Battaglia di Carre

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Battaglia di Carre
parte delle guerre romano-persiane
Bataille de Carrhes.JPG
Grafico della battaglia di Carre
Data 9 giugno 53 a.C.[1]
Luogo presso Carre (Harran)
Esito Vittoria dei Parti
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
43.000 (30.000/32.000 legionari, 4.000 cavalieri, 4.000 unità di fanteria leggera) 10.000 (1.000 catafratti e 9.000 arcieri a cavallo)
Perdite
4.000 feriti, 20.000 morti, 10.000 prigionieri minime
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La battaglia di Carre fu combattuta il 9 giugno dell'anno 53 a.C.[1] presso la città di Carre (oggi Harran, Turchia) tra l'esercito della Repubblica romana comandato dal generale romano Marco Licinio Crasso e l'esercito partico al comando dell'Eran Spahbod Surena. La battaglia si rivelò un disastro per le forze romane in Medio Oriente.

La campagna[modifica | modifica wikitesto]

La battaglia non fu combattuta per motivi strategici, ma per ragioni di prestigio personale: Crasso, membro del primo triumvirato, voleva ottenere una grande vittoria militare e guadagnarsi prestigio e popolarità nei confronti degli altri due, Cesare e Pompeo e a questo scopo si accinse ad attaccare l'Impero dei Parti.

Convenientemente il casus belli gli fu fornito dalle lotte dinastiche degli stessi: dopo la morte di re Fraate III, i figli - Mitridate ed Orode - se ne contesero il trono; i romani appoggiavano Mitridate, ma fu Orode il vincitore e Mitridate richiese il loro intervento.[2]

Crasso decise di entrare nel territorio nemico dal sud attraverso il deserto siriano - anziché dalle montagne armene a nord - con l' intento di sorprendere Surena e avanzo' con circa 32.000 legionari e 4.000 ausiliari. Invece di seguire il corso dell'Eufrate fino a Seleucia così assicurandosi un fianco protetto e rifornimenti di acqua - come avevano suggerito i subordinati, specialmente Cassio questore delle legioni - lui decise di attraversare il deserto siriano, mirando al colpo decisivo con il grosso del nemico.

Secondo Plutarco la decisione di attraversare il deserto fu presa dopo che tre nobili Parti, presentatisi orribilmente mutilati - di labbra, naso e mani - convinsero Crasso del loro desiderio di vendetta per le torture subite e lo consigliarono di seguire un percorso alternativo, per sorprendere le forze partiche stanziate nel deserto. Impressionato dalla crudeltà con la quale i tre erano stati torturati, Crasso seguì il loro consiglio, avventurandosi tra le sabbie, ignaro che in realtà questi nobili si erano fatti mutilare volontariamente, per convincere il console e condurlo nel tranello.

Come le truppe romane avanzavano lentamente arrancando nel deserto, i Parti, piuttosto che accettare uno scontro campale, attaccavano com' erano soliti con i loro arceri a cavallo, colpendo a distanza e infliggendo gravi perdite, per poi dileguarsi prima che i Romani potessero reagire, tuttavia tale tattica lungi dall' allarmarlo, persuase Crasso che i Parti fossero dei codardi, incapaci di aperto confronto.

La battaglia[modifica | modifica wikitesto]

Quando finalmente i Parti decisero di dare battaglia le forze romane erano stanche dal lungo peregrinare nel deserto. Crasso schierò inizialmente l'esercito nella classica formazione in linea con la fanteria al centro e la cavalleria sulle ali, ma poi decise di schierare il suo esercito a quadrato: una formazione difensiva contro un esercito partico formato prevalentemente di cavalleria.

Dopo le iniziali schermaglie con la fanteria leggera romana i parti caricarono con i loro cavalieri catafratti, che però non riuscirono a sfondare e si ritirarono. A quel punto entrarono in battaglia gli arcieri a cavallo che con il loro incessante lancio di frecce inflissero gravi danni all'esercito romano e lo indussero ad attaccare. Il lato sinistro dello schieramento comandato da Publio, figlio di Crasso, attaccò con tutti i propri effettivi di 1300 cavalieri gallici e 8 coorti: i veloci arcieri a cavallo parti si ritirarono, continuando a lanciare frecce[3] e portando l'ala nemica sempre più lontana dal resto della formazione. Poi circondarono e caricarono le truppe romane con i cavalieri catafratti, fino a distruggerle e ad uccidere Publio.

I Romani ritornarono così all'accampamento per la notte, ma a questo punto vi fu tra loro grande scoramento. Crasso, sapendo di non poter più dare battaglia con un morale delle truppe così provato, decise di scappare dall'accampamento nella notte a costo di lasciare tutti i feriti in mano nemica. L'operazione ebbe successo, e i romani riuscirono a rifugiarsi nella roccaforte di Carre (da cui la battaglia prende il nome). Qui però, invece di resistere aspettando rinforzi e contando sulla mancanza nei Parti della fanteria necessaria per mettere sotto assedio una città, Crasso decise di muoversi verso l'alleato armeno a nord, secondo Plutarco anche per colpa di un suggerimento di un traditore chiamato Andromaco. Qui avvenne la frattura tra Crasso e Cassio: quest'ultimo infatti, già da tempo in disaccordo con Crasso sulla conduzione della campagna, decise di muoversi verso la Siria, a sud-est: una via di fuga più lunga ma meno prevedibile dal nemico. Crasso, fuggito verso nord, fu presto intercettato da Surena e annientato vicino alla cittadina di Orfa.

Solo i 10.000 soldati al comando di Cassio sopravvissero, rifugiandosi in Siria. Si disse in seguito che i feriti fossero massacrati, e che a Crasso, probabilmente uno degli uomini più facoltosi della storia di Roma, fosse versato dell'oro fuso in bocca, come punizione per la fame di ricchezze che lo aveva spinto nell'impresa.[2]

Le conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

La morte di Crasso,al quale secondo le fonti antiche sarebbe stato fatto versare oro fuso in bocca (era infatti ritenuto dai Parti l'uomo più ricco del mondo) da parte del re Orode I, fu la più importante conseguenza della Battaglia di Carre, in quanto lasciò Cesare e Pompeo completamente padroni della scena politica a Roma. I Parti decisero di approfittare del successo per invadere i territori romani, arrivando fino in Cilicia e assediando Cassio ad Antiochia. Qui venne in aiuto Cicerone con un esercito mandato da Roma: sconfisse i parti e li costrinse a riattraversare l'Eufrate. I parti ritentarono di attaccare la Siria poco tempo dopo, ma vennero sconfitti da Cassio ad Antigoneia.[2] Le guerre tra i Romani (e poi i Bizantini) e i Parti (e poi i Sasanidi) si trascineranno per altri 700 anni, fino all'ascesa degli Arabi.

In seguito, Ottaviano Augusto, divenuto Princeps, mentre progettava l'invasione della Germania, per evitare di trovarsi impegnato su più fronti, decise di trovare un accordo coi Parti per saldare il confine orientale dell'Impero Romano. La pace venne sancita da un trattato nel 17 a.C. che prevedeva la restituzione delle insegne delle legioni di Crasso cadute a Carre (il che puntualmente avvenne) e dei prigionieri romani. Di questi ultimi, però, si perse ogni traccia.

Infatti esiste una teoria per cui la battaglia avrebbe dato inizio alle prime relazioni sino-romane. Secondo Plinio nel 52 a.C., un anno dopo la battaglia, 10.000 prigionieri romani furono deportati dai Parti nella Margiana affinché aiutassero la guarnigione di guardia al confine orientale dell'Impero. Da lì in seguito sarebbero entrati in contatto con la dinastia cinese degli Han, probabilmente come mercenari, stanziandosi nel Liqian dove avrebbero lasciato tracce etnico-antropologiche. Non ci sono però evidenti prove archeologiche o genetiche di un collegamento diretto tra questi villaggi e i romani o addirittura i legionari di Carre.

Surena a capo delle forze partiche.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Giusto Traina, La resa di Roma. 9 giugno 53 a.C., battaglia a Carre, Laterza, Roma-Bari, 2010, ISBN 978-88-420-9423-4, pp. 228.
  2. ^ a b c http://www.arsmilitaris.org/pubblicazioni/CARRE.pdf
  3. ^ questa tattica è chiamata "tiro alla partica"

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Boulnois, Luce, La via della seta. Dèi, guerrieri, mercanti, Bompiani, 2005, ISBN 978-88-452-3447-7
  • Giovanni Brizzi, Il guerriero, l'oplita, il legionario: gli eserciti nel mondo classico, Il Mulino, Bologna, 2002 e successive rist.; altra ediz. Il Giornale, Milano, 2003 (vedi il cap. V: L'età imperiale)
  • Giusto Traina, La disfatta di Roma - 9 giugno 53 a.C., battaglia di Carre, Ed. Laterza, Bari-Roma 2010. ISBN 978-88-420-9423-4
  • Plutarco, Vite parallele. Nicia - Crasso, Ed. Rizzoli, 1987

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]