Piacere

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Il piacere è un sentimento o una esperienza che corrisponde alla percezione di una condizione positiva, fisica ovvero biologica oppure psicologica, proveniente dall'organismo.

È un concetto presente universalmente nella filosofia, nella psicologia e nella psichiatria. Nel corso della storia i filosofi ne hanno formulato definizioni e concezioni molto diverse.

È considerato l'esperienza di contenuto opposto al dolore. Sembra che però, rispetto al dolore, il piacere sia stato oggetto di studi scientifici in misura minore.

Il piacere nella filosofia greca e romana[modifica | modifica sorgente]

Il piacere è stato un oggetto di studio primario nella filosofia antica. Si possono schematizzare le tre grandi correnti di pensiero nel dibattito filosofico, in epoca classica, proprio in rapporto alle diverse conclusioni che in ambito morale avevano rispetto al piacere. Cioè al valore che queste attribuivano al piacere in rapporto al significato e scopo della vita umana. Le tre scuole di pensiero sul piacere - che occupano il dibattito sul senso della vita in epoca pre-cristiana - sono l'Epicureismo, lo Stoicismo e la Scuola Cinica. Vi sono forti punti di contatto e sovrapposizioni anche tra queste visioni diverse. A queste si può aggiunge la visione platonica (o socratico- platonica) che pone l'accento sulla conoscenza e sulla costruzione di una idea di piacere astratta e intellettuale. In linea di massima, lo Stoicismo prescrive un atteggiamento di vita improntato al disinteresse nei confronti del piacere e del dolore, sottolineando una loro irrilevanza per il benessere dell'individuo, o comunque il loro non essere dotati di valore in sé. L'epicureismo è invece la corrente che in vari gradi e forme considera il piacere come uno scopo dell'esistenza umana e dotato di valore in sé. Il cinismo pone in maggiore evidenza il legame consequenziale tra piacere e dolore, la loro origine mentale e il loro legame con l'eccessivo interesse umano per le realtà puramente materiali.

Il piacere per Socrate

Per Socrate, il piacere si identifica con la virtù. Presupposto di essa è la conoscenza del bene, che quindi è necessaria al piacere. Il principio sarà assunto integralmente da Platone, il cui concetto di Bene si avvicina ad un atteggiamento di fede religiosa e coincide con Dio. Platone considera il piacere in senso esclusivamente morale, ovvero è interessato a una qualità astratta del piacere. Egli scrive in Repubblica, (IX, 582 a -583 e) che ve ne sono di tre tipi, il più alto è quello legato alla spiritualità, il secondo al conseguimento degli onori, il terzo alla ricchezza. I piaceri del corpo sono quindi (teoricamente) del tutto banditi dall'orizzonte platonico. I piaceri più alti sono legati alla parte divina dell'anima umana (come parte dellAnima del Mondo) che aspira al Bene assoluto come Bello-Buono (Repubblica, VI, 508 e - 509 b).

Il piacere per i Cirenaici

Per i filosofi Cirenaici la prospettiva era diversa da quelle considerate e assai più radicale, perché il concetto di piacere viene ricondotto sempre direttamente alla corporeità in senso dinamico, come ricerca e percorso verso il piacere. Per essi, quindi, il piacere fisico è il Bene. Diogene Laerzio evidenzia il piacere nell'opinione dei Cirenaici definendolo "movimento calmo" nel senso di "dolce", mentre il dolore gli si contrappone come "movimento aspro" e tormentoso (II, 86-87). Aristippo (435 - 366 a.C.) secondo Diogene Laerzio (II, 66) era un personaggio molto disinvolto e anticonvenzionale che "Godeva il piacere dei beni presenti, ma rinunziava ad affaticarsi per il godimento di beni non presenti". Il principio edonistico "moderato" di scuola cirenaica viene anche definito Epicureismo, in senso lato, anche se vi è una differenza tra le definizione di piacere di Epicuro e quella dei Cirenaici. Questa visione trova compiutamente la più tarda espressione in opere letterarie romane, specialmente Orazio e la sua espressione carpe diem.

Il piacere per Aristotele

Aristotele nella sua Etica Nicomachea mostra in un certo grado la stessa volontà di distinguere tra piaceri presente in Socrate e Platone. Cioè si preoccupa di distinguere il bene conseguibile col piacere dal sommo bene (divino) che si ottiene solo con la meditazione e la virtù di una condotta corretta. Per Aristotele tuttavia (Eth.Nich., VII, 12, 1153 a - b, 14, 1154 b) il piacere è "l'atto di un abito conforme a natura", ma " il sommo bene può essere un piacere, anche se la maggior parte dei piaceri possono trovarsi ad essere assolutamente cattivi" (13, 1153 b, 14-15). Distingue nettamente cioè il piacere dal bene, e ammette - diversamente da Socrate - che il piacere può essere considerato anche come concetto a sé stante, non-etico o non-morale. I piaceri inoltre fanno riferimento alla sfera dell'utile. I piaceri del corpo sono quindi utili, ma devono essere "moderati" da un virtuosa temperanza, sia per ragioni di morale che di utilità poiché "chi è vizioso lo è perché ricerca l'eccesso" (1154 a, 16-17). L'eccesso nella ricerca dell'utile o del piacere, cioè, porta al suo opposto. Da notare la differenza tra questa idea e quella degli stoici o dei platonici secondo cui anche una piccola ricerca del piacere terreno porta come conseguenza una quota di dolore o un danno da evitare. La natura umana secondo Aristotele dovrebbe conformarsi al concetto di Sommo Bene, aspirare cioè al bene superiore ad altri, il che fa riferimento al divino e lo implica. Infatti (riprendendo il concetto di piacere come "movimento" dei Cirenaici, ma in senso critico) egli scrive ancora: "Dio gode sempre di un piacere unico e semplice; infatti non v'è soltanto l'attività del movimento, ma v'è anche l'attività dell'assenza di movimento, e il piacere si trova più nella quiete che nel movimento".

Il piacere per Epicuro

Con Epicuro il tema specifico del piacere posto dai Cirenaici subisce un mutamento rilevante. Se per questi esso veniva posto come obbiettivo dinamico, nel senso della ricerca e del conseguimento del piacere stesso (potremmo dire un "andare" verso di esso) per Epicuro il piacere è aponìa, assenza di dolore. Va ricordato che l'autosufficienza, un tema caro ad Aristippo nel senso del saper vivere senza il bisogno degli altri, viene ripreso da Epicuro piuttosto nel senso di non dipendere dai desideri e di eliminarli per quanto possibile. Sapersi accontentare di ciò che si ha e non desiderare il superfluo è uno dei principi fondanti ldell'etica epicurea. L'eliminazione del desiderio (si noti l'analogia con l'etica buddhistica) è un obbiettivo primario che si accompagna alla frugalità. Ciò è espresso chiaramente in queste parole della Epistola a Meneceo[130]: "Un grande bene è l'autosufficienza, non perché basti il poco, ma perché quando non si ha il molto è opportuno accontentarsi del poco... I cibi poveri dànno lo stesso piacere di quelli ricchi quando si sia eliminata la sofferenza che deriva dal bisogno [del di più]".

Per Epicuro un altro mezzo assai efficace per conseguire l'aponìa è costituito dal tenersi lontani dalla vita pubblica, soprattutto dalla politica, e inoltre dall'eliminazione nel proprio vivere quotidiano di tutte le possibili cause di turbamento inutile. E tuttavia la socialità non è affatto negata, ma si concentra sui rapporti umani implicanti il sentimento dell'amicizia. Nella Massima Capitale XXVII egli scrive: "Di tutti i beni ottenibili con la saggezza per raggiungere la felicità il maggiore è l'amicizia".

Nella prospettiva epicurea la filosofia diventa occupazione privilegiata, poiché porta a conoscere ciò che è utile (tranquillità, amicizia, consapevolezza) e ciò che va eliminato (preoccupazioni, bisogni superflui, paura della morte). Egli scrive in apertura della Lettera a Meneceo [122]: "Nessun giovane indugi nel fare filosofia, né se ne stanchi quando sarà da vecchio, non si è mai troppo giovani né troppo vecchi per conseguire la salute dell'anima".

Il piacere nella mitologia greca[modifica | modifica sorgente]

Nella mitologia greca Piacere è la figlia di Amore e Psiche

Il piacere nel Medioevo e nel Rinascimento[modifica | modifica sorgente]

In epoca medievale cristiana il dibattito morale sulla relazione tra piacere e significato della vita umana, che costituiva l'oggetto principale della filosofia antica, scompare completamente. L'unica visione ammessa dal cristianesimo è un'ottica di disinteresse simile a quella dello stoicismo, ma soprattutto l'ottica cristiana è mutuata da una visione particolare del platonismo e dello schema di ragionamento di Aristotele. Il piacere torna ad essere oggetto d'indagine filosofica solo nel Rinascimento, in primo luogo in Italia. Tra i primi che se ne occuparono vi furono Lorenzo Valla e Bernardino Telesio.

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