Tarquinio il Superbo

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Lucio Tarquinio
Tarquinius-Superbus.jpg
Re di Roma
In carica535 a.C. - 509 a.C.
PredecessoreServio Tullio[1][2][3]
SuccessoreMonarchia abolita[4]
Nome completoLucio Tarquinio
NascitaRoma
MorteCuma, 495 a.C.
DinastiaTarquini
PadreTarquinio Prisco[5][6]
ConiugiTullia Maggiore[5]
Tullia Minore
FigliTito Tarquinio
Arrunte Tarquinio
Sesto Tarquinio

Lucio Tarquinio (Roma, ... – Cuma, 495 a.C.), meglio conosciuto come Tarquinio il Superbo a causa dei suoi costumi, fu il settimo e ultimo re di Roma[6][7].

Della dinastia etrusca dei Tarquini,[4] Tarquinio regnò dal 535 a.C. al 509 a.C., anno in cui fu messo al bando da Roma.

Leggenda[modifica | modifica wikitesto]

Origini familiari e ascesa al trono[modifica | modifica wikitesto]

Figlio di Lucio Tarquinio Prisco,[5][6] e fratello di Arunte Tarquinio, sposò prima Tullia Maggiore, la figlia maggiore di Servio Tullio, poi sposò la sorella di questa, Tullia Minore, da cui ebbe i tre figli Tito, Arrunte e Sesto, e con il cui aiuto organizzò la congiura per uccidere il suocero e ascendere sul trono di Roma.[5][8]

Tito Livio ci racconta che Tarquinio un giorno si presentò in Senato e si sedette sul trono del suocero rivendicandolo per sé; Tullio, avvertito del fatto, si precipitò nella Curia.

(LA)

«Huic orationi Servius cum intervenisset trepido nuntio excitatus, extemplo a vestibulo curiae magna voce «Quid hoc» inquit, «Tarquini, rei est? Qua tu audacia me vivo vocare ausus es patres aut in sede considere mea?»»

(IT)

«Servio, chiamato da un messo in gran fretta, sopraggiunto mentre Tarquinio teneva il suo discorso, subito dall'ingresso della curia a gran voce gridò: «Che cosa è questo, o Tarquinio? Con quale audacia, mentre io ancora vivo, hai osato convocare il senato e sedere al mio posto?».»

(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, lib. I, capoverso 48)

Ne nacque un'accesa discussione tra i due, che presto degenerò in scontri tra le opposte fazioni; alla fine il più giovane Tarquinio, dopo averlo spintonato fuori dalla Curia, scagliò il re giù dalle scale. Servio, ferito ma non ancora morto, fu finito dalla figlia Tullia Minore che ne fece scempio travolgendolo con il cocchio che guidava.[9][10] Il luogo del misfatto ricevette in seguito l'appropriato nome di Vicus Sceleratus.[11]

Regno (534-509 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Monarchia assoluta[modifica | modifica wikitesto]

A Tarquinio fu attribuito il soprannome di Superbo dopo che negò la sepoltura di Servio Tullio. Tarquinio assunse il comando con la forza, senza che la sua elezione fosse approvata dal Popolo e dal Senato romano,[12] e sempre con la forza (si parla anche di una guardia armata personale[13]) mantenne il controllo della città durante il suo regno. In breve tempo annientò la struttura fortemente democratica della società romana realizzata dal suo predecessore e creò un regime autoritario e violento a tal punto da unire per la prima volta, nell'odio verso la sua figura, patrizi e plebei.

«Lui stesso dopo aver infierito contro i senatori con le stragi, contro la plebe con le verghe, contro tutti con la superbia, che per la gente onesta è peggio della crudeltà, e dopo che fu soddisfatto della ferocia esercitata in patria, si rivolse ai nemici [di Roma].»

(Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 7.4.)

Politica militare[modifica | modifica wikitesto]

Se le fonti antiche lo criticano per come conquistò e mantenne il potere in città in modo tirannico,[14] le stesse gli riconoscono però grandi capacità militari: sotto il suo regno furono conquistate, infatti, importanti città del Latium vetus, quali Suessa Pometia,[4][15] Ardea,[15] Ocricoli[15] e Gabii.[15]

(LA)

«Nec ut iniustus in pace rex, ita dux belli prauus fuit; quin ea arte aequasset superiores reges ni degeneratum in aliis huic quoque decori offecisset. Is primus Volscis bellum in ducentos amplius post suam aetatem annos mouit, Suessamque Pometiam ex iis vi cepit. Ubi cum diuendita praeda quadraginta talenta argenti refecisset, concepit animo eam amplitudinem Iovis templi quae digna deum hominumque rege, quae Romano imperio, quae ipsius etiam loci maiestate esset; captiuam pecuniam in aedificationem eius templi seposuit."»

(IT)

«Tarquinio, se fu sovrano ingiusto in pace, non fu cattivo condottiero in guerra, anzi nell'arte militare avrebbe uguagliata la gloria dei re precedenti, se anche questo merito non fosse stato offuscato dall'esser egli degenere nelle altre virtù. Fu il primo a muovere contro i Volsci[16] quella guerra che doveva durare in seguito per più di duecento anni, e tolse prendendola d'assalto Suessa Pomezia. Avendo ricavato quaranta talenti d'argento dalla vendita del bottino fatto in quest'occasione, progettò di edificare a Giove un tempio di tale grandiosità,[4][17] che fosse degno del re degli dèi e degli uomini, della potenza di Roma e della maestà del luogo stesso; accantonò dunque il denaro della preda di guerra per la costruzione di quel tempio.»

(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, lib. I, capoverso 53)
Tarquinio il superbo, da un dipinto di Lawrence Alma-Tadema.

Sempre durante il suo regno, iniziò la centenaria lotta tra Romani e Volsci.[4][16][18] Sappiamo, inoltre, che il delegato della città latina di Aricia, Turno Erdonio, durante l'assemblea della Lega tenutasi presso Locus Ferentinum, avendo osato opporsi al volere del Superbo re di Roma, fu messo a morte e fatto affogare in un fosso.[19][20]

A Tarquinio si fa discendere lo stratagemma con cui i romani conquistarono la città di Gabii,[4][21] dove mandò il proprio figlio Sesto Tarquinio che si fece accogliere in città dicendo di voler sfuggire alla tirannia del padre.[22] In verità il genitore e il figlio agivano di comune accordo, dovendo il figlio recare discordia nella città nemica, tanto che questa per i contrasti sorti al suo interno si diede a Roma senza che fosse combattuta battaglia alcuna.

Espansionismo commerciale[modifica | modifica wikitesto]

Durante il periodo della dominazione etrusca Roma divenne un'importante stazione commerciale e acquisì il controllo su alcune comunità circostanti iniziando la sua espansione, anche con la fondazione di colonie romane, con l'occupazione di città come quelle di Signa e Circeii.

Politica urbanistica[modifica | modifica wikitesto]

Sotto il suo regno fu portata a termine la costruzione della Cloaca Massima e del Tempio di Giove Ottimo Massimo, dopo la campagna vittoriosa contro i Volsci,[16] con il bottino delle città conquistate.[23]

Fine del regno[modifica | modifica wikitesto]

Preoccupato da una visione, un serpente che sbucava da una colonna di legno, il re organizzò una spedizione a Delfi in modo da ottenerne un'interpretazione del famoso oracolo, inviandovi i propri figli per chiedere chi avrebbe regnato su Roma;[24] di questa spedizione fece parte anche Lucio Giunio Bruto, nipote del re, che celava i suoi veri pensieri fingendosi stolto, bruto appunto. Dopo aver avuto il vaticinio richiesto dal re, la comitiva chiese anche chi sarebbe stato il prossimo re di Roma; il responso dell'oracolo, "Avrà in Roma il sommo imperio chi primo, o giovani, di voi bacerà la madre",[24] fu compreso solo da Bruto, che tornato in patria sbarcando finse di cadere e baciò la madre terra.[25] I fatti poi gli diedero ragione.[26]

In quel tempo Roma stava conducendo una guerra contro i Rutuli asserragliati nella città di Ardea;[4] tutti i cittadini atti alle armi partecipavano all'assedio. In questo quadro si inserisce l'episodio di Lucio Tarquinio Collatino e di sua moglie Lucrezia, di cui si invaghì il figlio del re Tarquinio Sesto che, dopo aver lasciato il campo, tornò a Roma dove con l'inganno e la forza fece violenza a Lucrezia.[4]

Il giorno seguente, la donna si recò nel campo militare dove si trovava il marito, e si uccise per il dolore di essere stata violentata.[27]

(LA)

«Aduentu suorum lacrimae obortae, quaerentique viro "Satin salue?" "Minime" inquit; "quid enim salui est mulieri amissa pudicitia? Vestigia viri alieni, Collatine, in lecto sunt tuo; ceterum corpus est tantum violatum, animus insons; mors testis erit. Sed date dexteras fidemque haud impune adultero fore. Sex. est Tarquinius qui hostis pro hospite priore nocte vi armatus mihi sibique, si vos viri estis, pestiferum hinc abstulit gaudium." Dant ordine omnes fidem; consolantur aegram animi avertendo noxam ab coacta in auctorem delicti: mentem peccare, non corpus, et unde consilium afuerit culpam abesse. "Vos" inquit "uideritis quid illi debeatur: ego me etsi peccato absoluo, supplicio non libero; nec ulla deinde impudica Lucretiae exemplo uiuet." Cultrum, quem sub ueste abditum habebat, eum in corde defigit, prolapsaque in volnus moribunda cecidit. Conclamat vir paterque.»

(IT)

«All'arrivo dei suoi cari le spuntano le lacrime, e alla domanda del marito «Va tutto bene?» «No», rispose, «qual bene infatti rimane ad una donna quando sia perduto l'onore? Nel tuo letto, o Collatino, vi sono le impronte di un altro uomo; però solo il corpo è stato violato, l'animo è innocente: la morte ne sarà la prova. Ma datemi la mano e la parola che l'adultero non sarà impunito. È Sesto Tarquinio, che da ospite divenuto nemico la notte scorsa con la violenza e con le armi ha colto qui un piacere esiziale per me, ma anche per lui, se siete uomini». Tutti uno dopo l'altro dànno la loro parola, e cercano di consolare l'afflitta riversando ogni colpa da lei costretta sull'autore del misfatto: solo l'anima può peccare, non il corpo, e la colpa manca dove sia mancata la volontà. «A voi», rispose, «spetterà il giudicare qual pena a colui sia dovuta; quanto a me, se anche mi assolvo dal peccato, non mi sottraggo alla pena: nessuna donna in futuro vivrà disonorata seguendo l'esempio di Lucrezia». Si infisse nel cuore un coltello che teneva celato sotto la veste, e abbattutasi morente sulla ferita cadde al suolo. Il marito e il padre levano alte grida.[14][28]»

(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, lib. I, capoverso 58)

Sconvolti dall'accaduto e pieni d'odio per Tarquinio e la sua famiglia, Bruto e Collatino giurarono di non aver pace fino a quando i Tarquini non fossero stati cacciati dalla città.[4][14][29] Raccolto il cadavere della nobile donna, seguiti dai giovani seguaci, i due si diressero a Roma dove Bruto parlò alla folla accorsa nel Foro; il suo eloquio fu così efficace e trascinante, e la nefandezza di Sestio così grande, che riuscì a smuovere l'animo dei propri cittadini, stanchi dei soprusi dei Tarquini, che proclamarono il bando dalla città del re, destituendolo,[29] e dei suoi figli mentre questi, avvertiti da dei seguaci, stavano tornando in città dal campo militare. Al re furono, quindi, confiscati tutti i beni, fu poi consacrato il territorio a Marte e affidato dal popolo il potere ai difensori della libertà.[29]

Esilio[modifica | modifica wikitesto]

Plastico ricostruttivo della "grande Roma dei Tarquini" presso il museo della Civiltà Romana all'EUR.

Tarquinio, messo al bando dalla città su cui regnava,[14] venuto a sapere di questa notizia, mentre stava ancora assediando la città di Ardea, partì per Roma per reprimere la rivolta. Lucio Giunio Bruto, allora, informato che il re si stava avvicinando, per evitare l'incontro, fece una breve diversione e raggiunse l'accampamento regio ad Ardea dove fu accolto con entusiasmo da tutti i soldati, i quali espulsero i figli del re, mentre a quest'ultimo venivano chiuse le porte in faccia e comunicata la notizia dell'esilio.[4][30][31] Due dei figli seguirono il padre in esilio a Cere (Cerveteri); Sesto Tarquinio invece, partito per Gabii, qui fu assassinato da coloro che si vendicarono delle stragi e razzie da quello compiute. In seguito a questi eventi, furono convocati i comizi centuriati dal prefetto della città di Roma, ed elessero i primi due consoli: Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino.[30]

Costretto a fuggire con la moglie e i figli[4] a Cere, dopo ventisei anni di regno, il vecchio sovrano non si diede per vinto e tentò di restaurare il proprio regno con l'aiuto di Porsenna, re di Clusium,[6] a cui si alleò, e delle città latine avversarie di Roma. Nonostante i successi ottenuti dal lucumone etrusco, Tarquinio non riuscì a rientrare nell'Urbe.[6] Tarquinio allora, con i propri familiari, pose la propria base a Tuscolo, governata da suo genero Ottavio Mamilio. Questo cavalcò il malcontento delle città latine, adoperandosi in funzione anti-romana.

«Al timore di una guerra da parte dei Sabini si aggiungeva la notizia che trenta città già avevano stretto lega contro Roma per istigazione di Ottavio Mamilio.»

(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, lib. II, par. 18)

Intanto Tarquinio riuscì a ottenere il sostegno degli Etruschi di Tarquinia e Veio, ponendosi al comando di un esercito che si scontrò con quello romano, condotto dai consoli Lucio Giunio Bruto e Publio Valerio Publicola, nella sanguinosa battaglia della Selva Arsia, in territorio romano. La battaglia, a lungo incerta, vide la vittoria dei romani[32].

Lo scontro inizialmente temuto si concretizzò nel 496 a.C., quando gli eserciti romani e latini si scontrarono nella battaglia del Lago Regillo. L'esercito romano fu affidato ad Aulo Postumio Albo Regillense, nominato dittatore per fronteggiare la crisi, ed a Tito Ebuzio Helva, suo magister equitum, mentre quello latino era guidato da Mamilio e dallo stesso Tarquinio.

«Il dittatore Aulo Postumio e il maestro della cavalleria Tito Ebuzio, partiti con grandi forze di fanteria e di cavalleria, affrontarono l'esercito nemico presso il lago Regillo, nel territorio di Tuscolo, e poiché appresero che nell'esercito latino vi erano i Tarquini, mossi dall'ira non poterono trattenersi dall'attaccare subito il combattimento. Pertanto anche la battaglia fu alquanto più dura e più sanguinosa che le altre. I comandanti infatti non si limitarono a dirigere la battaglia coi loro ordini, ma si esposero anche di persona impegnandosi in duelli, e quasi nessuno dei capi dei due eserciti uscì dalla battaglia senza ferite, tranne il dittatore romano. Tarquinio il Superbo, per quanto fosse già grave d'anni e di forze, spronò il cavallo all'attacco di Postumio che in prima linea incitava e disponeva i suoi, ma colpito al fianco fu portato al sicuro grazie all'accorrere dei suoi.»

(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, lib. II, par. 19)

Morte[modifica | modifica wikitesto]

Tarquinio morì nel 495 a.C., mentre si trovava in esilio a Cuma in Campania. La notizia della morte dell'ultimo re di Roma fu accolta con manifestazioni di entusiasmo che coinvolsero tutta la città.

«[...] quell'anno è degno di nota per l'annunzio della morte di Tarquinio, avvenuta a Cuma, dove il re si era rifugiato presso il tiranno Aristodemo, dopo la sconfitta dei Latini. A quella notizia sia i patrizi che i plebei provarono grande gioia.»

(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, lib. II, par. 21)

Dietro la leggenda: critica storica e rilievi archeologici[modifica | modifica wikitesto]

Andrea Carandini, fondandosi sul nome indicato nell'affresco alla tomba François di Vulci come quello del rivale di Servio Tullio-Mastarna, ha sostenuto che la discendenza diretta di Tarquinio il superbo da Tarquinio Prisco è frutto di una damnatio memoriae decretata dallo stesso Servio Tullio nei confronti di Gneo Tarquinio, che sarebbe il figlio di Tarquinio Prisco e il padre di Tarquinio il Superbo: già Lucio Calpurnio Pisone Cesonino si sarebbe accorto del falso storico, in ragione dell'età ultracentenaria che Tarquinio il superbo avrebbe dovuto avere nella ricostruzione storica tradizionale al momento della morte[33].

Con Tarquinio il Superbo termina l'egemonia etrusca, iniziata con il regno di Tarquinio Prisco sulla città di Roma. Perlomeno quella proveniente dalla città di Tarquinia, se nel periodo in cui prevale l'elemento etrusco si considera anche quello immediatamente successivo in cui Roma dovette quantomeno subire l'influenza (se non addirittura la conquista) di Chiusi.

Sotto i Tarquini, Roma aveva stretto alleanze con le città latine formando una lega all'interno della quale era la città egemone; ciò era avvenuto soprattutto grazie alla fondazione del tempio di Diana sull'Aventino. Nello stesso periodo Chiusi, dove regnava Porsenna, era diventata la più potente città etrusca e prendeva la decisione di conquistare Roma. Porsenna riuscì nel suo intento e cacciò Tarquinio il Superbo, il quale si rivolse alle alleanze che aveva a disposizione e in particolare ai latini e ai greci. I primi e i secondi, guidati questi ultimi da Aristodemo di Cuma, affrontarono Porsenna presso Aricia nel 510 a.C. sconfiggendolo. Nonostante questo, Tarquinio il superbo non tornò a Roma, ma trovò rifugio presso Aristodemo a Cuma. A Roma intanto dopo la cacciata dei tarquini e la sconfitta di Porsenna veniva fondata la Repubblica: si trattava di una rivoluzione aristocratica che si inserisce però in un quadro politico di ridimensionamento della forza etrusca nella penisola. Gli etruschi stavano progressivamente perdendo le loro posizioni in Lazio e Campania a vantaggio di Latini e Greci ed è possibile che in questo contesto Roma abbia approfittato per liberarsi di Tarquinio il Superbo che, cacciato da Porsenna, veniva visto dall'aristocrazia come un dittatore tiranno.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Eutropio, Breviarium ab Urbe condita, I, 7.
  2. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 1.22.
  3. ^ Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 6.1.
  4. ^ a b c d e f g h i j k Eutropio, Breviarium ab Urbe condita, I, 8.
  5. ^ a b c d Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 1.41.
  6. ^ a b c d e Strabone, Geografia, V, 2,2.
  7. ^ Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 7.1.
  8. ^ Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 7.2.
  9. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 1.23.
  10. ^ Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 7.3.
  11. ^ Cfr. Liv. I.48; Dionys. IV.39; Varro, LL V.159; de vir. ill. 7.18; Fest. 332, 333; Ov. Fast. VI.609.
  12. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 1.42.
  13. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 1.43.
  14. ^ a b c d Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 1.49.
  15. ^ a b c d Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 7.5.
  16. ^ a b c Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 1.44.
  17. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 1.27.
  18. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 1.25.
  19. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 1.24.
  20. ^ Torquati 1974, vol. I cap. III p. 22.
  21. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 1.45.
  22. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 1.26.
  23. ^ Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 7.7.
  24. ^ a b Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 1.46.
  25. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 1.47.
  26. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 1.48.
  27. ^ Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 7.11.
  28. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 1.29.
  29. ^ a b c Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 9.1.
  30. ^ a b Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 60.
  31. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 1.30.
  32. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita, II, 6-7.
  33. ^ L'età dei Tarquini: il mistero di Servio Tullio. Conferenza tenuta dal professor Carandini a Roma il 5 settembre 2008 nell'ambito delle "Lezioni di Storia. Le Età di Roma" curate dalla Laterza ed. in piazza del Campidoglio.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie
Fonti storiografiche moderne

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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