Battaglia di Cheronea (86 a.C.)

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Battaglia di Cheronea
Busto di Lucio Cornelio Silla
Data 86 a.C.
Luogo Cheronea
Causa Movimento indipendentista
Esito Vittoria romana
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
5 legioni (pari a circa 20.000 soldati)[6] ed alleati greci e macedoni per un totale di ⅓ del numero dei nemici.[7] 120.000 armati[7] di cui 100.000 fanti e 10.000 cavalieri.[8]
Perdite
12[9] o 13[10] 100.000[9][11] o 110.000[10] tra morti e fatti prigionieri[10]
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La battaglia di Cheronea (latino Chaeronea; greco antico Χαιρώνεια, Chairóneia) si svolse in Beozia nell'86 a.C., e vide contrapposti l'esercito romano, sotto la guida del proconsole Lucio Cornelio Silla, e l'esercito del re del Ponto Mitridate VI, cui erano a capo i comandanti Archelao e Tassile.[5] Nello scontro le cinque legioni del comandante romano (pari a circa 20.000 soldati)[6] ebbero la meglio su ben 120.000 armati pontici.[7] L'esito positivo per le armate romane fu dovuto secondo lo storico moderno Giovanni Brizzi all'aver istituito e ben gestito una "riserva" tattica durante la battaglia.[12][13][14]

Contesto storico[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Prima guerra mitridatica.

L'espansionismo da parte di Mitridate era iniziata verso la fine dell'89 a.C., con due vittorie sulle forze prima del re di Bitinia, Nicomede IV e poi contro lo stesso Manio Aquilio, a capo della delegazione e dell'esercito romano in Asia Minore. L'anno successivo Mitridate decise di continuare nel suo progetto di occupazione dell'intera penisola anatolica, ripartendo dalla Frigia. La sua avanzata proseguì, passando dalla Frigia alla Misia, e toccando quelle parti di Asia che erano state recentemente acquisite dai Romani. Poi mandò i suoi ufficiali per le province adiacenti, sottomettendo la Licia, la Panfilia, ed il resto della Ionia.[15]

A Laodicea sul fiume Lico, dove la città stava ancora resistendo, grazie al contributo del proconsole Quinto Oppio, Mitridate fece questo annuncio sotto le mura della città:

« "Il Re Mitridate promette agli abitanti di Laodicea che non subiranno alcuna angheria, se gli consegneranno [il procuratore] Oppio". »
(Appiano, Guerre mitridatiche, 20.)

Dopo questo annuncio, gli abitanti di Laodicea lasciarono liberi i mercenari, ed inviarono Oppio con i suoi littori a Mitridate, il quale però decise di risparmiare il generale romano.[15][16]

Non molto tempo dopo Mitridate riuscì a catturare anche Manio Aquilio, che egli riteneva il principale responsabile di questa guerra e lo uccise barbaramente.[17][18]

Sembra che a questo punto, la maggior parte delle città della Asia si arresero al conquistatore pontico, accogliendolo come un liberatore dalle popolazioni locali, stanche del malgoverno romano, identificato da molti nella ristretta cerchia dei pubblicani. Rodi, invece, rimase fedele a Roma.

Non appena queste notizie giunsero a Roma, il Senato emise una solenne dichiarazione di guerra contro il re del Ponto, seppure nell'Urbe vi fossero gravi dissensi tra le due principali fazioni interne alla Res publica (degli Optimates e dei Populares) ed una guerra sociale non fosse stata del tutto condotta a termine. Si procedette, quindi, a decretare a quale dei due consoli sarebbe spettato il governo della provincia d'Asia, e questa toccò in sorte a Lucio Cornelio Silla.[19]

Mitridate, preso possesso della maggior parte dell'Asia Minore, dispose che tutti coloro, liberi o meno, che parlavano una lingua italica, fossero trucidati, non solo quindi i pochi soldati romani rimasti a presidio delle guarnigioni locali. 80.000 tra cittadini romani e non, furono massacrati nelle due ex-province romane d'Asia e Cilicia (episodio noto come Vespri asiatici).[16][19][20]

La situazione precipitò ulteriormente, quando a seguito delle ribellioni nella provincia asiatica, insorse anche l'Acaia. Il governo della stessa Atene, fu rovesciato da un certo Aristione, che poi si dimostrò a favore di Mitridate, meritandosi dallo stesso il titolo di amico.[21] Il re del Ponto appariva ai loro occhi come un liberatore della grecità, quasi fosse un nuovo Alessandro Magno.

Nel corso dell'inverno dell'88/87 a.C. infatti, la flotta pontica, sotto la guida dell'ammiraglio Archelao, invadeva Delo (che si era ribellata ad Atene) e restituiva tutte le sue roccaforti agli Ateniesi. In questo modo Mitridate portò a sé stesso nuove alleanze oltre che tra gli Achei, anche tra Lacedemoni e Beoti (tranne la città di Thespiae, che fu subito dopo stretta d'assedio). Allo stesso tempo, Metrofane, che era stato inviato da Mitridate con un altro esercito, devastò i territori dell'Eubea, oltre alle zone attorno a Demetriade e Magnesia, che si erano rifiutate di seguire il re del Ponto.[22] Il grosso delle armate romane non poté però intervenire in Acaia, se non ad anno inoltrato,[21] a causa dei difficili scontri interni tra la fazione dei populares, capitanate da Gaio Mario, e quella degli optimates, condotta da Lucio Cornelio Silla. Alla fine ebbe la meglio quest'ultimo, il quale ottenne che venisse affidata a lui la conduzione della guerra contro il re del Ponto.

Mentre Silla stava ancora addestrando ed arruolando l'esercito per recarsi in Oriente a combattere Mitridate VI, Gaio Mario, avendo ancora l'ambizione di essere lui stesso a guidare l'esercito romano contro il re del Ponto, era riuscito a convincere il tribuno Publio Sulpicio Rufo a convocare una seduta straordinaria del Senato per annullare la precedente decisione di affidare il comando a Silla. Quest'ultimo, appresa la notizia, prese una decisione grave e senza precedenti: scelse le 6 legioni a lui più fedeli e, alla loro testa, si diresse verso Roma stessa. Nessun generale, in precedenza, aveva mai osato violare con l'esercito il perimetro della città (il cosiddetto pomerio). Egli, dopo avere preso opportuni provvedimenti compiendo una prima strage dei suoi oppositori, tornò a Capua, pronto ad imbarcarsi con l'esercito per l'imminente campagna militare e passò quindi in Grecia con 5 legioni.

Antefatto[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Assedio di Atene (87 a.C.).

Caduta Atene nel marzo dell'86 a.C.,[23][24] e poco dopo il vicino porto del Pireo,[25] il generale romano vendicò l'eccidio asiatico di Mitridate, compiuto su Italici e cittadini romani, compiendo un'autentica strage nella capitale achea:

« Seguì ad Atene un grande e spietata strage. Gli abitanti erano troppo deboli per scappare, per mancanza di nutrimento. Silla ordinò un massacro indiscriminato, non risparmiando donne o bambini. Era adirato per il fatto che si erano così improvvisamente uniti ai barbari [mitridatici] senza causa, ed avevano mostrato una tale animosità verso lo stesso [comandante romano]. La maggior parte degli Ateniesi, quando sentirono l'ordine dato, si scagliarono contro le spade dei loro aggressori volontariamente. Alcuni presero la via che sale per l'Acropoli, tra i quali lo stesso tiranno Aristione, il quale aveva bruciato l'Odeon, in modo che Silla non potesse avere il legname a portata di mano per bruciare l'Acropoli. »
(Appiano, Guerre mitridatiche, 38.)

Silla proibì, invece, l'incendio della città, ma permise ai suoi legionari di saccheggiarla. In molte case trovarono carne umana, ultima fonte di nutrimento per i cittadini. Il giorno seguente il comandante romano vendette il resto della popolazione come schiavi. Ai liberti che erano sfuggiti alla strage della notte precedente in un numero molto ridotto, promise la libertà, ma tolse loro il diritto di elettori, poiché gli avevano fatto la guerra. Le stesse condizioni furono quindi estese alla loro prole.[24]

Questo fu il risultato finale degli orrori che furono compiuti ad Atene. Silla pose, quindi, una serie di posti di guardia intorno all'Acropoli, costringendo più tardi lo stesso Aristione e le poche milizie a sua disposizione ad arrendersi per fame. Il generale romano, infine, stabilì la pena di morte per il tiranno greco e per tutti quelli che, avendone l'autorità o lo status di cittadino romano, si erano ribellati alle leggi provinciali romane. Silla, al contrario, perdonò tutti coloro verso cui le leggi romane, in precedenza, non erano state applicate. Chiese poi, come risarcimento del danno di guerra, circa venti chili di oro e 600 libbre d'argento, prelevandole dal tesoro dell'Acropoli.[26]

Poco dopo fu la volta del porto di Atene del Pireo. Appiano di Alessandria ci racconta che:[27]

« [...] i legionari romani, spronati dall'ardore del loro comandante, dalla gloria e dal pensiero che erano ormai prossimi a conquistare le mura nemiche, continuarono nel loro assalto. Archelao, rimasto sorpreso dalla loro persistenza insensata e folle, abbandonò le mura a loro e se ne andò verso quella parte del Pireo, che era stata maggiormente fortificata e circondata su tutti i lati dal mare, tanto più che Silla non aveva alcuna nave per attaccarla. »
(Appiano, Guerre mitridatiche, 40.)

Da qui Archelao decise di fuggire in Tessaglia, attraverso la Beozia, dove portò ciò che era rimasto della sua iniziale armata, radunandosi presso le Termopili con quella del generale di origine tracia, Dromichete (o Tassile secondo Plutarco[8]).

Forze in campo[modifica | modifica sorgente]

Romani e loro alleati[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Esercito romano e limes orientale.

Le armate romane messe in campo da Silla nell'87 a.C. ammontavano a 5 legioni romane (pari a circa 20.000 soldati),[6] composte da circa 4.000 armati ciascuna. A questi andavano ad aggiungersi alleati greci e macedoni, per un totale complessivo di altri 20.000 armati, pari ad ⅓ del numero totale dei nemici.[7] Sembra che un altro contingente romano si sia unito al proconsole romano proveniente dalla Tessaglia, e sotto la guida di un certo Ortensio, da identificarsi forse con l'oratore Quinto Ortensio Ortalo.[1]

Pontici e loro alleati[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Esercito mitridatico.

L'armata del re del Ponto sembra fosse molto consistente, almeno nel numero. Plutarco narra di una forza proveniente dalla Macedonia di circa 100.000 fanti e 10.000 cavalieri (oltre a 90 carri con falci), sotto la guida di un certo Tassile, a cui si unì Archelao, dopo la sconfitta subita nell'assedio di Atene.[8] Appiano di Alessandria stima un totale di 120.000 armati totali.[7][10]

Fasi degli scontri[modifica | modifica sorgente]

Il terzo e quarto anno di guerra (87-86 a.C.) della prima guerra mitridatica: la controffensiva romana.

Il generale romano decise quindi di inseguire il nemico, muovendo verso la Beozia, come ci racconta Appiano di Alessandria,[14] mentre un altro contingente romano, proveniente dalla Tessaglia, cercava di unirsi a lui, sotto la guida di un certo Ortensio:[1]

« [Silla] era ansioso circa Ortensio, un generale capace e coraggioso, che guidava una forza dalla Tessaglia, mentre i barbari stavano sorvegliando tutti i passi e lo stesso [luogotenente di Silla]. Per questi motivi Silla trasferì il suo esercito in Beozia. Ed Ortensio fu salvato da Cafi, un indigeno del posto, il quale lo condusse per vie diverse da quelle conosciute dai barbari, attraverso il passo del Parnasso, in un punto appena al di sotto di Tithorea. Questa località non era una città grande come attualmente, ma si trattava di una fortezza, circondata su tutti i lati da ripide pareti rocciose, presso la quale le milizie dei Focesi, in tempi antichi fuggirono prima dell'avanzata di Serse, salvandosi. Dopo essersi accampato lì, Ortensio, respinto il nemico per un intero giorno e notte, scese a Patronis attraverso percorsi difficili e riuscì ad unirsi a Silla, che gli era venuto incontro con il suo esercito. »
(Plutarco, Vita di Silla, 15, 3-4.)

Inseguimento di Silla[modifica | modifica sorgente]

I Romani, che erano così riusciti a riunire le loro forze in vista dell'imminente scontro tra le due armate, occuparono una collina che si trovava nel mezzo della pianura di Elateia, fittamente coltivata con alberi, ed alimentata da un piccolo fiume alla sua base, chiamato Philoboetus. E mentre Silla si era accampato, i Romani apparivano al nemico pontico in numero assai ridotto, stimando che il proconsole romano potesse disporre di soli 1.500 cavalieri e meno di 15.000 fanti. Per questi motivi i generali di Archelao incitarono il loro comandante a dare battaglia, riempiendo la pianura con i loro cavalli, carri e fanti.[28] Ma Silla non abboccò, poiché giudicava questa situazione non a lui sufficientemente favorevole per battere il nemico e comunque le armate romane ne sembravano intimorite per l'ostentazione delle truppe pontiche.

« Quando i due schieramenti presero posizione una di fronte all'altra, Archelao offrì più volte la possibilità di scontrarsi in battaglia. Silla però esitò, a causa della natura del terreno e del numero [assai maggiore] di nemici. »
(Appiano, Guerre mitridatiche, 42.)
« [...] il fasto e l'ostentazione delle proprie armature costose [da parte delle truppe mitridatiche], non era priva di effetto ed uso [sui Romani] nel generare un eccitante terrore, anzi, il lampeggiante della loro armatura, che era magnificamente impreziosita con oro e argento ed i ricchi colori delle vesti dei Medi e Sciti, mescolati con bronzo ed acciaio lampeggiante, si presentava in modo fiammeggiante alla vista, in modo che i Romani timorosi e ammucchiati dietro le loro trincee [dell'accampamento], insieme a Silla, erano incapaci di qualsiasi motivazione che ne rimuovesse la paura, tanto che [Silla] non voleva costringerli in una battaglia da cui volevano fuggire, e dovette rimanere fermo e resistere come meglio poteva, sotto lo sguardo dei barbari che lo insultavano con spacconate e risate. »
(Plutarco, Vita di Silla, 16, 2-3.)

In una situazione di stallo come questa, le truppe mitridatiche nel gran disordine della loro moltitudine e del numero dei comandi, si dimostravano poco obbedienti ai loro generali, tanto che pochi acconsentirono di rimanere tra i loro trinceramenti, mentre la maggior parte decise di depredare e saccheggiare i territori circostanti, spargendosi addirittura fino a molti giorni di marcia dal loro accampamento. Si dice che distrussero la città di Panope e di Lebadeia insieme al suo oracolo, sebbene nessuno dei loro generali avesse loro ordinato di farlo.[29]

« E Silla, che si doleva e fremeva ad assistere alla distruzione delle città sotto i suoi occhi, non lasciò che i suoi legionari rimanessero inattivi, al contrario li condusse fuori [dall'accampamento] e li costrinse a scavare fossati e a deviare il fiume Cephisus dal suo "letto", non lasciando tregua ad alcuno, e mostrando essere un inesorabile castigatore di coloro che risultavano rallentare il ritmo, in modo che tutti portassero a termine i loro compiti e, indotti dalle difficoltà del lavoro, accogliessero il rischio della battaglia. E così ciò accadde. Dopo il terzo giorno di fatica, mentre lo stesso Silla passava in rassegna ai lavori, i soldati pregarono a gran voce di essere condotti contro il nemico. Ma Silla rispose che le loro parole non sembravano dimostrare di avere una reale volontà di combattere, ma che si trattava solo di non essere più disposti a faticare; se, invece, erano veramente disposti a combattere, comandò loro di prendere le armi e andare subito in un posto che gli mostrò: si trattava di ciò che era stata l'acropoli di Parapotamii. In quel momento, la città risultava ormai in rovina, rimaneva solo una ripida cresta rocciosa. Il corso del fiume Assus la divideva dal monte Hedylium per quanto è largo, e [questo fiume] poi si gettava nel Cephisus, proprio alla base di quel monte, diventando impetuoso nel suo scorrere dopo la confluenza, e rendendo la cittadella un luogo sicuro per l'accampamento. Per questo motivo, e perché aveva notato che i Chalcaspides, o "scudi di bronzo" del nemico, si facevano strada verso quel posto [l'acropoli di Parapotamii], Silla era intenzionato ad occupare per primo quel posto, e vi riuscì, ora che trovò i suoi soldati desiderosi di azione. »
(Plutarco, Vita di Silla, 16, 5-7.)

Verso lo scontro finale[modifica | modifica sorgente]

Mappa dei movimenti delle armate romane, prima e durante la battaglia combattuta presso Cheronea.
« Quando Archelao si diresse verso Calcide, Silla decise di seguirlo da vicino, cercando di capire quando fosse giunto il momento favorevole ed il luogo adatto [per combattere]. »
(Appiano, Guerre mitridatiche, 42.)

Una volta che le forze di Archelao furono respinte dalle rovine dell'acropoli di Parapotamos, il generale delle forze mitridatiche decise di proseguire per Cheronea al fine di occupare questa città, ma gli abitanti di Cheronea, che si trovavano nelle file degli alleati di Silla, pregarono il proconsole romano di non abbandonare le loro famiglie al loro destino. Silla dispose così di inviare Aulo Gabinio, uno dei suoi tribuni, insieme ad una legione ed agli alleati di Cheronea a salvare la città. E così, narra Plutarco, che la sua città natale fu salvata dal pericolo di un saccheggio da parte delle truppe mitridatiche.[3]

Silla, dopo aver superato il fiume Assus, avanzò fino ai piedi del monte Hedylium, accampandosi di fronte ad Archelao, che aveva posto i suoi accampamenti tra i monti Acontium e Hedylium, in località detta Assia, tanto che il luogo in cui si accampò, fu in seguito chiamato Archelao.[30] Dopo una giornata di tregua, Silla decise di lasciare Murena come riserva con una legione e due coorti, per ostacolare il nemico in caso di attacco alle spalle, mentre egli stesso fece sacrifici nei pressi della riva del fiume Cefisus, ed a riti ultimati si mise in marcia per Cheronea. Era intenzione di Silla, sia raccogliere le forze che stazionavano presso questa cittadina, sia fare una perlustrazione presso la postazione di Thurium, occupata dal nemico.[31]

« Quando [Silla] vide il nemico accampato in una regione rocciosa vicino a Cheronea, dove non c'era alcuna possibilità di fuga per coloro che fossero risultati sconfitti, prese possesso di un'ampia pianura nelle vicinanze, ed elaborò un piano, dove le sue forze avrebbero potuto costringere Archelao a combattere quando lo avessero voluto, e dove la pendenza della pianura avrebbe favorito i Romani, sia in caso di attacco, sia in caso di ritirata. »
(Appiano, Guerre mitridatiche, 42.)

Come Silla raggiunse Cheronea, il tribuno che aveva inviato a difendere la città con i suoi uomini, venne incontro al proconsole, portandogli una corona di alloro e due cittadini del posto, tali Omoloico e Anassidamo. I due promisero al generale romano che avrebbero preso possesso del colle vicino, chiamato Thurium, cacciandovi il nemico che lì si era appostato, qualora avessero potuto condurre con loro un gruppo di soldati romani, attraverso un sentiero poco conosciuto. Questo sentiero conduceva dal Petrachus attraverso una località chiamata Museo, fino alla cima del monte Thurium, sopra le teste delle truppe mitridatiche. Silla, sentito il parere favorevole di Gabinio, acconsentì ed affidò ai due cheronei un contingente di soldati romani[32] sotto il comando del tribuno Ericio, che poco dopo raggiunse la cima del colle.

La battaglia[modifica | modifica sorgente]

Da qui i Romani cominciarono a lanciare dall'alto numerose pietre sopra il nemico, costringendo così le truppe mitridatiche a fuggire verso la vicina pianura per unirsi al grosso delle truppe di Archelao. I morti delle truppe pontiche furono tremila,[4] incalzati anche dall'accorrente ala sinistra romana, comandata da Murena, che li attendeva a valle. Il peggio però doveva ancora arrivare.[33]

Silla, nel frattempo aveva provveduto a schierare l'esercito, ponendo alle ali la cavalleria, prendendo egli stesso il comando della parte destra, mentre assegnava la sinistra a Murena. Gli altri suoi luogotenenti, Galba e Ortensio, con alcune coorti di riserva, furono inviati sulle alture alle spalle, per difendersi contro un eventuale accerchiamento. Si poteva vedere come il nemico avesse costituito le sue ali con abbondante cavalleria e fanteria leggera. Evidentemente il fatto di renderle così flessibili ed agili poteva solo significare che le truppe mitridatiche avevano intenzione di allargare lo schieramento ed accerchiare i Romani.[2]

Una carica di carri falcati tipica dell'epoca delle guerre mitridatiche.

La carica improvvisa di Ericio dall'alto del monte Thurium e quella dell'ala sinistra romana sotto il comando di Murena, avevano non solo portato scompiglio tra le truppe mitridatiche appostate sull'alto della collina, ma soprattutto la loro "entrata in scena" tanto improvvisa, generò terrore tra le truppe di Archelao, tanto da far credere a Plutarco fosse una delle principali cause della sconfitta finale.[33] Archelao, che si trovava nei pressi delle rocce ed era da queste coperto, non poteva, per di più, dispiegare l'intero suo esercito in battaglia in quella posizione, a causa del terreno a lui non favorevole, tanto che un'eventuale fuga sarebbe risultata negativa ed ostacolata proprio dalle rocce. Per questo motivo, Silla ritenne che l'avanzata improvvisa sarebbe risultata a lui più favorevole a combattere, non permettendo alla superiorità numerica del nemico di approfittarne.[14] E così il proconsole romano sferrò l'attacco con grande rapidità, mentre le truppe nemiche erano in disordine[33] ed in parte ancora all'interno del grande accampamento.[34]

« Archelao che non immaginava di combattere in quel momento, ragione per cui era stato negligente nella scelta del luogo del suo accampamento. Ora che i Romani stavano avanzando, si accorse tristemente e troppo tardi della sua posizione estremamente negativa, e mandò avanti un distaccamento di cavalleria per impedire il movimento [romano]. Il distaccamento fu però messo in fuga e distrutto tra le rocce. Egli quindi mandò 60 carri falcati, sperando di spezzare la formazione delle legioni romane e farle a pezzi per l'urto [del suo attacco]. I Romani aprirono i loro ranghi ed i carri si incunearono tra le fila con il loro slancio fino alla parte posteriore [dello schieramento], ma prima che potessero tornare indietro, furono circondati e distrutti dai giavellotti della retroguardia. »
(Appiano, Guerre mitridatiche, 42.)
Un'illustrazione raffigurante una formazione a falange di tipo ellenistico.
« [Silla] colmò velocemente l'intervallo che divideva i due schieramenti ed in tal modo tolse efficacia alla carica dei carri falcati, che raggiungono la loro massima forza d'urto solo dopo una lunga "carica", dando loro velocità e impeto necessario alla rottura attraverso la linea avversaria. Se la carica inizia da breve distanza risultano inefficaci e deboli [...]. I primi carri partirono così debolmente e lentamente, che i Romani li respinsero, per poi batter loro le mani, scoppiando a ridere e chiedendo un "bis", come sono soliti fare alle corse nel circo. Intervennero quindi le forze di fanteria. I barbari protesero in avanti le loro lunghe aste, e tentarono di serrare i loro scudi insieme, per mantenere la loro linea di battaglia unita e compatta, mentre i Romani lanciarono i giavellotti, e quindi impugnarono le spade, cercando di colpire le aste nemiche lateralmente, per poter venire ad un "corpo a corpo" il più velocemente possibile, nello stato di furore in cui si trovavano. »
(Plutarco, Vita di Silla, 18, 2-4.)

Plutarco racconta che la prima linea nemica era costituita da 15.000 schiavi, a cui i generali avevano concesso la libertà, distribuendoli tra gli opliti e che i legionari romani respinsero e misero in fuga "con coraggio sovrumano", grazie anche ad una "pioggia di proiettili incendiari" e giavellotti lanciati dalla seconda linea romana.[35] Archelao allora tentò di accerchiare lo schieramento di Silla, allungando in fuori la sua ala destra, ma Ortensio intervenne con la "riserva" delle sue coorti e frenò l'impeto del generale di Mitridate. Quest'ultimo fece allora compiere una conversione repentina a 2.000 cavalieri, tanto da spingere Ortensio e le sue truppe contro i monti a difendersi, perdendo così contatto con l'armata principale romana e risultando circondato.[5]

« Archelao a questo punto decise di lanciare una "carica" di cavalleria contro l'armata romana, riuscendo ad incunearsi tra la stessa e spezzando così lo schieramento romano in due ora completamente circondati, anche per il ridotto numero dei Romani. I Romani, seppure circondati da ogni parte, combatterono con grande con coraggio. I distaccamenti di Galba ed Ortensio, che si trovavano in maggiori difficoltà per l'attacco a loro diretto dallo stesso Archelao, reagirono con il più alto senso di responsabilità e valore. »
(Appiano, Guerre mitridatiche, 43.)

Allora Silla, venuto a conoscenza di ciò, provò a lanciarsi in suo aiuto dall'ala destra con una parte della cavalleria, ma Archelao avendo notato questa mossa, per gli stendardi del proconsole in movimento e per l'enorme polverone sollevato, si lanciò contro la parte destra romana, immaginando di non trovare più il loro comandante.[34] Frattanto Tassile attaccava Murena all'ala sinistra. E così Silla si fermò, incerto su dove fosse più urgente prestare il suo aiuto,[5] decidendo di riprendere il suo posto, ed inviando Ortensio con quattro coorti (che si erano liberate frattanto dalla morsa di Archelao) ad aiutare Murena, mentre egli stesso, con una quinta[36] ed sesta coorte a seguire (che aveva tenuto di riserva[34]), si affrettò a raggiungere l' ala destra. Quest'ultima si era già scontrata da sola e coraggiosamente contro Archelao, tenendogli testa, e come apparve Silla, il nemico fu travolto ovunque, ed i Romani ormai padroni della situazione, li inseguirono fino al fiume ed al monte Acontium.[36] Ma Silla non si dimenticò che Murena era ancora in pericolo, e partì in soccorso dell'ala sinistra, trovandoli però anch'essi vittoriosi, unendosi anche lui all'inseguimento dei nemici.[9][34] Appiano racconta che:

« Quando le due ali dello schieramento di Archelao cominciarono a cedere, anche il centro non riuscì più a mantenere la posizione e si diede alla fuga in modo disordinato. Poi tutto quello che Silla aveva previsto, capitò al nemico. Non avendo spazio per girarsi o un campo aperto per fuggire, molti si rifugiarono tra le rocce inseguiti [dai Romani]. Alcuni di loro caddero nelle mani dei Romani. Altri con più saggezza fuggirono verso il loro accampamento. Archelao si mise allora di fronte a loro sbarrandone l'ingresso, ed ordinò loro di girarsi ad affrontare il nemico, poiché così dimostravano la più grande inesperienza all'esigenza di combattere. Le truppe allora gli obbedirono con grande prontezza, ma non avevano più né i generali, né altri comandanti ad allinearli, o dare ordini che li ponessero nel reparto a cui appartenevano, ma erano sparsi in totale confusione, poiché inseguiti erano andati a trovarsi in un posto troppo stretto per fuggire o per combattere, furono quindi uccisi senza alcuna resistenza da parte loro, non potendo reagire; altri invece furono calpestati dai loro stessi amici nella confusione generale. E così molti tentarono, ancora una volta, la fuga verso le porte del campo, attorno alle quali si sono ammassati. [...] Infine Archelao, avendo lasciato trascorrere troppo tempo rispetto a quello necessario, aprì le porte dell'accampamento ricevendo i fuggiaschi in modo disordinato. Quando i Romani videro ciò, per loro fu una manna, poiché fecero irruzione nell'accampamento insieme ai fuggitivi, ed ottennero una vittoria completa. »
(Appiano, Guerre mitridatiche, 44.)

Molte delle truppe mitridatiche furono uccise nella pianura, in numero maggiore coloro che cercavano di raggiungere il loro accampamento. Sembra infatti che caddero, secondo Tito Livio, ben 100.000[11]/110.000[10] armati dell'esercito di Mitridate, rimanendone in vita solo 10.000.[9][10] Al contrario i Romani caduti furono solo 12 secondo lo stesso Silla,[9] o 13 secondo il racconto di Appiano.[10]

E proprio nel corso di questa battaglia che lo storico Giovanni Brizzi ricorda l'istituzione della "riserva" tattica nelle file dell'esercito romano, grazie a Lucio Cornelio Silla. Si racconta infatti che l'ala sinistra dello schieramento romano, comandato da Lucio Licinio Murena, fu salvato grazie all'intervento di questa "riserva" comandata dai legati Quinto Ortensio Ortalo e Galba.[12][13][14] In alternativa l'esito finale della battaglia poteva essere ben diverso.

Conseguenze[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi battaglia di Orcomeno.

Al termine della battaglia, Silla fece innalzare un trofeo con le armi dei vinti (che in parte bruciò)[10] ed iscrivere sullo stesso i nomi di Marte, Venere e Vittoria, nella convinzione che il suo successo nella guerra era dovuto sia alla buona fortuna (da cui il soprannome di Felix), sia all'abilità e forza militare. Questo trofeo della battaglia fu posto nella piana, nel punto in cui le truppe di Archelao cominciarono per prime ad indietreggiare, e cioè nei pressi del torrente Molus, un altro trofeo fu invece piantato sulla cresta del monte Thurium, per commemorare lì l'aggiramento dei barbari, e reca una scritta con i nomi de due eroi greci di Omoloico e Anassidamo. La festa in onore di questa vittoria fu celebrata da Silla a Tebe, dove egli predispose un palco vicino alla fontana di Edipo e chiamò a far da giudici, molti Elleni provenienti da altre città, dato che verso i Tebani era irrimediabilmente ostile, tanto da sottrarre loro metà del territorio.[37]

Dopo questa prima vittoria, le armate romane inseguirono quelle mitridatiche di Archelao che si erano dirette inizialmente all'isola di Zacinto, senza riuscire però ad occuparla, per poi rientrare a Calcide.[10] Poco dopo Silla, infatti, ottenne una nuova devastante vittoria contro gli eserciti mitridatici presso Orcomeno, poco distante da Cheronea, dove annientarono altri 80.000 armati del re del Ponto.[38][39]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c Plutarco, Vita di Silla, 15.3.
  2. ^ a b Plutarco, Vita di Silla, 17, 7.
  3. ^ a b Plutarco, Vita di Silla, 16, 8.
  4. ^ a b Plutarco, Vita di Silla, 18, 1.
  5. ^ a b c d Plutarco, Vita di Silla, 19, 1-2.
  6. ^ a b c André Piganiol, Le conquiste dei Romani, Milano 1989, p. 394.
  7. ^ a b c d e Appiano, Guerre mitridatiche, 41.
  8. ^ a b c Plutarco, Vita di Silla, 15.1.
  9. ^ a b c d e Plutarco, Vita di Silla, 19, 4.
  10. ^ a b c d e f g h i Appiano, Guerre mitridatiche, 45.
  11. ^ a b Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 82.1.
  12. ^ a b Giovanni Brizzi, Storia di Roma. 1. Dalle origini ad Azio, p.325.
  13. ^ a b Plutarco, Vita di Silla, 18, 4.
  14. ^ a b c d Appiano, Guerre mitridatiche, 42.
  15. ^ a b Appiano, Guerre mitridatiche, 20.
  16. ^ a b Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 78.1.
  17. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 77.9.
  18. ^ Appiano, Guerre mitridatiche, 21.
  19. ^ a b Appiano, Guerre mitridatiche, 22.
  20. ^ Appiano, Guerre mitridatiche, 23.
  21. ^ a b André Piganiol, Le conquiste dei Romani, Milano 1989, p. 393.
  22. ^ Appiano, Guerre mitridatiche, 29.
  23. ^ Plutarco, Vita di Silla, 16.
  24. ^ a b Appiano, Guerre mitridatiche, 38.
  25. ^ Appiano, Guerre mitridatiche, 40-41.
  26. ^ Appiano, Guerre mitridatiche, 39.
  27. ^ Appiano, Guerre mitridatiche, 40.
  28. ^ Plutarco, Vita di Silla, 16, 1-2.
  29. ^ Plutarco, Vita di Silla, 16, 4.
  30. ^ Plutarco, Vita di Silla, 17, 3.
  31. ^ Plutarco (Vita di Silla, 16, 3-5) racconta sul significato etimologico di Thurium, sostenendo trattarsi "di una collina a forma conica, con un picco scosceso (che i Romani chiamano Orthopagus), ai cui piedi scorre un fiume di nome Molus e si trova un tempio di Apollo Thurius. Questo soprannome del dio deriva da Thurio, la madre di Cherone, che la tradizione sostiene fosse il fondatore della città di Cheronea. Altri invece dicono che la località prende il nome dalla mucca che fu donata a Cadmo da Apollo come sua guida. "Thor" significa infatti in fenicio, mucca".
  32. ^ Plutarco, Vita di Silla, 17, 5-6.
  33. ^ a b c Plutarco, Vita di Silla, 18, 2.
  34. ^ a b c d Appiano, Guerre mitridatiche, 43.
  35. ^ Plutarco, Vita di Silla, 18, 6.
  36. ^ a b Plutarco, Vita di Silla, 19, 3.
  37. ^ Plutarco, Vita di Silla, 19, 5-6.
  38. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 82.2.
  39. ^ Plutarco, Vita di Silla, 20-21.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie
Fonti storiografiche moderne
  • Giovanni Brizzi, Storia di Roma. 1. Dalle origini ad Azio, Bologna 1997.
  • André Piganiol, Le conquiste dei Romani, Milano 1989.
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