Lucio Vario Rufo

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Orazio legge davanti al circolo di Mecenate, di cui faceva parte anche Vario Rufo (dipinto di Stefano Bakalovich, 1863).

Lucio Vario Rufo (prima del 70 a.C. – dopo il 19 a.C.) è stato un poeta romano dell'età augustea.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della letteratura latina (31 a.C. - 14 d.C.).

Amico di Virgilio, di cui era certamente più grande, Vario fu anch'egli epicureo, come attestato anche da Quintiliano, che lo definisce esplicitamente epicureus[1] e da Filodemo di Gadara, che gli dedicò un trattato Sulla morte[2].

Avrebbe, comunque, introdotto Virgilio nel circolo di Mecenate e, con lui, presentato anche Orazio. Che Virgilio ne fosse amico e ammiratore traspare dal fatto che, negli anni Quaranta, Virgilio, sotto lo pseudonimo di Licida, rimpiangeva di non aver prodotto fino a quel momento nulla di paragonabile alla poesia di Vario o di Elvio Cinna[3]. La gratitudine e la stima di Orazio, invece, è evidente dalla definizione di quest'ultimo di Vario come un maestro dell'epica e l'unico poeta in grado di celebrare le gesta di Marco Vipsanio Agrippa[4].

Ancora la già citata testimonianza di Quintiliano lo pone in stretti rapporti con Augusto: una didascalia[5], infatti, informa che nel 29 a.C. lavorò per i giochi celebrativi in onore della vittoria di Augusto alla battaglia di Azio (31 a.C.) e che Vario ricevette un milione di sesterzi dal princeps.
Dopo la morte di Virgilio, fu incaricato da Augusto, insieme a Plozio Tucca, di pubblicare l'Eneide. Dopo questa data non abbiamo altre notizie.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Delle opere di Vario, come detto, celebrate in età augustea non ci restano che magri frammenti. Da Macrobio sappiamo che Vario compose un poema De morte[6], ampiamente riecheggiato da Virgilio.
Orazio, invece, alluderebbe ad un altro poema[7]: secondo uno scoliasta, infatti, si tratterebbe di un panegirico di Augusto[8].
L'opera letteraria più famosa di Vario fu, comunque, la tragedia Tieste[9], che Quintiliano riteneva non essere inferiore ad alcuna tragedia greca[10].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Quintiliano, VI 3, 78.
  2. ^ M. Gigante, Ricerche filodemee, Napoli, Macchiaroli, 1969, pp. 63-122.
  3. ^ Bucoliche, IX, 35-36.
  4. ^ Orazio, Carmina, I 6.
  5. ^ Conservata in un manoscritto a Parigi.
  6. ^ Frr. 147-150 Hollis; la notizia è in Macrobio, Saturnalia, VI 1, 39 e 2, 19.
  7. ^ Orazio, Satire, I 10, 43.
  8. ^ 3 versi di dubbia autenticità (Fr. 152 Hollis).
  9. ^ Frr. 154-156 Hollis.
  10. ^ Quintiliano, X 1, 98.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • A. S. Hollis, Fragments of Roman Poetry. 60 BC-AD 20, Oxford, University Press, 2007, pp. 253–281 (testo, traduzione inglese e commento dei frammenti).

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