Guerra gotica (535-553)
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| Guerra Gotica | |||||||
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Le conquiste sotto il regno di Giustiniano I (527-565). |
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| Schieramenti | |||||||
| Impero Bizantino | Vandali, Ostrogoti |
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| Comandanti | |||||||
| Belisario, Narsete | Teodato, Vitige, Totila, Teia | ||||||
| Effettivi | |||||||
| oltre 1 milione di uomini | 400.000 uomini | ||||||
| Perdite | |||||||
| 90.000+ | 160.000+ | ||||||
La guerra gotica (535-553) fu un lungo conflitto che contrappose l'Impero Bizantino agli Ostrogoti nella contesa di parte dei territori che fino al secolo precedente erano parte dell'Impero Romano d'Occidente. La guerra fu il risultato della politica dell'imperatore bizantino Giustiniano I, già messa in atto precedentemente con la riconquista dell'Africa contro i Vandali, mirante a riconquistare all'impero le province italiane e altre regioni limitrofe conquistate da Odoacre prima e dagli Ostrogoti (Goti Orientali) di Teodorico il Grande alcuni decenni più tardi.
Indice |
[modifica] Fasi della guerra
[modifica] Sbarco di Belisario in Italia e conquista di Roma
Il casus belli gli fu offerto (secondo uno schema già collaudato contro i Vandali di Gelimero in Africa) dall'esilio e successivo assassinio nel 535 di Amalasunta, erede di Teodorico, i cui ambasciatori avevano firmato un patto con Giustiniano secondo il quale le truppe imperiali potevano usare le basi sicule nella loro guerra contro i Vandali.
Il generale incaricato di dirigere le operazioni fu Belisario, che da poco aveva combattuto con successo contro i Vandali. Per assolvere il nuovo incarico, Belisario chiese proprio a costoro di appoggiarlo nell'imminente guerra contro gli Ostrogoti.
Con il loro aiuto il generale bizantino conquistò velocemente la Sicilia e quindi sbarcò sulla penisola italiana occupando Rhegium (Reggio Calabria) e Napoli entro il novembre 536. A dicembre era già a Roma, costringendo alla fuga il nuovo Re dei Goti Vitige che da poco era stato chiamato a sostituire Teodato.
L'anno successivo Belisario, non avendo truppe a sufficienza per affrontare i nemici in campo aperto, si asserragliò a Roma e la difese dal lungo assedio messo in atto dai Goti (da gennaio 537 a marzo 538), lanciando saltuariamente alcune incursioni dalle mura della città (come la Battaglia di porta Pinciana).
[modifica] Distruzione di Milano e conquista di Ravenna
Quando finalmente giunsero rinforzi da Costantinopoli il generale organizzò una nuova offesiva: inviò il suo braccio destro, Narsete, a liberare dall'assedio Ariminum (Rimini), mentre fece dirigere l'altro suo luogotenente Mundila a nord per conquistare Mediolanum (Milano). Tuttavia, non passò molto tempo prima che i contrasti fra Narsete e Belisario si facessero drammaticamente sentire: chi ne pagò le conseguenze furono i cittadini di Milano, che, assediati da 30.000 Goti guidati da Uraia e difesi solamente da una guarnigione di 800 uomini al comando di Mundila, furono costretti per fame a capitolare. Mundila fu spedito a Rimini, ma i cittadini milanesi furono in gran parte trucidati e la città saccheggiata e devastata (539). A questo periodo si deve la dsitruzione dei marmi e dei grandi edifici della Milano ex capitale dell'Impero Romano d'Occidente, dalla basilica ai templi pagani, fino alle grandie ricche ville patrizie che vennero letteralmente e sistematicamente spogliate ed infine date allae fiamme come tutta la città.
In quei mesi erano intervenuti in Italia, per dare man forte ai Goti, i Franchi e i Burgundi. Costoro, discesi nella Pianura Padana al comando di Teodeberto, attraverso i valichi alpini dell'attuale Svizzera, presero parte alle stragi e alla distruzione di Milano cui abbiamo fatto accenno. Narsete veniva intanto richiamato in patria, mentre Belisario riusciva ad espugnare Ravenna, capitale degli Ostrogoti e a catturare Vitige. Anche la presa di Ravenna fu violenta e distruttiva, metà della popolazione (15000 abitanti) morì. I Goti offrirono allora allo stesso Belisario la corona di imperatore d'Occidente, che egli rifiutò. L'offerta, tuttavia, allarmò Giustiniano che pensò bene di richiamare Belisario per inviarlo a combattere i potenti Sasanidi, diretti discendenti Persiani, in Siria. Il generale riuscì a portare Vitige a Costantinopoli, ma Giustiniano non volle decretargli il trionfo e non permise che il tesoro di Teodorico il Grande venisse esposto al pubblico, riservando a sé il diritto di conservarlo ed ammirarlo.
[modifica] Ascesa e vittorie di Totila
L'assenza di Belisario dall'Italia e i dissensi fra i vari generali bizantini permisero ai Goti di riorganizzare le loro forze in Italia settentrionale, sulla scia del successo avuto a Milano. D'altra parte Procopio testimonia come lo stesso Belisario si fosse accontentato della presa di Ravenna, stimando che nulla di pericoloso potesse provenire dalle terre al di là del Po. Fece un errore di valutazione: nel 541 gli Ostrogoti acclamarono Badùila (passato alle cronache come Totila, l'immortale), capo della guarnigione di Treviso, come loro nuovo condottiero, dopo che questi aveva assassinato il predecessore, reo di aver avviato dei negoziati con l'Impero.
Totila capì subito gli errori commessi da Vitige ed evitò di impegnarsi in estenuanti assedi, in cui i Bizantini potevano avere la meglio. Sfruttò invece la sua superiorità numerica e costrinse Belisario a rincorrerlo facendo il periplo per mare.
Il re goto si rese conto inoltre che la guerra non poteva essere vinta senza l'appoggio delle genti italiche, che erano in massima parte favorevoli ai Bizantini: non potendo però avere il sostegno dei latifondisti e dei patrizi locali (in massima parte legati all'Impero), cercò e in parte ottenne l'appoggio delle popolazioni rurali, impegnandosi in una riforma agraria di stampo egualitaristico. Dal punto di vista militare, si impegnò in una fortunata campagna contro i Bizantini riconquistando tutta l'Italia settentrionale. La distruzione che provocò fu incommensurabile: centinaia e centinaia di antichi edifici romani, vennero saccheggiati, i loro marmi furono strappati, i bronzi dei templi vennero fusi e le statue pagane e non vennero distrutte. Scese successivamente lungo la Flaminia (pur lasciando in mano bizantina alcune roccaforti come Spoleto e Perugia) e, evitando Roma, riuscì ad espugnare Napoli (543).
Totila, re di un popolo ariano, rapido nelle decisioni, audace e nemico dei proprietari terrieri (fra cui molti ecclesiastici) fu dipinto a tinte fosche dai membri della Chiesa in Italia. Quest'ultima era guidata all'epoca da papa Vigilio legato strettamente a Giustiniano che lo aveva posto al soglio pontificio, dopo aver brutalmente deposto, nel 537, il santo papa Silverio (o fatto assassinare come insinua velenoso Procopio). Papa Gregorio Magno descrisse Totila come un Anticristo, e lo stesso San Benedetto (che secondo la leggenda ricevette a Montecassino la visita del re goto poco prima della conquista di Napoli) gli predisse il successo, la conquista di Roma, ma poi la rovina se non si fosse redento dai suoi "propositi delittuosi" (fra cui, forse, la riforma agraria).
Vista la situazione disperata, nel 544 Belisario fu nuovamente inviato in Italia e tentò di difendere la città di Roma dall'assedio di Totila (545, il secondo dall' inizio della guerra). Il re ostrogoto si lanciò contro di essa dopo la presa di Assisi e Spoleto e la conquistava il (17 dicembre 546). Le offerte di pace di Totila tramite il prelato Pelagio (futuro papa Pelagio I) furono però rifiutate da Giustiniano che rispondeva di "trattare direttamente con Belisario", e gli intimava di non deturpare la bellezza di Roma. Totila con generosità risparmiò la città e momentaneamente si ritirò da essa, perdendola in tal modo pochi mesi più tardi (dopo un breve assedio, il terzo, che dovette subire l'Urbe). Nel 547 Belisario, espugnata Roma, inviò le chiavi della città a Costantinopoli. Giustiniano, geloso ed intimorito dai suoi successi (secondo quanto raccontato dallo storico Procopio di Cesarea, secretario di Belisario), lesinava l'invio dei rinforzi necessari. Il generale bizantino cercò allora l'appoggio dell'imperatrice Teodora, tramite la moglie Antonina che era a lei molto legata, ma il 1° luglio del 548 Teodora moriva, e Giustiniano richiamava Belisario definitivamente a Costantinopoli. Approfittando dell'assenza di Belisario, Totila riconquistò Roma, che dovette subire, per la quarta volta, un assedio 549). Belisario intanto, veniva spedito sul fronte danubiano contro i Bulgari.
Dopo quattro assedi Roma sembrava un unico campo di battaglia. Se nella prima conquista della città da parte di Totila, tutto ciò che era rimasto della città pagana era stato risparmiato, nei successivi assedi l'Urbe perse il suo grandissimo patrimonio architettonico. Gli assediati bizantini per far fronte alla carenza di armi dovettero eliminare tutto il bronzo che rimaneva nei templi. Il Foro Romano era mutilato di ogni statua o rostrum che da secoli lo aveva caratterizzato, il tempio di Giove Ottimo Massimo in cima al Campidoglio era ridotto ad un cumulo di macerie e colonne a causa delle spoliazioni. Si stima che circa trentamila statue bronzee siano state fuse soltanto durante questi assedi e che circa 250 mila colonne di marmo siano cadute per esser riusate come rinforzo alle porte cittadine o addirittura come arma contro i nemici oltre le mura (venendo fatte rotolare lungo le mura al momento dell'assedio) oppure per venire riutilizzate nella costruzione di chiese. A questo periodo si fa risalire la distruzione completa delle grandi Basiliche romane: la Basilica Emilia, la Basilica Giulia e la più grande, la Basilica Ulpia, tutte crollarono a causa di ripetuti incendi. Le macerie della Basilica Ulpia erano tanto grandi che ostruirono in parte il Foro di Augusto ed il Foro di Cesare. I templi pagani rimasti vennero assaltati dai Goti nell'ultima presa della città ed in segno di disprezzo abbatterono tutti i più grandi edifici pagani rimasti: si perse così il tempio di Venere e Roma e la sua colossale statua, le Terme di Caracalla e quelle di Traiano vennero spogliate di ogni cosa, dal bronzo rimasto al marmo perfino i mosaici furono strappati. Totila si insediò poi all'interno dei Palazzi Imperiali già precedentemente usati da Teodorico. Erano questi immensi saloni che in breve dopo numerosi saccheggi erano stati spogliati dei marmi e dati alle fiamme più volte in segno di odio nei confronti di Roma, saccheggi questi che avevano un forte significato simbolico dato che sul Palatino era nata la città. Degna di nota è la sorte dei teatri di Roma, le quali orchestre vennero abbattute a suon di martellate sulle colonne. Al termine di quattro assedi disastrosi, Roma era l'ombra di se stessa, all'interno dell'enorme città, che aveva avuto 1 milione e mezzo di abitanti, 15 mila persone vagavano smarrite, questi perlopiù erano nobili pagani scampati alla morte, il popolo sopravvissuto e la corte del Papa. La peste iniziò a serpeggiare nell'immensa città, molte zone vennero chiuse con muri, abbandonate e disabitate, si annidavano lì malattie e in breve la natura nascose quelle zone abbandonate. Franò nell'inverno del 550 dal Campidoglio una grande quantità di terra che coprì le rovine rimaste dei templi di Saturno, Vespasiano, il Tabularium e molti altri edifici adiacenti, persino l'arco di Settimio Severo venne in gran parte sotterrato. Il cuore di Roma divenne un campo si macerie che affioravano dal terreno. Alla fine della guerra, Roma aveva aumentato il suo livello urbano di 4 metri: si iniziò a costruire sui tetti delle domus e delle insulae.
Gran parte degli edifici antichi Roma li perse durante questo periodo, poi giungeranno i Papi nel 1500, ma quella è un'altra storia.
[modifica] Morte di Totila e vittoria bizantina
Giustiniano fu costretto pertanto a lanciare in quello stesso anno (549) una nuova campagna di conquista dell'Italia. A capo delle sue truppe pose Germano, suo nipote. Inviò, inoltre, un altro esercito con a capo il generale Liberio per attaccare i Visigoti in Spagna. A seguito della morte di Germano, nel 551, Narsete ottenne di nuovo il comando delle operazioni in Italia: radunò un esercito imponente, senza farsi molti scrupoli di arruolare con generosi donativi Barbari Slavi, Longobardi e Franchi fra le sue schiere, e puntò direttamente verso Roma. Non potendo attraversare la via Flaminia da Fano, perché la roccaforte della gola del Furlo era ben presidiata, probabilmente prese la via di Sassoferrato e Fabriano, sconfiggendo Totila nella Battaglia di Tagina (Gualdo Tadino), detta dei Busta Gallorum. Totila riuscì a fuggire ferito, ma morì nelle immediate vicinanze, in un luogo chiamato Caprae, corrispondente all'attuale frazione di Caprara, dove tuttora esiste un sito chiamato Sepolcro di Totila. Dopo la battaglia decisiva, Narsete costrinse alla resa anche i goti che ancora occupavano Roma.
Qui si inserisce il celebre commento di Procopio, che mise in evidenza come la vittoria bizantina si rivelasse invece una ulteriore disgrazia per gli abitanti di Roma: i barbari arruolati nelle file di Narsete si abbandonarono al saccheggio della città (al punto di "violare le donne nei templi"), tanto che il generale si affrettò a rispedirli alle loro sedi (in particolare, i Longobardi, anche se Paolo Diacono, egli stesso appartenente a tale stirpe, nella sua Historia Langobardorum, non fa menzione dell'episodio pur essendo un religioso).
Con la successiva Battaglia dei Monti Lattari combattuta nell'ottobre 553, Narsete sconfisse anche Teia (successore di Totila) e quanto rimaneva dell'esercito goto in Italia. Teia fu l'ultimo re dei Goti.
La Prammatica Sanzione del 554 ricondusse tutti i territori dell'Italia sotto la legislazione dell'Impero bizantino, e reintegrò tutti i proprietari terrieri delle terre alienate dall'"immondo" Totila a favore dei contadini. Le condizioni già precarie delle popolazioni italiche peggiorarono ulteriormente e, come conseguenza della guerra e degli stenti, causati anche dalle imposizioni fiscali, una terribile pestilenza infuriò in Italia dal 559 al 562.
[modifica] Conquista in parte effimera
La conquista di alcune regioni italiane risultò essere effimera per i Bizantini, mentre il dominio di altre si protrasse per alcuni secoli. Stando a ciò che scrive Paolo Diacono, dissensi fra Narsete e il nuovo imperatore Giustino II (oppure, come indica Paolo Diacono con ironia, le continue contumelie dell'imperatrice Sofia), spinsero Narsete a chiamare in Italia il re dei Longobardi Alboino. Tali asserzioni sono prive di fondamento storico, pur tuttavia è attestata da Procopio la presenza di Longobardi al comando di Audoino (padre di Alboino) nella battaglia di Tagina.
Secondo la tradizione riportata da Paolo Diacono, il giorno di Pasqua del 568 Alboino entrò in Italia. I Bizantini furono costretti a ritirarsi davanti all'avanzata dei Longobardi, tanto che fin dagli anni ottanta del VI secolo l'Esarcato d'Italia aveva già perso il controllo della massima parte dell'Italia settentrionale e di gran parte di quella centro-meridionale. Va però segnalato che Roma, Ravenna e la Romagna, la Sicilia e la Sardegna resteranno in mano bizantina per altri due secoli e che vaste zone costiere dell'Italia del sud faranno parte dell'Impero romano d'Oriente (comunemente definito Impero bizantino), fino alla conquista normanna (XI secolo)
[modifica] Conseguenze della guerra
Il breve governo bizantino su tutto il territorio italiano fu, però, particolarmente duro e contraddistinto da una forte pressione fiscale che ricadeva sulle genti italiche. Il lungo conflitto aveva infatti drenato le casse dell'Impero Romano d'Oriente proprio quando iniziavano sempre più a profilarsi serie minacce di invasioni provenienti sia dalla Persia che dalle popolazioni slave dei Balcani.
Le conseguenze della guerra si fecero sentire sull'Italia per alcuni secoli, anche perché la popolazione per non essere coinvolta aveva abbandonato le città per rifugiarsi nelle campagne, portando a compimento quel processo di ruralizzazione e di abbandono dei centri urbani iniziato nel V secolo. Anche se le cifre delle vittime riportate da Procopio sono forse esagerate, si può stimare che buona parte della popolazione italiana fosse stata decimata dagli assedi, dalle carestie e dalla peste. Particolarmente raccapriccianti sono, nella testimonianza di Procopio, i dettagli degli stenti subiti dalla popolazione di Milano durante l'assedio del 539. La ripresa demografica ed economica d'Italia inizierà timidamente a profilarsi solo in età carolingia (IX secolo) e potrà dirsi completata non prima della nascita e dello sviluppo dei primi comuni (XI secolo).
Inoltre, la differenziazione fra domini longobardi nella terraferma, tipicamente organizzati in ducati (Cividale, Verona, Pavia, Milano, Spoleto, Benevento), e domini bizantini sulla costa (Venezia, Napoli, Ravenna, la Pentapoli), diede avvio a un processo di frammentazione politica che sarà tipico dell'Italia fino al XIX secolo.
[modifica] Fonti storiografiche
La gran parte delle informazioni oggi disponibili sulla guerra gotica sono state tramandate da Procopio di Cesarea, segretario di Belisario, in 4 degli 8 libri che formano la sua Storia delle guerre di Giustiniano. Procopio partecipò direttamente alle prime fasi del conflitto, in particolare durante il primo assedio di Roma (537-538). Lo storico, però, non era favorevole a Giustiniano e per tale ragione, secondo alcuni studiosi, le sue affermazioni e valutazioni non sono sempre attendibili.
Un'altra fonte per la conoscenza del popolo dei Goti è offerta dal De Bello Gothico ("La guerra gotica"), un panegirico composto da Claudio Claudiano dove però in realtà si celebra un episodio delle invasioni barbariche accaduto più di 150 anni prima, in particolare la battaglia di Pollenzo e la cacciata di Alarico dall'Italia. La storia è raccontata dal punto di vista di Flavio Stilicone, generale dell'Impero Romano d'Occidente, che Claudiano definisce come "il restauratore della gloria della civiltà".
Infine, una testimonianza importante è fornita dalla opera De origine actibusque Getarum dello storico Giordane, meglio nota come Getica. Giordane, essendo di origine gotica, fornisce una visione complementare di molti fatti testimoniati da Procopio.
[modifica] Bibliografia
- Mischa Meier, Giustiniano, Bologna, Il Mulino, 2007 pag. 57-64 (Ed.Originale, tradotta all'italiano da Chiara Baldini, Mischa Meier, Justinian, Herrschaft, Reich und Religion, München, Bech, 2004 ISBN 978-88-15-11552-2)
- Giovanni Tabacco, La Storia politica e sociale, dal tramonto dell'Impero romano alle prime formazioni di Stati regionali, sta in: Storia d'Italia, vol.I, Torino, Giulio Einaudi Ed., 1974
[modifica] Voci correlate
- Battaglia di Tagina, luglio 552
- Battaglia dei Monti Lattari, Ottobre 553
- Battaglia di Volturnus, Ottobre 554

