A Silvia

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1leftarrow.pngVoce principale: Canti (Giacomo Leopardi).

A Silvia è una poesia composta da Giacomo Leopardi, tra il 19 e il 20 aprile del 1828, subito dopo Il Risorgimento.

Quando scrisse la poesia, Leopardi si trovava a Pisa, dopo un lungo silenzio poetico durante il quale si era dedicato a numerose opere in prosa. Riprese dunque a poetare ispirandosi a Teresa Fattorini, la figlia del cocchiere di casa Leopardi a Recanati, morta di tisi nel fiore della giovinezza.[1]

Indice

[modifica] Genesi della poesia

Il poeta si ispira a Teresa, ricordandosi di quando la sentiva cantare in quello stesso periodo primaverile e con quel canto lei esprimeva la sua fiducia nell'avvenire; così adesso lui, nello stesso periodo primaverile, con questa nuova poesia si sente risorgere a nuova vita, dopo l'inaridimento poetico, come scrive subito dopo alla sorella Paolina, nella lettera del 2 maggio:

« Dopo due anni, ho fatto dei versi quest'aprile; ma versi veramente all'antica, e con quel mio cuore di una volta »

Le due figure, Silvia e il poeta, sono accomunate dalla dolce stagione della giovinezza, delle illusioni, della fiducia in un futuro "vago", ovvero indeterminato e insieme attraente. Ma era passato tanto tempo da quella primavera, e ora il Leopardi trasfigura Teresa in Silvia, (con il nome della protagonista dell'Aminta del Tasso), cioè nel simbolo di una fanciulla che nel pieno sviluppo della sua vita viene stroncata dalla morte. La morte fisica di Silvia richiama la morte di ogni speranza che per l'io lirico sopravviene con l' apparir del vero. La Natura inganna i suoi figli per poi abbandonarli alla disillusione.[2] Come scrive Ugo Dotti:

« Teresa Fattorini, trasfigurata in Silvia, è divenuta il simbolo eterno di questo duplice volto dell'esistenza, quello della promessa e quello del disinganno. Il Leopardi ha congiunto alla purezza e felicità di Teresa i pensieri della sventura e del dolore, ha annegato l'apparente conquista dell'Altrove nella dura verità del reale, ha distrutto l'immagine lieta con quella dell'aspra morte. »

Anche Luigi Russo scrive:

« Con il ricordo di Silvia, e del tacito e vaghissimo amore fantasticato per lei, il poeta ricrea tutta la indefinita bellezza delle speranze e dei sogni che nutrirono la sua giovinezza: ora di essi non resta più nulla di fronte al silenzio e alla desolazione che la vita ha diffuso nel suo animo. »

Dunque il Leopardi, in questo aprile pisano, preso dal fervore creativo e dalla nuova linfa poetica, nella sua mente si rivolge direttamente a lei chiamandola per nome e subito la riporta al mese di maggio quando lei viveva e godeva delle speranze del futuro.

[modifica] Analisi metrica

Si tratta di una canzone libera o leopardiana, composta da sei strofe di diversa lunghezza. Vi sono 27 versi privi di rima, gli altri rimano liberamente. L’ultimo verso di ogni strofa rima con uno dei versi precedenti ed è sempre un settenario. Gli enjambement sono presenti principalmente nell’ultima strofa e mettono in risalto le parole chiave, ma anche ai versi 7 e 8 per mettere in evidenza la parola “quiete”. I versi hanno un ritmo piuttosto lento, adatto a una poesia alquanto triste che parla della morte. Vi sono diverse assonanze: mortale - il limitare / core - chiome / rimembri – ridenti / sedevi – rimembri / sedevi – ridenti / avvenir – ridenti / avvenir – rimembri / avvenir – sedevi / avevi – rimembri / avevi – ridenti/ solevi – rimembri / solevi – ridenti / solevi – avvenir… e sono presenti anche delle consonanze: mortale – lieta (incrociata) / mortale – tela / tela – lieta (incrociata) / fato – fati…

Ricorre frequentemente al suono “vi”, che ricorda il nome della protagonista (nei versi 1-2-4-6-8-11-12-13-43-46-47-63). Nella poesia ci sono varie allitterazioni delle lettere: t (verso 2), l (verso 2), l (verso 10)… Vi sono delle anafore: che – che (versi 28-29), anche, la – anche, la (versi 49-50-51-52).

[modifica] Breve spiegazione delle strofe

Nella prima strofa Leopardi introduce l’immagine di Silvia ancora in vita, con i suoi occhi pieni di gioia e il suo sguardo sfuggente di ragazza timida che, per pudore, non fissa a lungo le persone. Nella seconda e nella terza strofa viene rievocata la giovinezza di Silvia e di Leopardi, la prima che tesseva con la sua mano veloce immaginando un futuro felice, il secondo che studiava sui libri e consumava la sua giovinezza e la parte migliore di sé, ma era ancora ricco di sogni e di illusioni. Nella quarta strofa il poeta esprime la sua delusione e la sua rabbia interiore per la morte precoce di Silvia, rivolgendosi alla Natura come a una madre che inganna e tradisce i suoi figli. Nella quinta strofa Leopardi pensa a com'era Silvia prima della scomparsa nel fior degli anni, con i suoi capelli neri e i suoi sguardi. Nella sesta strofa l'autore si rivolge alla speranza, rappresentandola come una donna che a distanza gli indica la morte e la tomba.

[modifica] Note

  1. ^ Claudio Perini, nel saggio Il canto dell'amico perduto. Della genesi dei Sepolcri, e di altre incognite foscoliane, Chioggia, Accademietta, 2005, ipotizza che Leopardi abbia tratto ispirazione per A Silvia anche dalla morte precoce, per tisi, del naturalista chiozzotto Giuseppe Olivi (1769-1795).
  2. ^ Il tema della fanciulla stroncata dalla morte si trova anche nell'opera Annabel Lee di Edgar Allan Poe del 1849.

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