A Silvia

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1leftarrow.pngVoce principale: Canti (Giacomo Leopardi).

Giacomo Leopardi

A Silvia è una lirica composta da Giacomo Leopardi, tra il 19 e il 20 aprile del 1828, subito dopo Il risorgimento. Leopardi la scrisse poi in forma definitiva il 29 settembre.

Quando scrisse la poesia, Leopardi si trovava a Pisa, reduce da un lungo periodo in cui si era dedicato esclusivamente alla composizione in prosa. Proprio le ottave metastasiane de Il risorgimento avevano ravvivato nell'autore la scintilla poetica, avviando la serie dei Grandi Idilli. L'ambientazione spazio-temporale del componimento è chiaramente ravvisabile nella casa del poeta a Recanati (d'in sui veroni del paterno ostello); (Le vie dorate e gli orti / E quinci il mar da lungi, e quindi il monte). La critica ed insieme la tradizione della celebre poesia hanno sempre identificato la musa ispiratrice di A Silvia in Teresa Fattorini, la figlia del cocchiere di casa Leopardi a Recanati, morta di tisi a 21 anni, il 30 settembre 1818

Genesi della poesia[modifica | modifica sorgente]

Il poeta si ispira a Teresa, ricordandosi di quando la sentiva cantare in quello stesso periodo primaverile (era il maggio odoroso) e con quel canto lei esprimeva la sua fiducia nell'avvenire; così adesso lui, nello stesso periodo primaverile, con questa nuova poesia si sente risorgere a nuova vita, dopo l'inaridimento poetico, come scrive subito dopo alla sorella Paolina, nella lettera del 2 maggio:

« Dopo due anni, ho fatto dei versi quest'aprile; ma versi veramente all'antica, e con quel mio cuore di una volta »

Le due figure, quella di Silvia e del poeta, sono accomunate dalla dolce stagione della giovinezza, delle illusioni, della fiducia in un futuro vago, ovvero indeterminato e insieme attraente che sembra promettere gioie. Ma era passato tanto tempo da quella primavera, e ora il Leopardi trasfigura Teresa in Silvia, (con il nome della protagonista dell'Aminta del Tasso), cioè nel simbolo di una fanciulla che nel fiore della sua vita viene stroncata dalla morte. La morte fisica di Silvia richiama la morte di ogni speranza che per l'io lirico sopravviene con l'apparir del vero: il poeta suggella la costante del suo pensiero, ovvero la Natura che inganna i suoi figli per poi abbandonarli alla disillusione.[1] Come scrive Ugo Dotti:

« Teresa Fattorini, trasfigurata in Silvia, è divenuta il simbolo eterno di questo duplice volto dell'esistenza, quello della promessa e quello del disinganno. Il Leopardi ha congiunto alla purezza e felicità di Teresa i pensieri della sventura e del dolore, ha annegato l'apparente conquista dell'Altrove nella dura verità del reale, ha distrutto l'immagine lieta con quella dell'aspra morte. »

Anche Luigi Russo scrive:

« Con il ricordo di Silvia, e del tacito e vaghissimo amore fantasticato per lei, il poeta ricrea tutta la indefinita bellezza delle speranze e dei sogni che nutrirono la sua giovinezza: ora di essi non resta più nulla di fronte al silenzio e alla desolazione che la vita ha diffuso nel suo animo. »

Dunque il Leopardi, in questo aprile pisano, preso dal rinato fervore creativo e dalla nuova linfa poetica, nella sua mente si rivolge direttamente a lei chiamandola per nome e subito la riporta al mese di maggio quando lei viveva e godeva delle speranze del futuro.

Nella quinta e sesta strofa si consuma la fine delle illusioni: Silvia, identificata ormai con la speranza, muore. Alle speranze giovanili si oppone una natura malvagia sulla quale il poeta fa ricadere la responsabilità dell'infelicità umana. La natura infatti dota l'uomo di immaginazione e di sogni, ma non gli fornisce i mezzi necessari a realizzare tali sogni, anzi lo fa andare incontro a dolori e avversità continue.

Sull'identificazione di Silvia[modifica | modifica sorgente]

Come si è detto, una certa consuetudine storica e romanzesca ha da sempre identificato Silvia in Teresa Fattorini[2][3] figlia del cocchiere di casa Leopardi, nata nel 1797 e morta prematuramente a causa della tubercolosi nel 1818, poiché su di lei Leopardi scriveva nel giovanile abbozzo autobiografico Ricordi d'infanzia e di adolescenza,[4] scritto tra maggio e marzo del 1819:[5]

« storia di Teresa da me poco conosciuta e interesse ch'io ne prendeva come di tutti i morti giovani in quello aspettar la morte per me[6] »

anche soffermandosi sui suoi ultimi dolorosi istanti di vita:

« non ebbe neppure il bene di morire tranquillam. ma straziata da fieri dolori la poverina[7] »

Oggi però una certa critica è più propensa ad affermare che Silvia possa essere identificata storicamente in Maria Belardinelli, una giovane "tessitora" abitante vicino a casa Leopardi ed anche lei morta prematuramente, a ventisette anni, il 3 novembre del 1827.[8][9][10]

La lirica può quindi essere suddivisa in cinque parti: Silvia (ritratto fisico e psicologico, le occupazioni; vv. 1-14); il poeta (le occupazioni, il ritratto psicologico; vv. 15-27); il lamento del poeta (le speranze, la natura ingannatrice e le delusioni; vv. 28-39); la morte di Silvia (vv. 40-48); la morte della speranza del poeta (vv. 49-63).

Analisi metrica[modifica | modifica sorgente]

Si tratta di una canzone libera o leopardiana, composta da sei strofe di diversa lunghezza. Vi sono 27 versi privi di rima, gli altri rimano liberamente. L’ultimo verso di ogni strofa rima con uno dei precedenti della medesima stanza ed è sempre un settenario. Gli enjambement sono presenti principalmente nell’ultima strofa e mettono in risalto le parole chiave, ma anche ai versi 7 e 8 per mettere in evidenza la parola “quiete”.
Vi sono diverse assonanze: mortale - il limitare / core - chiome / rimembri – ridenti / sedevi – rimembri / sedevi – ridenti / avvenir – ridenti / avvenir – rimembri / avvenir – sedevi / avevi – rimembri / avevi – ridenti/ solevi – rimembri / solevi – ridenti / solevi – avvenir… e sono presenti anche delle consonanze: mortale – lieta (incrociata) / mortale – tela / tela – lieta (incrociata) / fato – fati…

Ricorre frequentemente il suono “vi”, che ricorda il nome della protagonista (nei versi 1-2-4-6-8-11-12-13-24-28-31-32-41-42-43-46-47-54-63).
Nella poesia ci sono varie allitterazioni delle lettere: t (verso 2), l (verso 2), l (verso 10)… Si osservano le anafore: che – che (versi 28-29), anche, la – anche, la (versi 49-50-51-52).

"Sudate carte" (i libri sui quali mi affaticavo) e "faticosa tela" sono una metafora. L'espressione "man veloce" è una metonimia: la mano veloce al posto del suono. Ai versi 29-30 è presente un climax ascendente: "Che pensieri soavi, / che speranze, che cori, o Silvia mia!".

Caratteristiche formali[modifica | modifica sorgente]

Tipicamente leopardiano è l'uso di una aggettivazione dal significato vago e indefinito con lo scopo di ricreare l'atmosfera suggestiva del ricordo: Silvia è evocata attraverso coppie di aggettivi complementari che servono a connotare il personaggio dal punto di vista psicologico e ad evocare una realtà spirituale ("ridenti e fuggitivi", "lieta e pensosa", "innamorati e schivi"). L'aggettivo vago significa "bello" ma anche "indeterminato" e "desiderato". Il linguaggio della "ricordanza" fonde il vero e il vago in un passato reale che però nel contempo sembra allontanarsi dalla fisicità delle cose (le vie dorate e gli orti sono l'immagine del magico momento dell'illusione). Nell'uso dei verbi l'imperfetto serve per il ricordo, il presente per la constatazione del dolore e la ribellione ad esso.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Il tema della fanciulla stroncata dalla morte si trova anche nella poesia Annabel Lee di Edgar Allan Poe del 1849.
  2. ^ la questione è riassunta in G. Leopardi, Canti, a cura di F. Gavazzeni e M. M. Lombardi, Milano, Rizzoli, 2004, p. 395
  3. ^ Giuseppe De Robertis, tuttavia, scriveva in nota: «Teresa Fattorini, figliuola del cocchiere di casa Leopardi. Ma importava proprio dirlo? Silvia è soltanto un simbolo, e un divino simbolo, della morte della giovinezza e delle speranze»(in Giacomo Leopardi. Canti, Milano, Mondadori, 1978, p. 273).
  4. ^ Tale abbozzo è altrimenti noto come Vita abbozzata di Silvio Sarno, titolo desunto da quello del Supplemento alla vita abbozzata di Silvio Sarno (di Ruggiero, o Ranuccio, Vanni da Belcolle)
  5. ^ Pubblicato solo nel 1906 negli Scritti vari inediti di Giacomo Leopardi dalle carte napoletane Firenze, Le Monnier editore.
  6. ^ Giacomo Leopardi, Tutte le poesie e tutte le prose, a cura di L. Felici e E. Trevi, Roma, Newton Compton, 2001, p. 1103.
  7. ^ Ivi, p. 1104.
  8. ^ A questo proposito si cfr. lo studio di Carlo Trevisani cit. in La Silvia di Leopardi non è Teresa Fattorini| 30 aprile 2007
  9. ^ Teresa Fattorini - Viaggi nel testo - Autori della Letteratura italiana| a cura di Internet Culturale| Url consultato in data 15 marzo 2014
  10. ^ "E se la Silvia di Giacomo Leopardi (Gloria Ghergo per il regista Martone) non fosse Teresa Fattorini ma Maria Belardinelli?"| da "Il Cittadino di Recanati"| 1 gennaio 2014

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