Poetica di Giacomo Leopardi

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1leftarrow.pngVoce principale: Giacomo Leopardi.

Secondo manoscritto autografo della poesia L'infinito

La poetica di Giacomo Leopardi è l'insieme dei principi e degli obiettivi che guidano l'attività creativa (temi, linguaggio, destinatari, finalità) del poeta recanatese. Essa appare intimamente connessa agli aspetti del pensiero dell'autore, ovvero alle sue posizioni filosofiche, alla sua concezione dell'uomo e della società, alle esperienze di vita attraverso le quali si è formato.

Nel caso di Giacomo Leopardi, l'elaborazione della poetica è testimoniata da numerosi passi, di varia estensione, dello Zibaldone, talora dotati di esempi, o addirittura corredati da abbozzi di testi poetici. Lo Zibaldone è la chiave per comprendere come al centro dell'opera di Leopardi appaia costante la tematica del dolore esistenziale, sfociante nella sua visione pessimista della vita.[1]

La poetica[modifica | modifica sorgente]

Negli anni compresi tra il 1817 e il 1818 si delinea il primo momento del sistema di pensiero leopardiano. Leopardi considera felice lo stato d'animo dell'uomo e ritiene che la natura riesca a mediare la condizione di infelicità a cui l'uomo è destinato. Dunque in questa prima fase la natura assume una connotazione positiva perché è in grado di produrre illusioni.[2]

I Canti[modifica | modifica sorgente]

Non è possibile identificare nei Canti una poetica unitaria, ma piuttosto l'evolversi di linee diverse, spesso compresenti, legate in modo non rigido ma dinamico all'evolversi del pensiero leopardiano.

Si può osservare come nei Canti pisano-recanatesi, quando è ormai irreversibile la convinzione dell'universale e necessaria infelicità degli uomini, voluta dalla natura, permangano ben saldi gli elementi costitutivi della poetica degli Idilli, ovvero il vago, l'indefinito, la rimembranza.[3] Per questa ragione, fra l'altro, i Canti pisano-recanatesi sono stati a lungo indicati come "Grandi idilli".

Nei difficili anni che seguono il definitivo allontanamento da Recanati non cambia il nucleo concettuale della filosofia leopardiana, mentre emergono significativi mutamenti poetici nei Canti del "Ciclo di Aspasia" e nella Ginestra: non si riscontra più un linguaggio sfumato, con evocazione degli anni giovanili, serene rappresentazioni di paesaggio, ma un linguaggio fermo, scabro, a volte ironico o sarcastico fino all'asprezza.[4]

I Pensieri[modifica | modifica sorgente]

La morte è rifuggita dall'uomo malgrado delusioni e dolori:" la morte non è male: perché libera l'uomo da tutti i mali, e insieme coi beni gli toglie i desideri. La vecchiezza è male sommo: perché libera l'uomo di tutti i piaceri, lasciandogliene gli appetiti; e porta seco tutti i dolori" (VI). La noia è il più nobile e tragico dei sentimenti umani ed è proprio dei grandi spiriti che, avendo una spiritualità profonda, si rendono conto dell'inadeguatezza della vita umana: "La noia è in qualche modo il più nobile dei sentimenti umani [....].....ma nondimeno il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera....[....] e perciò noia pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà che si vegga nella natura umana. Perciò la noia è poco nota agli uomini di nessun momento, e pochissimo o nulla agli altri animali" (LXVIII).

Altri elementi di poetica[modifica | modifica sorgente]

Illusioni sono la felicità (o piacere) e l'infinito a cui l'animo tende naturalmente. La ragione ha però scoperto che la felicità non può essere appagata data la finitezza dell'uomo e la precarietà della sua esistenza. L'infinito coincide con il nulla, il solido nulla, unica certezza: "Pare che solamente la negazione dell'essere, il niente, possa essere senza limiti, e che l'infinito venga in sostanza ad essere lo stesso che il nulla" (Zibaldone, 2 maggio 1826). Conseguenza del nulla è la noia, un senso di estraneità alla vita. L'inattingibile infinito suscita però nell'uomo la tensione a superare i propri limiti (L'infinito).

L'idillio è espressione della poesia d'immaginazione, mentre la canzone è espressione della poesia di sentimento e filosofica.[5]

Il linguaggio[modifica | modifica sorgente]

Caratteristica del poeta è l'essenzialità del linguaggio che, con rapidissime immagini e sapienza ritmica e sintattica, crea brani di straordinaria suggestione.
Nello Zibaldone Leopardi annota le proprie riflessioni circa il linguaggio adottato nella poesia: egli scrive di adoperare "una lingua per i morti", sottolineando l'uso di parole arcaiche, desuete, fuori dal loro contesto. Osserva inoltre che i "termini", ovvero i vocaboli determinati, sono prosastici, mentre le parole, quanto più sono "vaghe" ed "indefinite" tanto più risultano poetiche. Analogamente, ciò che è presente e vicino viene considerato meno poetico di ciò che è lontano nel tempo o nello spazio. A questo proposito, l'idillio L'infinito è paradigmatico della poetica che si suole definire appunto "idillica".[6] L'idea dell'immensità e dell'eternità sono rese con un limitatissimo impiego di mezzi lessicali, che consente alle idee di giganteggiare nel deserto delle semplici parole.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Giacomo Leopardi, Zibaldone, (4174),: "Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l’esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell’universo è il male; l’ordine e lo stato, le leggi, l’andamento naturale dell’universo non sono altro che male, né diretti ad altro che al male" (19-22 aprile 1826)
  2. ^ Giacomo Leopardi, Operette morali, Storia del genere umano
  3. ^ Walter Binni, La protesta di Leopardi, Firenze 1977, p.124
  4. ^ Walter Binni, La nuova poetica leopardiana. Firenze,1947 e La protesta di Leopardi, Firenze, 1977, p. 157-167
  5. ^ F. Gavino Olivieri, Storia della letteratura italiana, '800-'900, Nuove Edizioni Del Giglio, Genova, 1990, pp. 52-53.
  6. ^ Luigi Blasucci, I segnali dell'infinito, Bologna 1985, p.123

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Walter Binni, La protesta di Leopardi, Firenze: Sansoni, 1977
  • Luigi Blasucci, Leopardi e i segnali dell'infinito. Bologna: Il Mulino, 1985
  • Marco Santagata, Quella celeste naturalezza. Le canzoni e gli idilli di Leopardi, Bologna: Il Mulino, 1994

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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