Battaglia della foresta di Teutoburgo

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Coordinate: 52°24′29″N 8°07′46″E / 52.408056°N 8.129444°E52.408056; 8.129444

Imboscata della Foresta di Teutoburgo
Akvy Secstievy Battle.jpg
L'armata romana di Varo è sorpresa nella foresta di Teutoburgo (oggi Kalkriese)
Data settembre 9 d.C.
Luogo Foresta di Teutoburgo (attuale Kalkriese)
Esito Decisiva vittoria dei Germani, fine dell'espansione romana oltre il Reno
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
3 legioni, 3 ali e 6 coorti ausiliarie, probabilmente 15.000 legionari e 4.500/5.000 ausiliari (a ranghi completi) sconosciuto, probabilmente 20/25.000
Perdite
circa 15.000 uomini sconosciuto, 500-1.000
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La battaglia della Foresta di Teutoburgo, chiamata clades Variana (la disfatta di Varo) dagli storici romani, si svolse nell'anno 9 d.C. tra l'esercito romano guidato da Publio Quintilio Varo e una coalizione di tribù germaniche comandate da Arminio, capo dei Cherusci. La battaglia ebbe luogo nei pressi dell'odierna località di Kalkriese,[1] nella Bassa Sassonia, e si risolse in una delle più gravi disfatte subite dai romani: tre intere legioni (la XVII, la XVIII e la XIX) furono annientate, oltre a 6 coorti di fanteria e 3 ali di cavalleria ausiliaria.[2]

Per riscattare l'onore dell'esercito sconfitto, i Romani diedero inizio a una guerra durata sette anni, al termine della quale rinunciarono a ogni ulteriore tentativo di conquista della Germania. Il Reno si consolidò come definitivo confine nord-orientale dell'Impero per i successivi 400 anni.

Contesto storico[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Occupazione romana della Germania sotto Augusto.

Dopo che Tiberio, figlio adottivo dell'imperatore Augusto, aveva completato la conquista della parte settentrionale della Germania (con le campagne del 4-5), e domato gli ultimi focolai di una rivolta de Cheruscis, i territori compresi tra i fiumi Reno ed Elba, apparivano ai Romani come una vera e propria provincia. La conquista era durata quasi un ventennio.

A Roma si pensava che ormai fosse arrivato il momento di introdurre nella regione il diritto e le istituzioni romane. L'imperatore Augusto decise così di affidare ad un burocrate più che ad un generale, il governo della nuova provincia. Scelse, dunque, il governatore della Siria, Publio Quintilio Varo. Augusto riteneva che un personaggio noto, certamente non per l'abilità bellica, potesse far cambiare le usanze secolari dei Germani, che non apprezzavano i modi rudi dei militari romani.

Varo - ignorando queste indicazioni e rivolgendosi ai Germani come fossero dei sudditi arresisi alla volontà romana, più che dei provinciali in via di formazione e romanizzazione - non si accorse del crescente rancore che covavano per l'invasore. Avrebbe dovuto porre maggiore attenzione a queste problematiche, tanto più che di esempi dal passato ve ne erano in abbondanza: dal drammatico epilogo della vicina conquista della Gallia di 50-60 anni prima, alla recentissima rivolta delle genti dalmato-pannoniche.

Preludio alla battaglia: l'imboscata preparata da Arminio[modifica | modifica sorgente]

La provincia romana di Germania Magna nel 9 d.C.
« …i soldati romani si trovavano là (in Germania) a svernare, e delle città stavano per essere fondate, mentre i barbari si stavano adattando al nuovo tenore di vita, frequentavano le piazze e si ritrovavano pacificamente... non avevano tuttavia dimenticato i loro antichi costumi … ma perdevano per strada progressivamente le loro tradizioni… ma quando Varo assunse il comando dell'esercito che si trovava in Germania … li forzò ad adeguarsi ad un cambiamento troppo violento, imponendo loro ordini come se si rivolgesse a degli schiavi e costringendoli ad una tassazione esagerata, come accade per gli stati sottomessi. I Germani non tollerarono questa situazione, poiché i loro capi miravano a ripristinare l'antico e tradizionale stato di cose, mentre i loro popoli preferivano i precedenti ordinamenti al dominio di un popolo straniero. Pur tuttavia non si ribellarono apertamente… »
(Cassio Dione, Storia romana, LVI,18)

I Germani aspettavano solo il momento opportuno per ribellarsi e scrollarsi di dosso il peso insopportabile dell'invasore romano. Questo momento sembrò arrivare agli inizi di settembre del 9 d.C. Al comando di tre legioni, reparti ausiliari e numerosi civili, Varo si era spinto in direzione nord ovest, affidandosi alle indicazioni degli indigeni poiché non conosceva la regione.

« …Varo credeva che (i Germani) potessero essere civilizzati con il diritto, questo popolo che non si era potuto domare con le armi. Con questa convinzione egli si inoltrò in Germania come se si trovasse tra uomini che godono della serenità della pace e trascorreva il periodo estivo esercitando la giustizia... davanti al suo tribunale… ma i Germani, molto astuti nella loro estrema ferocia e fingendo [di essersi adeguati alla legge romana]... indussero Varo ad una tale disattenzione ai problemi reali, che Varo si immaginava di amministrare la giustizia quasi fosse un Pretore urbano nel Foro romano, non il comandante di un esercito in Germania... »
(Velleio Patercolo, Storia romana, II,117)

Era il settembre dell'anno 9, e Varo, finita la stagione di guerra (che per i romani iniziava a marzo e finiva ad ottobre), già si muoveva verso i campi invernali, che si trovavano ad Haltern, sulla Lippe (sede amministrativa della nuova provincia di Germania), a Castra Vetera (l'attuale Xanten, lungo il Reno) ed il terzo a Colonia (anch'esso sul Reno).

Il percorso abituale sarebbe stato quello di scendere dal fiume Weser (presso l'attuale località di Minden), attraversare il passo di Doren (le cosiddette porte della Vestfalia), e raggiungere l'alto corso della Lippe presso Anreppen e poi proseguire fino ad Haltern (la romana Aliso) e di qui al Reno.

La foresta di Teutoburgo nei pressi di Kalkriese.
Ricostruzione del luogo della battaglia, con il terrapieno costruito dai barbari per imbottigliare le legioni di Varo.

Al comando di tre legioni (la XVII, la XVIII e la XIX), reparti ausiliari (3 ali di cavalleria e 6 coorti di fanteria) e numerosi civili, Varo si spinse in direzione ovest, affidandosi alle indicazioni degli indigeni poiché non conosceva né il nuovo percorso, né la regione. Egli non solo non sospettava che Arminio, principe dei Cherusci (il quale militava da anni nelle file dell'esercito romano tra gli ausiliari), stava progettando un'imboscata per sopraffare l'esercito romano in Germania, al contrario si riteneva al riparo dai pericoli, ritenendo Arminio un fedele alleato. Tanto che, sia Velleio Patercolo, sia Dione ci raccontano che non prestò fede ad alcuno, incluso Segeste, futuro suocero di Arminio, che lo aveva informato dell'agguato:

« …Segeste, un uomo di quel popolo (i Cherusci) rimasto fedele ai Romani, insisteva che i congiurati venissero incatenati. Ma il fato aveva preso il sopravvento ed aveva offuscato l'intelligenza di Varo... egli riteneva che tale manifestazione di fedeltà nei suoi riguardi [da parte di Arminio] fosse una prova delle sue qualità... »
(Velleio Patercolo, Storia romana, II,118)
« ...[Varo] pose la sua fiducia su entrambi [Arminio ed il padre Sigimero], e poiché non si aspettava nessuna aggressione, non solo non credette a tutti quelli che sospettavano del tradimento e che lo invitavano a guardarsi alle spalle, anzi li rimproverò per aver creato un inutile clima di tensione e di aver calunniato i Germani... »
(Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LVI, 19)

Il piano procedeva come stabilito. Era stata simulata una rivolta nei pressi del massiccio calcareo di Kalkriese, nel territorio dei Bructeri, e Varo senza dar credito alle voci sospette di un possibile agguato al suo esercito in marcia, su un percorso fino ad ora mai esplorato, all'interno di una folta foresta circondata da acquitrini, non utilizzò alcuna precauzione che lo mettesse al riparo da una possibile aggressione, facilitando il compito ad Arminio ed ai suoi Germani.

« ...il piano procedeva come stabilito. [Arminio ed i suoi Germani scortarono Varo] ...e dopo aver ottenuto il permesso di fermarsi ad organizzare le forze alleate per poi andargli in aiuto, presero il comando delle truppe [quelle nascoste nella selva di Teutoburgo], le quali erano già pronte sul luogo stabilito (per l'agguato) ...dopo di ciò le singole tribù uccisero i soldati che erano stati lasciati a presidio dei loro territori... e poi assalirono Varo che si trovava nel mezzo di una foresta da cui era difficile uscirne... e là... si rivelarono nemici... »
(Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LVI, 19)

Forze in campo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Esercito romano.

Varo disponeva di tre intere legioni: la XVII, XVIII e XIX,[3][4] oltre ad alcune unità ausiliarie (3 ali e 6 coorti), pari a circa 15.000 legionari e 5.000 ausiliari (a ranghi completi).

I Germani di Arminio potevano invece contare su circa 20.000/25.000 guerrieri delle tribù dei Cherusci, Bructeri, oltre probabilmente a Sigambri, Usipeti, Marsi, Camavi, Angrivari e Catti.

Battaglia[modifica | modifica sorgente]

La foresta di Teutoburgo, in una giornata nebbiosa e piovosa, come doveva apparire alle legioni romane di Varo 2000 anni fa.
Il possibile percorso di Varo, dalla porta Westfalica sul Weser, fino a Kalkriese dove lo attendeva Arminio per tendergli l'agguato.

Primo giorno: l'attacco dei Germani nella fitta foresta[modifica | modifica sorgente]

Varo stava percorrendo un terreno estremamente difficile da superare con un esercito che, date le difficoltà oggettive del percorso si era allungato a dismisura per oltre tre chilometri e mezzo.

« ... il terreno era sconnesso ed intervallato da dirupi e con piante molto fitte ed alte... i Romani erano impegnati nell'abbattimento della vegetazione ancor prima che i Germani li attaccassero... portavano con sé molti carri, bestie da soma... non pochi bambini, donne ed un certo numero di schiavi... nel frattempo si abbatteva su di loro una violenta pioggia ed un forte vento che dispersero ancor di più la colonna in marcia... il terreno così diventava ancor più sdrucciolevole... e l'avanzata sempre più difficile... »
(Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LVI, 20, 1-3)

E mentre i Romani si trovavano in serie difficoltà solo nell'avanzare in un territorio a loro totalmente sconosciuto, i Germani attaccarono.

Si trattava di una coalizione di popoli (formata certamente da Cherusci e Bructeri, oltre probabilmente a Sigambri, Usipeti, Marsi, Camavi, Angrivari e Catti), sotto il comando di Arminio, che conosceva ottimamente le tattiche belliche romane, avendo egli stesso militato nelle Truppe ausiliarie dell'esercito romano durante la rivolta dalmato-pannonica del 6-9.

Arminio aveva predisposto con estrema cura tutti i dettagli dell'imboscata:

  • aveva scelto il luogo dell'agguato, vale a dire il punto in cui la grande palude a nord, si avvicinava di più alla collina calcarea di Kalkriese, e dove il passaggio era ristretto a soli 80-120 metri;
  • fatto deviare il normale tracciato della strada, con lo scopo di condurre l'esercito romano in un imbuto, senza uscita;
  • fatto costruire un terrapieno (lungo circa 500-600 metri e largo 4-5), dietro cui nascondere parte delle sue truppe (concentrando sul posto non meno di 20/25.000 armati), lungo i fianchi della collina del Kalkriese (alta circa 100 metri), da cui potevano attaccare il fianco sinistro delle truppe romane.

Tutto era ora pronto per l'agguato contro il nemico mortale romano, che aveva tolto loro la libertà.

« ... i barbari, grazie alla loro ottima conoscenza dei sentieri, d'improvviso circondarono i Romani con un'azione preordinata, muovendosi all'interno della foresta ed in un primo momento li colpirono da lontano (evidentemente con un continuo lancio di giavellotti, aste e frecce) ma successivamente, poiché nessuno si difendeva e molti erano stati feriti, li assalirono. I Romani, infatti, avanzavano in modo disordinato nel loro schieramento, con i carri e soprattutto con gli uomini che non avevano indossato l'armamento necessario, e poiché non potevano raggrupparsi [a causa del terreno sconnesso e degli spazi ridotti del sentiero che seguivano] oltre ad essere numericamente inferiori rispetto ai Germani che si gettavano nella mischia contro di loro, subivano molte perdite senza riuscire ad infliggerne altrettante... »
(Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LVI, 20, 4-5)

Alla fine della giornata, dopo numerose perdite subite, Varo riusciva a riorganizzare l'esercito, accampandosi in una zona favorevole, per quanto fosse possibile, su un'altura boscosa.

Secondo giorno: la difesa di Varo e l'avanzata impossibile[modifica | modifica sorgente]

La mappa della disfatta di Varo, nella Selva di Teutoburgo

Il secondo giorno, dopo aver bruciato ed abbandonato la maggior parte dei carriaggi, e tutti i bagagli non necessari, i Romani avanzarono disposti in schieramenti più ordinati fino a raggiungere una località in campo aperto, non senza ulteriori perdite.

Di lì continuarono la marcia, ancora fiduciosi di potersi salvare. Sapevano che durante la marcia, avrebbero subito numerose nuove perdite. E forse solo pochi si sarebbero salvati. La speranza era quella di avvicinarsi il più possibile all'accampamento di Castra Vetera sul fiume Reno, dove forse il legato, Asprenate, avrebbe potuto raggiungerli e salvarli.

L'esercito procedeva in zone boscose che sembravano interminabili. Gli uomini di Arminio, che conoscevano bene il terreno, non gli davano tregua, assalendolo continuamente. Non dovevano permettere ai Romani di organizzarsi e schierarsi. In campo aperto le legioni avrebbero prevalso certamente. Fu proprio in questo frangente che i Romani subirono le perdite peggiori, poiché per quanto cercassero di serrare i ranghi, lo spazio era troppo limitato per farlo.

« ...i Romani avevano serrato i ranghi in uno spazio assai stretto, in modo tale che sia i cavalieri sia i fanti attaccassero i nemici con uno schieramento compatto, ma in parte si scontravano tra loro ed in parte andavano ad urtare gli alberi... »
(Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LVI, 21, 2.)

Terzo giorno: la morte di Varo e la strage dell'esercito romano[modifica | modifica sorgente]

Lo scontro tra le armate romane e germaniche nella rappresentazione pittorica di Otto Albert Koch.

Il terzo giorno fu l'ultimo ed il più tragico per l'armata romana, ormai decimata dalla furiosa lotta dei giorni precedenti. La pioggia ed il vento si erano scatenati nuovamente, impedendo ai soldati romani di avanzare oltre e di poter costruire un nuovo accampamento entro cui difendersi. La pioggia era talmente copiosa che avevano difficoltà ad usare le armi, in quanto scivolose.

I Germani pativano di meno questa condizione, poiché il loro armamento era più leggero, ed avevano la possibilità di attaccare e di ritirarsi velocemente nella vicina foresta con la massima libertà. L'eco della battaglia aveva, inoltre, dato morale alle vicine tribù barbare che, fiduciose per l'esito finale della battaglia, avevano inviato nuovi rinforzi, infoltendo il già cospicuo numero di armati germani. I soldati romani, sempre più decimati e ormai ridotti allo stremo, erano ovunque circondati e colpiti da ogni parte. Era quasi impossibile resistere alle forze germane.

« ...per questi motivi Varo, e gli altri ufficiali di alto rango, nel timore di essere catturati vivi o di morire per mano dei Germani... compirono un suicidio collettivo ... »
(Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LVI, 21, 5.)
« ...(Quintilio Varo) si mostrò più coraggioso nell'uccidersi che nel combattere... e si trafisse con la spada... »
(Velleio Patercolo, Storia Romana, II, 119, 3)

Non appena si diffuse la notizia, molti soldati romani smisero di combattere preferendo uccidersi o fuggire piuttosto che venire catturati dai Germani. I resti dell'esercito romano erano ora allo sbando e sono raccontati episodi di coraggio alternati a quelli di codardia tra le file dei legionari di Roma.

« ...Lucio Eggio diede un esempio di valore al contrario di Ceionio che... propose la resa e preferì morire torturato piuttosto che in battaglia... Vala Numonio, legato di Varo, responsabile di un fatto crudele, abbandonando la fanteria senza l'appoggio della cavalleria, poiché provò a fuggire con le ali di cavalleria verso il Reno, ma il destino vendicò questo suo gesto vigliacco... e morì da traditore... »
(Velleio Patercolo, Storia Romana, II, 119, 4.)
Rappresentazione della battaglia di Teutoburgo.
« ...Poiché i Germani sfogavano la loro crudeltà sui prigionieri romani, Caldo Celio (caduto prigioniero), un giovane degno della nobiltà della sua famiglia, compì un gesto straordinario. Afferrate le catene che lo tenevano legato, se le diede sulla testa con tale violenza da morire velocemente per la fuoriuscita di copioso sangue e delle cervella... »
(Velleio Patercolo, Storia Romana, II, 120, 6.)
« ...nulla di più cruento di quel massacro fra le paludi e nelle foreste... ad alcuni soldati romani strapparono gli occhi, ad altri tagliarono le mani, di uno fu cucita la bocca dopo avergli tagliato la lingua... »
(Floro, Epitome de T. Livio Bellorum omnium annorum DCC Libri duo , II, 36-37)

Gran parte dei superstiti vennero sacrificati alle divinità germaniche e i restanti vennero liberati, o scambiati con prigionieri germanici o riscattati, se è vero che durante la spedizione del 15 (sei anni dopo la disfatta) Germanico si fece ricondurre sul campo di Kalkriese avvalendosi dell'aiuto dei pochissimi superstiti della battaglia (gli unici che fossero in grado di indicare il luogo), per dare degna sepoltura ai resti dei commilitoni morti sei anni prima. E qui vide lo scempio di un autentico massacro.

« [Germanico giunto sul luogo della battaglia osservava] ...nel mezzo del campo biancheggiavano le ossa ammucchiate e disperse... sparsi intorno... sui tronchi degli alberi erano conficcati teschi umani. Nei vicini boschi sacri si vedevano altari su cui i Germani avevano sacrificato i tribuni ed i principali centurioni... »
(Cornelio Tacito, Annali I, 61)

Conseguenze[modifica | modifica sorgente]

Le reazioni immediate a Roma[modifica | modifica sorgente]

L'Hermannsschlacht (clades Variana), riproduzione di un dipinto monumentale di Friedirch Gunkel, andato distrutto nella seconda guerra mondiale.

La sconfitta fu certamente devastante. Tre intere legioni erano state annientate, insieme a circa 5.000 ausiliari, ed al loro comandante, Publio Quintilio Varo.[5][6][2]

« ...Varo, certamente uomo serio e di sani principi morali, rovinò se stesso ed un esercito magnifico per la mancanza di cautela, abilità, astuzia proprie di un generale, che per il valore dei suoi soldati... »
(Velleio Patercolo, Storia Romana, II, 119, 4.)

Lucio Asprenate, nipote di Varo e suo subordinato in Germania, accorreva con due legioni da Mogontiacum (Magonza), per scongiurare un'invasione germanica, salvare i superstiti e rafforzare gli animi incerti delle popolazioni galliche.

« ...Meritevole di lode è anche il valore di un certo Lucio Cedicio, prefetto del campo di Aliso [l'odierna Haltern sulla Lippe] e dei soldati con lui rinchiusi, i quali furono assediati da soverchianti forze germaniche, ma superate tutte le difficoltà, che parevano insuperabili per la forza del nemico germanico... colto il momento favorevole, si conquistarono con le armi la possibilità di ritornare tra i loro... [al di là del Reno, presumibilmente a Castra Vetera»
(Velleio Patercolo, Storia Romana, II, 120, 4.)
« I barbari si impadronirono di tutti i forti [che erano presenti sul territorio germanico] tranne uno [si tratta dello stesso episodio narrato da Velleio, di Aliso], nei pressi del quale furono impegnati, non poterono attraversare il Reno ed invadere la Gallia... la ragione per cui non riuscirono ad occupare il forte romano è da attribuirsi alla loro incapacità nel condurre un assedio, mentre i Romani facevano un grande utilizzo di arcieri, respingendo ed infliggendo numerose perdite ai barbari... e si ritirarono quando vennero a sapere che i Romani avevano posto una nuova guarnigione a guardia del Reno [si trattava probabilmente di Asprenate] e dell'arrivo di Tiberio, che sopraggiungeva con un nuovo esercito... »
(Cassio Dione Cocceiano, Storia Romana, LVI, 22, 2a-2b.)

Lo shock di questa notizia, giunta a Roma a soli cinque giorni dal trionfo su Dalmati e Pannoni, racconta Svetonio, sconvolse anche il vecchio imperatore, fino ad ora provato a tutto, e che da allora non volle più germani accanto a sé:

« Quando giunse la notizia... dicono che Augusto si mostrasse così avvilito da lasciarsi crescere la barba ed i capelli, sbattendo, di tanto in tanto, la testa contro le porte e gridando: "Varo rendimi le mie legioni!". Dicono anche che considerò l'anniversario di quella disfatta come un giorno di lutto e tristezza". »
(Svetonio, Vite dei dodici Cesari II, 23.)
« ...Augusto quando seppe quello che era accaduto a Varo, stando alla testimonianza di alcuni, si strappò la veste e fu colto da grande disperazione non solo per coloro che erano morti, ma anche per il timore che provava per la Gallia e la Germania, ma soprattutto perché credeva che i Germani potessero marciare contro l'Italia e la stessa Roma»
(Cassio Dione Cocceiano, Storia Romana, LVI, 23, 1.)
« ...Augusto poiché a Roma vi era un numero elevato di Galli e Germani... nella Guardia Pretoriana... temendo che potessero insorgere... li mandò in esilio in diverse isole, mentre a coloro che erano privi di armi ordinò di allontanarsi dalla città.... »
(Cassio Dione Cocceiano, Storia Romana, LVI, 23, 4.)

Arminio, infatti, dopo questo grande successo militare, avrebbe voluto passare al contrattacco, alleandosi con l'altro grande sovrano germano Maroboduo, il re dei Marcomanni, come ci racconta Velleio Patercolo:

« La crudeltà dei nemici germani aveva fatto a pezzi il cadavere, quasi completamente carbonizzato, di Varo, e la sua testa, una volta tagliata, fu portata a Maroboduo, il quale la inviò a Tiberio Cesare, perché fosse seppellita con onore.... »
(Velleio Patercolo, Storia romana II, 119.)
L'Hermannsdenkmal, la statua in rame di Arminio, eroe nazionale tedesco, alta 26 metri, situata a Detmold nella regione westfalica.

Fu una fortuna per Roma che Maroboduo mantenne fede ai patti stipulati con Tiberio tre anni prima (nel 6). E questo gesto costò caro al sovrano marcomanno. Pochi anni più tardi (nel 18), Arminio, raccolta attorno a sé un'enorme confederazione di genti germane, lo sfidò e riuscì a sconfiggerlo in uno scontro campale. Tiberio ricordando quanto Maroboduo gli fosse rimasto fedele nel momento del bisogno, evitando che la disfatta di Teutoburgo si trasformasse in una nuova ed ancor più devastante invasione germanica (come quella avvenuta un secolo prima da parte di Cimbri e Teutoni, nel 113-101 a.C.), gli diede asilo politico, una volta caduto in disgrazia presso la sua gente, all'interno dei confini imperiali (a Ravenna).

Ora era necessaria però una reazione militare immediata e decisa da parte dell'Impero romano. Non si doveva permettere al nemico germanico di prendere coraggio e di invadere i territori della Gallia e magari dell'Italia stessa, mettendo a rischio non solo una provincia ma la stessa salvezza di Roma.

In una situazione tanto drammatica, Augusto fu costretto anche ad arruolare liberti:

« ...Augusto organizzò comunque le rimanenti forze con ciò che aveva a disposizione... arruolò nuovi uomini... tra veterani e liberti e poi li inviò con la massima urgenza, insieme a Tiberio, nella provincia di Germania.... »
(Cassio Dione Cocceiano, Storia Romana, LVI, 23, 3.)
« [...] due volte soltanto arruolò i liberti come soldati: la prima volta fu per proteggere le colonie vicine dell'Illirico, la seconda per sorvegliare la riva del Reno. Erano schiavi che provenivano da uomini e donne facoltosi, ma egli preferì affrancarli subito e li collocò in prima linea, senza mescolarli ai soldati di origine libera (peregrini) e senza dar loro le stesse armi»
(SvetonioAugustus, 25.)
« ... (Tiberio Cesare) viene inviato in Germania, e qui rafforza le Gallie, prepara e riorganizza gli eserciti, fortifica i presidi e avendo coscienza dei propri mezzi, non timoroso di un nemico che minacciava l'Italia con un'invasione simile a quella dei Cimbri e dei Teutoni, attraversava il Reno con l'esercito e passava al contrattacco, mentre al padre Augusto ed alla patria sarebbe bastato di tenersi sulla difensiva. Tiberio avanza così in territorio germano, si apre nuove strade, devasta campi, brucia case, manda in fuga quanti lo affrontano e con grandissima gloria torna ai quartieri d'inverno senza perdere nessuno di quanti aveva condotto al di là del Reno.... »
(Velleio Patercolo, Storia di Roma II, 120.)

Tiberio dimostrava, ancora una volta, di essere quel generale geniale qual era. Era riuscito a frenare i propositi, da parte della genti germaniche vittoriose, di una nuova invasione. Negli anni che si susseguirono (dal 10 al 12) condusse egli stesso gli eserciti ancora al di là del Reno:

« ...abbatté le forze nemiche in Germania, con spedizioni navali e terrestri, e placate più con la fermezza che con i castighi la pericolosissima situazione nella Gallia e la ribellione sorta tra la popolazione degli Allobrogi... (del 12 d.C.). »
(Velleio Patercolo, Storia di Roma II, 121.)
« [nell'11 d.C.] ...Tiberio e Germanico, quest'ultimo in veste di proconsole, invasero la Germania e ne devastarono alcuni territori, tuttavia non riportarono alcuna vittoria, poiché nessuno gli si era opposto, né soggiogarono alcuna tribù... nel timore di cadere vittime di un nuovo disastro non avanzarono molto oltre il fiume Reno [forse fino al fiume Weser]. »
(Cassio Dione Cocceiano, Storia Romana, LVI, 25.)

L'impatto sulla storia europea e mediterranea[modifica | modifica sorgente]

Lapide del centurione Marco Celio, morto nell'imboscata di Teutoburgo. Questo l'epitaffio in latino: Marcus Caelius Marci libertus Privatus Marcus Caelius Marci libertus Thiaminus Marco Caelio Titi filio Lemonia Bononia centurioni legionis XIIX annorum LIII semissis cecidit bello Variano ossa inferre licebit Publius Caelius Titi filius Lemonia frater fecit.[7]

La clades variana, considerata da molti autori moderni come una delle più grandi disfatte subite dall'Impero romano (anche se certamente non ai livelli della battaglia di Canne, dove il nemico, Annibale, era penetrato sul suolo italico), potrebbe essere una spiegazione logica della rinuncia da parte di Augusto e dei suoi successori, a nuove azioni di conquista dei territori germani compresi tra il Reno ed il fiume Elba. Più in generale si possono dare anche le seguenti motivazioni:

  • l'età avanzata di Augusto ormai 72-enne (età ancor più venerabile se rapportata all'età romana) ed il suo profondo sconforto, che portarono l'imperatore a formulare nel suo testamento ufficiale (le Res Gestae Divi Augusti) un consiglio per il suo successore, Tiberio, affinché non intraprendesse altre spedizioni oltre i confini dallo stesso stabiliti (vale a dire i fiumi Reno e Danubio);
  • la natura del territorio germanico, ricoperto da immense foreste ed acquitrini, con scarse risorse economiche di materie prime, ovviamente a quel tempo conosciute;
  • la fine della rivolta dalmato-pannonica, soli 5 giorni prima del triste evento della clades variana, sommossa che aveva richiesto l'intervento di ben 10 legioni e 4 anni di guerra sanguinosa;
  • una nuova rivolta in Gallia tra gli Allobrogi, con il rischio che si estendesse all'intera provincia;
  • l'ulteriore e necessaria conquista della Boemia, per completare il progetto di portare i confini al fiume Elba.

È vero anche che Tiberio permise a Germanico, figlio del fratello scomparso Druso, di compiere tre nuove campagne nel territorio dei Germani, dal 14 al 16 (a capo di ben 8 legioni e relative truppe ausiliarie):

  • per riscattare in maniera definitiva l'onore di Roma, cercando di recuperare le tre aquile legionarie andate perdute nella battaglia di Teutoburgo. Una fu trovata da un subordinato di Germanico, Lucio Stertinio, che ritrovò l'aquila della Legio XIX recuperandola dai Bructeri nel 15;[8] il luogo dove era nascosta la seconda aquila venne svelato a Germanico dal capo dei Marsi fatto prigioniero dopo la battaglia di Idistaviso nel 16.[9] Non riuscì a recuperare la terza insegna, che venne trovata solo nel 41 da Publio Gabinio presso i Cauci secondo Dione Cassio Cocceiano nella sua storia romana Libro LX, capitolo 8;
  • per permettere al figlio del fratello, Druso, di ripercorrere le orme del padre;
  • ma soprattutto per terrorizzare il nemico germanico dal compiere nuove e possibili invasioni future del suolo romano della Gallia;
  • forse anche per valutare se vi fossero ancora i presupposti di un'occupazione permanente della Germania.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Spedizione germanica di Germanico.

Qualcuno degli storici antichi come Tacito, che aveva in grande simpatia Germanico, pensò che l'occupazione della Germania fosse stata fermata da Tiberio, quasi per una forma di gelosia nei confronti del figlio adottivo, Germanico. È però quasi del tutto certo che le motivazioni personali non abbiano potuto influenzare un uomo come Tiberio, cresciuto sui campi di battaglia, freddo e concreto in tutto ciò che faceva, mettendo a repentaglio un piano tanto importante per la salvaguardia futura dell'impero romano.

Le ragioni che portarono a questa decisione furono varie: in primo luogo il consilium coercendi intra terminos imperii di Augusto, ovvero alla decisione di mantenere i confini dell'impero invariati, cercando di salvaguardare i territori interni e di assicurarne la tranquillità. Una nuova espansione in Germania avrebbe infatti necessitato dell'impiego di maggiori forze militari, e avrebbe esposto gli eserciti romani a nuovi rischi.[10]

Tiberio, seguendo i consigli di Augusto aveva preferito non ampliare i confini imperiali nel nord dell'Europa per i motivi sopra esposti, ma soprattutto per motivi di difficile integrazione agli usi e costumi romani nel breve periodo. Troppe volte negli ultimi 30 anni, infatti, era stato necessario intervenire per reprimere continue rivolte, soprattutto in Europa: dalla rivolta cantabrica del (29-19 a.C.) a quella terribile dalmato pannonica del 6-9, alle continue sollevazioni da parte dei Galli (in Aquitania, tra gli Allobrogi, ecc.).

La battaglia segna, pertanto, la fine dell'espansionismo romano in Germania, ed il lamento di Augusto, di cui si parlava poc'anzi, può essere associato, non solo alla sconfitta militare, di per sé grave, ma soprattutto alla consapevolezza del vecchio imperatore, di non poter vedere la riduzione in provincia di tutti i territori germani, compresi tra il fiume Reno ed il fiume Elba.

Solo 800 anni più tardi con Carlo Magno, il sovrano carolingio che come Augusto credette all'integrazione di tutti i popoli europei, si sarebbe realizzato il sogno di un'estensione politica fino in Germania ufficialmente sotto l'autorità dell'impero, seppur in un contesto certamente diverso.

Archeologia della battaglia[modifica | modifica sorgente]

Maschera da parata in ferro ricoperta d'argento appartenuta ad un cavaliere romano, rinvenuta sul luogo della battaglia.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Museo di Kalkriese.

Il sito della battaglia fu suggerito già agli inizi del Settecento da un certo Zacharias Goeze, teologo e filosofo tedesco, appassionato di numismatica, il quale aveva saputo di alcune monete romane rinvenute in località Kalkriese, a 135 km a Nord-est del confine romano del Reno. Lo storico Theodor Mommsen nel 1885 era convinto che questa fosse la località della famosa battaglia, in base al numero di monete reperite sul sito; ma si è dovuto attendere il 1987 per averne conferma definitiva.[11]

Il materiale archeologico trovato sull'area della battaglia (su una superficie complessiva di 5 per 6 km), era di oltre 4.000 oggetti di epoca romana:

  • 3.100 pezzi militari come parti di spade, pugnali, punte di lance e frecce, proiettili utilizzati dalle fionde delle truppe ausiliarie romane, dardi per catapulte, parti di elmi, parti di scudi, una maschera da parata in ferro ricoperta d'argento, chiodi di ferro delle calzature dei legionari, piccozze, falcetti, vestiario, bardature di cavalli e muli, strumenti chirurgici;
  • un limitato numero di oggetti femminili come forcine, spille e fermagli a testimonianza della presenza di donne tra le file dell'esercito romano in marcia;
  • 1.200 monete, coniate tutte prima del 14 d.C.;
  • numerosi frammenti ossei di uomini ed animali (muli e cavalli);
  • ed un terrapieno lungo 600 metri e largo 4,5 metri, che si estendeva alla base della colline di Kalkriese in direzione est-ovest, dove i Germani si appostarono aspettando le legioni, dal quale sferrarono il primo attacco, nel punto più stretto tra la collina e la Grande palude (ora ridotta ad una depressione).

La memoria della battaglia[modifica | modifica sorgente]

Gli imperatori romani che si susseguirono nei secoli decisero di non battezzare più altre legioni con il nome delle tre annientate a Teutoburgo (XVII, XVIII e XIX), forse anche perché solo due delle tre insegne perdute furono in seguito recuperate, onta incancellabile per la mentalità e la tradizione militare romana.[12]

Durante il Medioevo la maggioranza della popolazione europea non era in grado di leggere e comprendere documenti redatti in lingua latina, inoltre si perse traccia di molti testi classici e della battaglia di Teutoburgo rimasero noti pochi riferimenti o accenni ad essa, per cui il suo ricordo come evento bellico di primaria importanza venne meno, e ne rimasero vaghe eco nelle leggende che si tramandavano oralmente e che confluirono più tardi nella Canzone dei Nibelunghi e nel mito di Sigfrido.[13] Il ricordo della battaglia si conservò custodito per molto tempo soltanto all'interno dei monasteri, dove gli amanuensi copiavano i codici antichi, fino a quando, durante il periodo dell'Umanesimo e del Rinascimento, si sviluppò un nuovo interesse per la storia antica.

Nel 1425, in particolare, l'umanista italiano Poggio Bracciolini si recò in Germania, dove reperì il manoscritto, fino ad allora sconosciuto, di una delle opere di Tacito, la Germania, che descriveva gli usi e i costumi delle antiche popolazioni germaniche.[14] Grazie alla recente invenzione della stampa a caratteri mobili, la Germania poté diffondersi velocemente tra gli eruditi europei, che iniziarono ad interessarsi alla storia dei rapporti tra Roma e le tribù che risiedevano ad est del Reno. Pochi anni più tardi, nel 1470,[14] fu ritrovata anche l'Epitome di Floro, che conteneva precisi accenni allo scontro di Teutoburgo, e nel 1505 fu rinvenuto il testo degli Annales di Tacito, che narrano la ricognizione effettuata da Germanico sul campo di battaglia a sei anni di distanza dal momento dello scontro stesso.[15] Dagli Annales, gli storici poterono acquisire numerosissime utili informazioni sul personaggio di Arminio e sulla localizzazione del campo di battaglia. Nel 1515, infine, quando i manoscritti ritrovati negli anni precedenti erano già ampiamente diffusi e studiati approfonditamente, fu rinvenuta la Storia romana di Velleio Patercolo, contemporaneo della battaglia.[15]

Avendo a disposizione una simile mole di informazioni, gli umanisti si concentrarono sullo studio dell'episodio, soffermandosi in particolare sull'importante figura di Arminio, che divenne, in qualità di liberatore della Germania, eroe nazionale.[16] Nel periodo che va fino al 1910 ad Arminio furono dedicate oltre settanta opere di vario genere,[16] e lo storico Theodor Mommsen, sul finire dell'Ottocento, tracciò un preciso parallelismo tra il processo di unificazione della Germania promosso da Otto von Bismarck e la battaglia di Teutoburgo, che identificò come punto di svolta della storia mondiale.[17] Tra il 1841 e il 1875 fu infine dedicato ad Arminio il colossale Hermannsdenkmal, eretto nell'attuale foresta di Teutoburgo.[17]

L'importanza della battaglia di Teutoburgo fu celebrata dall'Impero tedesco e, successivamente, dal regime nazista come momento di nazionalismo tedesco, sebbene oggi si tenda ad attribuire una maggiore importanza ai rapporti di interscambio culturale tra Romani e Germani. Occorre anche sottolineare il fatto che Roma, non ritenendo vantaggiosa l'occupazione della Germania, totalmente coperta da foreste e paludi, preferì abbandonare il progetto di annessione. Molto probabilmente, un massiccio dispiegamento di truppe avrebbe alla lunga consentito ai Romani di civilizzare la regione compresa tra Reno ed Elba, ma ciò non accadde poiché le regioni erano povere e non arrecavano alcun vantaggio commerciale all'Impero, a differenza della Dacia che disponeva di ricchi giacimenti d'oro. Così Roma perse la Germania e la Germania perse Roma[18]

Letteratura antica[modifica | modifica sorgente]

L'impressione destata dal drammatico evento ha lasciato una traccia ben visibile nelle narrazioni storiche e letterarie degli autori dell'epoca:[19][20][21][22]

« [Arminio] tese ai nostri un'imboscata, in modo sleale, il quale copre il volto ispido con i lunghi capelli. Quello che seguiva sacrificava i prigionieri, ed un dio che li rifiutava [...] »
(Ovidio, Tristia, III,12, 45-48; IV, 2, 1-36.)
« [...] un'insidia armata [...] tra genti barbare, quando infranto l'accordo, la primitiva Germania tradì il comandante Varo, e del sangue di tre legioni bagnò le campagne [...] »
(Marco Manilio, Poema degli astri, 1898-1900.)
« [...] i Cherusci ed i loro alleati, nel cui paese tre legioni romane, insieme al loro comandante Varo, sono state annientate dopo un agguato, in violazione di un patto [...] »
(Strabone, Geographia, VII, 1, 4.)
« [...] un esercito fortissimo, il primo tra le truppe romane per addestramento, valore ed esperienza, fu accerchiato a sorpresa, a causa dell'indolenza del comandante, della falsità del nemico e dell'ingiustizia del destino [...] E così l'esercito romano, chiuso tra foreste, paludi e agguati, fu massacrato fino all'ultimo uomo da un nemico che aveva sempre battuto a suo piacimento [...] »
(Velleio Patercolo, Storia romana, II, 119.)

Filmografia[modifica | modifica sorgente]

La battaglia di Teutoburgo è stata finora oggetto di tre adattamenti cinematografici: il primo, il film muto intitolato Die Hermannschlacht, fu realizzato tra il 1922 e 1923 dal regista Leo König; le riprese furono effettuate nei pressi dell'Hermannsdenkmal. Duramente criticato nel febbraio del 1924, il film è stato a lungo considerato scomparso. Ne è stata ritrovata una pellicola in un archivio cinematografico moscovita solo dopo il crollo dell'Unione Sovietica.

La seconda riduzione cinematografica della battaglia è apparsa nel 1966 con Il massacro della foresta nera (Hermann der Cherusker – Die Schlacht im Teutoburger Wald [1]). Frutto di una coproduzione italo-tedesca, il film fu realizzato dal regista italiano Ferdinando Baldi, che diresse contemporaneamente anche la pellicola All'ombra delle aquile, utilizzando lo stesso cast e gli stessi set.[23]

Il terzo adattamento cinematografico, Die Hermannschlacht, è stato realizzato tra il 1993 e il 1995, grazie al lavoro di più registi di nazionalità tedesca e alla collaborazione di alcuni storici: le scene raffiguranti la battaglia sono state girate in Renania e nella stessa selva di Teutoburgo. Il film è apparso su DVD nel 2005 insieme ad alcuni filmati di carattere documentario[24] (vedi qui: Parte 1, parte 2, parte 3, parte 4 e parte 5)

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Il sito della battaglia di Teutoburgo presso la moderna Kalkriese.
  2. ^ a b SvetonioAugustus, 23.
  3. ^ Julio Rodriquez Gonzalez, Historia de las legiones romanas, p.721-722.
  4. ^ R.Syme, Some notes on the legions under Augustus, Journal of Roman Studies 13, p.25.
  5. ^ Velleio Patercolo, Storia Romana, II, 120-121.
  6. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia Romana, LVI, 22-25.
  7. ^ AE 1955, 34.
  8. ^ Tacito, Annali, I, 60.
  9. ^ Tacito, Annali, II, 25.
  10. ^ Mazzarino, L'impero romano, p. 140.
  11. ^ Wells, 39-51.
  12. ^ Floro, Epitome de T. Livio Bellorum omnium annorum DCC Libri duo II, 38.
  13. ^ Wells, p. 24.
  14. ^ a b Wells, p. 26.
  15. ^ a b Wells, p. 27.
  16. ^ a b Wells, p. 28.
  17. ^ a b Wells, p. 29.
  18. ^ Wells, p. 31.
  19. ^ Ovidio, Tristia, III,12, 45-48; IV, 2, 1-36.
  20. ^ Marco Manilio, Poema degli astri, 1898-1900.
  21. ^ Strabone, Geographia, VII, 1, 4.
  22. ^ Velleio Patercolo, Storia romana, II, 119.
  23. ^ Scheda su Il massacro della foresta nera dell'Internet Movie Database. URL consultato il 16-11-2008.
  24. ^ Scheda su Die Hermannschlacht dell'Internet Movie Database. URL consultato il 16-11-2008.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie

La seguente è una lista di tutti i riferimenti alla battaglia presenti nei testi dell'antichità. Sebbene il resoconto fatto nella Storia romana sia il più dettagliato, il fatto che l'autore Cassio Dione Cocceiano sia vissuto almeno due secoli dopo gli eventi e che abbia fornito dettagli cui nessun autore precedente aveva fatto menzione, rendono il resoconto sospetto dal punto di vista storico, quasi fosse piuttosto una rievocazione letteraria.

Fonti moderne
  • AAVV, Gli imperatori romani, Torino 1994.
  • Cambridge Ancient History, L'impero romano da Augusto agli Antonini, Milano 1975.
  • Carroll, Maureen, Romans, Celts & Germans: the german provinces of Rome, Gloucestershire & Charleston 2001.
  • Grant, Michael, Gli imperatori romani, Roma 1984.
  • Levi, Mario Attilio, Augusto e il suo tempo, Milano 1994.
  • Mazzarino, Santo, L'impero romano, vol.1, Laterza, 1976.
  • Sommer, Michael, Die Arminiusschlacht. Spurensuche im Teutoburger Wald, Stuttgart 2009.
  • Southern, Pat, Augustus, Londra-N.Y. 2001.
  • Spinosa, Antonio, Augusto il grande baro, Milano 1996.
  • Syme, Ronald, L'aristocrazia augustea, Milano 1993.
  • Syme, Ronald, Some notes on the legions under Augustus, "JRS" 1923.
  • Wells, C.M., The german policy of Augustus, Oxford University Press, 1972, ISBN 0-19-813162-3.
  • Peter Wells, La battaglia che fermò l'impero romano. La disfatta di Q.Varo nella Selva di Teutoburgo, Milano, il Saggiatore, 2004.
  • Wamser, Ludwig, Die Römer zwischen Alpen und Nordmeer, Monaco di Baviera 2000.
Riviste
Romanzo storico

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Personaggi romani[modifica | modifica sorgente]

Personaggi germani e popoli[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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