Lucumone

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Servio (Ad Aeneidem II, 278; VIII, 65, 475) e Censorino (De die natali IV, 13) riferiscono che lucumone, in etrusco, significa re. Deve però essere considerato che lo stesso Servio attribuisce il medesimo titolo anche ai magistrati della città di Mantova (Ad Aeneidem II, X, 202) e che, a tutt'oggi, non è stata rinvenuta alcuna iscrizione etrusca arcaica (VII-VI secolo a.C.) in cui il termine 'lucumone' possa essere chiaramente interpretato nel significato di re (dall'etrusco lauchum).

Attestazioni[modifica | modifica wikitesto]

Dall'epigrafia si evince piuttosto che 'lucumone', nei testi etruschi tra il V e il II secolo a.C., è un semplice prenome, particolarmente diffuso nelle zone di Perugia e di Chiusi. Lucumo, in particolare, è il nome che Livio (Storie I, 34) e Strabone (Geographika, V, 2, 2) attribuiscono a Tarquinio Prisco prima che si stabilisse a Roma e che vi si facesse iscrivere con i tre nomi dello stato civile romano come Lucius Tarquinius Priscus, divenendo poi il primo re etrusco di Roma della dinastia dei Tarquini.

È stato inoltre evidenziato (Giulio M. Facchetti) che nel testo sacro della cosiddetta "Mummia di Zagabria", databile al I secolo a.C., che contiene la descrizione di vari rituali religiosi etruschi, si parla di cerimonie compiute nel "lauchumna", cioè probabilmente la residenza del lucumone: forse in Etruria potrebbe essersi verificato qualche cosa di analogo a quello che avvenne in Roma dopo la cacciata dei re, quando al Rex Sacrorum fu attribuito di officiare nella "reggia" i rituali religiosi che durante il periodo monarchico competevano al Rex. Il verbo "lucairce", inoltre, si ritrova nell'iscrizione funebre di Lar Pulenas, un aristocratico di Tarquinia che nel IV secolo a.C. ricoprì anche la carica di sacerdote. La sopravvivenza in epoca tarda dei termini sopraddetti, riconducibili all'espressione 'lucumone', seppur con riferimento alla sola sfera sacrale, potrebbe confermare l'originario significato regale del lucumone (in questo senso Giovannangelo Camporeale).
La maggior parte degli studiosi (Mario Torelli, Giovannangelo Camporeale) ritiene comunque che la "traduzione" proposta dall'erudizione romana "lucumone = re" nasca dal nome personale etrusco di Tarquinio Prisco.

La monarchia etrusca[modifica | modifica wikitesto]

Si ritiene che il regime monarchico abbia caratterizzato le città etrusche durante il VII e il VI secolo a.C.: le fonti (Tito Livio; Servio) parlano di un re a capo di ciascun popolo e dell'elezione, tra i re dei dodici popoli, di un sovrano che aveva la preminenza sui colleghi. La Monarchia avrebbe poi lasciato il campo a forme di governo di tipo repubblicano. Nel passaggio dalla Monarchia alla Repubblica si sarebbero verificate anche situazioni di tirannide. Le modifiche delle forme di governo, in ogni caso, sarebbero avvenute con modalità diverse da città a città.
In alcune città vi sarebbe stata una sopravvivenza o forse un ritorno della Monarchia anche nella fase più recente. Tito Livio fa riferimento a un re di Veio relativamente al 437 a.C. (Storie IV, 17-19) e al 404 a.C. (Storie V, 1, 3). Dall'elogio del Praetor Aulo Spurinna, innalzato nel foro di Tarquinia nell'età dell'imperatore romano Claudio, si apprende che Cere alla metà del IV secolo a.C. era retta da un re.
I re etruschi, perlomeno nella fase più antica, avrebbero cumulato nella loro persona le funzioni di capo politico, militare, sacerdote e giudice. Macrobio (Saturnali I, 15, 13) riferisce che in Etruria, ogni otto giorni, i re davano udienza a chiunque si presentasse, impartivano consigli e amministravano la giustizia.
Le insegne della regalità dei sovrani etruschi, a quanto ci dicono Dionigi di Alicarnasso (Antiquitates Romanae III, 59-62) e Tito Livio (Storie I, 8), erano costituite dalla corona d'oro, dal trono d'avorio, dallo scettro con alla sommità l'aquila, dalla tunica con fregi in oro, dal mantello di porpora ricamata e dai littori recanti sulle spalle un fascio di verghe e una scure. Secondo Strabone, un geografo greco del I secolo a.C. i lucumoni etruschi erano designati fra i dignitari Sardi, e secondo il lessicografo Sesto Pompeo Festo vissuto nel II secolo d.C. "Reges soliti sunt esse Etruscorum, qui Sardi appellantur. Quia Gens etrusca, Horta est Sardibus" in riferimento ai primi re di Roma.

La frase di Sesto Pompeo estratta dal suo contesto reale è stata travisata e ad essa assegnato un significato erroneo.Dal De Verborum Significatione leggiamo:

Sardi venales alius alio nequior ex hoc natum proverbium videtur quod ludis Capitolinis qui fiunt a vicanis praetextati auctio Veientium fieri solet, in qua novissimus idemque deterrimus producitur a praecone senex cum toga praetexta bullaque aurea ; quo cultu reges soliti sunt esse Etruscorum, qui Sardi appellantur quia etrusca gens orta est Sardibus ex Lydia.

Infatti, la parte superiore del passo di Festo, si riferisce ad un rito che veniva praticato dai Romani durante i Ludi Capitolini, durante il quale senex cum toga praetexta bullaque aurea cioè vi era "un vecchio con la toga pretesta ed una bulla d'oro". Il passo continua poi dicendo: quo cultu reges soliti sunt esse Etruscorum ecc., che significa: "il quale abbigliamento (cioè la toga e la bulla) sono soliti portare i re degli Etruschi". Quindi la frase si riferisce ad un abbigliamento, usato durante i Ludi di cui sopra, che viene identificato come quello proprio dei re Etruschi.

Infine basta ricorrere ad un dizionario latino per capire che Sardibus sostantivo della terza declinazione si riferisce alla città di Sardi in Lidia e non ai Sardi.

I re etruschi[modifica | modifica wikitesto]

Dalle fonti ci risultano anche i nomi di re etruschi alcuni dei quali probabilmente leggendari. I più noti sono sicuramente Porsenna di Chiusi (Livio, Plinio il Vecchio) e i re etruschi di Roma Tarquinio Prisco e Tarquinio il Superbo (Livio, Strabone).
Per l'origine etrusca di Servio Tullio, diversamente da quanto ci racconta Tito Livio (Storie I, 39-41), farebbero propendere il discorso dell'imperatore Claudio, pervenutoci attraverso una tavola bronzea da Lione la cd. "Tabula Claudiana", nel quale l'imperatore Claudio identifica il re Servio Tullio con l'etrusco Mastarna e le pitture della Tomba François di Vulci nelle quali sono raffigurati combattimenti tra eroi vulcenti, tra cui Macstrna, contro Etruschi di altre città e il romano Gneo Tarquinio.
A Cere avrebbero regnato il re Mezenzio (Tito Livio e Virgilio), il re Asture (ancora Virgilio) e il re Orgolnius (elogio del Praetor Aulo Spurinna).
A Veio avrebbero avuto poteri regali Lars Tolumnio (Tito Livio), Morrius o Mamorrius (Servio), Thebris (Varrone) e Propertius (Catone).
Vengono anche ricordati il re Arimnestos (Pausania) e il re di Chiusi Massico, detto anche Osinio (Virgilio, Servio),

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Camporeale Giovannangelo, Gli Etruschi Storia e civiltà, Torino, UTET Libreria s.r.l., 2000.
  • Facchetti Giulio M., L'enigma svelato della lingua etrusca La chiave per penetrare nei segreti di una civiltà avvolta per secoli nel mistero, Roma, Newton & Compton editori s.r.l., 2000. ISBN 88-8289-458-4.
  • Torelli Mario, in Gli etruschi una nuova immagine, a cura di Mauro Cristofani, Firenze, Giunti Gruppo Editoriale, 1993. ISBN 88-09-20305-4.