La quiete dopo la tempesta

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La quiete dopo la tempesta è una poesia composta da Giacomo Leopardi nel settembre del 1829 e pubblicata per la prima volta nel 1831.

Ritratto fotografico di Leopardi

È formata da tre strofe libere di endecasillabi e settenari disposti irregolarmente. In essa, inizialmente il poeta descrive, con tono di festosa esultanza, la vita che riprende più operosa ed animata, dopo le violenze di un forte temporale, distaccandosi apparentemente dal proprio pessimismo cosmico. Nella seconda parte del canto, però, viene argomentata una dolorosa meditazione sull'inesorabile infelicità del genere umano, la cui unica gioia consiste esclusivamente nella cessazione momentanea del dolore.

Analisi del testo[modifica | modifica sorgente]

La poesia si apre con la vista di Recanati illuminata dal sole dopo il temporale: sono immagini di allegra vitalità e di piacere, caratterizzate dal canto degli uccelli e da quello degli uomini. Si tratta di una festa della vita. Il poeta si interroga sull'atteggiamento ostile della natura nei confronti degli uomini. Leopardi afferma che il piacere è "figlio di affanno". Alla fine è presente lo sfogo nei confronti della natura: il massimo piacere che la perversa madre natura ci offre è "uscir di pena", cioè liberarci dal dolore con la morte.

Nella affermazione piacer figlio di affanno il pessimismo è radicale. Se precedentemente il mancato raggiungimento della felicità trovava consolazione nelle illusioni giovanili e nell'attesa di una apparenza di gioia, in questa poesia il rigore del ragionamento porta ad una unica conclusione: il piacere non è più la proiezione nel passato o nel futuro dei propri ricordi o delle proprie aspettative, ma è semplicemente il breve e illusorio sollievo che l'uomo prova quando riesce a sfuggire a un dolore che gli appare spaventoso. Ma pure questo è un inganno della natura: scampare ad un affanno significa rischiare di esporsi ad essere costretti ad affrontarne tanti altri, per cui l'unica soluzione definitiva al dramma dell'esistenza umana è la morte che "risana" ogni dolore, ogni sofferenza.

Tecniche poetiche e formali[modifica | modifica sorgente]

In questa canzone libera settenari ed endecasillabi sono studiati per far prevalere un ritmo veloce reso bene anche dagli enjambement (vv. 4-5; 8-9; 16-17, 19-20, ecc.). Sono presenti un chiasmo ("e paventò la morte / chi la vita aborria"), i parallelismi ("fredde, tacite, smorte", "folgori, nembi e vento"), le anafore ("quando con tanto amore.../ quando de' mali suoi...."). Da un lessico che richiama immagini liete ("mirar l'umido cielo", "acqua /della novella piova", "Sol che ritorna", ecc.) si passa a un lessico che riguarda l'ambito del dolore e della morte ("paventò la morte", "sudar le genti", "uscir di pena", ecc.). Il lungo periodo tra i versi 32 e 41 rivela la tensione morale del poeta nel ragionamento che sta affrontando.

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