Guerra civile romana (49-45 a.C.)

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Guerra civile romana (49-45 a.C.)
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Giulio Cesare, vincitore della guerra civile
Data 49-45 a.C.
Luogo Italia, Grecia, Egitto, Africa e Spagna
Esito Vittoria di Gaio Giulio Cesare
Schieramenti
Comandanti
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La guerra civile romana del 49 - 45 a.C., nota anche come guerra civile tra Cesare e Pompeo, è il penultimo conflitto militare sorto all'interno della Repubblica romana. Essa consistette in una serie di scontri politici e militari fra Gaio Giulio Cesare ed i suoi sostenitori politici, contro la fazione tradizionalista e conservatrice del Senato romano (Optimates) e capeggiata da Gneo Pompeo Magno, Marco Porcio Catone Uticense e Quinto Cecilio Metello Pio Scipione Nasica.

Molti storici concordano nel dire che la guerra civile fu una logica conseguenza di un lungo processo di decadenza delle istituzioni politiche di Roma, iniziata con gli omicidi dei Gracchi nel 133 e 123 a.C. e continuata con la riforma delle legioni di Gaio Mario, che fu il primo a ricoprire molti incarichi pubblici straordinari inaugurando un esempio che sarà seguito dai futuri aspiranti dittatori della decadente repubblica, la guerra sociale, lo scontro tra mariani e sillani conclusosi con l'instaurazione della dittatura di Lucio Cornelio Silla, nota per le liste di proscrizione emesse nel suo corso, ed infine nel primo triumvirato. Questi eventi frantumarono le fondamenta della Repubblica, ed è chiaro che Cesare volse abilmente in suo favore l'opportunità offertagli dalla decadenza delle istituzioni, tanto che Cicerone afferma:

« Ecco l'uomo che dobbiamo combattere. Ha tutto, gli manca solo la buona causa »
(Affermazione di Marco Tullio Cicerone su Giulio Cesare alla vigilia della guerra civile[1].)

Dopo aspri dissensi con il senato, Cesare varcò in armi il fiume Rubicone, che segnava il confine politico dell'Italia; il senato, di contro, si strinse attorno a Pompeo e, nel tentativo di difendere le istituzioni repubblicane, decise di dichiarare guerra a Cesare (49 a.C.). Dopo alterne vicende, i due contendenti si affrontarono a Farsalo, dove Cesare sconfisse irreparabilmente il rivale. Pompeo cercò quindi rifugio in Egitto, ma lì fu ucciso (48 a.C.). Anche Cesare si recò perciò in Egitto, e lì rimase coinvolto nella contesa dinastica scoppiata tra Cleopatra VII e il fratello Tolomeo XIII: risolta la situazione, riprese la guerra, e sconfisse il re del Ponto Farnace II a Zela (47 a.C.). Partì dunque per l'Africa, dove i pompeiani si erano riorganizzati sotto il comando di Catone, e li sconfisse a Tapso (46 a.C.). I superstiti trovarono rifugio in Spagna, dove Cesare li raggiunse e li sconfisse, questa volta definitivamente, a Munda (45 a.C.).

Questa guerra civile aprì la strada alla fine della Roma repubblicana, a cui sarà dato il colpo di grazia dall'esito della guerra civile tra Ottaviano e Marco Antonio (terminata con la battaglia di Azio del 31 a.C.).

Fonti e storiografia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Fonti e storiografia sulla guerra civile romana (49-45 a.C.).

Le principali fonti della guerra civile combattuta negli anni 49 - 45 a.C. sono rappresentate dalle biografie di Svetonio (Vite dei dodici Cesari) e di Plutarco (Vite Parallele), oltre a Appiano di Alessandria (Historia Romana), Cassio Dione Cocceiano (Historia Romana), Velleio Patercolo (Historiae Romanae), Marco Tullio Cicerone (Orationes Philippicae, Orationes in Catilinam, Epistulae ad Atticum, Orationes: pro Marcello, pro Ligario, pro Deiotaro, De provinciis consularibus), Marco Anneo Lucano (Pharsalia), e una delle parti in causa, Gaio Giulio Cesare, con i Commentarii De bello Gallico e De bello civili.

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Repubblica romana e Storia della Repubblica romana (146-31 a.C.).

Nell'estate del 60 a.C., tre tra i maggiori capi politici dell'epoca, Cesare, Crasso e Pompeo stipularono un'alleanza strategica che potesse favorirli negli anni a venire.[2] Questo accordo privato fu successivamente chiamato dagli storici moderni primo triumvirato; non si trattava di una vera magistratura, ma di un accordo tra privati che, data l'influenza dei firmatari, ebbe poi notevolissime ripercussioni sulla vita politica, dettandone gli sviluppi per quasi dieci anni.[3]

Crasso era l'uomo più ricco di Roma (aveva infatti finanziato la campagna elettorale di Cesare per il consolato) ed era un esponente di spicco della classe dell'ordine equestre. Pompeo, dopo aver brillantemente risolto la guerra in Oriente contro Mitridate e i suoi alleati, era il comandante militare con più successi alle spalle. Il rapporto tra Crasso e Pompeo non era dei più idilliaci, ma Cesare con la sua fine abilità diplomatica seppe riappacificarli, vedendo in un'alleanza tra i due l'unico modo in cui egli stesso avrebbe potuto raggiungere i vertici del potere. Crasso serbava infatti verso Pompeo un certo rancore, da quando quegli aveva celebrato il trionfo per la guerra contro Sertorio in Spagna e per la vittoria contro gli schiavi ribelli: grande merito era andato a Pompeo, mentre Crasso, vero artefice della sofferta vittoria su Spartaco, aveva potuto celebrare soltanto un'ovazione.[3]

Il patto condusse Pompeo a sostenere la candidatura al consolato di Cesare, mentre Crasso l'avrebbe finanziata. In cambio di quest'appoggio, Cesare avrebbe fatto in modo che ai veterani di Pompeo venissero distribuite delle terre, e che il Senato ratificasse i provvedimenti presi da Pompeo in Oriente; al contempo, com'era desiderio di Crasso e dei cavalieri, fu ridotto di un terzo il canone d'appalto delle imposte della provincia d'Asia. A rinsaldare ulteriormente quanto previsto dal triumvirato, Pompeo sposò Giulia, la figlia di Cesare.

Nel 59 a.C., l'anno del suo consolato, Cesare portò al servizio dell'alleanza la sua popolarità politica e il suo prestigio, e si adoperò per portare avanti le riforme concordate con gli altri triumviri.[4] Nonostante la forte opposizione del collega Marco Calpurnio Bibulo, che tentò in ogni modo di ostacolare le sue iniziative, Cesare ottenne comunque la ridistribuzione degli appezzamenti di ager publicus per i veterani di Pompeo, ma anche per alcuni dei cittadini meno abbienti.[5] Bibulo, una volta accortosi del fallimento della sua sterile politica volta esclusivamente alla conservazione dei privilegi da parte della nobilitas senatoriale, si ritirò dalla vita politica: in questo modo pensava di frenare l'attività del collega, che invece poté attuare in tutta tranquillità il suo rivoluzionario programma.[4] Cesare infatti programmò la fondazione di nuove colonie in Italia e per tutelare i provinciali riformò le leggi sui reati di concussione (lex Iulia de repetundis),[6] facendo approvare allo stesso tempo delle leggi che favorissero l'ordo equestris: con la lex de publicanis egli ridusse di un terzo la somma di denaro che i cavalieri dovevano pagare allo stato, favorendo così le loro attività. Fece infine promulgare una legge che imponeva al senato di stilare le relazioni di ogni seduta (gli acta senatus).[7] In questo modo Cesare si assicurava l'appoggio di tutta la popolazione romana, ponendo le basi per il suo futuro successo.[4]

Terminato il consolato, grazie all'appoggio dei triumviri, Cesare ottenne con la Lex Vatinia del 1º marzo[8] il proconsolato delle province della Gallia cisalpina e dell'Illirico per cinque anni, con un esercito composto da tre legioni (VII, VIII e IX). Poco dopo un senatoconsulto gli affidò anche la vicina provincia della Narbonense,[9] il cui proconsole era morto all'improvviso, e la X legione.[10]

Il patto triumvirale, che aveva legato Cesare a Pompeo e Crasso, stava ormai esaurendosi, da quando Crasso, come era stato deciso nel 56 a.C. in un incontro tra i tre triumviri a Lucca (dove Cesare si era visto prorogare per un altro quinquennio il proconsolato nelle Gallie), si era recato in Siria a combattere i Parti ed era morto a Carre (53 a.C.). Vero è che con l'inizio del 53 a.C., Cesare aveva ottenuto non solo di arruolare due nuove legioni, per compensare la perdita della legio XIIII, ma anche di riceverne una dal genero Gneo Pompeo, il quale acconsentì per il bene della Repubblica e l'amicizia che ancora lo legava al suocero, il quale poté così portare il numero delle proprie legioni a dieci.[11]

Essenzialmente Cesare ambiva con la conquista della Gallia a controbilanciare i successi orientali di Pompeo nell'opinione pubblica, ad assicurarsi una pressoché inesauribile fonte di denaro,[12] un esercito preparato e fedele, nonché schiere di clienti e migliaia di schiavi. Questi obiettivi furono in sostanza tutti raggiunti. Cesare, una volta conquistata la Gallia, era di fatto entrato nell'Olimpo dei grandi conquistatori romani. Era amato dalla plebe di Roma alla quale, sapientemente, aveva concesso benefici di varia natura grazie al bottino di guerra. Il Senato e Pompeo ora lo temevano, sapendo che alle sue dipendenze aveva delle legioni temprate dalla guerra, costituite da cittadini di recente cittadinanza e legati a Cesare da un vincolo di fedeltà clientelare quasi assoluta. Svetonio scrive:

« In Gallia spogliò i templi e i santuari degli dèi, zeppi di doni votivi e distrusse le città più spesso per predarle che per punirle. In tal modo ebbe oro in abbondanza, e lo mise in vendita in Italia e nelle province [...]. »
(Svetonio, Vite dei CesariCesare, 54.)

Se la Repubblica era minata già dal tempo dei Gracchi, la conquista della Gallia ruppe definitivamente il bilanciamento di poteri che aveva retto da Silla in poi.

Casus belli[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Primo triumvirato.

Il senato, intimorito dai successi di Cesare, aveva dunque deciso di favorire Pompeo, nominandolo consul sine collega nel 52 a.C., perché frenasse le ambizioni del suo vecchio alleato. Anche negli anni seguenti il senato aveva fatto in modo che i consoli eletti fossero sempre appartenenti alla factio dei pompeiani e che osteggiassero dunque le mosse del proconsole di Gallia; Cesare, di contro, aveva in mente di ottenere il consolato per il 49 a.C., in modo da poter tornare a Roma senza divenire oggetto di procedure penali e, una volta rientrato nell'Urbe, impadronirsi del potere. Per questo, nel 50 a.C., gestendo le sue scelte politiche dalla Gallia Cisalpina, richiese al senato la possibilità di candidarsi al consolato in absentia, ma se la vide nuovamente negare, come già era successo nel 61 a.C. Comprese le intenzioni del senato, Cesare "neutralizzò" il console pompeiano Lucio Emilio Paolo, e fece avanzare ai suoi tribuni della plebe Marco Antonio e Gaio Scribonio Curione (che aveva attirato a sé saldandone i debiti) una proposta che prevedeva che tanto lui quanto Pompeo avrebbero sciolto le loro legioni entro la fine dell'anno. Il senato, invece, ingiunse a entrambi i generali di inviare una legione per la progettata spedizione contro i Parti, mentre elesse consoli per il 49 a.C. Lucio Cornelio Lentulo Crure e Gaio Claudio Marcello, feroci avversari di Cesare. Questi fu dunque costretto a lasciare andare una delle sue legioni, che si radunò con quella offerta da Pompeo nel sud dell'Italia; gli uomini di Cesare, tuttavia, svolsero un importante lavoro di disinformazione, convincendo Pompeo che il loro amato generale era in realtà odiato dai suoi soldati per il suo comportamento dispotico. Cesare, intanto, ordinò ad Antonio e Curione di avanzare una nuova proposta in senato, chiedendo di poter restare proconsole delle Gallie conservando solo due legioni e candidandosi in absentia al consolato. Sebbene Cicerone fosse favorevole alla ricerca di un compromesso, il senato, spinto da Catone, rifiutò la proposta di Cesare, ordinando anzi che sciogliesse le sue legioni entro la fine del 50 a.C. e tornasse a Roma da privato cittadino per evitare di divenire hostis publicus.

In questo periodo sappiamo che Cicerone, una volta tornato in patria dopo essere stato governatore in Cilicia, non cessò di invitare le parti alla moderazione ed alla conciliazione, ma i suoi inviti caddero nel vuoto anche a causa del fanatismo che spingeva Pompeo all'intransigenza nei confronti delle richieste di Cesare.[13]

Il primo gennaio del 49 a.C., Cesare fece consegnare dal tribuno della plebe, Gaio Scribonio Curione, una lettera-ultimatum ai consoli di quell'anno, Lucio Cornelio Lentulo Crure e Gaio Claudio Marcello, proprio nel giorno in cui entravano in carica. La lettera venne a fatica letta in Senato, ma non se ne poté discutere poiché la maggioranza era ostile a Cesare. Tra questi vi era anche il suocero di Pompeo, Quinto Cecilio Metello Pio Scipione Nasica.[14] Qualcuno riuscì a parlare a vantaggio di Cesare, ma soprattutto a favore della pace, come Marco Calidio e Marco Celio Rufo, i quali ritenevano che Pompeo dovesse partire per le proprie province, in modo da eliminare ogni possibile ragione di guerra. Essi credevano che Cesare temesse che le due legioni che gli erano appena state sottratte per la guerra partica (legio I e XV), sarebbero state invece riservate proprio a Pompeo, forse per il fatto di essere state accampate vicino a Roma. Il violento intervento del console Lucio Lentulo mise però a tacere le richieste dei due senatori, tanto che i più si associarono alla richiesta di Scipione che chiedeva:

« Cesare congedi l'esercito entro un determinato giorno. Se non lo farà sarà la dimostrazione che agisce contro la Res publica. »
(Cesare, De Bello civili, I, 2.)

Sciolta quindi l'adunanza del Senato, furono convocati da Pompeo tutti i senatori. Alcuni di loro furono lodati, altri incoraggiati a mantenere la posizione ostile nei confronti del proconsole delle Gallie, altri ancora ripresi e spronati qualora fossero titubanti sul da farsi. Furono quindi richiamata di ogni parte molti soldati dei vecchi eserciti di Pompeo con la promessa di premi e promozioni, mentre si convocano quelli delle due legioni consegnate da Cesare al Senato (la I e la XV). Fu così che la città si riempì di commilitoni di Pompeo, di tribuni, centurioni e evocati. A tutti questi si radunano tutti gli amici dei consoli e di Pompeo, oltre a quelli che mostravano vecchi rancori nei confronti di Cesare.[15]

Rappresentazione di una seduta del Senato (affresco di Cesare Maccari)

Il censore Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, suocero di Cesare, insieme al pretore Lucio Roscio Fabato, si offrirono di andare a trattare con il proconsole delle Gallie, chiedendo sei giorni di tempo,[15] ma incontrarono la resistenza del console Lentulo, di Scipione e di Marco Porcio Catone,[16] quest'ultimo, secondo quanto racconta Cesare nel suo De bello civili:

« acceso dalla vecchia inimicizia nei confronti di Cesare e dal rancore per un insuccesso elettorale. »
(Cesare, De Bello civili, I, 4.)

Cesare aggiunge che Lentulo era spinto a schierarsi dalla parte degli optimates a causa dell'enormità dei suoi debiti e dalla speranza di vedersi assegnato un esercito ed una provincia, unitamente alle elargizioni degli aspiranti a titolo di rex (i principi stranieri clienti di Roma). Scipione era spinto dalle medesime aspirazioni, oltre a temere di essere processato. Pompeo stesso, aizzato dai nemici di Cesare, non ammetteva di essere eguagliato in potenza dall'ex-suocero, rompendo qualsiasi legame di amicizia con lo stesso, schierandosi ora dalla parte dei precedenti e comuni avversari.[16]

« [...] [Pompeo] aveva deviato le due legioni [cedute da Cesare], dalla loro destinazione in Asia e in Siria, per farne strumento delle sue ambizioni di potenza e dominio. »
(Cesare, De Bello civili, I, 4.)

Fu allora che i tribuni della plebe, Marco Antonio e Quinto Cassio Longino, posero il loro veto.[17] Secondo quanto ci racconta Velleio Patercolo e Appiano, fu Cesare ad ordinare ai due tribuni della plebe di osteggiare il senato,[18] dando la colpa agli optimates di aver ostacolato i parenti di Cesare nell'informarlo, oltre a non aver rispettato il diritto di veto ai tribuni della plebe, che «Lucio Cornelio Silla aveva sempre rispettato». Il 7 gennaio, in seguito ad un ultimatum del Senato nei confronti di Cesare, in cui gli si intimava di restituire il comando militare, i tribuni Antonio e Cassio Longino fuggirono da Roma, rifugiandosi presso Cesare a Ravenna.[19]

Nei giorni che seguirono, Pompeo radunò il senato fuori Roma, lodandone il coraggio e la fermezza, e lo informò delle proprie forze militari. Si trattava di un esercito di ben dieci legioni. Il senato riunito propose allora di effettuare nuove leve in tutta Italia; di inviare propretore Fausto Cornelio Silla in Mauritania, anche se la proposta fu osteggiata da Lucio Marcio Filippo; di finanziare Pompeo col denaro del pubblico erario; di dichiarare il re Giuba, alleato e amico del popolo romano, anche se Marcello era contrario.[20]

Furono quindi distribuite le province a cittadini privati,[21] due delle quali erano consolari e il resto pretorie: a Scipione toccò la Siria, a Lucio Domizio Enobarbo la Gallia. Furono esclusi dalla spartizione sia Filippo, sia Lucio Aurelio Cotta, tanto che i loro nomi non furono inseriti nell'urna. Tutto ciò accadde senza che i poteri fossero stati ratificati dal popolo, al contrario si presentarono in pubblico col paludamento e, dopo aver fatto i dovuti sacrifici, i consoli lasciarono la città; vennero quindi disposte leve in tutta Italia; si ordinano armi e denaro dai municipi, anche sottraendolo ai templi.[20]

Cesare, quando ebbe notizia di quello che stava accadendo a Roma, arringò le truppe (adlocutio) dicendo loro che, pur dolendosi delle offese arrecategli in ogni occasione dai suoi nemici, era dispiaciuto che l'ex-genero, Pompeo, fosse stato sviato dall'invidia nei suoi confronti, lui che l'aveva da sempre favorito. Si rammaricò inoltre che il diritto di veto dei tribuni fosse stato soffocato dalle armi. Esorta pertanto i soldati, che per nove anni avevano militato sotto il suo comando, a difenderlo dai suoi nemici, ricordandosi delle tante battaglie vittoriose ottenute in Gallia e Germania.[22] Fu così che:

« I soldati della legio XIII - Cesare l'aveva convocata allo scoppio dei disordini, mentre le altre non erano ancora giunte - urlano tutti insieme di voler vendicare le offese subite dal loro generale e dai tribuni della plebe. »
(Cesare, De Bello civili, I, 7.)

Forze in campo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Esercito romano della media repubblica e Dimensione dell'esercito romano durante la guerra civile (49 - 45 a.C.).

Sappiamo che al termine della guerra civile (nel 44 a.C.), c'erano 37 legioni romane.[23] Di queste, due erano dislocate nella Spagna Ulteriore e due in quella Citeriore (tra cui la XXVIII[24] e forse la XXI[25]); due nella Gallia Transalpina (la VI nei pressi di Arles e la X Equestris in quelli di Narbona[26]) e tre in quella Comata (tra cui la V Alaudae[27] e l'VIII Gallica[28]); una in Sardegna ed una a Capua (la VII[27]); tre in Africa proconsolare (sembra la XXVI[24], la XXIX[24] e la XXX[24][29]); altre tre in Illirico-Gallia Cisalpina (forse nei pressi di Aquileia); sei in Macedonia (legioni II Gallica, IV,[30] Martia[31] e XXXV[24][27]) ed una a Creta (la XXXI[24]); due nel Ponto (tra cui la Legio Pontica[32]); sette in Siria e tre in Egitto (tra cui la XXVII[24], la XXXVI[23] e la XXXVII[23][27]), in vista dell'imminente campagna contro i Parti.[33]

La guerra civile[modifica | modifica wikitesto]

Anno 49 a.C.[modifica | modifica wikitesto]

Passaggio del Rubicone (11 gennaio 49 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: De bello civili, Rubicone e Alea iacta est.
Cesare attraversa il Rubicone

Dopo aver arringato le truppe ed aver così ottenuto il loro benestare, Cesare decise di partire con la legio XIII alla volta di Rimini (Ariminum).[34] Sappiamo che nella notte dell'11 gennaio del 49 a.C. passò il Rubicone.[35] Egli, forse pronunciando la famosa frase Alea iacta est attraversò il fiume che rappresentava il confine dell'Italia romana, alla guida di una sola legione, dando così inizio alla Guerra civile. Gli storici non concordano su ciò che Cesare disse nella traversata del Rubicone. Le due teorie più diffuse sono Alea iacta est («Il dado è tratto»), e Si getti il dado! (un verso del poeta greco Menandro suo commediografo preferito). Svetonio ed altri autori riportano «Iacta alea est».[36]

Quando Cesare varcò il Rubicone, Cicerone cercò di accattivarsene il favore, ma poi decise ugualmente di lasciare l'Italia per unirsi a Pompeo.[37][13] Frattanto Cesare, giunto a Rimini, incontrò i tribuni della plebe, che si erano rifugiati presso di lui. Inviò quindi messi ai quartieri d'inverno delle altre legioni, ordinando loro di raggiungerlo.[34] A Rimini lo raggiunse il cugino, Lucio Cesare, il quale chiede di non considerare come offesa personale il fatto che egli abbia sempre voluto il bene della Res publica, che da sempre considerava al di sopra delle sue relazioni private.[34] Aggiunge che:

« Anche Cesare dovrebbe, per l'alta carica che detiene, sacrificare alla patria il suo spirito di parte e i suoi rancori, né offendersi così fieramente dei suoi nemici da recare danno alla repubblica, sperando di punirli. »
(Cesare, De Bello civili, I, 8.)

Anche il pretore Lucio Roscio Fabato espose le stesse ragioni del cugino, mostrando che Pompeo gliene aveva dato l'incarico.[34]

Cesare, a suo dire, cercò sempre la composizione e stigmatizzò che le leggi fossero violate a suo sfavore.

(LA)

« Consules [...] ex urbe proficiscuntur lictoresque habent in urbe et Capitolio privati contra omnia vetustatis exempla. Tota Italia dilectus habentur, arma imperantur, pecuniae a municipiis exiguntur et fanis tolluntur, omnia divina humanaque iura permiscentur. »

(IT)

« [...] I consoli lasciano la città [...] e i privati cittadini, contro tutti gli esempi della tradizione, hanno i littori in Roma e nel Campidoglio. Si fanno leve in tutta Italia, si ordinano armi, si esige denaro dai municipi e lo si toglie dai templi, insomma si sconvolgono tutte le leggi divine e umane »

(Cesare, De Bello civili, I, 6.)
« Cesare cercò di patteggiare con gli avversari, offrendo di lasciare la Gallia Transalpina e di congedare otto legioni, a condizione che gli rimanessero, fino a quando non fosse stato eletto console, la Gallia Cisalpina con due legioni, oppure anche solo l'Illyricum con una sola legione. Ma poiché il Senato rimaneva inerte, mentre i suoi avversari si rifiutavano di negoziare con lui qualsiasi cosa riguardasse la Repubblica, passò nella Gallia Citeriore e [...] si fermò a Ravenna, pronto a vendicarsi con le armi, nel caso il Senato avesse preso una qualche grave decisione contro i tribuni della plebe che erano a suo favore. »
(Svetonio, Vita di Cesare, 29-30.)

Cesare invia messi a Capua (23-25 gennaio 49 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Egli tentò ancora una volta di evitare la guerra civile, inviando il cugino Lucio Cesare e Roscio da Pompeo a Capua.[38] Egli sapeva che gli optimates miravano alla sua rovina, purtuttavia era pronto ancora a trattare «per il bene della Res publica».[39] Cesare allora propose tramite i due emissari:

« Pompeo raggiunga le sue province, entrambi congedino gli eserciti, in Italia tutti depongano le armi, affinché venga allontanata la paura da Roma [della guerra civile]; al senato e al popolo romano siano concessi liberi comizi e il pieno esercizio di governo. E perché tutto ciò si realizzi più facilmente e in sicurezza, attraverso un solenne giuramento, si avvicini Pompeo o si permetta a Cesare di avvicinarsi, in modo che attraverso una serie di colloqui si possano appianare le divergenze. »
(Cesare, De Bello civili, I, 9.)

Roscio e Lucio Cesare, una volta giunti a Capua (o a Teano secondo quanto racconta Cicerone[40]), dove si trovava Pompeo insieme ai consoli, riferirono le richieste di Cesare. Dopo aver discusso la questione, si preferì rispondere a Cesare per iscritto.[38] Cicerone racconta che i due ambasciatori di Cesare incontrarono Pompeo e i consoli il 23 gennaio, mentre la risposta fu formulata a Capua, due giorni dopo, il 25 gennaio, con assente Pompeo.[40] Ciò che i consoli e gli optimates chiedevano, era che Cesare tornasse in Gallia, lasciasse Rimini e congedasse l'esercito. Solo in questo caso Pompeo avrebbe raggiunto la Spagna, ma fino a quando Cesare non avesse mantenuto le promesse, i consoli e Pompeo avrebbero continuato con la leva di nuove legioni.[38]

Avanzata di Cesare su Roma (febbraio - aprile 49 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

La prima fase della guerra civile tra Cesare e Pompeo, dal passaggio del Rubicone a Zela (49-47 a.C.).

Con il passaggio del Rubicone, Cesare aveva dichiarato ufficialmente guerra al senato (optimates), divenendo però nemico della res publica romana.[41] È altresì vero che la risposta fornita dai consoli e Pompeo, venne giudicata da Cesare un'ingiustizia:

« [...] pretendere che [Cesare] tornasse nella sua provincia, mentre [Pompeo] manteneva le sue province e le legioni che non gli appartenevano; imporre che Cesare congedasse l'esercito, e continuare invece per sé gli arruolamenti; promettere che Pompeo si sarebbe recato nella sua provincia, senza però fissare la data della partenza, in modo tale che, se non fosse partito una volta terminato il proconsolato di Cesare, non si poteva accusarlo di non aver mantenuto la promessa. »
(Cesare, De Bello civili, I, 11.)

Ma forse la cosa più grave che indusse Cesare a credere non vi sarebbe stata alcuna possibilità per la pace, fu il non offrire nessun colloquio tra lui e Pompeo. Fu così che il proconsole delle Gallie e dell'Illirico, inviò Marco Antonio con cinque coorti da Rimini ad Arezzo, mentre egli stesso rimase a Rimini con due, organizzandovi un arruolamento. Occupò quindi Pesaro, Fano e Ancona con una coorte per ciascuna città.[42] Avendo poi saputo che l'ex-pretore Quinto Minucio Termo occupava Gubbio con cinque coorti, fortificandone la sua rocca, ma che gli abitanti erano completamente favorevoli a lui, decise di inviare Curione con le tre coorti che aveva a Pesaro e a Rimini. Appena Termo seppe dell'avanzata di Curione, preferì ritirarsi dalla città; ma durante la marcia le sue truppe lo abbandonarono, facendo ritorno alle loro abitazioni. Intanto Curione riusciva ad impadronirsi di Gubbio, tra l'entusiasmo dei suoi abitanti. Cesare sentendosi sicuro dell'appoggio dei municipi, decise di far avanzare tutte le coorti della legio XIII, muovendo da tutti i presidi in direzione di Osimo, che Publio Attio Varo occupava con alcune coorti, poiché stava facendo la leva in tutto il Piceno, mandando in giro dei senatori.[43]

La discesa dell'esercito di Cesare fu travolgente. Egli si diresse verso sud spostandosi lungo la costa adriatica, nella speranza di poter raggiungere Pompeo prima che lasciasse l'Italia, per tentare di riconciliarsi con lui; Pompeo, al contrario, allarmato dalla caduta di numerose città italiche si rifugiò in Puglia a Brundisium, con l'obbiettivo di raggiungere assieme alla sua flotta la penisola balcanica, e commettendo il grave errore di non intervenire.

Le armate di Cesare, infatti, si unirono contingenti inviati in aiuto dalle prime città italiche e molti volontari, fra cui diverse centinaia di schiavi fuggitivi. In due giorni arrivò ad Ascoli Piceno dove attirò e sconfisse le coorti di Publio Cornelio Lentulo Spintere che avrebbero dovuto fermarlo; occupò quindi l'Etruria, poi l'Umbria, i territori dei Marsi e quello dei Peligni e pose quindi l'assedio a Corfinio (15 febbraio 49 a.C.), città difesa da Lucio Vibullio Rufo che era riuscito a raccogliere tredici coorti e da Lucio Domizio Enobarbo che ne comandava altre venti. Domizio chiese l'aiuto di Pompeo, fermo con il suo esercito a Lucera. Nel frattempo a rinforzare le truppe di Cesare arrivarono ventidue coorti provenienti dall'Ottava Legione e trecento cavalieri inviati dal re del Norico. Domizio tentò allora la fuga ma venne catturato assieme ad altri comandanti di Pompeo. Cesare decise di tenere con sé i soldati e, ostentando la propria clemenza, permise invece ai capi di andarsene. A soli sette giorni dal suo arrivo a Corfinio era già in Puglia, aveva raccolto sei legioni, tre di veterani e tre completate durante la marcia. Cesare era ormai a contatto con Pompeo e tentò di chiudere la flotta senatoriale nel porto di Brindisi.[44]

Fuga di Pompeo in Macedonia (marzo 49 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Presi dal panico, nonostante avessero la possibilità di gestire discrete forze armate, Pompeo e buona parte dei senatori si rifugiarono oltre l'Adriatico, a Durazzo. Cesare, fermato dalla mancanza di navi, inviò parte delle sue forze in Sardegna e in Sicilia dove le popolazioni insorsero contro il Senato e accolsero i cesariani. L'inseguimento di Cesare si rivelò del tutto inutile, in quanto Pompeo riuscì a scappare assieme ai consoli in carica e a gran parte dei senatori a lui fedeli, e a mettersi in salvo in Macedonia.[45] Cesare allora, rientrato il 1º aprile a Roma dopo anni di assenza,[46] si impossessò delle ricchezze contenute nell'erario e, a una sola settimana dal ritorno, decise poi di marciare contro la Spagna (che gli accordi di Lucca avevano assegnato a Pompeo).[47]

Campagna in Spagna e conquista di Marsiglia (aprile - ottobre 49 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Assedio di Marsiglia, Battaglia di Marsiglia, Battaglia di Tauroento e Campagna di Lerida.

Intanto, tra gli Optimates, Metello Scipione e Catone il giovane fuggirono a Capua. Lucio Domizio Enobarbo, che era stato rilasciato da Cesare a Corfinio si spostò a Marsiglia. L'antica colonia focese, da secoli alleata con Roma ma non ancora compresa nell'imperium romano aveva ricevuto grandi benefici sia da Pompeo che da Cesare, sotto la spinta politica di Domizio si schierò con Pompeo. Non essendo riuscito a bloccare la fuga del Senato, Cesare si spostò in Provenza, dove lasciò tre legioni al comando di Decimo Bruto e Gaio Trebonio (che vedremo poi entrambi colpirlo, alle Idi di marzo) con l'incarico di assediare Marsiglia (dal 19 aprile del 49 a.C.). Ordinò quindi la costruzione di trenta navi ad Arelate, nell'interno, per portare avanti un assedio difficile perché Marsiglia era protetta dal mare su tre lati e il quarto era difeso da solide mura. In trenta giorni le navi furono armate e il porto di Marsiglia venne chiuso ai traffici. Egli invece proseguì verso la penisola iberica, preceduto da Gaio Fabio che con le sue truppe doveva aprire i passi dei Pirenei, pronto a combattere contro i tre legati di Pompeo che amministravano la regione: dopo mesi di scontri riuscì ad avere la meglio e poté tornare in Italia.[48]

La Spagna era, infatti, governata da tre legati di Pompeo: Lucio Afranio, Marco Petreio il vincitore di Catilina e Marco Terenzio Varrone Reatino. Costoro potevano contare complessivamente su sette legioni, grandi risorse economiche e sul carisma di Pompeo che in quelle province aveva ben operato e le aveva pacificate dopo la rivolta di Sertorio.

Cesare stesso nel De bello civili (dal capitolo 51 all'87 ) narra tutto il susseguirsi di scontri, inseguimenti, piccoli assedi ai campi avversari, astuzie e debolezze dei vari comandanti, la campagna di Lerida, il tentativo di spostamento dei pompeiani verso Tarragona, il blocco di Cesare, il tentativo di ritorno a Ilerda, la resa di Afranio e Petreio. Cesare consentì addirittura ai pompeiani, nel nome della comune cittadinanza romana, di scegliere se arruolarsi fra le sue file oppure stabilirsi in Spagna come civili o, infine, di essere congedati una volta ritornati al fiume Varo al confine fra la Provenza e l'Italia.

Ritornando a Roma Cesare portò vittoriosamente a termine l'assedio di Marsiglia. A questo punto tutto l'Occidente era ora sotto il suo controllo. Solo in Africa le sue truppe, guidate da Scribonio Curione, furono rovinosamente sconfitte da re Giuba I di Numidia, alleato di Pompeo, e di Publio Azio Varo. Ciò privò Roma di un'importante fonte di approvvigionamento di grano. Il danno fu però mitigato con l'occupazione della Sicilia e della Sardegna.

Rientro a Roma (dicembre 49 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Rientrato a Roma, Cesare resse la dittatura per 11 giorni ai primi di dicembre (con Marco Antonio come suo magister equitum), abbastanza per farsi eleggere console per il 48 a.C. assieme a Publio Servilio Vatia Isaurico,[49] e iniziare le riforme che aveva in programma, occupandosi dei problemi di chi era debitore (e dei relativi creditori), della situazione elettorale creata dalla legge di Pompeo (Lex Pompeia de ambitu che istituiva un tribunale speciale per i brogli dal 70 a.C. in poi).

Anno 48 a.C.[modifica | modifica wikitesto]

Partenza per la Macedonia (gennaio - agosto 48 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Dyrrhachium e Battaglia di Farsalo.

Sappiamo che anche Cicerone seguì Pompeo, raggiungendolo a Dyrrachium, ma, raggiunti i Pompeiani, si accorse di quanto le speranze che egli riponeva in loro quali salvatori della repubblica fossero infondate: ognuno di loro era lì non in difesa degli ideali, ma soltanto per tentare di trarre profitto dalla guerra.[50]

Appena poté partì per la Grecia all'inseguimento di Pompeo che si era rifugiato in Macedonia. Salpò quindi da Brindisi nel gennaio del 48 a.C. assieme al suo luogotenente Marco Antonio.[51] Marco Calpurnio Bibulo da Corcira gestiva le flotte pompeiane che controllano la costa di Epiro e Macedonia ma Cesare, con sette legioni, riuscì a sbarcare a Paleste e da lì a salire verso Orico. Pompeo che era stanziato in Macedonia all'efficace ricerca di rinforzi, cercò di fermare Cesare prima che potesse arrivare ad Apollonia ma il suo avversario lo precedette. I due eserciti si incontrarono sulle due sponde del fiume Apso fra Apollonia e Durazzo.

La battaglia di Farsalo che si combatté il 9 agosto del 48 a.C.

Il primo scontro contro i pompeiani si ebbe a Durazzo (10 luglio 48 a.C.), dove Cesare subì una pericolosa sconfitta, di cui Pompeo non seppe approfittare. Ne nacque una guerra di posizione con la costruzione di fortificazioni e trincee durante la quale i due contendenti cercarono di circondarsi a vicenda. Qui Cesare perse 1.000 veterani e fu costretto a retrocedere e iniziare una lunga ritirata verso sud, con Pompeo al suo inseguimento.[52] Intanto Marco Antonio era riuscito a lasciare le coste della Puglia e ad unirsi a Cesare con altri rinforzi. Pompeo, più forte militarmente ma in grande difficoltà per la carenza di rifornimenti di viveri e armi, riuscì a forzare il blocco e cercò di riconquistare Apollonia. Ancora una volta venne preceduto da Cesare che però quasi subito abbandonò la città epirota per dirigersi verso la Tessaglia. Anche Cesare doveva risolvere il problema dei rifornimenti e voleva ricongiungersi alle truppe che gli stava portando Domizio. Anziché puntare alla riconquista dell'Italia, che in questo momento era priva di reali difese, Pompeo decise di braccare Cesare in Tessaglia, in pratica precedendolo perché poteva utilizzare la Via Egnatia mentre Cesare era costretto ad arrampicarsi per antichi sentieri del Pindo.

Nel tragitto, Cesare espugnò Gonfi e ricevette la resa di Metropoli con le relative forniture di vettovaglie e finanziamenti. Il 29 luglio del 48 a.C. Cesare arrivò sulla piana di Farsalo. Due giorni dopo vi giunse Pompeo che aveva ricevuto anche le truppe portategli da Scipione. Pompeo tentava di stancare le ridotte forze di Cesare e contestualmente risparmiare le forze senatorie con un'azione di logoramento consistente in una serie di finte e brevi spostamenti. I nobili presenti nell'entourage di Pompeo, tanto sicuri della vittoria da litigare per i futuri posti eccellenti nella politica dell'Urbe, gli forzarono la mano e lo convinsero ad affrontare Cesare in campo aperto.

Si arrivò allo scontro in campo aperto, però, solo il 9 agosto, presso Farsalo: qui le forze di Pompeo, ben più numerose, furono sconfitte, e i pompeiani furono costretti a consegnarsi a Cesare, sperando nella sua clemenza, o a fuggire in Spagna e in Africa. Sembra che le perdite di Cesare furono appena 1.200 uomini, mentre 6.000 furono i morti pompeiani e 24.000 quelli fatti prigionieri, poi graziati dal vincitore.[53]

Dopo la grande vittoria di Cesare, Cicerone decise di tornare a Roma, dove ottenne il perdono dello stesso Cesare nel 47 a.C..[54] Cicerone rivelava nelle sue opere ed in lettere ad amici come Cornelio Nepote, riguardo alla personalità di Cesare:

« Non vedo a chi Cesare debba cedere il passo. Ha un modo di esporre elegante, brillante ed anche, in un certo modo si pronuncia in modo elegante e splendido... Chi gli vorresti anteporre, anche tra gli oratori di professione? Chi è più acuto o ricco nei concetti? Chi più ornato o elegante nell'esposizione? »
(Svetonio, Vite dei CesariCesare, 55.)

Fuga di Pompeo in Egitto (agosto - settembre 48 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Anonimo, La morte di Pompeo, XVIII sec., Digione, Museo nazionale Magnin

Pompeo tentò di raggiungere la provincia di Africa che il re Giuba aveva mantenuto a Pompeo e dove si erano rifugiati molti optimates fra cui Catone. Prima raggiunse Larissa, poi Anfipoli, Mitilene. Antiochia gli chiuse le porte, come pure Rodi. Infine il fuggiasco rifugiò a Pelusio, in Egitto. Potino, il massimo consigliere del re Tolomeo XIII, suo vassallo, lo fece uccidere da Achilla scortato, per non far destare dubbi, dal tribuno Lucio Settimio (ex centurione di Pompeo contro i pirati nel 67 a.C.). Pompeo morì il 28 settembre, alla vigilia del suo cinquantottesimo compleanno.[55]

Cesare, che si era lanciato all'inseguimento del rivale, se ne vide presentare pochi giorni dopo la testa imbalsamata.[56] La tradizione vuole che Cesare, vista la testa imbalsamata di Pompeo, scoppiò in lacrime.[57] Di questo parla anche Petrarca nel sonetto 102 del suo Canzoniere:

« Cesare, poi che'l traditor d'Egitto
li fece il don de l'onorata testa,
celando l'allegrezza manifesta
pianse per gli occhi fuor sì come è scritto;
[...] »

Anno 47 a.C.[modifica | modifica wikitesto]

La lotta dinastica egizia (fino a giugno 47 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Cesare e Cleopatra durante il soggiorno alessandrino, da un dipinto di Jean-Leon Gerome.

In Egitto era in corso una contesa dinastica tra lo stesso Tolomeo XIII e la sorella Cleopatra VII. Cesare, nell'intento di punire il faraone per l'uccisione di Pompeo, decise di riconoscere come sovrana del paese Cleopatra, con la quale intrattenne una relazione amorosa e generò un figlio, Tolomeo XV, meglio noto come Cesarione.[58] La scelta di Cesare non fu ben accolta dalla popolazione di Alessandria d'Egitto, che lo costrinse a rinchiudersi con Cleopatra nel palazzo reale;[59] qui il generale romano, disponendo di pochissimi soldati, fu costretto a costruire opere di fortificazione, e a rimanere bloccato nel palazzo fino all'arrivo dei rinforzi. Tentò più volte di rompere l'assedio usando le poche navi che aveva a disposizione, ma fu sempre respinto e durante uno di questi combattimenti, addirittura, saltato giù dalla sua nave distrutta, fu costretto a mettersi in salvo a nuoto, tenendo un braccio, in cui reggeva i suoi Commentari, fuori dall'acqua.[60]

« Fu costretto a buttarsi in acqua e a stento si poté salvare a nuoto. Si dice che in quell'occasione egli avesse in mano molte carte, e per quanto venisse preso di mira e dovesse immergersi, non le lasciò, ma con una mano teneva quei fogli fuor d'acqua, e con l'altra nuotava. »
(PlutarcoCesare, 49.8)
« Si gettò in mare, e nuotando per duecento passi si salvò a bordo della nave più vicina, tenendo la mano sinistra alzata per non bagnare alcune carte, e trascinandosi dietro il mantello stretto tra i denti, per non lasciarlo come un trofeo in mano ai nemici. »
(SvetonioCesare, 64.)

Per evitare che Achilla (generale alessandrino) si potesse impossessare delle poche navi rimaste le fece incendiare, nell'incendio venne probabilmente danneggiata la famosa biblioteca di Alessandria, che conteneva testi unici e di inestimabile valore. Dopo mesi di assedio, Cesare fu liberato e poté riprendere attivamente la guerra contro i pompeiani, che si erano ormai riorganizzati: il re del Ponto Farnace II, a suo tempo alleato di Pompeo, aveva attaccato i possedimenti romani, mentre molti esponenti della nobilitas senatoriale si erano rifugiati, sotto il comando di Catone l'Uticense, in Africa. In ogni caso, Cesare sconfisse le armate di Tolomeo e installò Cleopatra come regnante, con la quale ebbe il suo unico figlio naturale conosciuto, Tolomeo XV Cesare, meglio noto come Cesarione. Cesare e Cleopatra non si sposarono mai, a causa della legge romana che proibiva il matrimonio con chi non era cittadino di Roma.

La guerra contro Farnace (giugno - settembre 47 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Zela (47 a.C.).
L'Oriente dopo la fine della terza guerra mitridatica: il regno del Ponto, ridotto rispetto all'apice raggiunto sotto Mitridate VI Eupatore, divenne un regno cliente della Repubblica romana.

Dopo aver passato i primi mesi del 47 a.C. in Egitto, Cesare si recò prima in Siria e quindi nel Ponto per trattare con Farnace II, un re alleato di Pompeo che si era avvantaggiato del fatto che i Romani fossero impegnati nella guerra civile per opporsi a Deiotaro (amico del popolo romano) e nominarsi regnante della Colchide e dell'Armenia minore. A Nicopoli egli sconfisse la scarna resistenza romana che poté essere raccolta dal luogotenente di Cesare, Domizio Calvino. Farnace prese anche la città di Amisus, alleata di Roma, rese eunuchi tutti i ragazzi e vendette gli abitanti ai commercianti di schiavi. Dopo questo sfoggio di forza contro i romani, Farnace si ritirò per sopprimere una rivolta nelle terre appena conquistate. Dopo alcuni fallimentari tentativi di trattativa, Cesare mosse contro Farnace. L'avvicinarsi estremamente rapido di Cesare in persona costrinse Farnace a fare offerte di sottomissione, con il solo scopo di guadagnare tempo sperando che Cesare fosse presto costretto a impegnarsi in altre battaglie. Per sua sfortuna la rapidità di Cesare lo costrinse ad accettare lo scontro in tempi brevi. Nella battaglia di Zela (che si svolse presso l'odierna Zile in Turchia), Farnace venne sbaragliato con solo un piccolo distaccamento di cavalleria. La vittoria romana fu così fulminea e completa che lo stesso Cesare, in una lettera ad un amico a Roma, la descrisse con la famosa frase Veni, vidi, vici. Il re del Ponto fu così costretto a ritirarsi verso nord, nel Regno del Bosforo. Qui Farnace tentò di riorganizzarsi reclutando nuove truppe, di truppe scite e sarmate, con le quali fu in grado di prendere il controllo di alcune città. Poco più tardi fu però sconfitto e ucciso da un suo ex collaboratore, un certo Asandar. Lo storico Appiano dichiara che morì in battaglia; Cassio Dione riferisce che venne catturato e ucciso.[61]

Ristabilita la pace in Oriente, alla fine di settembre del 47 a.C. Cesare tornò a Roma,[62] dove alcune legioni al comando di Marco Antonio si stavano ribellando. Quattro delle sue legioni veterane si erano infatti accampate fuori Roma, in attesa del congedo e della paga straordinaria che Cesare aveva promesso prima della battaglia di Farsalo. A causa della lunga assenza di Cesare la situazione si deteriorò rapidamente. Marco Antonio perse il controllo delle truppe che iniziarono a saccheggiare le proprietà a sud della capitale. Diverse delegazioni vennero inviate per cercare di sedare l'ammutinamento. Niente ebbe effetto e gli ammutinati continuarono a richiedere il congedo e la paga. Dopo diversi mesi, Cesare giunse finalmente per rivolgersi alle truppe di persona. Sapeva di aver bisogno di loro per occuparsi dei sostenitori di Pompeo in Africa, che avevano radunato 14 legioni. Cesare sapeva anche che non aveva i fondi per pagarli; sarebbe costato molto meno indurli a riarruolarsi per la campagna in Africa. Con un'abile mossa, Cesare fece leva sull'orgoglio dei legionari e sull'attaccamento che provavano verso di lui per convincerli a rimanere al suo servizio. Vergognandosi di chiedere i soldi, i soldati domandarono il congedo. Cesare li chiamò cittadini invece di soldati, sottolineando che stava trattando con dei civili, quindi già congedati. Ma non con l'honesta missio che significava una pensione più ricca. Ma li informò che il pagamento sarebbe arrivato quando fosse stato sconfitto l'esercito pompeiano in Africa. E che egli lo avrebbe sconfitto con altri soldati. Gli ammutinati rimasero colpiti da questo maltrattamento; dopo quindici anni di fedeltà mai avrebbero pensato che Cesare avrebbe potuto fare a meno di loro. Cesare fu pregato di tenerli con sé e di portarli in Africa. Benignamente Cesare acconsentì e con essi partì per l'Africa[63] dove giunse il 28 dicembre.

Anno 46 a.C.[modifica | modifica wikitesto]

La campagna in Africa e la morte di Catone (fino a luglio 46 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

La seconda fase in Africa (46 a.C.).
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Tapso.

Qui i pompeiani, che erano sotto la guida di Catone il giovane, avevano radunato un grande esercito, affidato a Tito Labieno e Quinto Cecilio Metello Pio Scipione Nasica, e avevano stretto alleanza con il re di Numidia Giuba I. Dopo alcune scaramucce, Cesare diede battaglia presso Tapso, dove il 6 aprile 46 a.C. sconfisse l'esercito avversario.[64] Metello e Giuba morirono in battaglia, mentre Catone, che era a capo della rivolta, venuto a sapere della sconfitta, si suicidò a Utica.[65] Labieno e i due giovani figli di Pompeo, Gneo e Sesto, riuscirono invece a evitare la cattura e a rifugiarsi in Spagna.

Pacificata l'Africa, Cesare poté tornare a Roma il 25 luglio del 46 a.C., dove fu gioiosamente accolto dalla popolazione: la pace sembrava essere tornata, e l'Italia non aveva dovuto essere il teatro di nuove violenze, come lo era stata durante le precedenti guerre civili. Di Cesare, anzi, si lodava la clemenza, che lo aveva spinto a risparmiare e accogliere presso di sé tutti i pompeiani che gli si erano presentati dopo Farsalo, e a evitare nuovi eccidi come le proscrizioni sillane, di cui aveva rischiato di rimanere vittima nella giovinezza.[66] Giunto a Roma, inoltre, poté annunciare l'annessione delle Gallie e della Numidia e la conferma del protettorato sull'Egitto, assicurando così all'Urbe un migliore rifornimento di generi alimentari (tra cui il grano e l'olio), che allontanava il pericolo di carestie e altri eventuali problemi di approvvigionamento.[67]

Statua del re di Numidia Giuba I realizzata nel 1882 da Victor Waille, e oggi conservata al Museo del Louvre.

Tra l'agosto e il settembre del 46 a.C., celebrò quattro trionfi, uno per ciascuna campagna militare che aveva con successo portato a termine: quella di Gallia, quella in Egitto, quella nel Ponto contro Farnace II e quella in Africa. In ciascuna occasione Cesare, vestito di abiti di porpora, percorse sul carro trionfale la via Sacra, mentre dietro di lui scorrevano i legionari, il bottino e i prigionieri. I soldati, in particolare, durante la processione, declamavano versi di lode e scherno nei confronti del generale, prendendone ora in giro i costumi sessuali e celebrandone ora le vittorie: sono un esempio il carmen triumphale di cui sotto o il cartello che recava la scritta Veni, vidi, vici (Venni, vidi, vinsi), e che descriveva la fulminea vittoria nel Ponto. Particolarmente suggestiva fu la celebrazione del trionfo sulle Gallie, durante la quale Cesare salì sul Campidoglio sfilando tra quaranta elefanti che reggevano dei candelabri. A ornare il corteo, in quell'occasione, ci fu Vercingetorige che, catturato da Cesare ad Alesia, era da cinque anni rinchiuso in prigione; terminata la celebrazione fu subito strangolato.[68]

In occasione dei trionfi, Cesare offrì agli abitanti di Roma rappresentazioni teatrali, corse, giochi di atletica, lotte tra gladiatori e ricostruzioni di combattimenti terrestri e navali (si trattò delle prime naumachie mai rappresentate a Roma), e organizzò dei banchetti ai quali presero parte oltre duecentomila persone. Utilizzando i bottini delle varie campagne, che ammontavano a oltre 600 000 sesterzi,[69] poté finalmente elargire le somme di denaro che aveva da tempo promesso al popolo e ai legionari: ogni abitante dell'Urbe beneficiò di 75 denari, a cui se ne aggiunsero altri 25 come indennizzo per il ritardo nella consegna dei denari stessi; ogni legionario, invece, ricevette 24 000 sesterzi e un lotto di terra. Cesare, infine, annullò le pigioni che ammontavano, a Roma, a meno di 1000 sesterzi, e quelle che ammontavano, in tutto il resto dell'Italia, a meno di 500.[70]

Contemporaneamente, Cesare poté soddisfare le rivendicazioni dei populares, avviando la riorganizzazione del mondo romano. Ordinò un censimento degli abitanti di Roma in modo da poter migliorare la gestione cittadina, e fondò nuove colonie nelle province dove fece insediare oltre 80 000 tra esponenti del sottoproletariato urbano di Roma e soldati in congedo: in questo modo poté rifondare città come Cartagine e Corinto, distrutte in guerra un secolo prima.

Anno 45 a.C.[modifica | modifica wikitesto]

La seconda campagna Ispanica: fine della guerra[modifica | modifica wikitesto]

La terza fase in Spagna (45 a.C.).
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia di Munda (45 a.C.).

La pace ristabilita dopo Tapso si rivelò quanto mai precaria, e già sul finire del 46 a.C. Cesare fu costretto a recarsi in Spagna, dove i pompeiani si erano ancora una volta riorganizzati sotto il comando dei superstiti della guerra d'Africa, i due figli di Pompeo, Gneo Pompeo e Sesto Pompeo, e Tito Labieno. Si trattò della più difficile e sanguinosa di tutte le campagne della lunga guerra civile, dove l'abituale clemenza lasciò il passo a efferate crudeltà da ambo le parti. La guerra si concluse con la battaglia di Munda, nell'aprile del 45 a.C., dove Cesare affrontò finalmente i suoi avversari sul campo, e li sconfisse irreparabilmente. Si trattò, comunque, della più pericolosa delle battaglie combattute da Cesare, che arrivò persino a disperare della vittoria e a pensare di darsi la morte.[71]

Tito Labieno cadde sul campo, mentre Gneo Pompeo fu ucciso poco tempo dopo; solo Sesto riuscì a salvarsi, rifugiandosi in Sicilia. Alla vittoria contribuì, seppure in minima parte, il giovane pronipote dello stesso Cesare, Ottavio, che, giunto in Spagna dopo un lungo periodo di malattia, diede prova del suo valore, spingendo lo zio ad adottarlo nel testamento.[72] Durante quel periodo, Cesare fu eletto per il terzo e quarto mandato a console; nel 46 a.C. con Marco Emilio Lepido e nel 45 a.C. (senza collega).

Tornato a Roma nell'ottobre, Cesare, eliminato finalmente ogni oppositore, celebrò il trionfo sui figli di Pompeo che aveva appena sconfitto nella campagna ispanica: si trattava di un qualcosa che non era affatto contemplato dalla tradizione romana, che permetteva la celebrazione di un trionfo solo su genti esterne e non su cittadini romani. Anche Silla, che pure aveva riformato la res publica secondo il suo volere, non aveva celebrato alcun trionfo per le vittorie nella guerra civile contro i populares. Cesare, inoltre, decise di concedere il trionfo anche al nipote Quinto Pedio, infrangendo così anche la tradizione che prevedeva che a ottenere il sommo riconoscimento delle proprie azioni belliche fossero esclusivamente i generali, e non i loro luogotenenti.[73] Il comportamento di Cesare, che apparve anche ai suoi contemporanei come un pericoloso errore politico, turbò profondamente il popolo romano, che vide così festeggiare le distruzione della stirpe del più forte e più sventurato tra i Romani.[74]

Conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Dopo esser stato nominato dictator con carica decennale nel 47 a.C., e detenendo anche il titolo di imperator, fu ripetutamente eletto console nel 46, nel 45 e nel 44 a.C., quando, il 14 febbraio, ottenne anche la carica di dittatore a vita,[75] che sancì definitivamente il suo totale controllo su Roma. Plutarco racconta che la speranza di Cicerone di collaborare al governo di Cesare venne troncata dalla piega assolutistica e monarchica presa dal potere.[76]

Furono erette sue statue a fianco di quelle degli antichi re ed ebbe un trono d'oro in senato e in Tribunato. Una mattina su di una sua statua d'oro collocata presso i rostri venne posto un diadema, ritenuto simbolo di regalità e di schiavitù. Due tribuni della plebe, Lucio e Gaio, sconcertati, fecero togliere il diadema e accusarono Cesare di volersi proclamare re di Roma, ma questi convocò immediatamente il senato e accusò a sua volta i tribuni di aver posto il diadema per screditarlo e renderlo odioso agli occhi del popolo, che lo avrebbe percepito come il detentore di un potere illegale: i due tribuni vennero dunque destituiti e sostituiti. Ancora più importante fu l'episodio dei Lupercali, un'antica festa durante la quale uomini di ogni età, in vesti succinte, percorrevano le strade dell'Urbe muniti di strisce di pelle di capra con cui colpire chi si trovavano di fronte. Mentre Antonio guidava la processione per il Foro, Cesare vi assisteva dai rostri: gli si avvicinò dunque Licinio, che depose ai suoi piedi un diadema d'oro; il popolo, allora, esortò il magister equitum Lepido a incoronare Cesare, ma questi esitava. Allora, Gaio Cassio Longino, che era a capo della congiura che si andava tessendo contro lo stesso Cesare, fingendosi benevolo, glielo pose sulle ginocchia assieme a Publio Servilio Casca Longo. Al gesto di rifiuto di Cesare, accorse infine Antonio, che gli pose il diadema sul capo e lo salutò come re; Cesare lo rifiutò e lo gettò via, dicendo di chiamarsi Cesare e non re, ricevendo così gli applausi del popolo, ma Antonio lo ripose per una seconda volta. Visto il turbamento che si era nuovamente diffuso nel popolo tutto, Cesare ordinò di mettere il diadema sul capo della statua di Giove Ottimo Massimo, la maggiore divinità romana.[77]

Cesare nominò consoli per il 44 a.C. sé stesso e il fidato Marco Antonio, e attribuì invece la pretura a Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino.[78] Quest'ultimo, spinto anche dalla delusione causatagli dal non aver ottenuto il consolato, si fece interprete dell'insofferenza di ampia parte della nobilitas, e incominciò a organizzare una congiura anticesariana. Trovò l'appoggio di molti uomini, tra cui molti dei pompeiani passati dalla parte di Cesare, e anche alcuni tra coloro che erano sempre stati al fianco dello stesso Cesare a partire dalla guerra di Gallia, come Gaio Trebonio, Decimo Giunio Bruto Albino, Lucio Minucio Basilo e Servio Sulpicio Galba.[79]

Entrato in senato, si andò a sedere ignaro al suo seggio, dove fu subito attorniato dai congiurati che finsero di dovergli chiedere grazie e favori. Mentre Decimo Bruto intratteneva il possente Antonio fuori dalla Curia, per evitare che prestasse soccorso, al segnale convenuto, Publio Servilio Casca Longo sfoderò il pugnale e colpì Cesare al collo, causandogli una ferita superficiale e non mortale. Cesare invece, per nulla indebolito, cercò di difendersi con lo stilo che aveva in mano, e apostrofò il suo feritore dicendo "Scelleratissimo Casca, che fai?" o gridando "Ma questa è violenza!" Casca, allora, chiese aiuto al fratello (ἀδελφέ, βοήθει), e tutti i congiurati che si erano fatti attorno a Cesare si scagliarono con i pugnali contro il loro obiettivo: Cesare tentò inutilmente di schivare le pugnalate dei congiurati, ma quando capì di essere circondato e vide anche Bruto farglisi contro, raccolse le vesti per pudicizia e alcuni dicono si coprisse il capo con la toga prima di spirare, trafitto da ventitré coltellate. Cadde quindi morto ai piedi della statua di Pompeo.[80]

Cronologia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Cronologia della guerra civile romana (49-45 a.C.).

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Spionosa 1986, p. 252.
  2. ^ Cicerone, Epistulae ad Atticum, II, 3.3; Velleio Patercolo, II, 44.1-3; PlutarcoCesare, 14.1-2; Svetonio, Vite dei CesariCesare, 19.2; AppianoLe guerre civili, II, 8;Cassio Dione, XXXVII, 55-57.
  3. ^ a b Canfora 1999, cap. IX, Il "mostro a tre teste".
  4. ^ a b c Canfora 1999, cap. XI, Il primo consolato (59 a.C.).
  5. ^ De Martino 1951-75, vol. III.
  6. ^ Digesto, XLVIII,11.
  7. ^ Svetonio, Cesare, 20,1.
  8. ^ Proposta dal tribuno della plebe Publio Vatinio, che poi sarà legato di Cesare in Gallia.
  9. ^ Provincia costituita nel 121 a.C. che comprendeva tutta la fascia costiera e la valle del Rodano, nelle attuali Provenza e Linguadoca.
  10. ^ Keppie 1998, pp. 80-81 suppone che la legio X fosse posizionata nella capitale della Gallia Narbonense, Narbona.
  11. ^ Cesare, De Bello Gallico, VI, 1.
  12. ^ Svetonio, Vite dei CesariCesare, 25.1 racconta che Cesare impose all'intera Gallia un tributo complessivo di quaranta milioni di sesterzi, di sicuro non eccessivo per quella regione, ma le enormi ricchezze provenienti dal bottino, dalla vendita di schiavi, requisizioni, saccheggio dei santuari gallici, devono essere state portate nelle casse della Repubblica romana e, soprattutto, dello stesso generale (Horst 1982, p. 187). Si racconta che Cesare offrì per la nuova Basilica Emilia 1.500 talenti d'oro, una somma pari all'intero tributo della Gallia (PlutarcoCesare, 29.3; Pompeo, 58.2), e 100 milioni di sesterzi per la Basilica Giulia nel Foro romano, provenienti dal bottino gallico (Svetonio, Vite dei CesariCesare, 26.2).
  13. ^ a b Everitt, p. 215.
  14. ^ Cesare, De Bello civili, I, 1.
  15. ^ a b Cesare, De Bello civili, I, 3.
  16. ^ a b Cesare, De Bello civili, I, 4.
  17. ^ Cesare, De Bello civili, I, 2.
  18. ^ Velleio Patercolo, (II, 49), come anche Appiano, accusa i tribuni della plebe di essere la causa della rottura di Cesare con il senato. Plutarco, invece, sottolinea come violare i sacri diritti dei difensori della plebe fu, per il senato, un atto del tutto controproducente, in quanto fornì a Cesare il migliore dei pretesti per dichiarare guerra alla res publica.
  19. ^ Cesare, De Bello civili, I, 5.
  20. ^ a b Cesare, De Bello civili, I, 6.
  21. ^ Si trattava di ex-magistrati tornati alla vita privata da almeno cinque anni, secondo quanto era previsto dalla lex Pompeia de provinciis ordinandis, del 52 a.C..
  22. ^ Cesare, De Bello civili, I, 7.
  23. ^ a b c Keppie 1998, p. 201.
  24. ^ a b c d e f g Keppie 1998, p. 200.
  25. ^ Parker 1928, p. 68.
  26. ^ Keppie 1998, p. 111.
  27. ^ a b c d Keppie 1998, p. 112.
  28. ^ Keppie 1998, p. 203.
  29. ^ Keppie 1998, p. 110.
  30. ^ Keppie 1998, p. 206.
  31. ^ Cassio Dione, XLV, 9.3; AppianoGuerra civile, III, 9 e 43.
  32. ^ Parker 1928, p. 66.
  33. ^ Keppie 1998, p. 113.
  34. ^ a b c d Cesare, De Bello civili, I, 8.
  35. ^ Sheppard 2010, p. 18.
  36. ^ Svetonio, Vite dei CesariCesare, I, 32; PlutarcoCesare, 32 ,4-8; Velleio Patercolo, II, 49.4; AppianoLe guerre civili, II, 35; Cassio Dione, XLI, 4.1.
  37. ^ PlutarcoCicerone, 38.1
  38. ^ a b c Cesare, De Bello civili, I, 10.
  39. ^ Cesare, De Bello civili, I, 9.
  40. ^ a b Cicerone, Epistulae ad Atticum, VII 14.l.
  41. ^ Il fidato luogotenente Tito Labieno, sdegnato dalla scelta di Cesare di dichiarare guerra allo stato romano, abbandonò il suo generale per unirsi alla causa dei pompeiani. Morì qualche anno dopo combattendo a Munda contro lo stesso Cesare.
  42. ^ Cesare, De Bello civili, I, 11.
  43. ^ Cesare, De Bello civili, I, 12.
  44. ^ Cesare, De Bello civili, I, 8-23.
  45. ^ Cesare, De Bello civili, I, 25-28.
  46. ^ PlutarcoCesare, 35.3; AppianoLe guerre civili, II, 41; Cassio Dione, XLI, 15.1.
  47. ^ Cesare, De Bello Gallico, I, 33.4.
  48. ^ Cesare, De Bello civili, I, 52-87.
  49. ^ Cesare, De Bello civili, III, 2.1; PlutarcoCesare, 37.1-2; AppianoLe guerre civili, II, 48.
  50. ^ PlutarcoCicerone, 39.4.
  51. ^ Cesare, De Bello civili, III, 6.3.
  52. ^ Cesare, De Bello civili, III, 51-69; SvetonioCesare, 68; PlutarcoCesare, 39.
  53. ^ Cesare, De Bello civili, III, 88-89; PlutarcoCesare, 44-45; AppianoLe guerre civili, II, 76-81; Cassio Dione, XLI, 58-60.
  54. ^ PlutarcoCicerone, 39.5.
  55. ^ Cesare, De Bello civili, III, 104.3; PlutarcoPompeo, 79.
  56. ^ Cesare, De Bello civili, III, 106.1.
  57. ^ PlutarcoCesare, 80.
  58. ^ Il nome Καισαρίων, con cui il bambino fu chiamato dagli abitanti di Alessandria, è in realtà il diminutivo, in greco, del nome Καῖσαρ, e andrebbe tradotto come Cesaretto. Cfr. Canfora 1999, cap. XXIII, Alessandria, p. 229.
  59. ^ Cesare, De Bello civili, III, 111; PlutarcoCesare, 39.5.
  60. ^ Cassio Dione, XLII, 40.8.
  61. ^ Bellum Alexandrinum, 74-76; PlutarcoCesare, 50.2; AppianoLe guerre civili, II, 91; Cassio Dione, XLII, 47.
  62. ^ PlutarcoCesare, 51.1.
  63. ^ Bellum Africanum, 2, 4; PlutarcoCesare, 52.2; AppianoLe guerre civili, II, 95.
  64. ^ Bellum Africanum, 83; PlutarcoCesare, 53.4; AppianoLe guerre civili, II, 96-97; Cassio Dione, XLIII, 7-8.
  65. ^ Bellum Africanum, 88.3-5; PlutarcoCesare, 54.2 e Catone Minore, 70; AppianoLe guerre civili, II, 98-99; Cassio Dione, XLIII, 11.
  66. ^ Oltre agli storici che trattano la vita di Cesare, anche il filosofo Seneca esaltò la sua clemenza, e pose infatti Cesare come modello da imitare nel suo De clementia.
  67. ^ Bellum Africanum, 98.2; PlutarcoCesare, 55.1: Cassio Dione, XLIII, 14.2.
  68. ^ PlutarcoCesare, 55.2; Svetonio, Vite dei CesariCesare, 37.1.
  69. ^ Velleio Patercolo, II, 56.
  70. ^ Svetonio, Vite dei CesariCesare, 38.
  71. ^ Svetonio, Vite dei CesariCesare, 36.
  72. ^ Svetonio, Vite dei CesariAugusto, 8; Canfora 1999, cap. XXVII, Il rampollo di palma: si fa avanti il giovane Ottavio.
  73. ^ PlutarcoCesare, 56; Svetonio, Vite dei CesariCesare, 37.1; Cassio Dione, XLIII, 42.
  74. ^ PlutarcoCesare, 56.7-9.
  75. ^ Per quell'anno scelse come suo magister equitum il futuro triumviro Marco Emilio Lepido.
  76. ^ Svetonio, Vite dei CesariCesare, 9.
  77. ^ PlutarcoCesare, 60-61.1-6; Nicola di DamascoVita di Augusto, 20-21.
  78. ^ PlutarcoCesare, 56.1.
  79. ^ Canfora 1999, cap. XXXIV, L'"eteria" di Cassio e l'arruolamento di Bruto.
  80. ^ La statua ai piedi della quale morì Cesare è, secondo la tradizione, quella attualmente visibile presso Villa Arconati, a Castellazzo di Bollate.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti antiche
Fonti storiografiche moderne
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