Il passero solitario

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1leftarrow.pngVoce principale: Canti (Giacomo Leopardi).

Il passero solitario
Autore Giacomo Leopardi
1ª ed. originale 1835
Genere poesia
Lingua originale italiano

Il passero solitario è una poesia di Giacomo Leopardi.

La genesi lunga di questa lirica la rende “anomala” rispetto agli altri Grandi Idilli, poiché è sì strutturata sui canoni di queste composizioni, ma l’idea del passero viene a Leopardi in età giovanile (tra il 1819 ed il 1820), annotata nelle pagine dello Zibaldone. Tuttavia la composizione deve essere posteriore rispetto a quella dei grandi idilli, dato che il canto non compare ancora nell’edizione fiorentina del 1831, bensì in quella napoletana del 1835. Probabilmente la collocazione in testa ai primi idilli può essere spiegata in base alla tematica, che è vicina a quella giovanile (la propria infelicità, contrapposta a quella degli altri giovani), rievocata nel presente ricavandola con la memoria (cf. A Silvia).

Analisi[modifica | modifica sorgente]

Il passero che Leopardi vede sulla torre campanaria di Recanati richiama al poeta un'identificazione malinconica tra l’uccello e se stesso, che però risulta epidermica, parziale: entrambi sono esseri soli. Va specificato che, contrariamente a ciò che ritengono in molti, l'uccello cui si riferisce il poeta non può certo essere il passero comune, ma proprio una specie chiamata passero solitario (Monticola solitarius), una sorta di merlo dai colori bluastri, dotata di un bellissimo canto melodioso, che usa vivere proprio sui vecchi palazzi delle città. D'altra parte, il passero comune non canta affatto bene e risulterebbe assai strano che Leopardi immaginasse un monotono cip cip come un'armonia che erra nella valle. Leopardi, uomo di grande cultura, conosceva senz'altro bene questa specie bellissima. Tutto questo non fa che rendere ancor più bella la similitudine fra il poeta e l'uccello solitario. Leopardi è solo, a causa della situazione di dolore esistenziale in cui versa. Dolore che il passero solitario, animale, non percepisce e dunque non può provare, sentendosi sempre felice.

La prima strofa (vv. 1-16) è incentrata sulla descrizione del piccolo uccello. Si può suddividere in tre piccole sezioni. La prima (vv. 1-5) presenta il passero nella sua solitaria contemplazione della valle recanatese che si stende ai piedi della torre. I versi dal 5 all’11 intendono illustrare, secondo una terminologia richiamante al caro imaginar (cfr. Le Ricordanze, v.89), il paesaggio in cui si configura la riflessiva digressione poetica sul passero. La terza ed ultima parte (vv.11-17), invece, si concentra sull’analisi della pensosa solitudine del piccolo animale che, evitando i divertimenti e le attività dei suoi simili, preferisce allontanarsi dalla torre e volare via.

La seconda strofa (vv. 17-44), è incentrata sulla figura del poeta in un'alternanza di focalizzazioni dal passero a Leopardi. Si compone di una tripartizione speculare alla prima strofa, che questa volta è dedicata alla figura del poeta. In una sorta di analogia comparata con la situazione del passero, introdotta grazie al termine "somiglia", Leopardi nell’esordio (vv. 17-26) si paragona e, dopo aver constatato la propria solitudine rispetto agli altri esseri umani che è cagione di malinconia e dolore, lo sguardo del poeta, chiuso nel suo palazzo, si volge al borgo recanatese in festa, dove giovani corrono per le strade a celebrare le ricorrenze, tra suoni e colori, in una vaga rimembranza di felicità (Vv. 32-35). Infine, al pari del passero, Leopardi decide di allontanarsi da quell’aria di divertimento così aliena: egli è schivo di fronte ai divertimenti effimeri della vita. Prende infatti la via verso una meta indefinita e remota nella campagna attorno a Recanati (Vv. 36-44).

Con la strofa finale ritorna l'immagine del passero (vv.45-59), più corta delle precedenti. Leopardi si rivolge al piccolo animale, con una sorta di nostalgica invidia: il passero, difatti, pur avendo anche lui innata la sofferenza, non la percepisce, e pertanto rimane nella sua illusoria condizione di felicità (Vv. 45-49). Il raffronto con la condizione del poeta è il passo successivo e finale, coi canoni tipici dell'arido vero[senza fonte]: malinconia e infelicità, la terribile ombra della vecchiaia che toglierà ogni senso al miserando vagare sulla terra che è l’esistenza dell’uomo (vv. 50-59).

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