (celebre l'immagine nella quale si paragona Mitilene ad una nave, il mare alle alterne vicende, e la tempesta alle battaglie, poi ripreso da Orazio, Carm. I,14);
  • Canti conviviali (Συμποσιακά μέλη, symposiakà mèle), nei quali si celebrano i lieti banchetti e i convitti dell'eterìa, ossia del ristretto circolo aristocratico (noto l'invito alla baldoria in seguito alla morte del tiranno Mirsilo, fonte d'ispirazione per Orazio, il quale, in Odi, I, 37, esultante per la morte di Cleopatra, incoraggia i compagni a bere: «Ora bisogna bere»)[22];
  • Canti erotici (Εροτικὰ μέλη, erotikà mèle), poesie a carattere erotico, aventi come destinatario non solo donne ma spesso anche fanciulli (amore paideutico).

Di Alceo restano circa 400 frammenti (l'ultimo a poter compulsare l'opera di Alceo nella sua integralità fu, circa nel secolo XIII dell'èra volgare, Gregorio di Corinto)[20], anche se numerose citazioni si ritrovano in Orazio. Il dialetto utilizzato da Alceo è l'eolico misto ad alcuni ionismi. È una lingua poco letteraria, infatti si trovano pochi omerismi, ed è più simile alla lingua parlata e vi si riscontra spesso una funzione conativa. Anche per quanto riguarda i ritmi, è stata rilevata una certa varietà: si passa dalle strofe alcaiche, che prendono il nome proprio da lui, a quelle saffiche.[23]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Alceo, p. 224.
  2. ^ a b F.M. Pontani, p. 318.
  3. ^ D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall'età micenea all'età romana, Laterza, Roma-Bari 2012, pp. 212-213, ove si dice: «La cronologia, sua [: di Alceo], come quella della contemporanea Saffo, merita di restare fissata tra la seconda metà del VII secolo e i primi inizi del VI».
  4. ^ a b Diogene Laerzio, p. 28.
  5. ^ L. Canfora, p. 98, nota 2: «È opinione prevalente che Mirsilo e Melancro siano esponenti della famiglia dei Cleanattidi [...]».
  6. ^ a b c A. Colonna, p. 103.
  7. ^ L. Canfora, p. 90.
  8. ^ Alceo, p. 218.
  9. ^ Alceo, p. 234.
  10. ^ Aristotele, Politica, in Id., Politica e Costituzione di Atene, a cura di C.A. Viano, UTET, Torino 2006, p. 174, ove si dice: «Ce n'è ancora un terzo [: tipo di monarchia], che vigeva presso gli antichi Greci, praticato da quei sovrani chiamati esimenti. Si tratta [...] di una tirannide elettiva [...]. Alcuni di questi sovrani governavano a vita, altri per tempi definiti o in vista di azioni determinate: per esempio i Mitilenesi scelsero Pittaco per combattere contro i fuoriusciti guidati da Antimenide e dal poeta Alceo».
  11. ^ Diogene Laerzio, p. 64, ove si dice: «Pittaco [fu aspramente criticato] da Antimenida e Alceo».
  12. ^ Diogene Laerzio, pp. 30-31, ove si dice: «Alceo lo chiamava σαράπους e σάραπος (dai piedi slargati spazzanti la terra) perché aveva i piedi piatti e li trascinava per terra; χειροπόδης (chiropede, dai piedi spaccati) perché aveva delle spaccature ai piedi [...]; γαύρηξ (spaccone, millantatore) perché si vantava fuor di proposito; φύσκων e γάστρων (panciuto) perché era pingue e carnoso; ζοφοδορπίδας perché cenava all'oscuro, senza lucerna; άγάσυρτος (sordido) perché negletto e sporco».
  13. ^ Diogene Laerzio, p. 29.
  14. ^ Alceo, p. 226.
  15. ^ a b c d L. Canfora, p. 94.
  16. ^ Alceo, p. 223.
  17. ^ Saffo, p. 208: «[Alceo:] Vorrei dire una cosa, ma ho ritegno...; [Saffo:] Se tu avessi vaghezza di cose belle e nobili, e se non mulinasse la tua lingua il male, non avresti sugli occhi il ritegno: del tuo retto sentire parleresti».
  18. ^ Aristotele, Retorica, trad. it. di A. Plebe, in Id., Opere, vol. II, Mondadori, Milano 2008, pp. 832-833.
  19. ^ a b c L. Canfora, p. 95.
  20. ^ a b c d e A. Colonna, p. 104.
  21. ^ a b c A. Colonna, p. 105.
  22. ^ C. Marchesi, Storia della letteratura latina, vol. I, Casa Editrice Giuseppe Principato, Milano 1962, p. 473 e nota 1: «Nelle strofe d'Alceo aveva Orazio esultato all'annunzio della morte di Cleopatra [: Od. I, 37]».
  23. ^ "Le muse", De Agostini, Novara, 1964, Vol. I, pag.104-105

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie[modifica | modifica wikitesto]

  • Edgar Lobel e Denys Page, Poetarum Lesbiorum Fragmenta, Oxford, Clarendon Press, 1955, ISBN non esistente.
  • AA.VV., I lirici greci, a cura di Filippo Maria Pontani, Torino, Einaudi, 1969, pp. 213-236, ISBN non esistente.
  • Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, a cura di Marcello Gigante, vol. 1, 8ª ed., Roma-Bari, Editori Laterza [1962], 2014, ISBN 9788842022855.

Letteratura critica[modifica | modifica wikitesto]

  • Luciano Canfora, Storia della letteratura greca, Roma-Bari, Editori Laterza, 2013, pp. 87-93, ISBN 9788858105641.
  • Aristide Colonna, La letteratura greca, Torino, Lattes, 1969, pp. 102-105, ISBN non esistente.
  • Albin Lesky, Storia della letteratura greca, vol. 1, Milano, Il Saggiatore [1957-58], 1996, pp. 179-189, ISBN 8842803677.
  • Carlo Gallavotti, Storia e poesia di Lesbo nel VII-VI secolo a.C., Alceo di Mitilene, Bari, Adriatica, 1949, ISBN non esistente.
  • Cecil Maurice Bowra, Greek Lyric Poetry, Oxford, Clarendon Press, 1936, pp. 141-185, ISBN non esistente.
  • Carolina Flaccomio, Alceo di Mitilene, Palermo, Boccone del povero, 1930, ISBN non esistente.
  • Denys Page, Sappho and Alcaeus. An Introduction to the Study of Ancient Lesbian Poetry, Oxford, Clarendon Press, 1955, ISBN non esistente.
  • Benedetto Marzullo, Il "miraggio" di Alceo, Berlino, De Gruyter, 2008, ISBN 9783110201413.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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