Vanitas vanitatum et omnia vanitas

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Vanitas vanitatum et omnia vanitas è una locuzione latina che letteralmente significa "Vanità delle vanità, tutto è vanità".

Come Nihil sub sole novum, la frase è tratta dalla versione latina del Libro del Qoelet (o Ecclesiaste), nell'Antico Testamento.

La costruzione ridondante "vanitas vanitatum" ("vanità di vanità") è in realtà un calco dall'ebraico "havel havalim": nella lingua biblica questo tipo di ripetizioni ha un valore superlativo, per cui la traduzione più corretta sarebbe "la più grande vanità" (analogamente, il "Cantico dei Cantici" significa "il più bel Cantico", e "il Re dei Re" sta per "il Re più potente").

Con questa frase si apre e si chiude il lungo discorso di Qoelet, che occupa i dodici capitoli dell'omonimo Libro. Qoelet, uomo saggio e "maestro", dopo aver esplorato ogni aspetto della vita materiale, giunge alla conclusione già preannunciata all'inizio: tutto è vanità. Il che non deve impedire all'uomo saggio di riconoscere in Dio il creatore e di osservare i suoi comandamenti: questo almeno viene detto nella breve appendice finale al testo, che non è opera dell'autore ma di un suo discepolo.

Nei secoli però non tutti i lettori hanno condiviso le conclusioni concilianti del discepolo, e il Qoelet (probabilmente il libro sapienziale più apprezzato anche dai non credenti[senza fonte]) è diventato il simbolo di una più radicale negazione del valore di ogni cosa. A reinterpretare il Qoelet in senso "nichilista" è per esempio l'ateo e razionalista Leopardi, che nel canto A se stesso traduce il Vanitas vanitatum con L'infinita vanità del tutto.

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