Battaglia delle Alpi Occidentali

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Battaglia delle Alpi occidentali
Data 10-25 giugno 1940
Luogo Alpi occidentali
Esito Vittoria limitata italiana, conquista di Mentone e altri piccoli centri a ridosso del confine
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
300.000 uomini[1] 170.000 uomini
Perdite
631 morti
616 dispersi
2.631 feriti e congelati[2][3]
40 morti[4]
84 feriti[4]
150 dispersi[4]
1 141 prigionieri[senza fonte]
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La battaglia delle Alpi Occidentali (in francese Bataille des Alpes) venne combattuta dal 10 giugno 1940 fra l'Italia, entrata in guerra al fianco della Germania, e la Francia. Ebbe termine, dopo limitati guadagni territoriali ed un sostanziale fallimento strategico italiano, il 25 giugno 1940, dopo l'armistizio firmato dalla Francia con le potenze dell'Asse.

Premessa[modifica | modifica sorgente]

Allo scoppio della seconda guerra mondiale le forze armate italiane si trovavano completamente impreparate ad affrontare un conflitto di lunga durata, conseguentemente dopo l'invasione della Polonia da parte della Germania, l'Italia aveva comunicato al mondo il proprio stato di non belligeranza. Ma nel giugno del 1940, con la prospettiva ormai certa della capitolazione della Francia e l'idea che la guerra non potesse durare ancora a lungo, Mussolini aveva deciso di entrare nel conflitto.

Il presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt si espresse sull'attacco italiano alla Francia con le seguenti parole:[5][6]

(EN)
« On this tenth day of June 1940, the hand that held the dagger has struck it into the back of its neighbor. »
(IT)
« Oggi, 10 giugno 1940, la mano che teneva il pugnale lo ha calato nella schiena del vicino. »
(Franklin Delano Roosevelt)

Mentre lo storico antifascista Gaetano Salvemini lo giudicò invece:[7]

« Non tradimento, ma colpo inferto a uno che si trova sul letto di morte. »
(Gaetano Salvemini)

L'obiettivo era la riconquista della provincia di Nizza, ceduta insieme con la Savoia (che però non era nelle mire del regime poiché culturalmente e geograficamente fuori dalla zona della cosiddetta Grande Italia che era uno degli obiettivi di politica estera del Fascismo) da Cavour a Napoleone III a seguito del trattato di alleanza sardo-francese e degli Accordi di Plombières del 1858 in cambio dell'aiuto francese nella guerra di liberazione anti-austriaca, e la Corsica che facevano parte delle ambizioni irredentische italiane. La maggior parte del territorio rivendicato non cadde però sotto il controllo italiano che due anni dopo, a seguito dell'Operazione Anton.

Il fronte[modifica | modifica sorgente]

Mappa dell'invasione tedesca della Francia, in basso a destra sono indicate le direttrici dell'attacco italiano sulle Alpi.

Il confine italo-francese si estende per un’ampiezza di circa 515 km[8], dal Monte Bianco per le Alpi occidentali, fino al mare, a Ventimiglia. Le Alpi Occidentali rappresentano la zona più elevata, aspra ed impervia, del sistema alpino; l'altitudine media, pur decrescendo da nord a sud verso il mare, si mantiene sempre assai elevata: dai 3.000 metri delle Alpi Graie ai 2.000 metri delle Alpi Marittime. A proposito di un'offensiva contro la Francia in questo zona Carl von Clausewitz ebbe a dire:

« Attaccare la Francia dalle Alpi sarebbe come pretendere di sollevare un fucile afferrandolo per la punta della baionetta[9]»
(Carl von Clausewitz)

La frontiera italo-francese era stata fortificata da entrambe le parti tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento, poi ancora negli anni Trenta. Lungo la frontiera e, in particolare, in prossimità dei valichi alpini, la Francia poteva contare su un formidabile sistema difensivo costituito da uno schieramento continuo di opere in calcestruzzo per armi automatiche ed artiglierie, costituenti la cosiddetta "Maginot alpina", che si sviluppava in profondità su più linee.

Per gli alti comandi italiani la minaccia peggiore da sventare era rappresentata da un'offensiva francese su Torino; molto più problematica era invece un'offensiva italiana perché dopo le fortificazioni francesi bisognava attraversare altri rilievi montuosi prima di arrivare alla pianura e a obiettivi importanti. Tutti i piani dell'esercito italiano, dall'Ottocento al 1940, prevedevano quindi una difensiva sulle Alpi e cercavano eventuali sbocchi offensivi in altre direzioni, sul Reno in appoggio ai tedeschi o nel Mediterraneo. Ciò nonostante vennero concentrate alla frontiera 22 divisioni italiane (circa 300.000 uomini e 3.000 cannoni), con grosse forze di riserva nella pianura padana[10].

Il fronte si sviluppava dal mare per tutto il confine francese lungo le Alpi Occidentali, suddiviso in direttrici d'attacco, da cui le truppe puntavano a conquistare le testate delle valli, per poi scendere in territorio francese. La penetrazione italiana in territorio straniero durante la battaglia fu solo di pochi chilometri.

La prima fase: 10-20 giugno[modifica | modifica sorgente]

Battaglione alpini Val Dora sul colle della Pelouse nel giugno 1940

Gli ordini diramati dal Comando italiano erano di non intraprendere alcun'azione oltre la frontiera, ma di mantenere un atteggiamento difensivo, di conseguenza nei primi due giorni di guerra, 11 e 12 giugno, non si ebbero azioni di rilievo, si ebbero solo scontri di pattuglie[11].

Le prime operazioni belliche iniziarono con il bombardamento da parte italiana di alcune fortificazioni francesi. Nella notte fra l'11 e il 12 giugno una formazione di aerei britannici bombardò Torino, nella nottata successiva i bombardieri italiani si diressero su Francia meridionale, Tunisia e Corsica e colpirono Saint-Raphaël, Hyères, Biserta, Calvi, Bastia e, in particolare, la base navale di Tolone[12].

Il 15 giugno una squadra navale francese composta da 4 incrociatori e 11 cacciatorpediniere si diresse contro la Liguria e aprì il fuoco contro i depositi di carburante di Vado e il porto di Genova; a rispondere al fuoco furono le artiglierie costiere e le varie unità sparse lungo la costa, ma inefficacemente. Solo la torpediniera Calatafimi che era impegnata a collocare mine davanti a Punta San Martino presso Arenzano, grazie all'iniziativa del comandante dell'unità tenente di vascello Giuseppe Brignole[13], riuscì ad avvicinarsi a meno di 3.000 metri senza essere avvistata e a lanciare alcuni siluri contro le navi nemiche. Mentre la batteria costiera Mameli di Genova riuscì a centrare un colpo sul caccia francese Albatros.

Intanto, nel nord della Francia, Hitler stava ottenendo una vittoria dietro l'altra. Mussolini, , il 15 giugno a seguito del bombardamento navale francese, decise di cambiare l'atteggiamento tenuto fino a quel momento nei confronti dell'Armée des Alpes, passando dalla difensiva all'offensiva: l'azione doveva cominciare il 18 giugno ma venne poi posticipata al 21.

L'offensiva italiana: 21-24 giugno[modifica | modifica sorgente]

Panoramica dalla vetta dello Chaberton con i resti della batteria del forte

L'Armée des Alpes (l'Armata delle Alpi) del generale René Olry aveva perduto gran parte dei suoi effettivi, avendo inviato truppe per contrastare l'offensiva tedesca: dai 550.000 uomini schierati a partire dall'apertura delle ostilità con la Germania (1939) si era scesi progressivamente ai 300.000 del febbraio 1940 e ai 176.000 del 10 maggio, quando le ultime riserve furono inviate a Nord e bruciate nella vana resistenza ai tedeschi;[14] quando iniziarono le ostilità con l'Italia le restavano solo le guarnigioni delle fortificazioni e come forze mobili 70 plotoni di esploratori-sciatori (le Sections éclaireurs-skieurs lasciate dai battaglioni alpini trasferiti a nord): in tutto 85.000 uomini, 170.000 con i servizi.[15] Lungo le Alpi furono schierate anche due armate italiane: la IV, comandata dal generale Alfredo Guzzoni dislocata dal Dolent al Granero, e la I, agli ordini del generale Pintor, fino al mare; in tutto si trattava di 22 divisioni, 12.500 ufficiali, 300.000 uomini di truppa e 2.949 pezzi di artiglieria.[1]

Il Comando italiano sperava di riuscire a spezzare la linea difensiva francese, e di conquistare il forte di Traversette, posto a controllo del colle del Piccolo San Bernardo; degli imprevisti però bloccarono l'avanzata italiana, anche se alla fine della prima giornata i soldati riuscirono a penetrare in minima parte nel territorio francese. Il 21 giugno il treno armato italiano T.A. 120/2/S, con quattro cannoni da 120/45, esce alle ore 9:51 dalla galleria ferroviaria sotto i giardini di Hambury per battere le postazioni nemiche di Cap San Martin, ma senza ottenere risultati importanti; i treni T.A. 120/1/S e 152/5/S riescono invece a fare del tiro indiretto.

All'inizio della seconda giornata fu decisa una nuova offensiva su tutto l'arco alpino occidentale, soprattutto verso i passi e i valichi.

Dopo le battaglie del 22 giugno gli ordini erano di continuare l'offensiva, nei tratti ritenuti più deboli della linea di difesa francese. Il 23 i combattimenti furono caratterizzati da un violento fuoco di artiglieria; i francesi dovettero sgomberare il forte di Trois Tetes mentre le truppe italiane conquistarono il forte dello Chenaillet.[16] Gli ultimi giorni di battaglia non furono comunque molto diversi dai precedenti, nonostante la pressione che Mussolini faceva per ottenere uno sfondamento nel fronte francese su tutto l'arco alpino occidentale. Le avanzate italiane furono contrastate dai francesi limitando la penetrazione italiana, che alla fine della battaglia si ridusse ad una manciata di chilometri, arrivando a Mentone. Fattori decisivi furono il terreno e la temperatura, alla conclusione della battaglia si contarono molti morti e feriti, ma molti furono anche i casi di congelamento causati dal non buon equipaggiamento delle truppe italiane.

Tra il 21 e il 24 giugno il contributo della Regia Aeronautica fu molto scarso: su 285 apparecchi da bombardamento che si alzarono sulle Alpi, più della metà ritornarono alla base senza aver individuato gli obiettivi. I bombardamenti sulla Francia meridionale ebbero risultati migliori secondo l'aeronautica italiana (con perdite assai elevate, secondo le fonti francesi), ma nessuna incidenza sulla battaglia in corso. Tra Parigi e Bordeaux ancora circola una leggenda riguardante dei presunti, violenti bombardamenti italiani sulle colonne di profughi in fuga: per decenni molti testimoni hanno giurato di aver riconosciuto le coccarde tricolori sulle ali degli aerei che li attaccavano. Tuttavia gli aerei italiani sulle ali non avevano il tricolore ma il fascio littorio; inoltre l'aviazione italiana non aveva la possibilità di arrivare a colpire così lontano[17].

L'armistizio[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi armistizio di Villa Incisa e occupazione italiana della Francia meridionale.
Spartizione dei territori francesi dopo l'occupazione

Già il 16 giugno i francesi richiesero a tedeschi e italiani le condizioni per porre fine alle ostilità. Il 22 giugno la delegazione francese firmò le clausole dell'armistizio con i tedeschi, mentre il giorno successivo cominciarono a Roma le trattative per l'analogo documento italo-francese.

Le condizioni imposte prevedevano che il territorio francese raggiunto dalle truppe italiane rimanesse sotto il controllo del Regno d'Italia, mentre doveva essere smilitarizzata, per tutta la durata del conflitto con il Regno Unito, la fascia di territorio francese fino a 50 chilometri in linea d'aria a partire dal nuovo confine; analoghi provvedimenti vennero stabiliti anche per le zone di confine tra i possedimenti africani dei due paesi, infine le forze armate di terra, aria e mare francesi dovevano essere disarmate, fatta eccezione per quelle necessarie a mantenere l'ordine pubblico.

Alle 19:15, ora italiana, del 24 giugno il generale Huntziger e il maresciallo Badoglio firmarono il testo dell'armistizio, le sei ore allo scadere delle quali dovevano cessare le ostilità furono conteggiate a partire dalle 19:35, momento della trasmissione di copia del documento al governo Tedesco. Le operazioni di guerra sulle Alpi cessarono conseguentemente all'1:35 del 25 giugno.

Le perdite[modifica | modifica sorgente]

Durante la battaglia delle Alpi occidentali, gli italiani ebbero 631 morti (59 ufficiali e 572 soldati)[18], 616 dispersi, 2.631 tra feriti e congelati[2][3]; i francesi catturarono 1.141 prigionieri che restituirono immediatamente dopo l'armistizio di Villa Incisa[2]. I francesi ebbero 40 morti, 84 feriti e 150 dispersi[4].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Giorgio Bocca, Storia d'Italia nella guerra fascista 1940-1943, Mondadori; pagina 147
  2. ^ a b c Giorgio Bocca, Storia d'Italia nella guerra fascista 1940-1943, Mondadori; pagina 161
  3. ^ a b Arrigo Petacco, La nostra guerra 1940-1945. L'avventura bellica tra bugie e verità, Mondadori; pagina 20
  4. ^ a b c d Philip S. Jowett, The Italian Army 1940-45 (1): Europe 1940-1943. Osprey, Oxford - New York, 2000, pg. 5, ISBN 978-1-85532-864-8
  5. ^ Giorgio Bocca, Storia d'Italia nella guerra fascista 1940-1943, Mondadori; pagina 144
  6. ^ Voices of World War II, 1937-1945. URL consultato il 14 agosto 2008.
  7. ^ Le ragioni dell'ingresso in guerra dell'Italia>
  8. ^ L'Alpe numero 47, p. 47
  9. ^ Arrigo Petacco, La nostra guerra 1940-1945. L'avventura bellica tra bugie e verità, Mondadori; pagina 16
  10. ^ Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943. Dall'impero d'Etiopia alla disfatta, Einaudi; pagina 248
  11. ^ Fronte Alpino Occidentale>
  12. ^ Giorgio Bocca, Storia d'Italia nella guerra fascista 1940-1943, Mondadori; pagina 151 e Arrigo Petacco, La nostra guerra 1940-1945. L'avventura bellica tra bugie e verità, Mondadori, pagina 18
  13. ^ Il comandante Brignole fu il primo decorato di medaglia d'oro
  14. ^ Giorgio Bocca, Storia d'Italia nella guerra fascista 1940-1943, Mondadori; pagina 146
  15. ^ Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943. Dall'impero d'Etiopia alla disfatta, Einaudi; pagina 249
  16. ^ Fronte Alpino Occidentale>
  17. ^ Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943. Dall'impero d'Etiopia alla disfatta, Einaudi; pagina 251
  18. ^ La storia, Vol. XIII, L'età dei totalitarismi e la seconda guerra mondiale, 2004, pagina 649

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]