Fronte jugoslavo (1941-1945)

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Fronte Jugoslavo
Dall'alto a sinistra, in senso orario: il capo (Poglavnik) dello Stato Indipendente di Croazia, Ante Pavelić, si incontra con Adolf Hitler; il partigiano jugoslavo Stjepan Filipović poco prima della sua impiccagione; il capo dei cetnici Dragoljub Mihailović a colloquio con i suoi ufficiali; soldati tedeschi impegnati in un rastrellamento contro la resistenza jugoslava; Josip Broz Tito, il capo dei partigiani jugoslavi, passa in rivista un reparto dell'Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia
Dall'alto a sinistra, in senso orario: il capo (Poglavnik) dello Stato Indipendente di Croazia, Ante Pavelić, si incontra con Adolf Hitler; il partigiano jugoslavo Stjepan Filipović poco prima della sua impiccagione; il capo dei cetnici Dragoljub Mihailović a colloquio con i suoi ufficiali; soldati tedeschi impegnati in un rastrellamento contro la resistenza jugoslava; Josip Broz Tito, il capo dei partigiani jugoslavi, passa in rivista un reparto dell'Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia
Data 6 aprile 1941 - 2 maggio 1945
Luogo Jugoslavia e Albania
Esito Vittoria Alleata
Schieramenti
Aprile 1941:

Germania Germania
bandiera Regno d'Italia
bandiera Bulgaria
Ungheria Ungheria


1941-1942:
Germania Germania
bandiera Regno d'Italia
bandiera Bulgaria
Ungheria Ungheria
Croazia Croazia
Flag of Serbia, 1941-1944.svg Serbia di Nedić


1942-1945:
Germania Germania
bandiera Regno d'Italia (fino al settembre 1943)
bandiera Bulgaria (fino al settembre 1944)
Ungheria Ungheria
Croazia Croazia
Flag of Serbia, 1941-1944.svg Serbia di Nedić (fino all'ottobre 1944)
Flag of Albania (1943-1944).svg Albania(dal settembre 1943)


Chetniks Flag.svg Cetnici
Aprile 1941:

Jugoslavia Regno di Jugoslavia




1941-1942:
Chetniks Flag.svg Cetnici














1941-1942:

Flag of the Democratic Federal Yugoslavia.svg Partigiani jugoslavi







1942-1945:

Flag of the Democratic Federal Yugoslavia.svg Partigiani jugoslavi

URSS URSS
Regno Unito Regno Unito
bandiera Bulgaria (1944-1945)

Flag of Albania (1946-1992).svg Partigiani albanesi
Comandanti
Effettivi
Germania 300.000 (1942-1944)

Italia 400.000 circa (1941-43)[1]

Flag of Independent State of Croatia.svg 100.000 (1942)[2]
Chetniks Flag.svg 150.000-200.000 (1942)[2] Flag of the Democratic Federal Yugoslavia.svg 80.000 (1941)[2] ; 150.000 (1942)[2] ; 800.000 (1945)[3]
URSS 300.000 (1944)[4]
Voci di battaglie presenti su Wikipedia

Il Fronte jugoslavo è stato uno dei teatri di guerra principali della Seconda guerra mondiale in Europa; i combattimenti, confusi e sanguinosi, si prolungarono ininterrotti dall'aprile 1941 alla fine del conflitto nel maggio 1945. Nelle fonti il conflitto nel teatro balcanico viene denominato anche "guerra di liberazione nazionale iugoslava" (in serbo Народноослободилачки рат?, in croato: Narodnoslobodilačka borba, in macedone: Народноослободителна борба?, traslitterato: Narodnoosloboditelna borba, in sloveno: Narodnoosvobodilna borba.

La guerra iniziò a seguito dell'invasione del territorio del Regno di Jugoslavia da parte delle forze dell'Asse. Il paese venne spartito fra Germania, Italia, Ungheria, Bulgaria, e alcuni stati fantoccio. Si trattò di una guerriglia di liberazione combattuta prevalentemente dai partigiani jugoslavi (partizani) repubblicani legati alla Partito comunista contro le forze di occupazione dell'Asse, lo Stato Indipendente di Croazia, e il Governo collaborazionista in Serbia. Al contempo si trasformò anche in una guerra civile tra i partigiani comunisti e il movimento realista serbo dei cetnici (četnik): queste due componenti della resistenza jugoslava inizialmente cooperarono nella lotta contro le forze occupanti, ma dal 1942 i cetnici adottarono una politica di collaborazione con le truppe italiane, con la Wehrmacht tedesca e gli ustascia.

L'Asse sferrò una serie di offensive per distruggere il movimento partigiano, ma ottenne solo successi parziali nel 1943 nelle due battaglie della Neretva e della Sutjeska. Nonostante le gravi difficoltà e le pesanti perdite, i partigiani dell'Esercito popolare guidati da Josip Broz Tito, rimasero tuttavia una forza combattente efficiente e aggressiva, ottenendo, riuniti sotto il nome di AVNOJ, il riconoscimento degli Alleati e ponendo così le basi per la costruzione dello stato jugoslavo post-bellico. Grazie al supporto logistico, addestrativo ed aereo dei paesi Alleati occidentali, come anche dell'Armata Rossa durante l'offensiva di Belgrado, gradualmente i partigiani conquistarono il controllo dell'intero paese e delle zone del confine italiano e dell'Austria meridionale.

In termini umani il costo del conflitto fu enorme: sebbene ancora oggetto di discussioni, il numero delle vittime comunemente accettato non è inferiore al milione[5]. Le vittime civili inclusero anche la maggior parte della popolazione ebraica del paese, reclusa nei campi di concentramento o di sterminio gestiti dai regimi collaborazionisti dell'Asse (come ad esempio i campi di Jasenovac e Banjica). Al contempo il regime croato degli ustaša condusse un sistematico genocidio nei confronti della popolazione serba e di quella rom[6][7][8], i cetnici condussero una pulizia etnica nei confronti della popolazione musulmana e croata, e le autorità di occupazione italiana nei confronti degli sloveni. Brutali e spietate furono le rappresaglie operate dai tedeschi nei confronti delle attività di resistenza, sfociate in alcuni episodi particolarmente sanguinari come i massacri di Kraljevo e Kragujevac, mentre anche l'esercito italiano mise in atto deportazioni, devastazioni e rappresaglie. Infine durante la fase finale del conflitto, e nell'immediato dopoguerra, le autorità jugoslave e le truppe partigiane si resero responsabili di violente rappresaglie e deportazioni nei confronti degli svevi del Danubio, marce forzate ed esecuzioni di migliaia di civili e collaborazionisti in fuga (massacro di Bleiburg), e atrocità commesse nei confronti della popolazione italiana in Istria (massacri delle foibe).

La Jugoslavia nella seconda guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

La confusa situazione balcanica[modifica | modifica wikitesto]

Panzer IV D tedeschi, appartenenti alla 11ª divisione corazzata, attendono l'ordine di avanzata sul confine jugoslavo

Le vittorie della Germania nazista all'inizio della seconda guerra mondiale e l'estensione dell'influenza tedesca su gran parte dell'Europa continentale misero in grande pericolo la sicurezza e l'indipendenza del Regno di Jugoslavia che aveva fondato il suo sistema di alleanza sulla tradizionale amicizia con la Francia e sul collegamento con gli altri paesi dell'Intesa Balcanica: Romania, Grecia e Turchia[9]. All'inizio del 1941 la Francia era ormai occupata dalla Wehrmacht, la Grecia era impegnata a contrastare l'attacco dell'Italia fascista mentre la Romania si era legata alla Germania e truppe tedesche erano presenti nel suo territorio[9]. Il primo ministro jugoslavo Dragiša Cvetković aveva cercato di evitare un coinvolgimento del paese nella guerra e aveva intrapreso una politica di collaborazione con la minoranza croata, concludendo il 26 agosto 1939 il cosiddetto Sporazum, accordo di compromesso sull'autonomia croata, con il capo del partito dei contadini croato Vladko Maček, ma nonostante questa politica conciliante la situazione della Jugoslavia divenne sempre più difficile a causa dell'aggressività delle potenze dell'Asse e dei movimenti centrifughi disgreganti delle minoranze etnico-religiose[10].

Dopo il fallito attacco italiano alla Grecia nell'ottobre 1940, Adolf Hitler ritenne inevitabile un intervento della Wehrmacht tedesca nei Balcani per soccorrere l'alleato, estendere il predominio dell'Asse ed impedire un ritorno in forze della Gran Bretagna sul continente europeo. Hitler inoltre considerava essenziale consolidare la posizione strategica della Germania nella regione balcanica anche in vista del offensiva contro l'Unione Sovietica di cui erano in corso il complesso studio operativo e organizzativo. Il Führer quindi si impegnò una vasta azione politico-diplomatica per costituire una rete di alleanze dei paesi balcanici con il Terzo Reich. Dopo l'accordo con la Romania e l'entrate di unità tedesche in questo paese, il 1º marzo 1941 anche la Bulgaria aderì al patto Tripartito e contestualmente fu firmato un patto di non aggressione tra il paese balcanico e la Turchia; il giorno successivo le truppe tedesche destinate all'invasione della Grecia iniziarono ad attraversare il Danubio per schierarsi in territorio bulgaro e questo causò, il 5 marzo, la rottura dei rapporti diplomatici tra Londra e Sofia[11].

La Jugoslavia restava dunque l'ultimo paese neutrale dell'area balcanica e per questo fu sottoposto ad intense pressioni diplomatiche da parte di Hitler, di Churchill e dello stesso Re d'Inghilterra Giorgio VI, ma il 20 marzo il principe Paolo comunicò al suo governo che anche il suo paese avrebbe aderito al patto Tripartito, adesione che venne formalizzata a Vienna il giorno 25.

L'adesione della Jugoslavia al patto Tripartito sollevò un'ondata di proteste nel paese e, il 27 marzo, un colpo di Stato guidato dal generale Dušan Simović pose sul trono Pietro II di Iugoslavia[12]; il nuovo Governo stipulò immediatamente un patto di non aggressione con l'Unione Sovietica ma attese fino al 2 aprile per comunicare alla Germania che non sarebbe stato stipulato nessun accordo formale con la Gran Bretagna, facendo intendere che l'accordo tra le potenze dell'Asse e la Jugoslavia non sarebbe stato sciolto. Il ritardo fu sufficiente ad Hitler per confermare gli ordini diramati il 27 marzo al momento del colpo di Stato, la cosiddetta "direttiva 25", che autorizzava lo Stato Maggiore tedesco ad elaborare i piani di invasione della Jugoslavia che sarebbe iniziata, contestualmente a quella della Grecia, la cosiddetta "operazione Marita", il 6 aprile[13].

L'invasione della Jugoslavia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Invasione della Jugoslavia.
Invasione della Jugoslavia – 1941

Il 6 aprile 1941 il Regno di Jugoslavia venne invaso su tutti i fronti dalle potenze dell’Asse, in primo luogo dalle forze tedesche, italiane, con l’aiuto dei loro alleati ungheresi e bulgari.

Durante l'invasione, Belgrado venne bombardata dalla Luftwaffe, e le operazioni durarono poco di più di dieci giorni, concludendosi con la resa incondizionata dell'Esercito reale jugoslavo. Ciò fu dovuto, oltre che alla superiorità tecnica degli invasori, in primis dell'esercito tedesco, e all'incompleta mobilitazione delle truppe iugoslave, all'ostilità al governo presente tra ampi strati della popolazione. Il fronte della resistenza si spaccò subito secondo linee non solo politiche, ma anche etniche[14]. Le numerose minoranze etniche presenti nel paese, in particolare quella croata, 25% della popolazione, e quella slovena, 8,5%, non si mostrarono disposti a combattere in difesa di uno stato jugoslavo dominato dalla componente serba; l'esercito si disgregò rapidamente e si manifestarono subito istanze politiche indipendentistiche[15].

L'invasione ebbe quindi rapidamente successo: le Panzer-Division tedesche avanzarono rapidamente verso Zagabria e Belgrado; altri reparti tedeschi invasero la Macedonia e scesero a sud verso la Grecia; le truppe italiane contribuirono alla vittoria dell'Asse marciando verso Lubiana e occupando il litorale adriatico. Il 17 aprile 1941 i rappresentati dell'esercito jugoslavo firmarono la resa. Il 18 aprile tutti i rappresentanti delle forze d'invasione s'incontrarono a Vienna, ma l'incontro decisivo per la spartizione del territorio jugoslavo si tenne sempre a Vienna il 21 e 22 aprile fra i ministri degli esteri tedesco, Joachim von Ribbentrop, e italiano, Galeazzo Ciano[16].

Dopo la catastrofe[modifica | modifica wikitesto]

La frantumazione della Jugoslavia e l'occupazione[modifica | modifica wikitesto]

I termini di resa furono estremamente duri, e l'Asse procedette allo smembramento del paese. La Germania annesse la parte settentrionale della Slovenia, e occupò militarmente la quasi totalità della Serbia. Venne creato lo Stato Indipendente di Croazia, che comprendeva oltre ai territori dell'odierna Croazia anche quelli della Bosnia ed Erzegovina. L'Italia annesse la restante parte della Slovenia, ampie parti della regione costiera della Dalmazia, diverse isole adriatiche e la bocche di Cattaro. Il Kosovo ed altre minori zone confinarie vennero annesse all'Albania. Venne inoltre creato uno stato fantoccio in Montenegro sotto controllo italiano, mentre la corona del nuovo regno croato venne assegnata a un membro di casa Savoia. L'Ungheria inviò la terza armata ad occupare la Voivodina, e in seguito annesse parti della Bačka, Baranya, Međimurje e Oltremura. Nel frattempo la Bulgaria annesse quasi tutta l'odierna Repubblica di Macedonia.

Ambrosio Vittorio.jpg Alessandro Pirzio Biroli.jpg
Il generale Vittorio Ambrosio, comandante della 2ª Armata italiana in Slovenia e Dalmazia Il generale Alessandro Pirzio Biroli, comandante della 9ª Armata e governatore militare del Montenegro

Con la distruzione e l'occupazione della Jugoslavia la Germania nazista aveva raggiunto importanti vantaggi strategici ed economici: le linee di comunicazioni verso il Mediterraneo orientale e soprattutto verso la Romania e i pozzi di petrolio di Ploesti erano saldamente assicurati ed erano diventate disponibili per la macchina bellica del Reich le ricche risorse minerarie di bauxite e rame presenti nel territorio jugoslavo[17]. La Wehrmacht tedesca tuttavia, impegnata totalmente nella pianificazione e organizzazione dell'operazione Barbarossa, l'imminente invasione dell'Unione Sovietica, non era intenzionata a lasciare grandi forze di presidio nei Balcani; entro pochi giorni gran parte delle formazioni di prima linea furono ritirate e sostituite da quattro divisioni di fanteria di seconda linea, 704. 714., 717. e 718. divisione, che vennero schierate in Serbia come truppe d'occupazione[18]. Le forze d'occupazione pricnipali secondo i piani dell'alto comando tedesco, avrebbero dovuto essere forniti dagli alleati dell'Asse: la Bulgaria impiegò tre divisioni e tre brigate, l'Ungheria mantenne sul territorio assegnato tre brigate e due battaglioni speciali, l'Italia infine impegnò nel teatro jugoslavo oltre dieci divisioni; in totale, considerando anche le truppe collaborazioniste, nella seconda metà del 1941 oltre 600.000 soldati dell'Asse erano schierati nell'area[19].

Per l'Italia fascista il teatro balcanico rappresentò fin dall'inizio il settore dove furono impegnati il maggior numero di soldati e mezzi dell'esercito. Il quartier generale della 2ª Armata, comandata dal generale Vittorio Ambrosio con sede a Karlovac, era responsabile di tutte le unità schierata tra il vecchio confine orientale e il Montenegro: l'11º corpo d'armata del generale Mario Robotti presidiava la Slovenia, il 5º corpo d'armata del generale Riccardo Balocco era schierato più a sud, mentre le regioni di Mostar e Knin, all'interno del nuovo stato di Croazia, erano occupate dal 6º corpo d'armata del generale Renzo Dalmazzo e dal 18º corpo d'armata del generale Quirino Armellini[20]. I settori del Montenegro e del Kossovo invece dipendevano dal comando della 9ª Armata del generale Alessandro Pirzio Biroli che aveva dislocato il XIV corpo d'armata con due divisioni a Prizren, mentre il XVII corpo d'armata, con quartier generale a Cettigne, avrebbe dovuto assicurare il controllo del Montenegro con la sola divisione "Messina"[21].

Lo Stato Indipendente di Croazia[modifica | modifica wikitesto]

La Resistenza jugoslava[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Partigiani jugoslavi e Cetnici.
Smembramento della Jugoslavia – 1941-43

Inizio della resistenza[modifica | modifica wikitesto]

La disgregazione dell'esercito jugoslavo e la resa firmata dalle autorità militari il 17 aprile 1941 non comportò il disarmo generale di tutte le forze armate; grandi gruppi di sbandati si sottrassero alla cattura e conservarono le loro armi; mentre la maggioranza di questi militari fecero semplicemente ritorno alle loro case, piccoli nuclei decisero di iniziare la resistenza contro l'occupante e i collaborazionisti.

Riguardo le cause della resistenza e l'importanza relativa assunta dalle varie formazioni nella fase iniziale della rivolta la storiografia presenta posizioni ampiamente divergenti; mentre la tradizione dello stato jugoslava dava importanza decisiva all'azione dei comunisti del PKJ che avrebbero assunto fin dall'inizio un ruolo dominante, altri autori evidenziano come furono invece gli elementi serbi nazionalisti che presero l'iniziativa di costituire gruppi di resistenza e di organizzare i primi territori liberi; in questo senso si sarebbe trattato inizialmente soprattutto di una ribellione spontanea per resistere alla violenza e alla politica di sterminio dello stato croato e delle forze tedesche[22]. La storiografia più vicina alle posizioni nazionali croate invece non condivide questa interpretazione e ritiene che la ribellione serba sia stata precedente alle stragi degli ustaša[22].

In realtà la resistenza in Jugoslavia ebbe all'inizio caratteristiche ampiamente diversificate nei vari territori e la sua evoluzione non fu omogenea; le forze coinvolte, le motivazioni dei combattenti, i risultati della rivolta e la sua estensione variarono in ogni situazione locale[23]. La rivolta ebbe le caratteristiche di un movimento largamente spontaneo sviluppatosi per "ondate successive" nel tempo e nelle varie regioni[23]. Il Partito comunista jugoslavo, disciplinato e ben organizzato su tutto il territorio, cercò fin dall'inizio di assumere la guida del movimento[23].

I cetnici[modifica | modifica wikitesto]

Il colonnello Draža Mihajlovic, il comandante dei cetnici.

Fin dal mese di aprile 1941, il colonnello Draža Mihajlovic, capo di stato maggiore della II Armata, aveva rifiutato di aderire agli ordini di capitalazione e organizzato un piccolo gruppo di guerriglieri che prima si installarono a Doboj in Bosnia; quindi il 13 maggio 1941 questo gruppo di resistenti si trasferì nei boschi del territorio di Ravna Gora, nella Serbia nord-occidentale[24]. Il nucleo iniziale era formato da ventisei uomini che costituirono il cosiddetto "comando montano n. 1" e iniziarono i reclutamenti[25]. Questi combattenti, principalmente serbi e monarchico-nazionalisti, vennero ben presto identificati come i cetnici (četnik), in riferimento alle bande (čete) che avevano praticato la guerriglia durante il dominio ottomano[26]. I cetnici decisero di lasciarsi crescere la barba e di non tagliarla fino al rientro del re nella patria[25]. Il colonnello Mihajlovic era un soldato di professione capace e preparato; egli era strettamente fedele alla monarchia ma non era privo di programmi di rinnovamento e modernizzazione del vecchio stato jugoslavo. I suoi cetnici erano rigidamente legati al governo di Londra e al re e accesamente anticomunisti; inoltre in grande maggioranza aderivano ad una politica pan-serba e promuovevano l'ideologia della "Grande Serbia"[27]; tuttavia il 30 giugno 1941 venne preparato un documento programmatico che prevedeva vaste riforme con una riorganizzazione dello stato su base federale e un potenziamento delle libertà democratiche[28].

Dopo essere entrato in contatto per la prima volta con i britannici tramite informazioni fatte giungere il 19 giugno 1941 a Istambul[29], il movimento cetnico di Mihajlovic ottenne, nella fase iniziale della resistenza, il pieno riconoscimento del governo di Londra e degli Alleati; missioni militari dell'OSS statunitense e del SOE britannico vennero paracadutate nel territorio controllato dai guerriglieri nazionalisti e il 22 gennaio 1942 il colonnello, promosso prima generale di brigata e poi generale di divisione, venne nominato ministro della guerra e comandante del cosiddetto "Esercito jugoslavo in patria" che divenne la denominazione ufficiale dei cetnici di Mihajlovic[30]. In precedenza i cetnici avevano assunto il nome di "distaccamenti cetnici dell'esercito jugoslavo" e poi di "distaccamenti militari cetnici"[25].

Kosta Pećanac, il capo dei "cetnici neri", insieme ad ufficiali tedeschi nell'ottobre 1941.

I cetnici fedeli al colonnello Mihajlovic all'inizio della guerra contro l'occupante erano numerosi e combattivi; dai dati riportati dalle fonti tedesche e italiane sembra che i guerriglieri nazionalisti fossero attivi soprattutto in Serbia occidentale e Bosnia orientale dove un documento italiano calcolava la presenza di circa 30.000 "ribelli"; altri gruppi più piccoli erano disseminati su tutto il territorio occupato spesso frammisti alle unità partigiane comuniste[31]. I tedeschi si dimostrarono allarmati per l'insurrezione cetnica che iniziata in maggio e giugno con azioni di sabotaggio si accentuò rapidamente entro la fine dell'anno con attività di guerriglia diffuse da parte di piccole unità di circa 1.000 uomini[32]. Mihajlovic prescrisse ai suoi uomini di evitare azioni e attentati in aree abitate per evitare rappresaglie tedesche contro la popolazione[33]; il colonnello per il momento mirava soprattutto a rafforzare il suo movimento e preparare un esercito bene armato da impegnare al momento dell'atteso sbarco degli Alleati nei Balcani[34].

Dopo la violenta repressione da parte delle forze dell'Asse dei movimenti di resistenza in Serbia e Montenegro nella seconda metà del 1941, Mihajlovic fu ancor più determinato a portare avanti una politica di attesa, cercando di evitare di provocare nuove brutali azioni sui civili da parte dell'occupante; i suoi comandanti invitavano la popolazione ad aspettare la liberazione "che arriverà forse tra tre settimane, ma forse anche tra tre anni"[35]. Ben presto l'obiettivo immediato dei cetnici divenne la lotta contro i partigiani comunisti e a questo scopo divenne utile anche la collaborazione con le forze armate italiane la cui sconfitta finale era considerata sicura ma il cui aiuto al momento era ritenuto importante per salvaguardare le proprie forze e ottenere aiuti e armamenti[34].

Completamente estranei al movimento nazionalistico di Mihajlovic erano invece i cosiddetti "cetnici neri", denominati ufficialmente "guardia dello stato serbo", di Kosta Pećanac, un ufficiale serbo che svolse un ruolo autonomo con i suoi seguaci e ben presto entrò in stretta collaborazione con i tedeschi e con il governo fantoccio serbo di Nedić[36]. I "cetnici neri", calcolati in circa 6.500 combattenti alla fine del 1941, si impegnarono sempre più in una lotta brutale contro i partigiani comunisti; Pećanac, prima della guerra capo dell'organizzazione cetnica, entrò in violento contrasto con Mihajlovic, che, dopo aver cercato all'inizio il suo appoggio[27], lo denunciò al governo di Londra come traditore[37].

I partigiani[modifica | modifica wikitesto]

Josip Broz Tito nel 1942.

Il Partito Comunista Jugoslavo (KPJ) aveva costituito un comitato militare il 10 aprile 1941 mentre l'invasione dell'Asse era in corso, e il 15 aprile aveva diffuso un proclama alla popolazione sollecitando a combattere gli invasori per salvaguardare la libertà e l'indipendenza; ulteriori decisioni vennero prese dal comitato centrale comunista in una riunione tenutasi a Zagabria nel maggio 1941[38]. Venne soprattutto concordato sulla necessità di ricercare la cooperazione di ogni forza politico-sociale disposta a partecipare ad una lotta intesa come guerra di liberazione nazionale. Per il momento peraltro l'attività dei comunisti, che seguivano fedelmente le direttive di Mosca che in questa fase richiedevano di non attaccare i tedeschi, si limitò all'aspetto organizzativo, alla raccolta di armi e munizioni, alla costituzioni di strutture di comando e dei necessari servizi; le azioni militari attive ebbero inizio solo il 22 giugno 1941 dopo l'inizio dell'invasione tedesca dell'Unione Sovietica[38].

Due capi dell'Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia: Koča Popović, comandante della Prima divisione proletaria, e Danilo Lekić, comandante della Prima brigata proletaria.

Da quel momento i comunisti jugoslavi agirono rapidamente e con efficacia; il 27 giugno 1941 venne costituito un comando supremo delle formazioni partigiane di liberazione guidato personalmente dal capo del partito, Josip Broz Tito, e il 4 luglio 1941 il Politburo deliberò ufficialmente di dare inizio alla lotta armata; infine il 12 luglio venne diramato un nuovo proclama alla popolazione in cui si affermava la necessità di opporsi alla brutale violenza dell'occupante e dei suoi collaboratori interni e di dare inizio alla guerra generale[39]. Josip Broz Tito dimostrò subito le sue notevoli qualità di dirigente e di capo militare; abile politicamente e astuto, fu in grado di organizzare la guerriglia e di soppiantare progressivamente tutti gli altri capi della resistenza; circondato da luogotenenti disciplinati e fidati, seppe mantenere, grazie al suo carisma personale e alla sua autorevolezza, la guida supremo del movimento resistenziale comunista che indirizzò secondo le sue scelte politico-strategiche[40].

Nella prima fase della resistenza il comando supremo delle formazioni comuniste si impegnò soprattutto in una intensa preparazione politica e organizzativa; il partito seppe promuovere una politica efficace che faceva appello all'unità di tutte le etnie jugoslave per la difesa nazionale contro il brutale occupante; inoltre i comunisti affermavano la necessità di un profondo rinnovamento economico e sociale del paese che era così disastrosamente crollato nell'aprile 1941[40]. La parola d'ordine "fratellanza e unità" (bratstvo i jedinstvo) espresse con efficacia la politica comunista di valorizzazione e autonomia delle diverse etnie all'interno di una nazione unita e rinnovata[40]. Queste istanze nazionaliste e rinnovatrici incontrarono un crescente favore tra la popolazione.

Le formazioni partigiane, reclutate su base territoriale, vennero inizialmente organizzate in quattro tipi di reparti denominati "gruppi", "compagnie", "battaglioni" e odred che erano distaccamenti formati da un numero di uomini variabile fino a un massimo di 1.500-2.000[40]. Queste unità dipendendevano da Comitati militari (Vojni Komiteti) di distretto a loro volta collegati ai Comitati militari presso il comitato centrale del partito; in questa prima fase tutta la struttura militare comunista era diretta dal cosiddetto Quartier generale dei "Reparti partigiani di liberazione nazionale della Jugoslavia", Narodnooslobodilački partizanski odredi jugoslavije, in sigla NOPOJ[41]. Dopo tre mesi dall'inizio dell'attività militare il KPJ organizzò a Stolice nel settembre 1941 una conferenza organizzativa che, sotto la direzione di Tito, elaborò nuove direttive che stabilirono definitivamente le caratteristiche fondamentali del movimento partigiano jugoslavo. In questa consulta venne quindi decisa la costituzione in tutto il territorio occupato di odred guidati da un comandante militare e da un commissario politico e la formazione di un nuovo "Comando supremo del movimento di liberazione della Jugoslavia"[42]. Venne inoltre adottato il distintivo della stella rossa a cinque punte da portare sui copricapi e il saluto con il pugno chiuso; si stabilì che il termine "Partigiano" (Partizani) avrebbe identificato tutti i combattenti e le formazioni del movimento di liberazione; infine vennero emanate disposizioni per la lotta contro i collaborazionisti, per lo sviluppo della propaganda e del proselitismo; si sottolineò anche la necessità di ricercare l'unificazione di tutti i movimenti di resistenza[43].

La guerra[modifica | modifica wikitesto]

L'insurrezione in Serbia e Montenegro[modifica | modifica wikitesto]

Colonna di prigionieri tedeschi catturati dai partigiani jugoslavi a Užice

La storiografia tradizionale jugoslava identificava nel 7 luglio 1941, giorno dell'attacco di un gruppo partigiano guidato da Žikica Jovanović Španac ad una postazione di gendarmi collaborazionisti a Bela Crkva[44], il momento di inizio dell'insurrezione partigiana nella Serbia occupata. Nelle settimane seguenti venne costituito un comando supremo dei distaccamenti (odred) partigiani in Serbia che entrarono in azione con attacchi di sorpresa e sabotaggi nelle aree di Valjevo, Kosmaj e Šumadija; nelle maggiori città vennero organizzati attentati contro tedeschi e collaborazionisti; a Svetinje un gruppo partigiano inflisse pesanti perdite in una imboscata ad una colonna motorizzata tedesca[45]. In pochi mesi i partigiani attivi aumentarono da circa 2.000 uomini a 15.000 per la fine del 1941, oltre a 1.500 membri presenti nelle città; furono organizzati i primi territori "liberi", guidati da Narodnooslobodilački odbor, "comitati di liberazione nazionale"[45].

Il capo dei comunisti jugoslavi, Josip Broz Tito, rimase nelle prime settimane dell'insurrezione a Belgrado, nascosto in un appartamento non lontano dalle sede del comando delle truppe tedesche; egli a settembre decise di lasciare la capitale e recarsi sul campo per unirsi alle formazioni partigiane in Serbia. Il 19 settembre 1941 Tito raggiunse i partigiani della Serbia occidentale e diede subito ordine di attaccare la città di Užice che venne liberata il 24 settembre dai reparti guidati da Slobodan Penezić; i tedeschi evacuarono la zona e i partigiani poterono ampliare il territorio sotto il loro controllo[46]. Nell'autunno del 1941 i partigiani costituirono la cosiddetta Repubblica di Užice nel territorio liberato della Serbia occidentale; la dirigenza comunista cercò di creare strutture regolari di vita sociale con scuole, istituzioni civili, una banca di emissione e una fabbrica d'armi attiva nella produzione di equipaggiamenti per i guerriglieri[47].

Milovan Gilas, fu il principale dirigente comunista della rivolta iniziale in Montenegro.

In Montenegro l'iniziativa insurrezionale ebbe caratteristiche originali; la rivolta sorse in gran parte spontaneamente per l'insoddisfazione e l'esasperazione della popolazione montenegrina, tradizionalmente organizzata in clan molto coesi, orgogliosi, combattivi e gelosi della loro indipendenza, di fronte all'azione politica italiana che sotto la spinta dell'alto commissario Serafino Mazzolini, aveva assegnato all'Albania alcuni territori e aveva ricreato artificiosamente un regno del Montenegro, costituendo una reggenza sottomessa all'Italia[48]. Le notizie delle violenze musulmane e ustasa contro la popolazione montenegrina costretta all'esodo, accentuarono l'ostilità verso l'occupante[49].

Secondo la narrazione di Milovan Gilas l'iniziativa sarebbe stata assunta soprattutto dal comitato provinciale locale del Partito comunista jugoslavo che si riunì per prendere le prime decisioni operative l'8 luglio 1941 a Stijena Piperska; Gilas era giunto sul posto pochi giorni prima proveniente da Belgrado dove aveva ricevuto precise istruzioni direttamente da Tito di iniziare la lotta armata[50]. Alla riunione presero parte, insieme a Gilas e al capo comunista locale Blažo Jovanović, anche altri dirigenti del partito; in teoria si cercò di organizzare una vasta coalizione di forze disposte a lottare contro l'occupante, tra cui alcuni zelenaši ("verdi"), fautori dell'indipendenza montenegrina, e bjelaši ("bianchi"), favorevoli all'unione con la monarchia serba.

Il capo del partito comunista montenegrino Blažo Jovanović.

In realtà nel comitato comunista montenegrino erano presenti posizioni oltranziste e settarie per trasformare subito la lotta all'occupante in processo rivoluzionario[51]. Le autorità italiane nei loro documenti diedero credito al presunto ruolo decisivo dei comunisti[52], ma in realtà il ruolo più importante nella rivolta fu assunto dai contadini che si unirono in massa alla ribellione e dagli ex ufficiali dell'esercito jugoslavo che aderirono all'insurrezione[53]. I comunisti parteciparono attivamente ma erano numericamente deboli e inoltre assunsero, sembra soprattutto su iniziativa di Gilas, posizione rivoluzionarie estremistiche che provocarono divisioni e conflitti all'interno del movimento[54].

L'azione del movimento di resistenza montenegrino ebbe inizio il 13 luglio 1941, il giorno seguente la proclamazione da parte della "Consulta" collaborazionista del regno del Montenegro, e si trasformò nei primi giorni in moto insurrezionale di massa, in gran parte spontaneo, che sorprese i presidi isolati dell'occupante; gli italiani persero rapidamente molte posizioni, la capitale Cettigne venne circondata e la situazione divenne rapidamente critica[55]. Gli insorti liberarono i centri di Virpazar, Petrovac e Rijeka Crnojevića, mentre molte autocolonne italiane vennero sorprese e distrutte, i guerriglieri catturarono molti prigionieri: i militi delle camicie nere vennero fucilati, mentre i soldati italiani vennero in gran parte rilasciati[56]. Nei primi giorni gli insorti presero il controllo di gran parte del territorio; alcuni sanguinosi agguati guidati dai capi comunisti Peko Dapčević e Sava Kovačević, causarono pesanti perdite; la divisione "Messina", schierata di guarnigione in Montenegro, vennero quasi distrutta[57]. Mentre l'alto comando italiano cercava di radunare le forze necessarie per ristabilire la situazione e reprimere l'insurrezione, i guerriglieri fino al 20 luglio ottennero nuove vittorie e si impadronirono dei centri di Berane, Andrijevica, Kolašin, Bijelo Polje, Danilovgrad e Žabljak, nonostante le direttive contraddittorie di Gilas e Mitar Bakić che cercavano contemporaneamente di aderire alle indicazioni prudenti di Tito ma anche di non frenare l'insurrezione[58].

Cetnici insieme con ufficiali italiani.

Il generale Alessandro Pirzio Biroli, comandante superiore in Albania, ricevette l'incarico di reprimere l'insurrezione e divenne governatore militare del Montenegro; con l'intervento di quattro nuove divisioni, tra cui gli alpini della "Pusteria", di reparti irregolari albanesi e di bande musulmane, il generale dal 17 luglio iniziò le operazioni di riconquista che vennero portate avanti con la massima decisione utilizzando metodi repressivi spietati[59]. Il territorio venne sistematicamente rastrellato, si procedette a fucilazioni in massa e deportazioni, i villaggi vennero incendiati e distrutti. La guerriglia entrò in crisi nel mese di agosto, i contadini abbandonarono la rivolta, i nazionalisti entrarono in rottura con i comunisti; gradualmente tutte le cittadine liberate dagli insorti furono rioccupate e i guerriglieri, principalmente partigiani comunisti, dovettero ripiegare a nord oltre il fiume Lim[60].

Nei mesi di ottobre e novembre i partigiani ripresero gli attacchi e colsero alcuni successi nelle imboscate[61], ma nel complesso la situazione dei guerriglieri divenne più difficile; i combattenti cetnici nazionalisti erano ormai in aspro contrasto con i militanti comunisti e collaboravano con gli italiani. Gilas venne aspramente criticato da Tito che accusò i dirigenti montenegrini di incapacità nella conduzione di una "guerra partigiana di lunga durata", di settarismo e di eccessi di violenza "classista". In novembre il capo comunista richiamò Gilas dal Montenegro dove venne sostituito da Ivan Milutinović che ricevette precise direttive per migliorare l'organizzazione e la disciplina dei distaccamenti partigiani[62]. In realtà anche il nuovo dirigente proseguì una azione politico-militare estremistica che provocò l'ostilità dei contadini e la crescita del movimento avversario dei cetnici; inoltre il 1-2 dicembre 1941 si concluse con una sconfitta e pesanti perdite un ambizioso attacco diretto dei partigiani di Arso Jovanović contro la città di Pljevlja difesa accanitamente dagli alpini italiani[63].

L'insurrezione in Croazia e Bosnia-Erzegovina[modifica | modifica wikitesto]

La resistenza in Slovenia e Dalmazia[modifica | modifica wikitesto]

Due capi della resistenza partigiana slovena: a sinistra Franc Rozman, al centro Boris Kidrič.

La Slovenia era stata frammentata in tre zone dopo il crollo della Jugoslavia; la Germania aveva annesso il territorio settentrionale procedendo brutalmente alla deportazione di 200.000 sloveni in Croazia e altri territori jugoslavi e di 6.000 persone in Germania e Polonia; i tedeschi procedettero anche all'insediamento di circa 14.000 volksdeutsche provenienti da Kočevje, dalla Bucovina e dalla Bessarabia[64]; ugualmente violento e terroristico era stato il comportamento dell'Ungheria sul territorio a lei assegnato con azioni di repessione e di snazionalizzazione dell'etnia slava[64]. L'Italia aveva costituito la nuova Provincia di Lubiana sotto il controllo del commissario civile Emilio Grazioli; l'azione politica italiana cercava di salvaguardare l'ordine e la tranquillità nella regione ma ugualmente vennero attivate misure per "assimilare" e "snazionalizzare" la popolazione slovena, si instituirono tutte le organizzazioni e gli apparati fascisti, si organizzò un sistema di controllo, collaborazione e repressione militare con il concorso delle truppe del generale Robotti[64].

La resistenza slovena si organizzò in modo originale con il concorso decisivo dei comunisti ma con la partecipazione anche di altre forze politiche; venne costituita una struttura unitaria impegnata a sviluppare una lotta di indipendenza nazionale contro l'occupante, lo Osvobodilna Fronta (OF), che diede inizio alla guerriglia ufficialmente con gli attacchi del 22 luglio 1941[65][66]. La lotta partigiana si estese progressivamente a tutta la provincia di Lubiana e ai territori annessi dalla Germania e dall'Ungheria dove l'attività militare fu particolarmente violenta; nei maggiori centri industriali erano presenti forti componenti operaie comuniste che cooperarono con i partigiani e organizzarono sabotaggi[67]. Facevano parte dello Osvobodilna Fronta anche alcune personalità non comuniste di grande rilievo come Josip Vidmar, Josip Rus e lo scrittore e poeta Edvard Kocbek, ma dal punto di vista politico-militare i militanti comunisti Franc Leskošek "Luka", Ivan Maček "Matija" e Boris Kidrič furono i principali dirigenti della resistenza slovena[68]. Nella stessa città di Lubiana, fortemente presidiata dall'esercito italiano, era attivo il nucleo principale del VOS (Varnostno-obveščavatelna služba - Servizio sicurezza e informazioni), la prima struttura di sicurezza del partito comunista col compito di spionaggio e di eliminazione fisica di collaborazionisti, traditori, spie, autorità italiane e in generale anticomunisti sloveni. Guidato dalla moglie di Kidrič, Zdenka, mise a segno molti attentati terroristici, chiamate "giustificazioni" (esecuzioni)[69].

1942: partigiani sloveni in marcia.

Il commissario civile Grazioli in un primo momento non sembrò valutare correttamente la pericolosità del movimento partigiano sloveno, che si limitò a considerare un modesto problema di "ordine pubblico" fino al 11 settembre 1941 quando emise il primo bando contro la resistenza in cui venivano minacciati provvedimenti di repressione brutali[70]. Da quel momento ebbe inizio la fase più violenta della repressione italiana, nonostante contrasti di competenze tra i militari e il commissario civile fino all'intervento di Mussolini del 19 gennaio 1942 che assegnò i compiti principali della repressione all'esercito[71]. Nell'agosto 1942 anche Grazioli dovette convenire che la resistenza slovena richiedeva provvedimenti repressivi estremi; in un documento per il ministero degli Interni scrisse della necessità di una "politica durissima" e proponeva tre possibili soluzioni: "distruzione" della popolazione slovena, "trasferimento", "eliminazione" degli elementi contrari all'Italia[72]. Il 31 luglio 1942,in un incontro a Gorizia con le autorità, il Duce prospettò la necessità di deportazioni massicce[72].

Tra la fine del 1941 e l'inizio del 1942 l'attività dei partigiani sloveni divenne ancor più pericolosa; piccoli gruppi superarono il vecchio confine di stato e iniziarono la guerriglia anche nelle province di Gorizia, Trieste, Fiume e Pola, dove erano presenti minoranze slave, e giunsero fino alla provincia di Udine; soprattutto nell'area del goriziano, nella valle del Vipacco, nella zona di Tolmino nel 1942 crebbe attività dei partigiani guidati da Janko Preml "Vujko"[73]. Nella seconda metà del 1942 vennero costituiti i primi reparti organici e il distaccamento dell'Isonzo, soški odred; contemporaneamente nella provincia di Lubiana, nonostante l'azione repressiva sempre più intensa, la resistenza slovena controllava due terzi del territorio[74]. Le autorità italiane schierarono il XXIII corpo d'armata con sede a Trieste e dovettero convenire che ormai nella provincia di Lubiana era in corso una guerra; il 6 luglio 1943 l'intero territorio venne dichiarato ufficialmente "zona di operazioni" con estensione dello "stato di guerra"[75].

La repressione e l'Olocausto in Serbia[modifica | modifica wikitesto]

La Wehrmacht tedesca diede prova della sua determinazione a soffocare con metodi draconiani ogni velleità di opposizione e resistenza nel territorio smembrato della Jugoslavia fin dal 30 aprile 1941, quando in rappresaglia per l'uccisione da parte di cecchini di un militare delle Waffen-SS a Pančevo, vennero catturati cento civili abitanti nella città che furono immediatamente processati da una corte marziale; trensei persone vennero condannate a morte ed eliminate parte con la fucilazione e parte impiccati[76]. Dopo questo primo esempio di brutalità, l'esercito tedesco reagì con grande violenza al movimento insurrezionale iniziato il 4 luglio 1941; nei soli mesi di luglio e agosto furono fucilate o impiccate mille persone[77].

Il comandante superiore tedesco in Serbia, generale Franz Böhme.

Adolf Hitler diede disposizioni inesorabili per contrastare e reprimere con la massima durezza l'inatteso e crescente movimento insurrezionale sorto soprattutto in Serbia; egli prescrisse ai comandi subordinati sul posto di "ristabilire con i mezzi più severi l'ordine....in tutta l'area"[77]. Il 16 settembre 1941 venne diramata la fondamentale direttiva del comando supremo della Wehrmacht che stabiliva dettagliatamente il sistema della rappresaglia in caso di atti di violenza contro le truppe tedesche: era previsto che per ogni militare tedesco ucciso fossero passati per le armi cento ostaggi e per ogni ferito cinquanta[77]. Per applicare queste durissime disposizioni il il "plenipotenziario generale in capo della Serbia", generale Franz Böhme, assegnato a quell'incarico nel settembre 1941, ordinò il 10 ottobre 1941 di procedere alla cattura in tutto il territorio occupato di "comunisti ed ebrei" per disporre immediatamente di un numero sufficente di ostaggi da eliminare nelle rappresaglie[78].

Inoltre il generale Böhme e il capo di stato maggiore amministrativo, SS-Gruppenführer Harald Turner, misero in atto con rapidità anche il programma per la "risoluzione" nel loro territorio del "problema ebraico"[79]. Gia nei mesi successivi all'occupazione si era proceduto all'identificazione degli ebrei e al processo di arianizzazione obbligatoria, decretata il 22 luglio 1941; alla fine dell'estate si procedette al rastrellamento sistematico e vennero aperti due campi a Belgrado e Sebac[80].

A partire dalla direttiva del generale Böhme del 10 ottobre 1941 l'apparato repressivo tedesco in Serbia diede inizio allo sterminio; entro due settimane oltre 9.000 persone, tra ebrei, zingari e altri civili furono eliminati; tra settembre 1941 e febbraio 1942 l'esercito tedesco uccise per rappresaglia solo in Serbia 20.149 civili[77]. Il generale Böhme era deciso ad accelerare le operazioni di annientamento dei circa 10.000 ebrei, principalmente donne, vecchi e bambini, ancora in vita; egli procedette alla deportazione della maggior parte di queste persone nel campo di concentramento di Sajmište, fuori Belgrado, dove giunse ben presto da Berlino, su richiesta delle autorità tedesche in Serbia, un gaswagen, un autocarro equipaggiato con dispositivi per uccidere attraverso l'immissione dei gas di scarico all'interno del veicolo[81]. Entro maggio 1942 tutti gli ebrei raccolti nel campo di Sajmište erano stati uccisi con l'impiego dell'autocarro a gas; ad agosto 1942 Harald Turner potè comunicare con soddisfazione che la "questione ebraica" in Serbia era stata totalmente "risolta"[81].

La prima offensiva tedesca anti-partigiana[modifica | modifica wikitesto]

Di fronte all'evidente incapacità delle milizie collaborazioniste di Nedić a fronteggiare l'insurrezione partigiana, Hitler diede ordine al generale Franz Böhme, comandante superiore tedesco in Serbia, di organizzare un grande attacco per schiacciare il nucleo centrale della resistenza in Serbia occidentale e Šumadja; le forze tedesche in Serbia furono rinforzate con l'arrivo di nuove divisioni dalla Francia e dalla Grecia[82]. L'"operazione Užice", denominata dalla storiografia jugoslava "prima offensiva anti-partigiana", ebbe inizio il 24 settembre 1941 e vide l'intervento di due divisioni tedesche al completo, rinforzate da aliquote di altre quattro divisioni della Wehrmacht e da reparti collaborazionisti di Nedić, Pecanac e ustaša. Le disposizioni operative del generale Böhme erano estremamente dure: prevedevano rappresaglie inesorabili, l'eliminazione sul posto di tutti i resistenti armati e la deportazioni di tutti i maschi di età compresa tra 15 e 70 anni[83].

Il generale tedesco Paul Bader.

L'attacco tedesco iniziò con l'avanzata della 342. Divisione fanteria a sud della Sava verso Mala Mitrovica, mentre altre forze marciarono su Loznica; i partigiani evitarono l'accerchiamento e opposero forte resistenza fino all'8 ottobre; le truppe tedesche devastarono il territorio e procedettero secondo gli ordini a repressioni crudeli e deportazioni in massa di civili; nei giorni seguenti la 342. Divisione raggiunse Krupanj dopo duri combattimenti, distrusse la cittadina e uccise i feriti e i civili catturati[84]. In ottobre le truppe tedesche si resero protagoniste di un'altra serie di massacri a Kraljevo e Kragujevac: reparti della 717. Divisione, dopo aver subito alcune perdite contro i partigiani, procedettero a brutali e indiscriminate rappresaglie; in pochi giorni dai quattromila ai cinquemila ostaggi vennero sommariamente fucilati a Kraljevo e Kragujevac[85].

Truppe tedesche in azione di rastrellamento con alcuni prigionieri civili.

La fase finale dell'offensiva tedesca contro la "repubblica di Užice" ebbe inizio il 25 novembre 1941; le forze partigiane cercarono inizialmente di resistere ad oltranza ma ben presto divenne impossibile fermare l'avanzata della 342. e della 113. Divisione tedesche che si congiunsero a Požega e proseguirono insieme verso Užice[86]. Tito e il comando supremo partigiano decisero l'evacuazione del territorio della "repubblica" che ebbe inizio nella confusione il 29 novembre 1941, mentre alcuni reparti di retroguardia tentavano di guadagnare tempo a Kadinjač[87]. La resistenza delle forze raccogliticce raccolte da Koča Popović per difendere Užice venne rapidamente superata dalla divisioni tedesche che, con l'appoggio degli attacchi aerei, ebbero rapidamente la meglio[88]. Užice venne occupata mentre Tito e il quartier generale riuscirono a fuggire, in un'atmosfera di sconfitta e disordine, verso Zlatibor; i tedeschi inseguirono i resti delle forze partigiane, occuparono Zlatibor, superarono il fiume Uvac e costrinsero il comando partigiano a cercare rifugio nel Sangiaccato[89]. I tedeschi mostrarono estrema durezza durante queste operazioni; il 30 novembre 1941 a Kraljevskoe Vode uccisero tutti i feriti nemici rimasti sul campo[90].

Il comando tedesco non fece alcuna distinzione tra partigiani comunisti di Tito e cetnici nazionalisti di Mihajlović; la sua offensiva in Serbia continuò nei primi giorni di dicembre 1941 con la cosiddetta operatione Mihailovic. Dopo la ritirata partigiana nel Sangiaccato, i tedeschi, al comando del generale Paul Bader, attaccarono il 7 e 8 dicembre 1941 direttamente il quartier generale di Mihajlović a Ravna Gora e lo occuparono facilmente catturando alcune centinaia di cetnici; gli ufficiali furono fucilati; Mihajlović riuscì a nascondersi con pochi seguaci in Bosnia orientale prima di installare in primavera il suo nuovo quartier generale sul monte Čemerno[91].

Seconda offensiva tedesca anti-partigiana[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la sconfitta a Užice, i partigiani di Tito avevano ripiegato sulla Bosnia orientale dove potevano minacciare le linee di comunicazione strategiche e soprattutto i grandi centri minerari di Vares, Zenica e Breza. L'alto comando tedesco in Serbia ritenne essenziale mantenere il controllo di queste regioni, importanti per l'economia del Reich, e infliggere una sconfitta definitiva alla resistenza[92]. Venne quindi deciso di iniziare in pieno inverno una nuova operazione offensiva; le direttive tedesche erano molto chiare: erano considerati nemici da eliminare "tutti i cetnici di Mihajlovic", quelli di Jezdimir Dangić, "tutti i comunisti", tutti "coloro che ospitano o nascondono" uomini di Mihajlovic o i comunisti, "tutti gli stranieri e gli abitanti che "hanno fatto ritorno da breve tempo"[93].

I generali Paul Bader e Paul Hoffmann ricevettero il comando delle unità tedesche assegnate alle operazioni; le forze della Wehrmacht erano costituite da due divisioni di fanteria e da parte di una terza divisione, rafforzate da alcuni reparti croati e italiani, in totale presero parte all'offensiva circa 36.000 soldati dell'Asse[94]. Il piano di operazioni che prevedeva un attacco combinato verso Vlasenica e Rogatica, venne diramato il 3 gennaio 1942 e l'offensiva ebbe inizio il 14 gennaio in una situazione climatica proibitiva con freddo intenso e neve[95].

Fallimento della collaborazione tra partigiani e cetnici[modifica | modifica wikitesto]

Le prime notizie che erano giunte ai britannici sulla situazione in Jugoslavia erano confuse: in settembre erano arrivate al comando del Medio Oriente al Cairo informazioni sull'insurrezione in Montenegro, mentre un "certo Mihajlovic" aveva trasmesso messaggi "non in codice" dalla Serbia. Winston Churchill aveva deciso ad agosto di supportare ogni movimento di resistenza contro l'Asse e quindi il 20 settembre 1941 giunse sulle coste montengrina la prima missione britannica formata dal capitano Duane Tyrrel Hudson e dagli ufficiali jugoslavi Zacharije Ostojić e Mirko Lalatović. Questi uomini entrarono in contatto con i partigiani comunisti di cui ignoravano la presenza e Hudson comunicò al Cairo dell'esistenza di un gruppo guidato da un "professore" (Gilas) e da Arso Jovanovic[96].

Partigiani della Prima brigata proletaria (Prva proleterska brigada) a Foča nel 1942.

Il capitano Hudson si rese conto che i partigiani comunisti erano efficaci nella loro azione contro l'occupante ma egli aveva precise direttive di collegarsi solo con il gruppo cetnico di Mihajlovic; gli ordini da Londra prevedevano di sottomettere tutte le forze della resistenza all'autorità del capo nazionalista ed evitare per il momento azioni aggressive contro il nemico[97]. Hudson e i due ufficiali jugoslavi si trasferirono quindi in Serbia; Hudson ebbe anche un incontro con Tito prima di giungere al quartier generale di Mihajlovic; l'ufficiale britannico rimase impressionato dalla determinazione del capo comunista e comunicò a Londra apprezzamenti positivi sui partigiani; egli entrò presto in contrasto con il capo dei cetnici[98]. In questa fase Tito subiva pressioni a favore di un accordo e collaborazione con Mihajlovic anche da Mosca. Stalin non conosceva personalmente il capo dei comunisti jugoslavi che, secondo alcune voci diffuse nel Comintern, era ritenuto non del tutto affidabile; il dittatore sovietico manteneva riserve sull'operato di Tito, intratteneva rapporti diretti con il governo monarchico jugoslavo e faceva pressioni per un accordo tra le componenti della resistenza[99]. Il capo jugoslavo era molto irritato per le incomprensioni e riferì ripetutamente a Mosca che in realtà i cetnici collaboravano con l'Asse; tuttavia egli fece due tentativi per trovare un accordo con Mihajlovic.

Nell'autunno 1941 contemporaneamente ai violenti attacchi tedeschi che avrebbero segnato la rapida fine della "repubblica di Užice", i partigiani in Serbia avevano anche dovuto affrontare i cetnici di Mihajlović con cui era ormai in corso la guerra civile. Mihajlovic, consigliato da Ostojić e Lalatović che avevano raggiunto il suo quartier generale insieme alla missione britannica del capitano Hudson, decise di prendere l'iniziativa e provocare i primi scontri armati[100]. Nonostante i tentativi di mediazione di Hudson, il 2 novembre 1941 i cetnici attaccarono i partigiani a Loznica[101].

In precedenza Mihajlović aveva predisposto piani dettagliati per attaccare i partigiani della "repubblica di Užice" e aveva diramato ordini precisi ai suoi comandanti; i cetnici uccisero anche il comandante partigiano Milan Blagojević[102]. Tito riuscì a concentrare i suoi uomini e i partigiani reagirono con efficacia agli attacchi cetnici; a Loznica l'assalto venne respinto; i partigiani presero rapidamente l'iniziativa, contrattaccarono e misero in fuga i cetnici che furono completamente eliminati dalla "repubblica di Užice"[103]. Nei giorni seguenti proseguirono violenti scontri e le rappresaglie reciproche; i partigiani ottennero altre vittorie e il 7 e 8 novembre sconfissero di nuovo pesantemente i cetnici a Čačak; era ormai iniziata una lotta irriducibile tra le due componenti principali della resistenza jugoslava[104].

Guerra civile tra partigiani e cetnici[modifica | modifica wikitesto]

Tito e il maggiore britannico Terence Atherton a Foča il 6 aprile 1942.

Dopo le devastanti offensive tedesche in Serbia orientale della fine del 1941 e inizio 1942 che dispersero i cetnici e costrinsero alla ritirata i partigiani, la guerra civile riprese a gennaio 1942 in Erzegovina dove erano già in corso violenti e sanguinosi scontri tra le milizie di villaggio musulmane alleate agli ustaša e i nazionalisti cetnici. Le aree di Gacko e Bočac furono teatro di crudeli e reciproche vendette e massacri tra serbi e musulmani; nel seconda metà di gennaio 1942 arrivarono in questi territori i partigiani di Tito, fuggiti da Užice e Rogatica con la "marcia di Igman", che ebbero rapidamente la meglio[105]. Il 20 gennaio 1942 le unità partigiane occuparono Foča che divenne il nuovo quartier generale del Comando supremo di Tito e in poche settimane dispersero le milizie cetniche e accrebbero le loro forze con reclutamenti locali, venne conquistata anche Bratač, nei pressi di Nevesinje[106]. I cetnici in questa fase subirono continue sconfitte e dovettero spesso ricercare il sostegno dei presidi delle truppe italiane o dei domobrani croati; il 20 febbraio 1942 i partigiani riuscirono ad uccidere in un agguato Boško Todorović che era il principale luogotenente di Mihajlović in Erzegovina[106]. La situazione sul terreno era estremamente confusa; il 20 marzo 1942 al quartier generale partigiano di Foča giunse una nuova missione di collegamento britannica guidata dal maggiore Terence Atherton che in un primo tempo sembrò in buoni rapporti con Tito; ben presto tuttavia Atherton si allontanò di nascosto e, insieme al generale cetnico Ljubo Novaković, cercò di entrare in contatto con Mihajlović in Serbia, ma il 22 aprile venne ucciso per rapina dal bandito cetnico Spasoje Dakić[107].

I capi partigiani, dopo aver costituito una nuova "zona libera" in Erzegovina erano decisi a rafforzare le loro posizioni in Montenegro dove Tito inviò Milovan Gilas e Mitar Bakić[108]. All'arrivo dei due dirigenti, la situazione dei partigiani montenegrini era difficile; i cetnici, guidati dall'abile Pavle Đurišić, erano pericolosi e aggressivi; sul territorio si succedevano repressioni, violenze e massacri tra le opposte fazioni in lotta; la crudeltà della guerra civile dilagava contro avversari e popolazione, le opposte propagande parlavano di partigiani "uomini delle foibe" e di cetnici "sgozzatori"[109]. Giunto sul posto, Gilas si incaricò di rafforzare le unità combattenti, mentre Ivan Milutinović e Blazo Jovanović mantennero il controllo politico dei comunisti; Gilas raggiunse a Gornje Pole il famoso capo partigiano Sava Kovačević con il quale collaborò nella lotta contro cetnici e italiani[110].

In Montenegro la guerra civile si sviluppò sempre più violenta, i contadini subirono devastazioni e rappresaglie dalle due parti in lotta, il territorio fu devastato; i partigiani, dopo aver assediato Stolac in febbraio, riuscirono a conquistare il 17-18 aprile 1942 anche Bočac che era difesa da una guarnigione di ustaša croati[106]. La successiva offensiva contro Kolašin invece non ebbe successo; le unità partigiane di Peko Dapčević riuscirono il 23 aprile 1942 a sconfiggere inizialmente i cetnici nella Gorna Morača, ma successivamente subirono alcuni insuccessi e il 16 maggio fu nettamente respinto l'attacco a Kolašin[111]. In seguito Tito criticò aspramente Gilas e Milutinović per i fallimenti in Montenegro[112].

Sviluppo della resistenza partigiana nel 1942[modifica | modifica wikitesto]

Nel mese di dicembre 1941, dopo la fine della "repubblica di Užice" e la ritirata delle forze di Tito a ovest verso il Sangiaccato, i partigiani attivi sul territorio era circa 80.000 di fronte a circa 390.000 soldati delle truppe di occupazione sostenuti dalle milizie delle autorità collaborazioniste croate e serbe; i combattenti partigiani, frazionati in numerosi odred sparapagliati su tutto il territorio e privi di un'organizzazione efficente dopo le gravi perdite subite in Serbia, erano ancora attivi e pericolosi ma, come Tito affermò durante una conferenza tenuta con i membri del comando supremo e del comitato centrale del partito comunista, non erano in grado di affrontare grandi scontri campali contro le truppe nemiche[113].

Tito passa in rivista i partigiani della Prima brigata proletaria; si riconoscono Koca Popovic, il terzo da sinistra, Filip Klijaic, il quarto, e Danilo Lekic, il sesto da sinistra, accanto a Tito.

Venne quindi deciso di costituire le prime formazioni mobili, organizzate in modo moderno, non legate al territorio e in grado di spostarsi rapidamente e sferrare attacchi contro le grandi unità dell'Asse. Il 20 dicembre Tito autorizzò la formazione con sei battaglioni della Prima brigata proletaria (Prva proleterska brigada) che venne affidata al comando di Koča Popović con Filip Klijaic come commissario politico[114]; il 1º marzo 1942 fu organizzata con quattro battaglioni la Seconda brigata proletaria (Druga proleterska brigada)[115]. Queste due formazioni divennero il nucleo del nuovo esercito di liberazione jugoslavo e rimasero per tutta la guerra le unità piu famose e aggressive dei partigiani[116].

Da questo momento lo sviluppo delle forze partigiane su base regolare si sviluppò rapidamente; in primavera si formarono la Terza brigata del Sangiaccato e la Quarta e Quinta brigata del Montenegro[117]; a giugno il comando di Tito poteva disporre di circa 60 battaglioni d'assalto con cui furono progressivamente costituite entro il 1 novembre 1942 ventotto nuove brigate[118]. Fin dal dicembre 1941 Tito aveva potenziato la struttura del cosiddetto Comando supremo delle forze partigiane inserendo come capo di stato maggiore e principale consigliere militare Arso Jovanović, capitano nel vecchio esercito jugoslavo e già dirigente dell'insurrezione in Montenegro dell'estate 1941[119].

Arso Jovanović nel dicembre 1941 divenne il capo di stato maggiore delle forze partigiane.

Lo sviluppo decisivo delle forze partigiane ebbe inizio il 1 novembre 1942; Tito e il comando supremo effettuarono il passaggio finale per la trasformazione dei distaccamenti sparsi su tutto il territorio in una struttura omogenea, organizzata e in grado di affrontare in campo aperto il nemico. Venne quindi ufficialmente costituito il nuovo Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia, strutturato come gli eserciti regolari e formato da divisioni operative e corpi d'armata (korpus) territoriali[120]. Le prime due divisioni proletarie, la 1ª di Koča Popović e la 2ª di Peko Dapčević, vennero costituite insieme il 1 novembre 1942 a Bosanski Petrovac e a Tičevo, raggruppando sei brigate; subito dopo, il 9 novembre il Comando supremo formò le tre divisioni d'assalto, 3ª, 4ª e 5ª; infine il 22 novembre venne annunciata la costituzione della 6ª, 7ª e 8ª divisione di liberazione nazionale[121]. Queste divisioni erano aggressive e combattive ma inizialmente erano deboli numericamente e carenti di armamenti pesanti; furono progressivamente rafforzate e nell'ultimo periodo della guerra divennero grandi unità molto più forti, esperte e ben equipaggiate. I korpus furono invece costituiti come strutture più grandi per controllare tutte le unità partigiane in un determinato territorio; potevano comprendere un numero variabile di divisioni tra due e quattro oltre ad altri odred autonomi; i primi corpi d'armata furono quello bosniaco, costituito il 1 novembre 1942 e quello croato, formato il 22 novembre 1942[122].

Tito e la dirigenza comunista mentre portavano avanti con la massima energia la lotta contro l'occupante e i collaborazionisti, avevano anche potenziato l'attività politica per allargare il consenso al movimento partigiano e porre le basi per gli sviluppo futuri in Jugoslavia dopo la guerra. Venne quindi costituito il cosiddetto "Consiglio antifascista di liberazione popolare della Jugoslavia", Antifašističko v(ij) eće narodnog oslobođenja Jugoslavije (AVNOJ) che tenne la sua prima assemblea plenaria a Bihać, appena liberata, nel dicembre 1942[123]. Durante questa assemblea, a cui parteciparono 54 delegati di diversi orientamenti politici, Tito promosse una politica unitaria, in accordo anche con le direttive di Stalin, in cui veniva per il momento minimizzato l'aspetto rivoluzionario e concentrata tutta l'attenzione sulla lotta patriottica contro l'invasore[124]. Venne costituito un Comitato esecutivo del AVNOJ e nelle settimane seguenti si tennero anche una conferenza femminile partigiana e il primo congresso della gioventù antifascista[125].

L'azione repressiva dell'esercito italiano[modifica | modifica wikitesto]

Il generale Mario Roatta comandante del cosiddetto "Supersloda".

L'esercito italiano impegnò nel teatro balcanico quasi la metà delle sue forze operative, con circa 30-35 divisione schierate in varie fasi in Jugoslavia, Grecia e Albania; l'alto comando e la dirigenza politica ritennero che i compiti delle truppe fossero sostanzialmente simili a quelle di una "occupazione coloniale" di cui ufficiali e soldati aveano molto esperienze precedenti nelle campagne d'Africa[126]; quindi la propaganda e la retorica dei comandi e del regime esaltarono fin all'inizio i concetti di superiorità razziale, di civiltà e modernità militare degli italiani rispetto alle popolazioni slave, considerate barbare, primitive e brutali, si cercò di enfatizzare il pericolo del "comunismo slavo"[127]. La realtà della guerra tuttavia ben presto rese irrilevanti e controproducenti questi concetti della propaganda inculcata alle truppe; i partigiani si rivelarono sempre di più molto pericolosi, abili e ben armati, capaci di ottenere crescenti successi; di conseguenza il morale delle truppe decadde costantemente e l'efficienza dell'azione repressiva fu sempre modesta[128].

Truppe italiane in marcia verso il Dinara nel 1942.

La capacità militare e la violenza della macchina bellica tedesca si rivelò molto superiore; i soldati tedeschi, in particolare nei primi anni, erano profondamente convinti della loro superiorità tecnologica, militare e razziale e fortemente ideologizzati, e mostrarono una grande carica di brutalità e di efficacia repressiva[129]. Il confronto con la superiore macchina bellica tedesca accentuò la frustrazione e la depressione dei soldati italiani che, insufficientemente addestrati ed equipaggiati, furono dislocati dai comandi in presidi statici disagevoli e isolati senza essere in grado di impedire la crescita delle azioni partigiane. Le continue imboscate, le perdite e la mancanza di reali motivazioni per un impegno bellico ritenuto insensato dalla maggior parte dei soldati, minarono la disciplina e la coesione dei reparti[130].

I partigiani e la popolazione dei territori occupati in generale davano un giudizio negativo delle truppe italiane di cui non temevano l'efficienza bellica e la capacità repressiva al contrario del pauroso rispetto che incutevano i tedeschi; nelle fonti jugoslave si trova l'espressione "occupazione allegra" (vesela okupacija) per indicare il sistema di dominio instaurato dagli italiani che venivano anche chiamati spregiativamente žabari, "mangiatori di rane"[131]. Nella storiografia tradizionale e nella memorialistica italiana nella gran parte dei casi si è cercato di minimizzare l'aspetto repressivo dell'occupazione italiana, evidenziando il buon comportamento delle truppe, la simpatia incontrata tra la popolazione e la mancanza di eccessi terroristici[132]. Questa descrizione è stata messa in discussione dalla storiografia più recente[133]. Gli jugoslavi peraltro già al termine della guerra evidenziarono la brutalità e la violenza anche dell'occupante italiano e richiesero, senza successo, di poter processare alcune centinaia di militari accusati di crimini di guerra[133].

Soldati italiani osservano i cadaveri di presunti partigiani sloveni.

Le direttive degli alti comandi italiani sul posto, in particolare la famosa "Direttiva C3" del generale Roatta diramata il 1 marzo 1942, confermano che le disposizioni operative fornite all'esercito italiano richiedevano un comportamento brutale contro la resistenza; in generale inoltre gli alti ufficiali, come il generale Mario Robotti in una nota del 4 agosto 1942, esigevano una maggiore aggressività e durezza alle proprie truppe[134]. Nel complesso, secondo Giorgio Rochat, i reparti italiani tennero il comportamento meno brutale tra le forze in campo impegnate in una guerra particolarmente crudele come quella nei Balcani; tuttavia le azioni dell'esercito nelle operazioni antiguerriglia furono caratterizzate dalla fucilazione immediata di partigiani e sospetti, dalla cattura di ostaggi, dalla confisca e depredazioni di beni dei civili ritenuti legati alla resistenza, dalle devastazioni e gli incendi[135]. Per la pratica del saccheggio e dell'incendio messa in atto sistematicamente durante le campagne repressive in Croazia, Bosnia e Montenegro, gli italiani divennero per i partigiani, i palikući, "bruciacase"[136]. L'altro aspetto fondamentale dell'occupazione italiana furono le deportazioni della popolazione ritenuta infida o sospetta che vennero attuate soprattutto nella Slovenia annessa ma in parte anche in Istria e Dalmazia; secondo Davide Rodogno, furono attivati oltre sessanta campi di concentramento in Italia e una decina in Dalmazia dove furono detenuti in condizioni estremamente disagevoli i civili; nel famoso campo di Arbe morirono circa un quinto dei 10.000 deportati[137][138].

Terza offensiva dell'Asse[modifica | modifica wikitesto]

Nella primavera del 1942, mentre il nucleo principale di Tito subiva le offensive tedesche, i partigiani jugoslavi dei Krajiski odred avevano ottenuto notevoli successi nella Bosnia occidentale, liberando in particolare Prijedor e Ljubija; il comando tedesco, temendo minacce nemiche contro la città di Banja Luka e preoccupato dalla perdita delle miniere di ferro di Ljubija, decise di prendere l'iniziativa e organizzò una nuova operazione contro il concentramento partigiano individuato sul monte Kozara[139]. I tedeschi concentrarono oltre 40.000 soldati, compresi contingenti domobranci e ustascia, che circondarono l'area prima di sferrare l'attacco che ebbe inizio il 10 giugno 1942[139].

Truppe tedesche impegnate in rastrellamenti e distruzioni in Bosnia nel 1942.

Le disposizioni operative delle truppe tedesche prevedevano misure brutali durante i rastrellamenti: i prigionieri in armi sarebbero stati fucilati, mentre gli arresi spontaneamente sarebbero stati imprigionati; le notizie dell'imminente attacco tedesco provocò il panico tra la popolazione che abbandonò i villaggi e cercò rifugio sul monte Kozara, dove i partigiani dovettero organizzare l'afflusso di circa 80.000 civili; venne deciso di difendere ad oltranza le posizioni[140]. L'offensiva tedesca sul Kozara raggiunse inizialmente alcuni successi ed entro il 12 giugno vennero occupate Prijedor e Ljubija, ma nei giorni seguenti le formazioni croate subirono ripetuti scacchi e i partigiani sferrarono una serie di contrattacchi efficaci[141]. Il comando tedesco fu costretto a far intervenire due kampfgruppen, che il 28 giugno iniziarono un nuovo attacco da due direzioni con il supporto di truppe da montagna croate[142]. I distaccamenti partigiani si trovarono in situazione critica e cercarono nella notte del 3-4 luglio di sfondare le linee dell'accerchiamento; l'assalto ebbe parziale successo e una parte delle truppe e circa 10.000 civili riuscirono a fuggire, ma i tedeschi richiusero subito il varco e gli altri gruppi e la maggior parte della popolazione rimasero bloccati sulle pendici boscose del Kozara[143]. Nel corso della battaglia i tedeschi ebbero 54 morti e 95 feriti, i croati persero circa 1.500 soldati, mentre, secondo i dati del comando tedesco, i partigiani avrebbero avuto 1.823 morti e 330 catturati[144].

Altri distaccamenti partigiani della Bosanska Krajina peraltro effettuarono azioni di sostegno nelle valli dei fiumi Una e Sana causando notevoli problemi ai tedeschi che il 14 luglio dovettero dare inizio ad un nuovo ciclo di operazioni per rastrellare sistematicamente il territorio tra i due corsi d'acqua. Le truppe tedesche condussero con grande brutalità queste azioni di rastrellamento, eliminando i feriti e imprigionando i civili, circa 68.000, che vennero deportati in massa in vari campi, tra cui il campo di concentramento di Jasenovac[145]. Le operazioni tedesche nell'area terminarono solo il 15 agosto 1942.

La collaborazione tra italiani e cetnici[modifica | modifica wikitesto]

La "lunga marcia" dei partigiani e la "repubblica di Bihać"[modifica | modifica wikitesto]

Il 19 giugno 1942, nel corso di una riunione del comando supremo partigiano, Tito e i suoi luogotenenti presero la decisione di abbandonare il territorio dell'Erzegovina, devastato dalla guerra e privo di risorse economiche, e di trasferire quattro brigate con il quartier generale in Bosnia occidentale dove si sarebbe cercato di costituire una nuova base di operazioni; in un primo tempo Sava Kovačević sarebbe rimasto in Montenegro con la sua brigata[146]. Le quattro brigate furono concentrate nella valle della Sutjeska a Zelen Gora e, insieme ai profughi e ai feriti, iniziarono la cosiddetta "lunga marcia" il 23 giugno 1942. Le forze partigiane erano divise in due gruppi: quello settentrionale con due brigate sotto il comando di Gilas e Arso Jovanović, e quello meridionale con le altre due brigate sotto il controllo diretto di Tito[147].

Partigiani jugoslavi a Bihać nel 1942.

I partigiani jugoslavi sorpresero le forze dell'Asse e ottennero subito alcuni successi: il 28 giugno raggiunsero il monte Tresvarica, dopo aver sconfitto i cetnici a Jelasca, vicino Kalinovik, e nei giorni seguenti proseguirono con rapide marce verso Trnovo dove il comando tedesco di Sarajevo aveva concentrato un kampfgruppe. Le forze partigiane, divise sempre in due gruppi, all'inizio di luglio attaccarono in numerosi tratti la ferrovia strategica Sarajevo-Mostar e isolarono l'importante centro di Konjic, difeso da truppe croate, che venne attaccato e conquistato dai partigiani della Prima brigata proletaria nella notte del 7-8 luglio 1942[148].

Nei giorni seguenti, mentre il comando tedesco concentrava elementi di una divisione tedesca e reparti domobrani e ustaša per contrattaccare, i partigiani ripresero la marcia sempre divisi in due gruppi; una brigata partigiana riuscì l'11 luglio a conquistare Gornij Vakuf, mentre il gruppo di brigate meridionale il 13 luglio entrò a Prozor che era stata abbandonata dalle truppe croate[149]. Non ebbe successo invece l'attacco a Bugojno; gli assalti del 17 e 20 luglio vennero respinti dalla guarnigione ustaša; in questa fase la cosiddetta "legione nera" (Crna Legija) di Jure Francetić, un fanatico reparto ustaša, massacrò brutalmente tutta la popolazione civile del villaggio di Hurije[150].

Nonostante l'insuccesso di Bugojno, la marcia delle forze partigiane continuò; la 2ª brigata proletaria avanzò il 31 luglio verso Kupres, mentre altre due brigate, la 1ª e la 3ª, marciarono su Livno che venne raggiunta e attaccata la notte del 4-5 agosto 1942[151]. L'assalto dei partigiani ebbe successo; i reparti croati vennero sopraffatti e gli ultimi nuclei di resistenza a Livno si arresero il 7 agosto; tutti gli ustasa catturati vennero fucilati[152]. Le forze partigiane si rinforzavano con l'arrivo dal Montenegro anche della brigata di Sava Kovacevic che, sottoposta ad una dura pressione, aveva deciso di seguire il nucleo principale, ma terminarono con un fallimento i ripetuti attacchi contro Kupres del 11 e 13 agosto aspramente difesa dagli ustasa di Francetić[153].

Tito e Mosa Pijade nel 1942.

Nonostante l'insuccesso, Tito e il comando supremo decisero di continuare l'offensiva e organizzarono un attacco combinato con tre brigate verso Mrkonjić-Grad, Bosansko Grahovo e soprattutto Jajce. Il 23 agosto con un attacco di sorpresa della 2ª brigata proletaria e della 1ª brigata della Krajiska venne conquistata Mrkonjic-Grad difesa da deboli forze croate, quindi i partigiani marciarono su Jajce[154]. Un contrattacco tedesco con due kampfgruppe provenienti da Banja Luka venne respinto dalle brigate partigiane tra l'11 e 19 settembre e Tito poté attaccare Jajce in forze e conquistarla dopo i combattimenti del 24 e 25 settembre 1942[155].

Gli alti comandi dell'Asse, preoccupati per i successi partigiani, organizzarono una serie di operazioni per riguadagnare le posizioni perdute e distruggere le forze nemiche; i tedeschi il 28 settembre iniziarono l'operazione Jajce in direzione di Ključ e Jajce, mentre gli italiani della divisione "Messina", insieme a formazioni cetniche, il 5 ottobre diedero inizio all'operazione Alfa a protezione di Mostar[156]. Le truppe dell'Asse ottennero qualche successo e Jajce e Prozor vennero riconquistate, ma i partigiani contrattaccarono localmente con successo. Il 21 ottobre i tedeschi iniziarono un nuvo ciclo di operazioni mentre gli italiani con l'operazione Beta rientrarono a Livno il 24 ottobre, ma nel complesso le offensive dell'Asse si conclusero con risultati deludenti e i partigiani mantennero le loro forze e poterono riprendere la marcia in Bosnia occidentale[156].

Tito e il comando supremo intendevano attaccare e liberare l'importante città di Bihać che poteva diventare un centro di aggregazione per un ampio territorio "libero"; i piani partigiani prevedevano attacchi diversivi da parte di due brigate in Croazia contro Sisak e Bosansko Grahovo e un attacco principale con otto brigate e circa 9.000 partigiani verso Bihać[157]. La città era difesa da una numerosa guarnigione di domobranci e ustaša mentre parte di una divisione tedesca era schierata nel territorio vicino. L'attacco partigiano ebbe inizio il 2 novembre 1942 e si sviluppò con successo nonostante l'aspra resistenza, i croati vennero sconfitti e anche i tedeschi dovettero ripiegare[156]. La città cadde il 4 novembre 1942 per merito principale della brigata Krajiska; i partigiani entro la metà del mese di novembre catturarono molte armi e materiali e poterono liberare un vasto territorio dove costituirono la "repubblica di Bihać" che in dicembre ospitò il primo congresso dell'AVNOJ[158].

L'operazione Weiss e la battaglia della Neretva[modifica | modifica wikitesto]

La 4ª Brigata proletaria in marcia durante la battaglia della Neretva.

L'evoluzione sfavorevole della guerra nel teatro africano e la crescente potenza alleata nel Mediterraneo dopo l'operazione Torch nel novembre 1942 costrinsero Mussolini e l'alto comando italiano a rivedere i loro piani e riorganizzare la dislocazione delle loro forze per poter fronteggiare eventuali minacce nemiche direttamente contro la penisola[159]. Il 19 novembre 1942 quindi il generale Roatta, il maresciallo Ugo Cavallero e Mussolini concordarono il trasferimento in Italia di due divisioni della 2ª Armata e il ritiro entro il 15 gennaio 1943 dell'esercito italiano dalla II zona nello stato croato; la Kninska Krajina sarebbe stata evacuata[159]. Queste decisioni italiane tuttavia erano in completo contrasto con i nuovi piani di Hitler e dell'alto comando tedesco che al contrario, temendo uno sbarco alleato nei Balcani nella primavera, avevano deciso di potenziare le loro forze nel teatro per reprimere ogni movimento di resistenza[160].

Nel mese di novembre 1942 Hitler espresse per la prima volta, durante un incontro nel suo quartier generale ucraino a Vinnica con Ante Pavelić, la ferma determinazione di sferrare durante l'inverno una grande offensiva decisiva in Jugoslavia per distruggere le forze partigiane e pacificare l'area in previsione di un possibile sbarco alleato[161]. Fu tuttavia durante la riunione in Prussia orientale del 18-20 dicembre 1942, nel pieno della crisi a Stalingrado, che Hitler manifestò le sue decisione definitiva e ottenne il consenso e la collaborazione di Galeazzo Ciano e del maresciallo Cavallero, ai suoi piani offensivi contro la resistenza[161]. Gia in precedenza, il 1 dicembre 1942, era stato organizzato un comando tedesco in Croazia affidato al generale Rudolf Lüters, mentre il 1 gennaio 1943 venne costituto un Comando superiore tedesco del Sud-Est con sede a Salonicco e affidato al generale Alexander Löhr, responsabile dell'intero teatro operativo balcanico[162].

L'alto comando tedesco del teatro Sud-Est quindi progettò un vasto piano offensivo, nome in codice "operazione Weiss" per accerchiare e distruggere la massa delle forze partigiane raggruppate nella cosiddetta "repubblica di Bihac"; il piano prevedeva tre fasi successive con l'impiego di quattro divisioni tedesche, di tre divisioni italiane e di contingenti di forze collaborazioniste croate e cetniche; sarebbero stati impegnati in totale circa 90.000 uomini con il sostegno di armi pesanti e circa 130 aerei[163]. Secondo i piani dell'operazione Weiss, le divisioni tedesche avrebbero attaccato da nord sulla direttrice Karlovac-Bihac-Bosanski Petrovac, mentre le divisioni italiane con il supporto dei cetnici del MVAC sarebbero avanzati da ovest verso Sanski Most-Ključ-Bosanski Petrovac[164]. Le successive fasi Weiss II e Weiss III prevedevano il progressivo annientamento delle forze nemiche accerchiate e il rastrellamento del territorio[165].

Il 15 febbraio 1943 le formazioni partigiane iniziarono i loro attacchi contro i presidi italiani della divisione "Murge", schierati a protezione della linea della Neretva, che vennero sorpresi e in gran parte sbaragliati. Il 17 febbraio i partigiani della 5ª brigata montenegrina di Sava Kovačević sfondarono le difese di Prozor; il battaglione italiano che tentava di ripiegare, venne distrutto e molti prigionieri vennero fucilati sommariamente e i cadaveri gettati nel fiume Rama[166]. I partigiani catturarono armi pesanti ed equipaggiamenti preziosi. Il giorno precedente erano già arrivati sulla Neretva i reparti della 2ª Divisione proletaria di Peko Dapčević che avevano occupato Drežnica dopo aver distrutto un altro reparto della "Murge"[167]. Il 22 febbraio 1943 i partigiani ottennero un nuovo successo conquistando con la 4ª Brigata anche l'importante centro di Jablanica dove sorgeva un ponte strategico sulla Neretva; un reparto italiano venne catturato; gli ufficiali furono fucilati e sembra che i partigiani eliminarono anche i feriti nemici[168].

I partigiani jugoslavi attraversano la Neretva sui resti del ponte demolito a Jablanica.

Dopo le ripetute vittorie contro gli italiani della divisione "Murge" lungo il corso della Neretva la situazione tattica sembrava favorevole ai partigiani ma in realtà la posizione delle forze di Tito era ancora critica; l'attacco precipitoso della 1ª Brigata proletaria di Danilo Lekić contro l'importante centro di Konjic, sferrato il 19 febbraio 1943, era stato inaspettatamente respinto dalla guarnigione italiana e inoltre l'alto comando tedesco aveva deciso di iniziare quello stesso giorno la seconda fase dell'operazione Weiss muovendo una divisione e un kampfgruppe verso Prozor e Jablanica, mentre un altro kampfgruppe sarebbe avanzato da Sarajevo verso Ivan Sedlo e Konjic[169][170]. La situazione dei partigiani divenne difficile: il secondo attacco a Konjic non ebbe successo nonostante l'intervento della 5ª brigata montenegrina; inoltre Tito prese la decisione rischiosa di far saltare il ponte di Jablanica e concentrare sulla riva occidentale tutta la 2ª Divisione proletaria[171]. L'avanzata tedesca si sviluppò con successo; a sud-ovest i tedeschi raggiunsero Gornji Vakuf e minacciarono di raggiungere l'ospedale centrale partigiano, mentre a nord il secondo kampfgruppe occupò Ivan Sedlo e si avvicinò a Konjic mettendo in pericolo le retrovie del nemico[172]. In questa fase il comando dell'Asse contava anche sul contributo delle formazioni cetniche di Jevdjevic e Zacharjie Ostojic che avrebbero dovuto attaccare da sud lungo la Neretva, mentre gli italiani e i cetnici del MVAC sarebbero avanzati verso nord da Mostar[173].

Tito prese nuove decisioni per salvare le sue forze: le due divisioni proletarie di Popović e Dapcević contrattaccarono i tedeschi dal 2 marzo e li respinsero da Gornji Vakuf mettendo in salvo i feriti; il 6 marzo venne sferrato l'attacco attraverso la Neretva che venne superata sui resti del ponte distrutto di Jablanica; i partigiani respinsero i cetnici e, dopo aver superato il fiume, costruirono precarie passerelle su cui dal 9 marzo furono fatti passare i feriti[174]. I tentativi delle forze dell'Asse di bloccare l'avanzata dei partigiani terminarono con una sconfitta; gli italiani e i cetnici del MVAC furono bloccati nel settore di Mostar mentre anche i tedeschi avanzarono lentamente e raggiunsero la Neretva solo il 17 marzo quando ormai le divisioni partigiane di Popović, Dapcević e Pero Ćetković erano già a est del fiume e avanzavano con successo in Erzegovina[175]. I cetnici e i resti della divisione "Murge" furono sconfitti e dovettero cedere temporaneamente Nevesinje e Kalinovik; lo stesso Mihajlovic fu costretto da evacuare il suo quartier generale e ripiegare su Foča; dopo duri scontri e nonostante pesanti perdite, i partigiani riuscirono quindi alla fine di marzo a raggiungere l'Erzegovina orientale e il Montenegro dove costituirono un nuovo territorio libero[176].

L'operazione Schwarz e la battaglia della Sutjeska[modifica | modifica wikitesto]

Truppe tedesche durante un'operazione di rastrellamento.

Nel mese di aprile 1943 i partigiani di Tito dopo la riuscita ritirata attraverso la Neretva, avevano ampliato ancora il territorio sotto il loro controllo avanzando nel Sangiaccato e in Montenegro; il gruppo operativo principale, costituito dalle due divisioni proletarie dalla 3ª Divisione d'assalto e dalla 7ª Divisione della Banija, aveva raggiunto la Lim e la Drina e aveva pesantemente sconfitto i cetnici di Pavle Djurišić[177][178]. Il comando supremo partigiano, che era dislocato nell'area dell'impervio Monte Durmitor, aveva preparato piani per estendere ulteriormente le operazioni e raggiungere il Kossovo, dove si sarebbe potuto entrare in contatto con i partigiani albanesi, e la Serbia meridionale[179].

Questi piani erano troppo ottimistici; in realtà il comando tedesco aveva deciso di sferrare una nuova grande offensiva per raggiungere i risultati definitivi che non erano stati ottenuti durante l'operazione Weiss; i tedeschi intendevano proteggere la regione mineraria di Mostar e della Serbia sud-occidentale per ragioni di economia bellica, ma erano decisi soprattutto ad accerchiare e distruggere le forze partigiane comuniste; inoltre i piani prevedevano anche di disarmare e sciogliere le formazioni cetniche ritenute infide e pronte a sostenere un eventuale sbarco britannico nei Balcani[180]. I capi partigiani, in parte ingannati dalle trattative di marzo con il nemico, furono sorpresi dall'inizio della nuova offensiva tedesca; fu Arso Jovanović che, di ritorno dalla Slovenia con notizie precise, mise in allarme il comando supremo di Tito[181].

Danilo Lekić insieme ai partigiani della Prima brigata proletaria durante la battaglia della Sutjeska.

I piani tedeschi per la cosiddetta operazione Schwarz prevedevano di impiegare circa venti giorni per chiudere in un accerchiamento sempre più serrato le forze partigiane che sarebbero state quindi annientate durante le successive operazioni di rastrellamento[182]. Il generale Lüters, comandante superiore tedesco, disponeva di circa 127.000 soldati: la 7ª Divisione SS Prinz Eugen sarebbe avanzata da nord verso sud-est in direzione della Piva, supportata dalla 118ª Divisione di cacciatori e da unità domobrane croate; da est avrebbe attaccato verso Pljevlja la 369ª Divisione reclutata tra volontari croati; da sud avrebbe chiuso l'accerchiamento la 1ª Divisione da montagna; era prevista la collaborazione di alcune formazione italiane nei settori sud e est[183]. Le direttive operative tedesche stabilivano di agire con grande brutalità anche nei confronti della popolazione, distruggendo sistematicamente i villaggi e le scorte di viveri[184][185]. I comandanti superiori italiani, tra cui il generale Pirzio Biroli, condividevano solo i parte i progetti tedeschi; in particolare sorsero contrasti sul programma di disarmo e internamento di tutte le formazioni cetniche; gli italiani avrebbero preferito salvaguardare i buoni rapporti con alcuni capi collaborazionisti[186].

L'operazione Schwarz ebbe inizio il 15 maggio 1943; nei primi giorni le divisioni tedesche avanzarono da nord e da est verso Nikšić e Foča e minacciarono di raggiungere l'ospedale centrale delle forze partigiane che dovette essere trasferito nella valle della Piva; i partigiani inizialmente contrattaccarono a sud e due brigate montenegrine sconfissero nel settore di Podgorica reparti della divisione "Venezia"[187].

Il gruppo principale delle forze partigiane con il Comando supremo di Tito si concentrò dopo una estenuante marcia nell'impervio territorio boscoso sul monte Durmitor dove il 28 maggio 1943 furono sorprendentemente paracadutati i componenti della missione britannica di collegamento guidata dai capitani Frederick William Deakin e F. W. Stuart[188]. I militari inglesi si aggregarono al comando supremo che riprese la marcia per sfuggire all'accerchiamento; i movimenti erano estremamente disagevoli per le difficoltà del terreno e per i continui attacchi aerei tedeschi; il capitano Stuart rimase ucciso e lo stesso Tito venne ferito ad una spalla[189]. Nel frattempo l'avanguardia partigiana era riuscita a sbucare dalla valle della Piva e a conquistare una testa di ponte sulla Sutjeska; Tito decise di dividere le forze in due gruppi; le divisioni proletarie con il comando supremo avrebbero sfondato attraverso le posizioni raggiunte sulla Sutjeska, mentre il secondo gruppo con la 7ª Divisione della Banija, decimata dall'epidemia di tifo, e la 3ª Divisione di Sava Kovačević sarebbero rimaste indietro a protezione dei feriti; Milovan Gilas e Ivan Milutinović rimasero con il secondo gruppo[190]. I tedeschi speravano di aver finalmente accerchiato in modo decisivo il nucleo delle forze partigiane, compresi Tito e il comando nemico; il 10 giugno l'alto comando tedesco comunicò ai reparti combattenti che "ingenti forze nemiche" erano accerchiate, che era "giunta l'ora della completa distruzione dell'esercito partigiano"[191].

Partigiani in ritirata durante la battaglia della Sutjeska.
Il comandante partigiano Sava Kovačević venne ucciso durante la battaglia della Sutjeska.

L'11 e il 12 giugno 1943 invece il primo gruppo partigiano con Tito, la missione britannica e il comando supremo, riuscì a rompere l'ultima linea d'accerchiamento tedesco sulla Sutjeska; Koča Popović individuò il punto debole dell'anello nemico a Balinovac e sferrò l'attacco decisivo con la 1ª Divisione proletaria riuscendo a liberare la strada per Foča e Miljevina[192]; i contrattacchi tedeschi furono respinti[193]. Nei giorni seguenti quindi le due divisioni proletarie di Popović e Dapcević e la esausta 7ª Divisione riuscirono, dopo aspri combattimenti, a passare per il varco e raggiungere l'area dei monti Romanija dove tra il 15 e il 20 giugno le forze partigiane consolidarono le loro posizioni e ampliarono il territorio occupando i centri di Vareš e Tuzla[193].

Nel frattempo si era concluso il drammatico accerchiamento della 3ª Divisione che era rimasta bloccata tra la Piva e la Sutjeska; il 4 e 5 giugno i comandanti delle truppe accerchiate, Kovačević, Gilas e Milutinović, presero la tragica decisione di abbandonare i feriti più gravi che furono nascosti negli impervi valloni dei fiumi, mentre le truppe combattenti, insieme ai feriti leggeri, cercarono invece di aprirsi un varco[194]. Essendo impossibile sfuggire attraverso il fiume Tara, solidamente presidiato dai tedeschi, i partigiani si diressero a nord-ovest per attraversare la Sutjeska e raggiungere Vučevo[195].

Sava Kovačević organizzò il 13 giugno 1943 un disperato tentativo di sortita attraverso la Sutjeska per raggiungere il Zelengora che terminò con un sanguinoso fallimento; la maggior parte dei guerriglieri vennero uccisi o feriti; lo stesso famoso comandante partigiano cadde sul campo mentre guidava dalla prima linea l'attacco[196]. Nei giorni seguenti i tedeschi, reparti SS e soprattutto truppe da montagna, rastrellarono la sacca ed eliminarono spietatamente i feriti; vennero inoltre brutalmente eliminati, nel corso di micidiali rastrellamenti, anche civili e presunti sostenitori della resistenza; il territorio della Sutjeska venne devastato[197]. Gilas e Milutinović con i pochi superstiti riuscirono a sfuggire in piccoli gruppi; questi nuclei dispersi dopo molte difficoltà in parte si ricongiunsero al gruppo principale partigiano.

Il crollo dell'Italia[modifica | modifica wikitesto]

Il comandante partigiano Peko Dapcević parla ad un reparto di truppe alpine italiane dopo la resa dell'8 settembre 1943.

L'armistizio di Cassibile dell'8 settembre 1943, ebbe conseguenze decisive per l'andamento della guerra in Jugoslavia; alla vigilia dell'uscita dal conflitto, l'esercito italiano schierava ancora 138.000 soldati in Slovenia, Croazia e Dalmazia e 42.000 nel Montenegro; nella penisola balcanica erano presenti inoltre anche 130.000 soldati in Albania, 185.000 in Grecia e 58.000 nelle isole dell'Egeo[198]. In Slovenia, Croazia e Dalmazia, il comando della 2ª Armata del generale Robotti, disponeva di nove divisioni, mentre il generale Ercole Roncaglia, comandante del XVI corpo d'armata, schierava quattro divisioni in Montenegro e il generale Dalmazzo aveva tre divisioni in Albania[199][200]. L'alto comando della Wehrmacht fin dal mese di maggio 1943 aveva preso le prime misure per rafforzare il suo schieramento nei Balcani per potenziare la lotta anti-partigiana e aver forze pronte a controbattere un eventuale sbarco degli Alleati ma anche per rispondere efficacemente ad eventuali defezioni dell'alleato. La Wehrmacht trasferì quattro divisioni, tra cui una Panzer-Division, in Grecia che sembrava maggiormente minacciata dal nemico, ma spostò anche in Jugoslavia altre otto divisioni[201].

I soldati italiani erano estenuati dalla durezza della lotta antipartigiana, caratterizzata da violenze, rappresaglie e repressioni[202], e si trovavano dispersi in un territorio ostile frammischiate alle divisioni tedesche ed ai reparti collaborazionisti cetnici e croati che il 9 settembre, ruppero subito i legami con l'Italia e si affiancarono alla Germania nella lotta contro l'ex-alleato[203]. Privi di comunicazioni terrestri con la madrepatria, con ordini confusi o reticenti, i comandanti non mostrarono la necessaria determinazione e i reparti italiani in gran parte si disgregarono rapidamente.

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Il feldmaresciallo Maximilian von Weichs, comandante del Gruppo d'armate F Il generale Lothar Rendulic, comandante della 2ª Armata corazzata

L'improvvisa l'uscita dell'Italia dalla guerra in realtà colse inizialmente di sorpresa non solo i tedeschi ma anche i cetnici e i partigiani di Tito; entro pochi giorni tuttavia le formazioni della Wehrmacht entrarono in azione con grande efficenza e brutalità per neutralizzare le divisioni italiane, catturare il maggior numero possibili di soldati dell'ex-alleato e impadronirsi delle loro armi. Furono tuttavia i partigiani jugoslavi che riuscirono a raccogliere buona parte degli armamenti abbandonati dalle truppe italiane in disfacimento; inoltre le formazioni partigiane agirono con rapidità per estendere le aree sotto il loro controllo e in un primo momento ottennero notevoli successi[204]. Con i materiali e le armi prese agli italiani Tito poté equipaggiare nuove formazioni e potenziare le sue forze. I partigiani jugoslavi riuscirono ad occupare gran parte della Dalmazia comprese quasi tutte le isole[205]; inoltre la divisione proletaria di Koča Popović raggiunse per prima Spalato, dopo una marcia forzata a cui partecipò anche il capitano britannico Deakin, ed entrò in trattative per la resa con i capi della divisione italiana "Bergamo"[206]. In Slovenia i partigiani avanzarono rapidamente e minacciarono di occupare Lubiana e la ferrovia per Trieste[207].

Ben presto tuttavia le forze tedesche, meno numerose delle truppe italiane ma più mobili, determinate e ben comandate, con la totale superiorità aerea, presero rapidamente l'iniziativa e riuscirono in pochi giorni a neutralizzare le conseguenze potenzialmente catastrofiche dell'improvvisa defezione italiana[208]. Fin dal mese di agosto Adolf Hitler aveva costituito un nuovo Gruppo d'armate F, affidato all'esperto feldmaresciallo Maximilian von Weichs per coordinare tutte le formazioni tedesche in Jugoslavia; le unità operative vennero assegnate al comando della 2. Panzerarmee che, trasferito dal fronte orientale e posto al comando del generale Lothar Rendulic, diresse le operazioni per disarmare le divisioni italiane e respingere l'avanzata partigiana. Entro pochi giorni i tedeschi, agendo con brutalità e violenza, catturarono 393.000 soldati italiani che furono deportati; circa 29.000 italiani decisero di tornare a combattere a fianco del Terzo Reich, 20.000 entrarono nelle formazioni partigiane jugoslave[209].

Sostegno degli Alleati ai partigiani[modifica | modifica wikitesto]

Quando, alla fine del 1943, il Consiglio dell'AVNOJ venne riconosciuto dagli Alleati, essendosi questo appena proclamato come "autorità esecutiva superiore", venne aperta la porta al riconoscimento della Jugoslavia dei partigiani socialisti, mentre fino a quel momento gli Alleati avevano garantito il riconoscimento al governo in esilio di Pietro II di Jugoslavia. l'Esercito popolare di liberazione fu riconosciuto dai partecipanti alla conferenza di Teheran, quando gli Stati Uniti si allinearono alle posizioni degli altri Alleati[210]. Il governo jugoslavo appena riconosciuto, di cui fu Primo Ministro Josip Broz Tito venne formato tanto da membri dell'AVNOJ quanto da elementi del governo in esilio a Londra. La questione sulla forma monarchica o repubblicana del nuovo stato venne rimandata alla fine della guerra.

In merito al mancato sostegno degli Alleati alle truppe di Draža Mihajlovic, Tito, anche al fine di ottenere aiuti consistenti, sostenne con Churchill che Draža Mihajlovic faceva il doppio gioco e collaborava coi tedeschi. Winston Churchill mandò segretamente suo figlio Randolph per accertare la verità. Tito riuscì a dimostrare che Draža Mihajlovic era collaborazionista. Randolph Churchill, tornato in Gran Bretagna riferì tutto a suo padre, il quale a sua volta informò il re Pietro II. Draža Mihajlovic fu destituito e il re nominò Tito capo del governo, purché accettasse due ministri monarchici.

Si arrivò così all'accordo Tito-Šubašić del giugno 1944. È bene ricordare che al re, in cambio dell'alleanza con gli Alleati fu promesso il territorio italiano fino a Cervignano, con gli stessi confini dell'ex-Impero austro-ungarico. Tali accordi però divennero inutili in quanto Tito, ormai visto come un eroe nazionale dalla popolazione, assunse il potere e la carica di primo ministro nel nuovo stato comunista del dopoguerra. Tuttavia Tito, in conformità agli accordi già presi da Churchill con il re, si ritenne legittimato ad occupare le zone assegnate, ossia l'Istria, il Carso, Fiume, Trieste, Gorizia e Zara.

La resistenza partigiana in Slovenia, Croazia e Slavonia[modifica | modifica wikitesto]

Franc Leskošek, uno dei capi della resistenza slovena.

In Slovenia la resistenza si era fin dall'inizio sviluppata con carattestiche originali; lo Osvobodilna fronta, formata dalla collaborazione di diciotto gruppi diversi di opposizione al nazi-fascismo tra cui i comunisti avevano un'importanza primaria, aveva costantemente accresciuto la sua attività, mettendo in grande difficoltà gli occupanti italiani, tedeschi e ungheresi. All'interno dello Osvobodilna fronta non mancavano contrasti tra le personalità non comuniste più importanti, Vidmar, Rus e Kocbek, e i dirigenti del partito comunista sloveno, Kidrič "Peter" e soprattutto Edvard Kardelj "Sperans" o "Krištof", che era il principale luogotenente di Tito; dopo lunghe discussioni era stato concluso nella primavera 1943 il cosiddetto "accordo dolomitico" che riconosceva un ruolo dominante ai comunisti all'interno del fronte[211].

Tre partigiani sloveni armati di fucili mitragliatori MP40 catturati ai tedeschi.

Anche in Slovenia accanto alla guerra di resistenza contro l'occupante si era sviluppato un conflitto civile tra i partigiani e la cosiddetta "guardia bianca", i belogardisti, le milizie collaborazioniste reclutate dagli italiani che partecipavano attivamente alla repressione. Nella prima metà del 1943 la situazione militare sembrava volgere a favore dei partigiani sloveni; la maggior parte della Slovenia era stata liberata, molti castelli, impiegati da italiani e "guardie bianche" come roccaforti, erano stati conquistati e incendiati; nel castello di Turjak i partigiani avevano catturato e fucilato sommariamente alcune centinaia di "belogardisti"[212].

L'8 settembre e il crollo dell'Italia ebbero importanti conseguenze anche nei territori del confine orientale; i partigiani sloveni erano già attivi dal 1942 oltre il confine prebellico e avanzavano rivendicazioni irredentistiche anti-italiane verso Trieste, Gorizia, Fiume; la dissoluzione dell'autorità italiana permise alle formazioni partigiane di irrompere nei territori contesi: nei primi giorni dopo l'armistizio furono raggiunti i sobborghi di Gorizia, occupata Caporetto e decine di villaggi tra Gorizia e Fiume[213]. I partigiani sloveni proclamarono l'annessione immediata del "litorale sloveno e croato" (province di Trieste, Gorizia, Pola e Fiume) e misero in atto le prime azioni violente di vendetta e repressione[214]; alcune centinaia di italiani, principalmente fascisti e nazionalisti, vennero arrestati, fucilati e gettati nelle foibe, le caverne carsiche; la collaborazione tra le formazioni partigiane slovene e i primi gruppi di resistenza italiani fu subito difficile[215].

I successi dei partigiani sloveni furono solo temporanei; la Wehrmacht tedesca era intenzionata a salvaguardare a tutti i costi le comunicazioni delle sue forze schierate in Italia e risolvere la situazione militare nella cosiddetta Operationszone Adriatisches Küstenland (OZAK), la nuova struttura amministrativa costituita da Hitler il 1 ottobre 1943 per controllare direttamente senza interferenze della RSI, la vecchia provincia di Lubiana, l'Istria e la Venezia Giulia[214]. L'azione delle truppe tedesche, una divisione di fanteria e reparti di Waffen-SS e polizia, fu particolarmente brutale e continuò con grande violenza per tre settimane; le brigate partigiane slovene subirono forti perdite e in parte si disgregarono; furono anche disperse le prime formazioni partigiane italiane[214]. I tedeschi, dopo aver riassunto il controllo del territorio, proseguirono la loro offensiva in Istria e nella zona di Fiume contro brigate di partigiani croate, slovene e alcune formazioni italiane; la resistenza venne fortemente indebolita con l'impiego anche dell'aviazione; la popolazioni subì brutali rappresaglie[214].

L'azione di repressione tedesca nella nuova zona di operazioni fu quindi fin dall'inizio estremamente violenta e la determinazione a distruggere le formazioni partigiane con tutti i mezzi venne affermata chiaramente dal comandante militare dell'OZAK, generale Ludwig Kübler, che in un proclama del febbraio 1944 minacciò rappresaglie contro i civili e i presunti sostenitori della resistenza, la distruzione dei villaggi, l'uccisione sommaria dei partigiani, in applicazione delle direttive di Hitler del novembre 1942 riguardo la "lotta contro le bande"[216].

La guerra nel 1944: le ultime offensive tedesche[modifica | modifica wikitesto]

Alla fine del mese di dicembre 1943 i partigiani tentarono un'offensiva da Jajce, sede del comando supremo di Tito, verso Banja Luka; il feldmaresciallo von Weichs aveva dovuto cedere sei divisioni ai fronti combattenti in Italia e all'est e non disponeva più delle forze necessarie per sferrare grandi offensive globali come negli anni precedenti[217][218]. I tedeschi erano però ancora in grado di affrontare con successo gli attacchi dei partigiani; l'avanzata su Banja Luka fu quindi bloccata e le forze tedesche della 2. Panzerarmee passarono alla controffensiva[218][219]. L'avanzata tedesca divenne pericolosa e mise in difficoltà i partigiani; Tito e il comando supremo decisero il 7 gennaio 1944 di evacuare Jajce e ripiegare prima a Bosanski Petrovac e poi, attraverso un difficile percorso boscoso e montuoso, verso Drvar[218]. Alla metà del mese di gennaio 1944 le forze principali partigiane completarono con successo la ritirata e il comando supremo si installò nell'area di Drvar, nella valle del fiume Una[220].

Partigiani jugoslavi a Drvar.

All'inizio di maggio 1944 il feldmaresciallo von Weichs, dopo aver respinto a marzo il tentativo di due divisione partigiane di penetrare in Serbia meridionale, decise di sferrare una nuova offensiva contro la regione Knin-Jajce-Bihac-Banja Luka[221]. L'alto comando tedesco richiese tuttavia che l'obiettivo principale dell'attacco fosse direttamente il quartier generale nemico che si presumeva di avere individuato a Drvar; a questo scopo sarebbe stato impegnato anche un battaglione scelto di paracadutisti delle SS al comando del capitano Kurt Rybka che avrebbe dovuto lanciarsi di sorpresa direttamente sopra il quartier generale partigiano[222]. Dopo l'attacco dei paracadutisti, sarebbe avanzate concentricamente verso Dvrar ingenti forze terrestri tedesche, provenienti da una divisione Waffen-SS, da una divisione da montagna, dalla divisione Brandenburg e da una divisione croata[223].

L'attacco, la cosiddetta operazione Rösselsprung, venne sferrato il 25 maggio 1944 e i paracadutisti tedeschi colsero completamente di sorpresa i partigiani jugoslavi; Tito si trovava all'interno di una caverna vicino a Drvar, difeso solo da deboli forze di protezione. La situazione dei capi partigiani sembrò disperata; i paracadutisti occuparono rapidamente il villaggio e, dopo aver superato le difese dei partigiani, si avvicinarono al rifugio di Tito che tuttavia riuscì a fuggire fortunosamente mentre le sue guardie del corpo opponevano una disperata resistenza[224]. Il rapido arrivo dei rinforzi della 6ª divisione partigiana e della 1ª divisione proletaria permise di guadagnare tempo e di bloccare i paracadutisti che subirono pesanti perdite; il successivo intervento delle forze terrestri tedesche costrinse alla ritirata da Drvar i partigiani ma nel frattempo Tito e i suoi luogotenenti poterono salvarsi e alla fine anche la cosiddetta "settima offensiva" tedesca terminò con un fallimento strategico complessivo[225].

Contemporaneamente alle operazioni contro il gruppo principale dell'esercito popolare partigiano, l'esercito tedesco in Jugoslavia continuò azioni offensive anche contro i nuclei partigiani in Slovenia dove l'attività della resistenza proseguiva con la massima determinazione contro occupanti e collaborazionisti. Nel territorio tra l'Isonzo e il vecchio confine italo-jugoslavo era stato costituito dal comando militare del Fronte di liberazione il IX Korpus che era formato da due divisioni e spingeva le sue azioni di guerriglia anche lungo la ferrovia Postumia-Lubiana e la valle della Sava[226]. Nella vecchia "provincia di Lubiana", ormai compresa nell'OZAK tedesco, era attivo anche il VII Korpus sloveno che sfruttava le aree montuose e boscose per sfuggire ai rastrellamenti nemici e ampliare le zone sotto il suo controllo; nel gennaio 1944 il VII Korpus effettuò anche una rischiosa incursione con una divisione in Bassa Stiria, la Stiria slovena annessa al Terzo Reich, ma l'offensiva terminò con una sconfitta e i partigiani sloveni ripiegarono con pesanti perdite[226]. Nonostante il fallimento, il VII Korpus continuò la sua azione, impegnato in una spietata e sanguinosa lotta contro i reparti tedeschi del generale Erwin Rösener e le formazioni collaborazioniste dei domobranci del generale Leo Rupnik, nominato dal capo dell'OZAK, Friedrich Rainer, presidente della "provincia di Lubiana"[226].

La liberazione di Belgrado e della Serbia[modifica | modifica wikitesto]

Partigiani jugoslavi in Serbia nel 1944.

L'obiettivo principale del nuovo ciclo di operazioni pianificato dal Comando supremo di Tito per la seconda metà del 1944 era finalmente la liberazione della Serbia che per tutta la guerra era stato il centro di principale potere dei cetnici e il nucleo più solido dell'occupazione tedesca sostenuta dai collaborazionisti di Nedic. La situazione dei partigiani in Serbia era ancora difficile; l'attacco delle divisioni di Milutin Morača nel marzo 1944 era stato respinto e in Serbia i partigiani in azione erano solo le piccole formazioni di Petar Stambolić, attive sul territorio ma non in grado di effettuare grandi azioni offensive[227]. Nella primavera del 1944 quindi Tito inviò ad assumere il comando in Serbia il famoso ed esperto Koča Popović che poté potenziare le sue forze grazie alla defezione dei cetnici di Radoslav Đurić e all'arrivo di cospicui rinforzi partigiani. In agosto, Popović disponeva di sette divisioni partigiane con cui estese gli attacchi e iniziò la liberazione del territorio nella Serbia meridionale e orientale; contemporaneamente Tito trasferì dalla Bosnia orientale e dal Montenegro altre nove divisioni che al comando di Peko Dapcević penetrarono in Serbia occidentale[228]. A settembre i partigiani raggiunsero successi decisivi contro i cetnici; la battaglia di Jelova Gora del 9 settembre 1944 terminò con un netto successo del 1º corpo proletario di Dapcević; le forze cetniche furono sbaragliate e lo stesso Mihajlovic rischiò di essere accerchiato e catturato l'11 settembre insieme a tutti membri del "Comitato Nazionale" e alla missione americana del colonnello McDowell. Mihajlovic e i cetnici superstiti, alcune centinaia di uomini, ripiegarono dopo la disfatta oltre la Drina, in Bosnia nord-occidentale[229]. Nel frattempo Koča Popović aveva liberato la maggior parte della Serbia meridionale e orientale, mentre le divisioni di Dapcević si avvicinavano, dopo essersi liberati dei cetnici, a Belgrado da occidente e erano schierate a circa trenta chilometri a sud della capitale da Obrenovac a Smederevska Palanka.

I partigiani entrano a Belgrado.

Nel frattempo l'Armata Rossa si stava avvicinando al teatro d'operazioni jugoslavo dopo aver sbaragliato le forze dell'Asse in Romania e Bulgaria; i piani dell'alto comando sovietico prevedevano l'intervento in Serbia del 3º Fronte ucraino del maresciallo Fëdor Tolbuchin che avrebbe attaccato direttamente verso Belgrado, con due armate e il 4º Corpo meccanizzato della Guardia che avrebbero attraversato la Morava, valicato le montagne fino a Petrovac e quindi marciato sulla capitale jugoslava[230]. Le armate del maresciallo Tolbuchin sarebbero state supportate da altre forze sovietiche che avrebbero attaccato verso Pancevo, a nord di Belgrado, mentre l'esercito bulgaro avrebbe attaccato con tre armate Niš e Leskovac[231].

Riunione di ufficiali superiori sovietici: a sinistra il maresciallo Vasilevskij, al centro il maresciallo Tolbuchin, protagonista dell'offensiva su Belgrado, a destra il capo di Stato maggiore del 3º Fronte ucraino, generale Birjuzov.

Alla vigilia dell'offensiva di Belgrado le forze tedesche del feldmaresciallo von Weichs si trovavano in grande difficoltà; il comandante tedesco aveva ricevuto l'ordine di difendere Belgrado e contemporaneamente di proteggere le comunicazioni del Gruppo d'armate E che, schierato in Grecia, rischiava di essere tagliato fuori. Il feldmaresciallo tedesco disponeva tuttavia di forze insufficenti per questi compiti; egli schierò le sue divisioni migliori per sbarrare la linea della Morava mentre raggruppò sotto il Armee-abteilung Serbian del generale Hans-Gustav Felber, due kampfgruppen improvvisati per difendere la capitale jugoslava[232][233].

Il 19 settembre Tito in persona volò a Mosca per concordare i piani dell'offensiva e poté finalmente incontrare Stalin, il prestigioso capo del comunismo mondiale Il primo incontro in realtà fu piuttosto freddo; Stalin cercò di intimidire il capo jugoslavo rivolgendosi a lui per tutto l'incontro chiamandolo "Walter" che era il vecchio nome di battaglia adottato da Tito durante la sua partecipazione come inviato del Comintern alla guerra di Spagna; i modi bruschi del dittatore sovietico irritarono il capo jugoslavo[234]. Nel colloquio al Cremlino la discussione vertè soprattutto sulla collaborazione militare; Tito richiese la fornitura di almeno 80-100 carri armati ma Stalin promise solo l'invio di un corpo meccanizzato dell'Armata Rossa per liberare Belgrado; alla fine venne concluso un soddisfacente accordo formale con cui Stalin si impegnava a equipaggiare 12 divisioni regolari jugoslave e due divisione aeree[235].

L'offensiva del 3ºFronte ucraino del maresciallo Tolbuchin ebbe inizio con molte difficoltà a causa dell'aspra resistenza tedesca e delle difficoltà del terreno montuoso delle regioni orientali della Serbia; l'8 ottobre finalmente i sovietici raggiunsero e superarono la Morava e nella testa di ponte poterono passare i mezzi corazzati pesanti del 4º Corpo meccanizzato della Guardia che il 9 ottobre iniziò a muovere attraverso i difficili sentieri montuosi per raggiungere Belgrado da sud-est[236]. La manovra delle colonne corazzate sovietiche ebbe successo e i carri armati del generale Vladimir Ždanov arrivarono il 10 ottobre nell'area di Petrovac, pronte ad attaccare verso Belgrado[236]. Nel frattempo pià a nord altre forze sovietiche avevano già liberato Pančevo ed erano penetrate in Voivodina e nel Banato[237].

1945: vittoria dell'Esercito popolare di liberazione[modifica | modifica wikitesto]

Nel maggio del 1945, l'Armata Popolare si incontrò con le forze alleate a Trieste mentre continuò ad avanzare nella parte delle province meridionali dell'Austria, la Carinzia e la Stiria in cui esisteva una minoranza slovena. Nel giugno del 1945, però, gli jugoslavi se ne dovettero andare da Trieste e da Gorizia (dai sobborghi di quest'ultima cittadina assegnati alla Jugoslavia integrati da nuove costruzioni nacque la cittadina di Nova Gorica), in quanto gli Stati Uniti non ne sapevano nulla di tali accordi e in ogni caso si opposero (seppur parzialmente) ad essi.

Bilancio e conclusione[modifica | modifica wikitesto]

Perdite jugoslave[modifica | modifica wikitesto]

Perdite tedesche[modifica | modifica wikitesto]

Secondo l’elenco delle vittime tedesche citato dal quotidiano britannico The Times il 30 luglio 1945, compilato sulla base di documenti trovati tra gli effetti personali del generale Hermann Reinecke, capo del Dipartimento delle Pubbliche Relazioni del Comando tedesco, le perdite totali dei tedeschi nei Balcani furono pari a 24.000 morti e 12.000 dispersi. Non vi sono dati riguardo al numero dei feriti. La maggior parte delle vittime sono decisamente riconducibili al teatro Jugoslavo[238].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ G. Rochat, Le guerre italiane 1935-1943, p. 364.
  2. ^ a b c d E. Gobetti, L'occupazione allegra, p. 149.
  3. ^ J. Marjanović, La guerra popolare di liberazione e la rivoluzione popolare in Jugoslavia : 1941-1945, p. 151.
  4. ^ D. Glantz-J. House, La Grande guerra patriottica dell'Armata Rossa 1941-1945, p. 437.
  5. ^ Barry M. Lituchy, Jasenovac and the Holocaust in Yugoslavia, ISBN 1-84065-092-3
  6. ^ John Cornwell, Hitler's Pope, Viking Penguin, New York, 1999, (pag. 250).
  7. ^ Ustaša: Croatian Separatism and European Politics 1929-1945, Lord Byron Foundation for Balkan Studies, London, 1998, (pp 144-145 etc).
  8. ^ Edmond Paris, Genocide in Satellite Croatia, American Institute for Balkan Affairs, Chicago, 1961.
  9. ^ a b G. Bambara, La guerra di liberazione nazionale della Jugoslavia, p. 24.
  10. ^ G. Bambara, La guerra di liberazione nazionale della Jugoslavia, pp. 20-22.
  11. ^ Salmaggi, Pallavisini 1989, p. 104.
  12. ^ Il colpo di Stato fu idealmente organizzato dal Regno Unito ma realizzato materialmente con la collaborazione di elementi sovietici. Vedi AA.VV. 2004, p. 653.
  13. ^ Hitler dichiarò ai suoi più stretti collaboratori che "la Jugoslavia doveva essere cancellata per sempre". Vedi AA.VV. 1993 (La conquista dei Balcani), p. 32
  14. ^ Walter E. Roberts, Tito, Mihailovic and the Allies, Duke University Press, 1987, p. 26, ISBN 0-8223-0773-1.
  15. ^ L. Shaw, Trial by Slander: A background to the Independent State of Croatia, Canberra, Harp Books, 1973, p. 92, ISBN 0-909432-00-7.
  16. ^ E. Gobetti, L'occupazione allegra, pp. 41-42.
  17. ^ D. Greentree, Caccia a Tito, p. 15.
  18. ^ D. Greentree, Caccia a Tito, pp. 15-16.
  19. ^ G, Bambara, La guerra di liberazione nazionale in Jugoslavia, p. 60.
  20. ^ E. Gobetti, L'occupazione allegra, pp. 46-49.
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  23. ^ a b c E. Gobetti, L'occupazione allegra, p. 76.
  24. ^ E. Gobetti, L'occupazione allegra, p. 69.
  25. ^ a b c G. Scotti-L. Viazzi, Le aquile delle montagne nere, p. 79.
  26. ^ E. Gobetti, L'occupazione allegra, p. 75.
  27. ^ a b G. Scotti-L. Viazzi, Le aquile delle montagne nere, p. 80.
  28. ^ G. Bambara, La guerra di liberazione nazionale in jugoslavia, pp. 65-67.
  29. ^ G. Scotti-L. Viazzi, Le aquile delle montagne nere, p. 81.
  30. ^ G. Bambara, La guerra di liberazione nazionale in jugoslavia, p. 62.
  31. ^ G. Bambara, La guerra di liberazione nazionale in jugoslavia, pp. 69-70.
  32. ^ G. Bambara, La guerra di liberazione nazionale in jugoslavia, pp. 70-71.
  33. ^ G. Bambara, La guerra di liberazione nazionale in jugoslavia, p. 70.
  34. ^ a b E. Gobetti, L'occupazione allegra, p. 112.
  35. ^ E. Gobetti, L'occupazione allegra, pp. 111-112.
  36. ^ G. Bambara, La guerra di liberazione nazionale in jugoslavia, p. 69.
  37. ^ G. Bambara, La guerra di liberazione nazionale in jugoslavia, pp. 69 e 88-89.
  38. ^ a b G. Bambara, La guerra di liberazione nazionale in jugoslavia, p. 64.
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  42. ^ G. Bambara, La guerra di liberazione nazionale in jugoslavia, p. 84-85.
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  44. ^ M. Gilas, La guerra rivoluzionaria jugoslava, p. 135.
  45. ^ a b G. Bambara, La guerra di liberazione nazionale in Jugoslavia, p. 87.
  46. ^ G. Scotti-L. Viazzi, Le aquile delle montagne nere, pp. 261 e 267,
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  49. ^ G. Scotti-L. Viazzi, Le aquile delle montagne nere, pp. 63-76.
  50. ^ M. Gilas, La guerra rivoluzionaria jugoslava, pp. 16-22 e 33.
  51. ^ M. Gilas, La guerra rivoluzionaria jugoslava, pp. 33-36.
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  53. ^ G. Bambara, La guerra di liberazione nazionale della Jugoslavia, pp. 76-77.
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  57. ^ G. Scotti-L. Viazzi, Le aquile delle montagne nere, pp. 111-125.
  58. ^ G. Scotti-L. Viazzi, Le aquile delle montagne nere, pp. 149-164.
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  60. ^ G. Scotti-L. Viazzi, Le aquile delle montagne nere, pp. 164-210.
  61. ^ G. Scotti-L. Viazzi, Le aquile delle montagne nere, pp. 363-374.
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  64. ^ a b c G. Bambara, La guerra di liberazione nazionale in Jugoslavia, p. 93.
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  66. ^ T. Sala, Il fascismo italiano e gli Slavi del sud, p. 36.
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  68. ^ M. Gilas, La guerra rivoluzionaria jugoslava, p. 407.
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  70. ^ T. Sala, Il fascismo italiano e gli Slavi del sud, pp. 34-38.
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  76. ^ G. Knopp, Wehrmacht, p. 188.
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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Cinematografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]