Acaia (provincia romana)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Acaia
Mappa di localizzazione
Achaea SPQR.png
La provincia nell'anno 120
Informazioni generali
Nome ufficiale (LA) Achaea
Capoluogo Atene
Dipendente da Repubblica romana, Impero romano
Amministrazione
Forma amministrativa Provincia romana
Governatori Governatori romani d'Acaia
Evoluzione storica
Inizio 146 a.C.
Fine V secolo

L'Acaia (latino: Achaea) fu una provincia dell'Impero romano, in Grecia meridionale, che confinava a nord con le province di Epiro e Macedonia. Il suo territorio corrispondeva, in buona parte, con il Peloponneso.

Statuto[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Province romane e Governatori romani d'Acaia.

Divenne provincia romana nel 146 a.C. e fu poi amministrata come una provincia senatoriale, con alcune città, come Atene e Sparta, che conservarono persino il governo autonomo sul loro territorio.

Nei secoli II e III, la Grecia venne suddivisa tra le province di Achea, Macedonia e Mesia. All'epoca della riforma tetrarchica dell'imperatore Diocleziano (tardo III secolo), la Mesia divenne una diocesi, governata da Galerio. In età costantiniana, l'Hellas faceva parte delle prefetture di Macedonia e Tracia, mentre Teodosio I divise la prefettura di Macedonia nelle province di Creta, Achea, Tessaglia, Epiro vecchio, Epiro nuovo e Macedonia. Le isole egee formarono la provincia di Insulae, nella prefettura Asiana.

Rimase sotto la giurisdizione dell'Impero romano d'Oriente fino a tutto il XII secolo per poi passare a conformare, con parte dell'Asia Minore l'impero Latino. In età altomedievale, quando era ancora governata da Bisanzio, la Grecia accolse (e in molti casi subì) importanti flussi migratori slavi.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Età repubblicana[modifica | modifica sorgente]

La regione venne annessa alla Repubblica romana nel 146 a.C., dopo una campagna militare condotta da Lucio Mummio e terminata con la distruzione di Corinto, la cui popolazione venne uccisa o resa schiava, e con il saccheggio della città, che fornì opere d'arte per le ville dei patrizi romani. Per la sua vittoria, Mummio ricevette l'agnomen Achaicus, "conquistatore dell'Acaia". La Grecia divenne, quindi, un protettorato romano nel 146 a.C., mentre le isole dell'Egeo entrarono a farvi parte nel 133 a.C.

Nell'88 a.C. Mitridate VI Eupatore, re del Ponto, convinse molte città-stato greche a unirsi a lui contro i Romani. Lucio Cornelio Silla allontanò Mitridate dalla Grecia e sedò la ribellione, saccheggiando Atene nell'86 a.C. e Tebe l'anno successivo, depredando le città sconfitte delle loro opere d'arte. I Romani punirono severamente i Greci ribelli, e la Grecia centrale uscì in rovina da questo scontro, con il commercio acheo non più in grado di rivaleggiare con quello di Roma. Sul piano culturale, Atene mantenne il suo ruolo di centro intellettuale, venendo però surclassata da Alessandria d'Egitto. Anche la guerra civile tra Cesare e Pompeo e quella tra Ottaviano e Antonio si combatterono in Grecia, che, dopo le devastazioni subite, venne riorganizzata nel 27 a.C. da Ottaviano, che la trasformò nella provincia dell'Achea).

Età alto-imperiale[modifica | modifica sorgente]

Dopo la sconfitta di Marco Antonio e di Cleopatra nel 31 a.C., l'imperatore Augusto separò la Macedonia dall'Acaia. Svetonio aggiunge che Vespasiano la trasformò in provincia, poiché in precedenza era una regione libera.[1] L'Acaia iniziò allora un periodo di lenta ricostruzione e crescita, che culminò con il regno dell'ellenofilo imperatore Adriano (117-138). Assieme allo studioso greco Erode Attico, Adriano iniziò un vasto programma di ricostruzione edilizia: abbellì Atene e restaurò molte delle città greche in rovina.

Età tardo-imperiale[modifica | modifica sorgente]

Già sottoposta ad una serie di invasioni ed incursioni barbariche nel corso del III secolo, la Grecia visse, a partire dall'ascesa al trono di Diocleziano e fino all'epoca dell'Imperatore Valente, un'epoca relativamente tranquilla. L'invasione gota della Tracia, che culminò con la memorabile sconfitta di Adrianopoli (378) sembrò rimettere tutto in discussione. Teodosio I riuscì tuttavia ad arginare la marea barbara che rischiava di travolgere la Grecia e tutto il mondo romano.

I suoi successori, Arcadio, primo imperatore della parte orientale dell'Impero e Flavio Onorio, di quella occidentale, non furono però all'altezza della situazione. Il ciambellano di Arcadio, Flavio Rufino, permise al re Alarico dei Visigoti di saccheggiare impunemente la Grecia, secondo le accuse di Zosimo. Zosimo accusa infatti Rufino di aver eletto proconsole della Grecia un greco di nome Antioco, noto per la sua malizia, per fare in modo che i Barbari, nel compiere incursioni, non potessero trovare una seria opposizione, e allo stesso scopo affidò la guarnigione alle Termopili a un certo Geronzio, che a dire di Zosimo "sarebbe stato al suo servizio in tutti i suoi progetti a danni dello stato".[2] Secondo Zosimo, inoltre, quando Rufino venne a sapere del malcontento di Alarico e dei Goti nei confronti dell'Impero, dovuto al fatto che Alarico non era stato promosso magister militum come gli aveva promesso Teodosio quando il capo visigoto lo aiutò nella campagna contro Eugenio, il reggente di Arcadio lo avrebbe addirittura incitato ad invadere la Tracia, secondo almeno le insinuazioni di Zosimo.[2]

I Goti di Alarico, essendosi rivoltati e sfruttando forse il presunto tradimento di Rufino insinuato da alcune fonti, marciarono dalla Tracia fino in Macedonia e in Tessaglia, devastandole.[2] Una volta avvicinatosi alle Termopili, Zosimo narra che Alarico inviò messaggeri al proconsole Antioco e al governatore della guarnigione delle Termopili Geronzio, per informarli del suo arrivo.[2] Geronzio, accusato da Zosimo di tradimento, essendosi a quanto pare accordato con Alarico, avrebbe ordinato alla guarnigione delle Termopili di far passare Alarico e i suoi Goti, permettendo loro di penetrare in Grecia.[2] Per il tradimento di Rufino, e dei suoi complici Antioco e Geronzio, Alarico poté così devastare l'intera Grecia, compresa la Beozia, saccheggiando la città, massacrando vecchi e bambini, e deportando come prigionieri donne e bambini, insieme ad un ampio bottino di guerra.[2] Solo Tebe fu risparmiata dal saccheggio in parte per la resistenza delle mura, in parte per l'impazienza di Alarico di dirigersi verso Atene, che sperava di conquistare.[2]

A questo punto Zosimo, essendo appunto superstizioso e pagano, narra la storia completamente inattendibile e leggendaria che le divinità pagane (la dea Minerva) sarebbero accorse in soccorso della città, facendo sì che Alarico desistesse dall'assedio, e decidesse invece di inviare messaggeri per negoziare una pace.[3] Essendo stata la proposta di Alarico accettata, Alarico entrò ad Atene con pochi soldati, dove furono trattati con molta ospitalità, e, dopo aver ricevuto alcuni doni, partì, lasciando la città e l'intera Attica indenne da saccheggi e procedendo invece verso Megaris, che espugnò al primo tentativo, e poi verso il Peloponneso, senza incontrare resistenza.[3] Zosimo, che parla ancora di tradimenti, narra che Geronzio avrebbe permesso ad Alarico di attraversare l'Istmo, oltre il quale tutte le città, senza fortificazioni perché già protette dall'Istmo, potevano essere espugnate con estrema facilità.[3] A causa del tradimento di Geronzio, Alarico poté così espugnare Corinto e tutte le cittadine nelle sue vicinanze, nonché Argo, Sparta e le città circostanti.[3]

Nella primavera dell'anno successivo, tuttavia, intervennero in soccorso dell'Impero d'Oriente le armate di Stilicone, che lasciò l'Italia portando con sé nell'Illirico le truppe occidentali ed orientali a sua disposizione per liberare i Balcani dai saccheggi di Alarico.[4] Secondo JB Bury e le fonti antiche, un altro motivo politico spinse Stilicone a muoversi in Oriente: nel 379, l'Imperatore d'Occidente Graziano aveva ceduto all'Impero d'Oriente le diocesi di Macedonia e Dacia, e Stilicone pretendeva che l'Impero d'Oriente restituisse quelle due diocesi all'Occidente romano, sostenendo che queste fossero state le ultime volontà di Teodosio.[5] Probabilmente Stilicone intendeva riguadagnare il controllo dell'Illirico orientale perché aveva bisogno di soldati per fronteggiare le minacce esterne e l'Illirico aveva da sempre fornito all'Impero ottimi soldati.[6] A questo punto, secondo Claudiano, il panico colse anche Rufino, quando seppe dell'avvicinarsi di Stilicone, suo nemico politico.[4] Temendo che Stilicone, più che a liberare l'Illirico dai Goti di Alarico, intendesse, invece, marciare a Costantinopoli per deporre Rufino e impossessarsi del controllo anche dell'Impero d'Oriente, si recò da Arcadio e lo convinse a scrivere a Stilicone per indurlo a tornarsene in Italia rimandando in Oriente le truppe dell'esercito d'Oriente che erano nell'esercito di Stilicone.[4] Stilicone, dopo aver letto l'ordine di Arcadio di tornare in Italia, per rispetto dell'ordine dell'Imperatore, ordinò alle truppe orientali che erano nel suo esercito di tornare a servire Arcadio e tornò con il resto del suo esercito in Italia.[4] Le truppe orientali che Stilicone rispedì in Oriente, condotte da Gainas, avevano ricevuto però l'ordine da parte di Stilicone di uccidere al loro arrivo Rufino, e così fecero: indotto Rufino a uscire dalla città per riceverli, lo assaltarono all'improvviso uccidendolo.[7] Al posto di Rufino fu eletto come primo ministro e reggente dell'Imperatore Eutropio, un eunuco di corte.[7]

Nella primavera del 397, Stilicone salpò di nuovo dall'Italia e, sbarcato a Corinto, marciò in Elis per fermare i saccheggi dei Goti. Secondo Zosimo, Stilicone fece imbarcare un considerevole numero di truppe per l'Acaia, in modo da liberarla dai saccheggi dei Goti;[7] arrivato nel Peloponneso, costrinse i Barbari a ritirarsi a Pholoe, dove, a dire di Zosimo, avrebbe potuto annientarli agevolmente, "se non si fosse abbandonato alla lussuria e alla licenziosità; allo stesso modo permise ai suoi soldati di saccheggiare ciò che i Barbari avevano lasciato, dando quindi al nemico l'opportunità di partire dal Peloponneso, per trasportare il loro bottino con sé in Epiro, e saccheggiare tutte le città in quella regione; quando Stilicone ne venne a conoscenza, partì per l'Italia senza aver combinato nulla, a parte l'aver portato ai Greci ulteriori calamità tramite i soldati che aveva portato con sé".[7] In pratica, Alarico era riuscito a fuggire dalla stretta romana tagliando le linee di circumvallazione in un luogo non sorvegliato; mentre Zosimo attribuì interamente la responsabilità a Stilicone, accusandolo di aver perso tempo nei divertimenti dando l'opportunità al nemico di mettersi in salvo, e Orosio è nello stesso avviso, accusandolo di tradimento e di collusione con il nemico, Claudiano, panegirista di Stilicone, dà ancora una volta la colpa al governo romano-orientale, che avrebbe di nuovo fermato Stilicone, spingendolo al ritiro, firmando un nuovo foedus con i Visigoti di Alarico.[8]

Eutropio negoziò un trattato di pace con Alarico e i Visigoti: i Visigoti ottennero nuove terre da coltivare e Alarico divenne magister militum per Illyricum.[9] Claudiano, panegirista di Stilicone, espresse indignazione per il trattato, scrivendo che, a causa dello stesso trattato, "il devastatore dell'Acaia e dell'Epiro privo di difese [Alarico] è ora signore dell'Illiria; ora entra come amico dentro le mura che un tempo assediava, e amministra la giustizia a quelle stesse mogli che aveva sedotto e i cui bambini aveva assassinato. E questa sarebbe la punizione di un nemico...?"[10]

Nominato magister militum dell'Illirico, Alarico, alla guida del suo popolo, invase successivamente l'Italia, saccheggiando Roma nel 410.

Fine della provincia romana[modifica | modifica sorgente]

Alcuni storici propongono datazioni diverse per la fine della Grecia romana, fra cui:

  • il 330, anno in cui Costantinopoli divenne una delle capitali dell'impero romano;
  • il 395, in seguito alla definitiva divisione delle due parti dell'Impero (quella occidentale e quella orientale) avvenuta alla morte di Teodosio I;
  • il 565, anno della morte del grande Giustiniano, ultimo imperatore di madrelingua latina a salire sul trono imperiale.
  • il 610/641, con il regno di Eraclio I, il quale, secondo diversi storici, riformò drasticamente l'Impero, compiendo il passo decisivo della trasformazione da Impero romano a Impero bizantino.

Geografia politica ed economica[modifica | modifica sorgente]

Moneta di Adriano che celebra la provincia dell'Acaia

Rame, piombo e ferro erano i prodotti dell'Acaia, anche se la produzione achea non era all'altezza di quella di altre province, come il Norico, la Britannia e l'Hispania. Un prodotto molto ricercato era il marmo delle cave greche.

A Roma erano molto ricercati gli schiavi greci istruiti, come medici e insegnanti, così che uomini istruiti erano una voce importante dell'esportazione della provincia. L'Acaia esportava anche prodotti di lusso domestici, come arredamenti, vasellame, cosmetici e lini. Le olive e l'olio d'oliva greco erano ricercati in tutto l'impero.

Cultura[modifica | modifica sorgente]

La Grecia fu una delle province chiave dell'Impero romano. Orazio lasciò scritto che Graecia capta ferum victorem cepit (la Grecia conquistata conquistò il rude vincitore). La civiltà romana ricevette infatti un forte impulso dalla cultura greca e la lingua greca continuò a servire da lingua franca in Oriente. Roma dal canto suo portò in Grecia il proprio diritto, le proprie istituzioni politiche e la propria tecnologia sia civile (ponti, strade, anfiteatri ecc.) che militare. Molti intellettuali greci si recarono a Roma (Polibio, Dionigi di Alicarnasso, Elio Aristide, Plutarco) e ne celebrarono le glorie. Numerosi imperatori romani, fra cui il grande Adriano abbellirono Atene ed altre città greche, e un gran numero di patrizi amarono soggiornare in Grecia attratti dal suo prestigioso passato e da una vita culturale che si mantenne sempre viva durante tutta l'età imperiale. Un certo numero di autori latini, fra cui Seneca ed Apuleio, furono influenzati dalla letteratura greca e, da parte loro, alcuni storici e letterati di cultura e lingua elleniche preferirono esprimersi in latino per far conoscere all'Occidente il proprio pensiero: Ammiano Marcellino e Claudiano in primo luogo. La pax romana permise alla Grecia di continuare a prosperare economicamente e socialmente fino alla vigilia delle invasioni barbariche. La diffusione del Cristianesimo avvenne con una relativa precocità in Grecia e nell'Oriente ellenizzato (soprattutto in Asia Minore). Ricordiamo che san Paolo predicò a Corinto e ad Atene e che il primo importante filosofo cristiano, Origene, seppur egiziano di nascita, era di etnia e di lingua greche.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Svetonio, Vita di Vespasiano, 8.
  2. ^ a b c d e f g Zosimo, V,5.
  3. ^ a b c d Zosimo, V,6.
  4. ^ a b c d Claudiano, Contro Rufino, Libro II.
  5. ^ JB Bury, pp. 110-111.
  6. ^ JB Bury, p. 111.
  7. ^ a b c d Zosimo, V,7.
  8. ^ Hodgkin, p. 256-257.
  9. ^ JB Bury, p. 120.
  10. ^ Claudiano, Contro Eutropio, Libro II.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie
Studi moderni
  • JB Bury, History of the Later Roman Empire, Volume I, 1923.
  • Thomas Hodgkin, Italy and her Invaders, Volume I.
  • (DE) E. Groag, Die römischen Reichsbeamten von Achaia bis auf Diokletian, Wien-Leipzig 1939.
  • Ranuccio Bianchi Bandinelli, Roma. La fine dell'arte antica (parte II, Il Mediterraneo e l'Oriente), Milano, Corriere della Sera e Rizzoli libri illustrati, 2005, p. 297-305 e 317-321.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Antica Roma Portale Antica Roma: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di Antica Roma